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L'albergo
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Titolo:
L'albergo |
Autore:
Roby Bajudas |
Contatto:
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Racconto
n° 377 |
Altri
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Nella soffitta del vecchio albergo, dove è stata ricavata la stanza che Béa occupa da poco più di una settimana, il rigore dell'inverno si intuisce solo dal rumore del vento che spazza la via sottostante. Dentro, nella stanza, fa fin troppo caldo, e Béa stenta a dormire. E' contenta del suo lavoro, anche se non si è ancora ben capito in cosa esso consista esattamente. Un giorno le dicono di rifare i letti nelle stanze, il giorno dopo la spediscono in cucina «a dare una mano»: a pulire verdura per ore. Ma in cucina ci si diverte almeno, mentre quando fa le stanze la direttrice controlla, critica e minaccia licenziamenti. In cucina, è un'altra cosa; il cuoco è un omaccione, grasso come il suo mestiere impone, e ridanciano. Béa, i primi giorni, non amava molto i suoi scherzi; ma quella mattina, doveva ammetterlo, si era infondo divertita. Il cuoco ama le donne, non ci sono dubbi, e ama fare scherzi pesanti. E' praticamente impossibile, per le due donne che lavorano con lui in cucina - Maria, una napoletana intorno alla cinquantina, certo abbondante se non proprio grassa, e Vincenzina, una giovane allegra e sorridente, sempre pronta al riso e alla risposta arguta - passare nelle vicinanze del cuoco o lasciarlo accostare a meno di un metro, senza ritrovare le sue grandi mani, sempre sporche di sugo, di carne, di cipolla, incollate a un seno o al sedere. Le donne protestano, lo chiamano maiale, ma sembrano attirate da quell'omone come da una calamita. Lui le fa ridere, tutto il santo giorno. Prende una salsiccia, se la chiude nel palmo della mano, poi la fa spuntare fra il pollice e l'indice e se la infila in bocca. Oppure prende un'arancia, ne taglia con il coltello uno spicchio e con il dito inizia a percorre il solco così creato, facendone colare il succo. Alcuni di questi scherzi piacciono talmente alle due cuoche, che pur di vederglieli fare da vicino gli concedono, allora, qualche palpatina supplementare. Con Béa l'uomo non è mai andato oltre alle battute, ma la ragazza sa che non ci metterà molto ad allungare le mani anche su di lei. E quel pensiero mette in moto una strana sensazione. Stesa sul letto, la ragazza immagina che un giorno le due cuoche d'intesa decidano di immobilizzarla contro il tavolo della cucina mentre l'uomo le fa il solletico. Poi, di colpo, il solletico cede il posto ad una esplorazione ingorda del suo corpo, in tutti i punti che le donne suggeriscono alla fantasia e alle voglie dell'uomo. Béa protesta, si dimena, ma non fa nulla in realtà per sottrarsi alle mani invadenti del cuoco che tastano e soppesano i suoi piccoli seni, frugano sotto alla gonna, raggiungono il bordo delle mutandine, stringendo fra le dita e pizzicando oltre la stoffa leggera le labbra turgide del suo giovane sesso. Béa è accaldata, e si accorge quasi con sorpresa che le sue dita ripetono, sotto la camicia da notte, i giochi immaginari del cuoco. La punta del suo indice percorre il solco fra le labbra umide del suo sesso, le dischiude, risale verso il bottone, gonfio di desiderio, del clitoride. Ha bisogno di fare pipì. Con un sospiro, la ragazza si alza, esce dalla stanza senza fare rumore nel lungo corridoio di marmo (che ora sarà?, si chiede), raggiunge il bagno. Dalle scale in fondo al corridoio, insieme ad una tenue luce, giungono dei suoni confusi, delle voci sommesse. Béa si avvia, con circospezione, verso le scale. Chi sarà mai, laggiù, in quell'ala deserta dell'ultimo piano? Il piacere del mistero le dà uno strano brivido, e la curiosità la spinge fino in fondo al corridoio. Dal bordo delle scale si accorge, per la prima volta, che è possibile vedere l'interno di una stanza, attraverso la finestrella che si apre proprio sopra la porta. E in quella stanza, solitamente disabitata e chiusa a chiave, ora c'è qualcuno. Il cuore di Béa batte forte. La ragazza si sposta cambiando angolazione, si appoggia al passamano e si abbassa lentamente, fino a sedersi su uno degli ultimi gradini. E ciò che finalmente vede la lascia, per un attimo, incredula, tingendo il suo viso di rosso fiamma. Su una poltrona, avvolto in una vestaglia scura, c'è un uomo che Béa conosce bene: è il padrone dell'albergo. Inginocchiato ai suoi piedi, un ragazzo a torso nudo volta le spalle alla porta, ma la posizione delle sue braccia, i movimenti della testa, non lasciano alcun dubbio su ciò che sta avvenendo. Béa immagina, senza vederlo, il cazzo del vecchio padrone sbucare dalla vestaglia per immergersi nella bocca del giovane, in cui Béa crede di riconoscere uno dei figli del portiere, un ragazzo che spesso dà una mano come cameriere. L'uomo, di tanto in tanto, dice qualcosa di incomprensibile, ride, stringe fra le mani la testa bionda del ragazzo. Le ginocchia di Béa si dischiudono, e la sua mano si incolla sulla fichetta, toccandola oltre la stoffa della camicia da notte e delle mutandine. Ora il ragazzo ha alzato il capo, si è accovacciato sui talloni, e Béa può scorgere il risultato del suo sapiente lavoro. Fra le dita, il giovane stringe un cazzo che le appare incredibilmente grande e duro, certo ben diverso da come avrebbe supposto essere il sesso di un uomo di quell'età. Le dita del cameriere stringono l'asta di carne alla base, risalgono verso la cappella lucida e rigonfia, la strofinano, tornano a ridiscendere tirando verso il basso la pelle liscia e sensibile. Béa geme, stringe forte la sua mano contro il proprio ventre, poi un dolore lancinante la coglie di sorpresa, costringendola in piedi fra le lacrime. A capo chino, implorante, non vede che una lunga gonna e due scarpe appuntite. Ma riconosce la voce della donna che le torce l'orecchio chiamandola piccola sporcacciona e curiosa: è la direttrice dell'albergo. E un istante dopo, seguendo l'orecchio che la donna sembra volerle strappare, Béa si ritrova in ginocchio su un tappeto, nel bel mezzo della stanza in fondo alle scale. Sprofondato nella poltrona, il cazzo eretto sotto il nodo della vestaglia socchiusa, il vecchio padrone la guarda con aria sorpresa, e certo arrabbiata. Fa un cenno al giovanotto, che si alza in piedi arretrando di qualche passo, e scuotendo la testa l'uomo si avvicina alla direttrice che finalmente ha liberato Béa dalla presa dolorosa. «L'ho sorpresa qui sopra che vi spiava, signore. Si stava toccando impudicamente sulle scale. Credo che abbia visto tutto...», spiega la direttrice, una donna alta e magra, intorno ai quarant'anni, che ha sempre dimostrato, nei confronti di Béa, una severità esagerata, mista ad un ambiguo atteggiamento materno. L'uomo annuisce, rimane in silenzio per un tempo che sembra a Béa - che fissa il tappeto con gli occhi pieni di lacrime - interminabile. «Ma brava...», esordisce infine il padrone, con un tono che non promette niente di buono. «Dovrò dunque rispedirti all'orfanotrofio, spiegando che ti abbiamo sorpresa a spiare i clienti, masturbandoti...» Béa comincia a supplicare, con un filo di voce. La prospettiva di tornare in quel luogo di fame e sevizie la terrorizza. E il vecchio padrone, questo, lo sa bene. L'uomo si mette a camminare nervosamente per la stanza, fermandosi a un certo punto davanti ad una parete, da cui pende un frustino da equitazione. L'uomo lo prende, con gesti lenti e calcolati, poi, volgendosi verso la ragazza che non osa sollevare gli occhi dal tappeto, aggiunge: «Naturalmente, se lo preferisci, potremmo anche sistemare tutto fra di noi. Una piccola, meritata punizione, e poi amici come prima...» E' solo allora che Béa scorge il frustino. La ragazza ha paura, si vergogna a morte per il modo in cui si è fatta sorprendere, eppure non le restano grandi possibilità di scelta. Trova la forza di annuire, senza alzare il capo. Il vecchio padrone le si avvicina, con la punta del frustino le tocca il mento, facendole alzare gli occhi. «Sei proprio carina», ammette, «anche se molto impertinente e curiosa». La punta del piccolo frustino di cuoio scende lungo il collo di Béa, segue la curva dolce di un seno, si sofferma sul capezzolo che tende la stoffa ruvida della camicia da notte. E nonostante la paura, Béa sente la punta del seno inturgidirsi, fino a sembrare di voler bucare la stoffa che lo ricopre. L'uomo se ne accorge, ed emette un mugolio divertito. Fa roteare fra le dita il frustino, impugnandolo a metà dell'asta e puntando verso Béa l'impugnatura rigida fatta di osso. Il manico del frustino scivola verso il basso, segue il solco fra i seni, si insinua, fra la stoffa e la pelle, sotto il bottoncino che chiude lo scollo della camicia. Una piccola pressione, ed il bottoncino salta. Béa sente l'impugnatura liscia del frustino scivolare sotto la stoffa, scostarla offrendo allo sguardo eccitato dell'uomo la vista di una piccola rotondità rosa, orgogliosamente alta e sormontata da un capezzolo lungo e scuro. Nella penombra della stanza, dietro all'uomo, la direttrice ed il giovane cameriere si godono lo spettacolo, gli occhi incollati su quel seno che la carezza del frustino fa fremere come un animaletto impaurito. La liscia impugnatura riprende la sua esplorazione verso il basso, raggiunge l'inguine, fa aderire la camicia da notte all'interno delle cosce, rivelando la forma precisa del pube, poi, con decisione, spinge dal basso contro il sesso della ragazza, quasi a volerla penetrare così. Béa è spaventata, eppure quella pressione le fa dischiudere la bocca, e un gemito che non è di paura le sfugge dalla gola. La rotondità levigata dell'impugnatura spinge la stoffa delle mutandine fra le labbra umide della fichetta, le dischiude, ne segue il rigonfiamento. Poi il frustino torna a scendere, si insinua sotto il bordo della camicia da notte, risale verso l'alto scoprendo le ginocchia, le lunghe cosce affusolate, le minuscole mutandine bianche. Béa sente gli sguardi brucianti incollati a quel pezzetto di stoffa, troppo esiguo e leggero per non lasciar trasparire il triangolo di peli ricci e scuri che ricoprono il suo pube. «Siediti», le ordina il padrone, lasciando ricadere la camicia da notte e indicandole con il frustino una sedia che la direttrice si affretta a sistemare al centro della stanza, di fronte all'uomo. Béa si siede, obbediente. La schiena dritta, le ginocchia ben serrate, ha l'aria di una scolaretta seduta nella prima fila del coro. Si chiede, contro ogni probabilità, se la sua umiliazione non sia per caso finita, e la sua speranza rende tanto più bruciante la richiesta che, come da un pianeta lontano, la ragazza sente giungere all'improvviso, cruda e inaspettata, dalle labbra dell'uomo. «Ora, da brava, ci farai vedere quello che stavi facendo sulle scale...» Béa si sente mancare, le pare di vivere un sogno assurdo che finirà da un momento all'altro: l'uomo sta certo scherzando, vuole solo spaventarla, non possono davvero pretendere che lei, davanti a loro... Scuote la testa, e con un filo di voce, gli occhi supplici, sussurra: «Questo no, la prego, questo non posso farlo! Prometto che non succederà mai più, mi comporterò bene, ma mi lasci andare adesso, la prego...» Il padrone fa una smorfia di disappunto; si volge verso la direttrice, come a cercare una qualche soluzione all'inatteso rifiuto della ragazza. «E' un po' testarda», constata la donna, «ma posso provare a convincerla, se lei è d'accordo...». Il padrone china la testa da un lato e la direttrice, interpretando quel gesto come un segno di consenso, si porta alle spalle di Béa. La ragazza, seduta, non può vederla, ma sente le sue dita posarsi sulle spalle, scendere lentamente lungo le braccia, facendo scivolare fino ai gomiti la camicia da notte. Le mani, a coppa, si chiudono sui piccoli seni, li sollevano, li stringono l'un contro l'altro. Béa sospira, trattiene il respiro. La donna prende delicatamente fra il pollice e l'indice le punte scure dei seni, le struscia, le titilla sapientemente. Poi, di colpo, le sue dita si serrano sui turgidi capezzoli, torcendoli con inaspettata crudeltà. Il viso bagnato di lacrime, Béa si incolla contro la sedia, gemendo fino a quando le dita della direttrice non mollano la stretta dolorosa. Il padrone allarga le braccia, con un gesto di sconforto. «Credo che alla signora direttrice piaccia molto pizzicare i tuoi capezzoli. Lei crede che le punizioni dolorose si ricordino meglio... Ma tu non vuoi che si occupi lei del tuo castigo, non è vero?» Béa scuote la testa, tenendo gli occhi bassi, e l'uomo continua, suadente: «Allora su, da brava, lo sai cosa devi fare. Vedi, noi siamo curiosi...» Il vecchio padrone si fa più vicino, e la sua eccitazione è del tutto evidente. Il cazzo, di nuovo duro, tende la stoffa della vestaglia, e Béa rivede la scena spiata dalle scale. Lentamente solleva la camicetta, scoprendo il grembo. «Toglieti le mutandine», le ordina l'uomo, e Béa obbedisce, docile. Poi, senza che l'uomo debba dirle più nulla, come in un sogno in cui è spettatrice più che protagonista, la ragazza socchiude gli occhi, divarica lentamente le ginocchia e lascia che gli astanti si beino di quello spettacolo indiscreto. Le guance infuocate, la testa china a spiare se stessa, Béa inizia a masturbarsi. Si tocca, con entrambe le mani, dischiudendo le labbra umide, titillando il clitoride, penetrandosi con un dito. Nella stanza non si sente che il suo respiro, sempre più rapido. «Sei proprio una porcellina», mugola il padrone, con voce strozzata. «Se ti lascio fare, ho l'idea che vieni subito...! Ma ora faremo un gioco... Vedrai che ti piacerà.». La fa alzare e le sfila del tutto la camicia a notte, che scivola a terra. Guida quindi la ragazza verso la scrivania, la mette di spalle e, appoggiandole le mani sulle spalle, le impone di chinarsi, i gomiti e la testa appoggiati al ripiano del tavolo. «Ecco, rimani china così... Hai un bel culetto», commenta soddisfatto il vecchio padrone, accarezzandole le natiche e sfiorandole con la punta di un dito le labbra tumide che la posizione espone indecentemente. «La signora direttrice e Georges ora verranno qui, accanto a me. A turno, suoneremo il campanello, e tu dovrai indovinare chi è stato a... E' facile, no? Alla decima risposta esatta, il gioco finisce e tu puoi ritornare nella tua stanza. Ma se sbagli tre volte di seguito, paghi un pegno. Mi raccomando, però: non devi spiare come fai tu di solito, perchè altrimenti non vale, e si ricomincia da capo... Sei pronta, Béa? Chi vuole incominciare?»
Senza tuttavia dare ai compagni di gioco il tempo di farsi avanti, l'uomo inizia a percorrere con la punta del dito il solco fra le labbra umide e, trovata la calda apertura della fichetta, ve lo immerge lentamente. La direttrice, ridendo, agita allora un campanellino, facendolo squillare più volte. E l'uomo, tenendo fermo il dito, ben conficcato nella carne fremente di Béa, chiede: «Allora, piccina, chi credi che sia, di noi tre, il briccone che ha suonato al tuo cancello?»
Il cuore di Béa batte forte. «La... la direttrice?», tenta incerta, e sente i tre ridere divertiti. «Eh no», protesta l'uomo, «hai sbagliato! Eppure era semplice: non hai davvero riconosciuto il mio ditone sul tuo bel campanello?... Riproviamo ancora, vuoi?»
Questa volta, anche se Béa non lo sa, è davvero il turno della direttrice. Passato senza far rumore il campanello al padrone, la donna indica al cameriere un vasetto posto su una mensola. Se lo fa passare, lo dischiude, e ne trae una punta di crema densa e trasparente. Con l'indice ed il pollice dell'altra mano dischiude le natiche sode della ragazza, scoprendo il buchino stretto e inviolato. Ci gioca per qualche istante, depositandovi un po' di crema, poi, con decisione, spinge due dita in fondo al culetto. Il padrone fa squillare il campanello, che accompagna con il suo tintinnio il gemito prolungato di Béa. E' sempre il padrone a guidare il gioco: «Oh, ma chi è adesso che suona alla porticina per la servitù? Ce lo sai dire, Béa, chi è che ha suonato?» E la ragazza, certa che si tratti ancora dell'uomo, sbaglia nuovamente. E' il turno del cameriere: il ragazzo raccogliere da terra il frustino, ne immerge l'impugnatura nel vasetto che la direttrice gli porge, e se ne serve per violare ancora una volta il più stretto degli orifizi che la posizione di Béa offre ai tre giocatori. Béa geme forte. La cosa liscia e dura che forza il suo buchino e tende le pareti del culetto le trasmette una strana sensazione di piacere misto a dolore. E quando il giovane inizia a muovere il frustino, facendolo scivolare dentro e fuori, la ragazza prende a dimenare il culetto senza ritegno, suscitando l'ilarità dei presenti. «E' molto duro, vero?», chiede la direttrice, ridendo. Béa non risponde, ma continua a mugolare e muove il capo appoggiato al piano del tavolo, annuendo. «E indovini chi è?» insiste la donna, «Non è difficile!». «Georges...?», azzarda la ragazza, con un filo di voce. Alle sue spalle, i tre ridono, battono le mani, fanno commenti sulla virilità del giovane cameriere. «Non era esattamente Georges, Béa, mi dispiace...», fa il padrone: «Non ti ricordi il frustino di prima? Te l'avevamo detto, vero, che giocava anche lui? O ce ne siamo dimenticati? Comunque, hai sbagliato per la terza volta, e devi quindi pagare un pegno. Sarà la direttrice a deciderlo...». La donna accetta con un risolino di piacere il compito assegnatole. Sorridendo si sfila, con gesti essenziali, la camicetta bianca e la lunga gonna, cosciente dell'effetto che il suo corpo bianco e maturo ha sui due uomini. Non porta mutandine, né reggiseno (al vecchio padrone piace toccarla nei momenti e nei luoghi più imprevisti: quando la incontra in ascensore, per esempio, o quando vuole dimostrare a qualche cliente speciale le doti segrete e l'obbedienza della sua preziosa collaboratrice); non indossa che un paio di calze velate, sorrette da un reggicalze di pizzo nero che esalta il biancore della sua pelle. Lentamente, voltando la schiena agli uomini, la donna si distende sull'ampio tappeto persiano, le ginocchia sollevate e le braccia tese verso la ragazza. «Vieni, voglio leccarti la fica fino a farti impazzire... E voglio sentire la tua lingua dentro di me!». Béa ha il capogiro, la stanza ruota intorno a lei come in un sogno. E come in un sogno la ragazza si alza dal tavolo, si porta dietro la donna che stesa sul pavimento la invita. Lentamente si inginocchia sopra di lei, accostando il grembo alla lingua avida che la donna sporge, impudicamente. Quando la punta di quella lingua incontra le labbra, già imperlate di umore, del suo piccolo sesso, Béa si lascia cadere sulla donna e gemendo si mette a succhiare il clitoride gonfio che le dita tremanti offrono alla sua bocca. Béa sente la lingua della sua amante penetrarla, frugarle il solco fra le natiche, insinuarsi nel buchino del culo. Poi, mentre la donna continua a leccarla e Béa contraccambia al meglio quel bacio, le dita della direttrice dischiudono le labbra di quel giovane sesso, scoprendone l'umido accesso. E senza smettere di leccarla, la donna geme: «Vieni Georges, è tua. Prendila così, voglio vederti bene mentre la scopi, e leccare anche le tue palle». «Si, ragazzo», ripete l'albergatore, «scopatela. Ma quando sborri devi metterglielo in bocca a quella troiona della tua direttrice, e fartelo succhiare fino all'ultima goccia!». Il ragazzo non si fa pregare e, sfilati in fretta i calzoni, si inginocchia dietro a Béa, ricoprendola con il suo corpo muscoloso e affondando il volto fra i lunghi capelli profumati. Le dita della direttrice si serrano sull'asta di carne che il giovane spinge contro il sesso di Béa, la stringono forte alla base massaggiando le palle, poi guidano la cappella gonfia e lucida nell'umida intimità della ragazza. Béa sente il cazzo farsi prepotentemente strada nella sua stretta fichetta, dilatarne le pareti e conficcarsi profondamente in lei. Grida di piacere, senza smettere di leccare la donna. La direttrice, ansimando frasi rotte e incomprensibili, continua a stringere fra le dita la base del cazzo che, a pochi centimetri da lei, pompa con forza la ragazzina. La donna beve avidamente l'umore che cola copioso fra le labbra dischiuse della fichetta, infila un dito nel culo del ragazzo, lecca e accarezza le palle che si agitano sopra di lei. Per il vecchio padrone, è troppo. La vestaglia aperta, la verga enorme stretta in una mano, l'uomo pone le sue ginocchia fra quelle del cameriere e, afferratolo per le reni, affonda il cazzo, teso fino a scoppiare, nel culo del giovane, trovando in breve il suo stesso ritmo. Béa, senza vederlo, sa ciò che sta accadendo: lo capisce dai gemiti confusi e dalle poche parole dei tre che riesce ad afferrare. E le sembra che i due uomini la prendano insieme, i loro cazzi uno dentro all'altro, come certe bambole russe che la facevano sognare da bambina. Li vuole, li vuole così. Viene, ridendo, e si sente d'improvviso orfana quando il ragazzo, sulla soglia dell'orgasmo, si ritira rapidamente per infilare la cappella nella bocca che, sotto di lui, lo aspetta dischiusa ed accogliente, pronta a ricevere il seme denso che subito zampilla. Béa sa che, d'ora in poi, la sua vita all'albergo sarà diversa. E le occasioni per essere nuovamente punita, grazie al cielo, non mancheranno.
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