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Pelati e patate
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Titolo:
Pelati e patate |
Autore:
Moemi |
Contatto:
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Racconto
n° 378 |
Altri
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Marina non avrebbe fatto una piega, manco si sarebbe spostata, se le porte dell'autobus non si fossero aperte proprio in quel momento, facendo sì che lo strusciamento pelvico del passeggero dietro di lei si trasformasse in una bella spinta di bacino che la buttò fuori dalla vettura, carponi sull'asfalto. Il vigile, quando l'autobus ripartì prima ancora che lei si potesse alzare, la trovò a culo per aria e sentì il cazzo agitarsi nelle mutande, alla vista del bel culo di Marina, tondo e grande, come un cocomero maturo. "Uè, Marì...che mo vengo a prendermelo il culo, se me lo offri così..." fu il commento che gli uscì dalla bocca. "E vieni, vieni... che io il culo te lo dò, solo che con la miseria che c'hai nelle mutande non sai manco che ci devi fare!" Marina, incazzatissima, si alzò dalla strada e allungò il medio dalla mano a pugno verso il vigile, che, con moglie e figli, ancora doveva imparare a tenersi la lingua in bocca. Al minimarket dove lavorava da cassiera, sai quante ne aveva sentite sul vigile Fanelli e la sua amante, la giornalaia Chicca Montacchini, che non aveva neanche la decenza di tenere le cose segrete. Nella caduta le si era sfilata la calza. "Mavaff..." si sarebbe cambiata nello stanzino del minimarket, ma non poteva fare a meno di bestemmiare. "Buongiorno Marì, che hai fatto, sei caduta?" le chiese Nino del Bar dell'Angolo, affacciandosi sulla porta. "Buongiorno Nino...mi hanno spinto, quelli stronzi..." Bhe, non era proprio così. Era stata solo una svista del passeggero dietro di lei, che ci aveva preso gusto a premerle contro l'erezione e aveva beccato proprio il momento giusto per dare la mazzata finale. Marina non ci faceva più caso, era roba di ogni giorno sul numero 16 barrato, che prendeva per andare al lavoro. Sapeva già come facevano: spintonavano un pò alla prima curva, "oh, scusi signora", si collocavano ad un filo dalle sue chiappe e, isolato dopo isolato, frenata ed accelerata, si facevano nuovi nuovi sul suo sedere. Marina non diceva nulla, tanto di più non potevano avere, l'unica cosa che le seccava era quando lo uscivano dai pantaloni e le insozzavano la gonna di sborra, quei luridi. Nino aveva capito tutto e rideva sotto i baffi ogni volta che scendeva dall'autobus aggiustandosi la gonna. Ciccio, il garzone del bar, le passò accanto canticchiando: "...o mia bella mora no non mi lasciare non mi devi rovinare nono-nono-nono..." più puntuale di un orologio di contrabbando. "Marinabbella, quand'è che vieni a fare una pizza insieme a me?" "Ciccio, sei tanto caro, uno di questi giorni ci andiamo, a fare la pizza, ti chiamo io...mo devo andare, che sto già in ritardo." e veleggiò via con tutta la buona grazia dei suoi dieci chili di troppo, ben posizionati sul busto e sulle terga. Nino rispedì Ciccio nel bar con una pacca sulla spalla: "Lasciala stare a quella...l'unico tipo di uccello che le piace è il piccione..." Ma Ciccio non era convinto. L'avrebbe portata fuori una sera e se palo doveva prendere, palo avrebbe preso. Quando Marina entrò nello sgabuzzino del minimarket "Dal Pierone", Cecilia si stava cambiando davanti allo specchio. "Buongiorno Cecì..." "Buongiorno Marì...hai visto che sorta di menne che mi sono venute? Sembro una vacca..." Marina le guardò, le menne di Cecilia, ormai le conosceva a memoria, tante volte le aveva pesate con lo sguardo e palpate con la fantasia e gli sembrò che non ci fosse niente di strano. "Cecì, non stai manco al quarto mese di gravidanza...è ovvio che ti sono cresciute, ma mica puoi fare tutte 'ste mosse già da mo...che dice Franco?" "E che deve dire? Niente...manco mi guarda più...ogni tanto mi dà qualche colpo, giusto per contentino, un paio di su e giù, fa lo schizzo e si addormenta..." Marina era segretamente contenta che Franco non la toccasse tanto, perchè era gelosa della sua Cecilietta, e dai e dai che il marito la trascurava, fino alla fine non avrebbe avuto problemi a farle capire che non esisteva solo il cazzo... Era vero, a Marina piacevano le femmine, e da tanto. Godeva negli spogliatoi della palestra, quando giocava a "io ce le ho più grosse" con le amichette di scuola e sbagliava apposta quando doveva dare un bacio sulla guancia per darlo sulla bocca. Qualcuno nel quartiere l'aveva già indovinato, per gli altri invece era la solita bella Marinona, femmina mediterranea, con le sue menne quinta misura, le cosce piene e il culo tondo, che la dava solo se gli stava bene ma non si sapeva a chi. Faceva la gnorri, Marina. Rispondeva a tono a chi ci provava, con la faccia di quello che ti avrebbe cambiato la vita con l'esperienza il suo uccello, ma se ne fotteva degli altri, come quello dell'autobus, e gli faceva fare le cose loro, per confondere un pò le acque. Quelle che già lo sapevano, se volevano la chiamavano a casa, per invitarla a prendere un caffè, e gliel'offrivano con tanti complimenti nella camera da letto, sulla piazza del cornuto assente. Ma a Cecilia non l'aveva ancora toccata. Voleva entrare in confidenza...e con un pizzico di orgoglio, desiderava pure che fosse l'altra ad avvicinarsi. "Cecilia, ma tu glielo fai un pompino a tuo marito, ogni tanto?" Come si faceva del male! Ma doveva pur sapere che tipo era Cecilia a letto...se era disinibita o no, zoccola o frigidona? "Ma sì, ma sì...solo che c'ho la bocca piccola e non è che mi viene bene...ho paura di soffocarmi, da quella volta che mi andò di traverso la ciugomma sto sempre attenta a cosa devo ingoiare..." "Madonna e quanto ce l'ha grosso, Franco?" "E' normale...non è che sia Rocco Siffredi, che ti pensi...ma sono io...è che preferisco leccare, sono brava con la lingua, ma con la bocca piccola che c'ho..." Marina se la immaginava la bocca di Cecilia, sulla sua passerina bagnata a far vedere quanto era brava...e dentro le mutande già aveva un lago. "Hai una bocca da fica, più che da cazzo..." Cecilia la guardò ad occhi sbarrati. Aveva capito bene? "Non farci caso, parlavo tra me e me...andiamo a lavorare, mo, che se arriva Pierone rompe.." Cecilia uscì dallo sgabuzzino, ancheggiando col sedere a cuoricino davanti a Marina, che lo mangiava con gli occhi. Un'ultimo sguardo nello specchio, per legarsi i capelli riccio mogano sulla nuca, sotto il berrettino, e per vedere se erano aumentate le lentiggini, e la seguì alle casse. Neanche aveva deposto i tutti i suoi cuscinetti sulla sedia, che già Sandrina le stava alle costole. "Che lo vuoi un caffè Marina? Te lo vado a prendere io al bar..." Sandrina era secca e piccolina, servizievole come un cagnetto, e la faceva incazzare, perché invece di lavorare stava sempre a servirla e riverirla. Era un bocconcino fresco fresco, vent'anni di conservazione appena contro i suoi trenaquattro, ma non capiva quando era il momento di finirla, per qualche pomiciata che avevano fatto, non poteva stare sempre a rompere...quello che Marina non aveva. Ma non è che l'avrebbe voluto...c'erano già certi cazzi di gomma che. E poi lei sapeva il fatto suo, mica ne aveva bisogno. "Sasà...meglio che vai al banco della frutta, che se arriva Piero si incazza...mo facciamo venire a Ciccio per il caffè, tu vai, poi ti chiamo." Sandrina, con una espressione abbattuta finalmente si allontanò. Cecilia si sentì un pò in pena per lei. "Come la tratti male quella figlia...vuole solo essere gentile! Ti vuole un bene poi...sei brava con i ragazzi." Ma di più con le ragazze. Questo pensò Marina, ma non disse niente perché stavano già arrivando i primi clienti. Fu una mattina tranquilla, non c'era tanta gente, e neanche il pomeriggio avevano faticato tanto a contare quelle gran bastarde delle monetine dell'euro. Era quasi l'ora di chiusura e Cecilia, nel camice azzurro che portava sull'intimo, era più bella del solito. Dal commento di quella mattina, Marina non poteva fare a meno di guardarle le tette, che uscivano dalla scollatura come le montagnette della Mec Donald, facendole venire voglia di esaminarle con le mani. Un ricciolo di capelli neri le era caduto dal berretto, fino a scivolarle sul collo ed era così desiderabile che bisognava fare qualcosa. Tanto Sandrina era al bancone della frutta, Germano dei salumi era andato in farmacia e Pierone, il proprietario, non usciva mai dal suo ufficetto, tanto che quando non c'era non se ne accorgeva nessuno. "Cecì che cos'era quel rumore?" esclamò all'improvviso. "Quale rumore...non ho sentito niente!" "Ma sì, ma sì...dallo sgabuzzino...sembrava come se c'era qualcuno...come quella volta che Germano perse le chiavi ed entrò dalla finestra...andiamo a vedere..." Cecilia era ancora dubbiosa, lei non aveva sentito proprio niente. "Mica ci possiamo allontanare tutte e due dalla cassa, Marì..." "Mhe, non fare la cacasotto...andiamo a vedere, tanto non viene nessuno, mo...ci mando Sandrina alla cassa..." La prese per la mano e la portò verso lo sgabuzzino. "Sasà, vai alla cassa un momento, che io e Cecilia dobbiamo andare nello sgabuzzino." Sandrina non era mica scema. La conosceva vecchia a Marina e lo sapeva che da mesi lumava Cecilia perchè se la voleva fare. "Non mi posso muovere da qua. Vai tu da sola e Cecilia falla andare alla cassa." Marina, che aveva un gran caratterino, andò dritta dietro il bancone a tirarle un pizzico al braccio, dicendole tra i denti:"Non fare la stronza Sasà...vai alla cassa!" Gli occhi di brace di Marina erano eloquenti. Sandrina andò sbuffando verso le casse, con gli occhi lucidi di lacrime. "Evabbhè, ma fate presto che io con gli euri non son capace..." Finalmente Marina riuscì a portare Cecilia nello sgabuzzino. "Ma qua non c'è nessuno..." disse subito Cecilia. "Strano...mi era sembrato però...attenta alla sedia, Cecì, che cadi!" La sedia era lontana almeno mezzo metro, ma era l'occasione giusta per abbracciarla, fingendo di sostenerla. E così rimasero, a ridere come due sceme per lo spavento, abbracciate strette come per un lento. "Avevi ragione tu, Cecì... le sento, le tue bocce... sono cresciute..." "Dai, che dici... " Era imbarazzata, Cecilia. Ma non si scioglieva dall'abbraccio, forse perché Franco, da quando si erano sposati, aveva perso questa abitudine, e Marina, robusta com'era, le dava una dolce sensazione di protezione. Sentiva le sue labbra carnose poggiate leggermente sul collo, e si sentiva un po' scema all'idea di essere così a ferro da desiderare che diventasse un bacio. Già che c'era però, poteva approfittare dell'amicizia della sua collega per lagnarsi un po' , ed ottenere qualche complimento. "Sono diventata proprio brutta... " Marina la scostò da sé per guardarla. Cecilia lo sapeva di essere una bella donna. Con i capelli lunghi e neri alla Cuscinotta, legati sotto il berretto, ed il suo corpo ben proporzionato, che nulla aveva perso nei primi mesi di gravidanza, ancora attirava alla sua cassa la maggior parte degli uomini del quartiere (a parte quelli che le preferivano le donne più formose come Marina) anche se lei era sempre stata fedele al marito da quando due anni prima l'aveva sposato. Prima, bhe, prima.qualche cornettino glielo aveva messo a Franco. "Non è vero che sei brutta... sei bella invece..." e così dicendo, Marina le aprì il camice. "Sei perfetta..." e le accarezzò piano la pelle che sfuggiva al reggiseno, fino a riempirsene le mani. "Perfetta..." e tirò giù il tessuto fino a scoprirle i capezzoli, che con grande imbarazzo della loro proprietaria, si ergevano eccitati verso di lei, adulandoli poi con i pollici. Non era quello che Cecilia si era aspettata. Cercava solo un po' di attenzione ed ora quelle carezze... non voleva neanche dirle di smettere. Allora le voci che c'erano in giro su Marina erano vere...era lesbica, le piacevano le femmine... non aveva mai voluto crederci, ed ora... Marina le stava succhiando il seno scoperto, con grande competenza. Cecilia era lusingata dalle sue attenzioni e la lasciava fare, dicendosi che ci stava solo un altro pochino, solo un altro po'...che se poi non le piaceva... ma ogni tanto le tornava in mente che era una donna sposata, che stava per mettere al mondo un figlio e se la beccavano a fare porcate con Marina cosa gli dovevano dire a suo figlio a scuola?? Che vergogna! "Dai, Marì, andiamo, che se viene qualcuno...se viene Piero..." "Se viene Piero ci dà un aumento, Cecì...se ci vede a fare cose gli si drizza solo l'uccello...che ti credi, che quando sta da solo nel suo ufficetto non se lo mena pensando a noi? Eh?" E Cecilia non poteva proprio controbattere a questa cosa. "Fammi fare che poi ti piace... vedi? Hai le ginocchia deboli deboli...Ora ti metto una mano nelle mutande, come fa Francuccio... stai buona, faccio tutto io..." e così dicendo le infilò una mano tra l'elastico delle mutandine e la peluria già umida, prendendo fra le dita la clitoride gonfia e sfottendola un po'. Sotto le dita, la carne di Cecilia era dolce e cedevole, piacevolmente diversa dalle fiche delle altre signore con cui Marina era stata... e così doveva essere. Delicatamente si immerse in quell'umidore, facendole emettere un gridolino di sorpresa. Una fragranza dolciastra le arrivò alle narici, attirandole come una calamita la bocca sulla sua fonte. Bastò poco, una mano sulla spalla appena appoggiata, per far piegare Cecilia all'indietro, sugli scatoloni dei pelati che invadevano lo stanzino. Emozionata come la prima volta che l'insegnante di Italiano le aveva insegnato a leccare la fica, Marina tirò giù l'elastico delle mutandine di Cecilia, che le incorniciavano il ventre come un quadro, e chinò il suo volto lentigginoso a lambire i dolci succhi della sua amica. "Ooooh... che bello, Marì... Franco non me l'ha fatto mai così... " "Zitta, zitta... lo so... gli uomini non lo sanno come si fa sul serio... " e continuava a passarle la lingua tra le labbra aperte, infilandola ogni tanto nella fessura dilatata. Le teneva i glutei con le mani e si avvivinava la vagina di Cecilia alla bocca come una coppa di vino. E di nettare comunque si trattava, mica d'altro... sembrava di bere dai barattoli di pesche sciroppate, il liquido denso in cui galleggiano i frutti lisci come le cosce di Cecilietta. Sembrava di mettere la faccia nelle foglie di insalata fresca e riccia, e di leccare via la salsetta da sotto. Di più, ancora di più, era qualche prodotto di quelli costosi, che non si mangiano t utti i giorni, di quelle cose da festa, che ti piacciono un sacco ma non sai come si chiamano. Questo era il gusto di quella femmina aperta sui pelati, e se avesse avuto un apriscatole, ne avrebbe inserito uno succoso e cedevole nella sua apertura, tenendolo per i denti, e poi lo avrebbe mangiato. Ma cosa aveva lì a disposizione? Sacchi di patate, qualche vecchio panettone avanzato da Natale, bottiglie di vino e lattine d'olio. L'olio sarebbe servito la prossima volta, quando avrebbe portato una banana o un qualcosa d'altro per metterglielo dentro, in fica per ora, per il culo era presto... Sentiva che Franco, il culo, non glielo aveva fatto ancora, era così chiuso il pertugio sotto le dita che provavano ad introdursi. Ma intanto Cecilia, bagnata e tremante, stava orgasmando senza più contenere i gemiti e Marina fu costretta a metterle una mano sulla bocca per farla tacere. "Zitta, oh! Dovesse venire Pierone sul serio!" le intimò facendola ridacchiare. Si, ridi, bella che sei...ma poi il pompino a Pierone per non farti licenziare, chi glielo deve fare, che tu sei sposata? Marina, lo deve fare! Come l'altra volta, che Pierone aveva beccato Sandrina a farsi un ditalino dietro il bancone e lei aveva cercato di intercedere, accettando di fargli una pompa sotto la scrivania, a quel cazzetto grassoccio e corticino. Cecilia si richiuse il camice, rossa come un peperone, e si riaggiustò i capelli. "Marina..." "Zitta, va, non dire niente... lo so, sei sposata... pensaci però, se ti va fammi sapere, se no... fa niente, mica me la prendo. Siamo ancora amiche...mo vai che ti raggiungo tra un attimo, mi devo aggiustare il trucco." Marina la cacciò quasi. Aveva paura che si pentisse, che dicesse qualche cosa che la facesse sentire una zoccola... mentre lei era ancora tutta agitata e contenta, e non vedeva l'ora che Cecilia tornasse a chiederle di farlo ancora. "Marina... è bella Cecilia, è vero? Ti piace assai, è vero?" Sandrina era entrata nello sgabuzzino quatta quatta, con gli occhi lucidi e le labbra imbronciate. Non era brutta, Sandrina... solo... un po' troppo secca, troppo piallata. Aveva i seni schiacciati sotto il grembiule azzurrino, solo il sedere era piccolo e sodo. Ed era giovane... meglio che si trovasse un bravo giovane da sposare, piuttosto che iniziare a vivere una doppia vita come lei. Non era così forte, Sandrina, da sentire i pettegolezzi delle malelingue e fottersene. "Sasà che dici... è bella, ma pure tu... mica sei brutta... " "No, lo so... non dire palle... lo so che non sono tanto bella... mi vuoi un po' di bene, almeno?" Marina era commossa, quella figlia era così bisognosa d'affetto, con la famiglia che si ritrovava, che non la degnava di uno sguardo manco a pagarla. Le fece una carezza. "Ma sì, ma sì che ti voglio bene scema... vieni qua che ti do un bacio." Le labbra di Sandrina erano morbide di Labello, e sapeva della susina che si era certamente ficcata in bocca di nascosto. "Marì... senti... io ci ho pensato a te... sarebbe bello...essere unite dallo stesso uccello, come un uomo che ci scopa a tutte e due insieme... non sarebbe bello?" Sandrina la guardava con speranza, che gli era venuto in mente a quella disgraziata? "Vedi che ho trovato alla frutta... era la più grossa, la più lunga... ed ho pensato a te...così l'ho nascosta sotto il grembiule... " e così dicendo tirò fuori una zucchina incredibilmente lunga e grossa e Marina capì dove la ragazza volesse andare a parare. Sospirò, e le sorrise rassicurante. "Va bene. Lo facciamo. Ma dopo, appena se ne vanno tutti. Ora dobbiamo tornare al lavoro." "Hai promesso, Marì?" "Promesso." Le allacciò la vita sottile e la condusse fuori dallo sgabuzzino. Si voltò indietro solo un attimo, a guardare la cassa di pelati dove si era sdraiata Cecilia. Si portò le dita al naso, annusandone l'odore dolce e sorrise, pensando ai lunghi pomeriggi d'inverno che non passavano mai.
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