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Sacanaji, oltre il confine del delìrio
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Titolo: Sacanaji, oltre il confine del delìrio
Autore: Don Landis
Contatto:
Racconto n° 380
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Osservare il sorgere del sole a Milano è uno spettacolo che non ha eguali in nessuna città dell'intero pianeta: il dorato disco che infonde vita e calore, si levò lento e costante lungo la sponda sud orientale del Navìglio Grande. Porta Ticinese, ribattezzata dagli abitanti extracomunitari della zona "Puerta Chica", era un pullulare di vita: gli immigrati lusitani si recarono al lavoro, presso il mercatino rionale della Darsena; dalle pùtride e fetènti acque dei Navìgli trasudò una leggera bruma d'un vivìfico tepore che scaldò il cuore degli abitanti della zona, come il sole di Rio de Janeiro.
Nel cortile d'una casa di ringhiera due portoghesi erano intenti a cucinare una porchetta allo spiedo, mentre i loro bambini giocavano allegramente a malmenarsi fra loro su e giù per i gradini della scalinata. Una donna di colore, seduta fuori dalla propria abitazione, stava riducendo in poltiglia del mais misto tapiòca, utilizzando un rudimentale mortaio costituito da due pietre levigate.
A Milano, oltre a non fare freddo, non si smette un minuto di lavorare: erano le quattro del mattino quando Pedro il carrettiere uscì dal cortile della propria abitazione, con il suo carico di cartoni riciclati; un gatto spelacchiato accompagnò l'uomo, standosene comodamente adagiato sopra il barroccio, miagolando ogni tanto a causa della fame.
Nel mese di luglio, a quell'ora del mattino, l'afa non faceva ancora boccheggiare le persone, cosicché Ivo Minaro decise di recarsi nel capoluogo lombardo per far la spesa, trascorrendo alcune ore fra la vera gente di strada, abituata a lavorare in qualsiasi condizione atmosferica. Ormai di milanesi a Milano ce n'erano rimasti pochi: la stragrande maggioranza degli abitanti era costituita da immigrati di colore, spagnoli, cinesi, pakistani, singalési e tanti, tantissimi portoghesi che s'erano accaparrati i quartieri più malfamati della città a suon di sparatorie e coltellate.
Ivo partì dalla propria abitazione di Baranzate verso le quattro e trenta del mattino, a bordo del suo mitico pandino rimesso a nuovo dopo la serie d'incidenti avuti qualche mese addietro sulla tangenziale ovest, a causa del troppo alcol che bevette.
Venti minuti più tardi il buon Minaro era immerso in un bagno di folla: il mercatino rionale sembrava come la fermata "Duomo" della metropolitana nell'ora di punta, ossia un casino immane di gente!
I commercianti stavano ancora esponendo la mercanzia sulle bancarelle; ogni singolo prodotto era accompagnato da un'etichetta, scritta a mano, indicante il nome dello stesso in cinque differenti lingue: portoghese, spagnolo, arabo, cinese ed infine italiano.
Un via va di persone manteneva viva la singolare atmosfera del mercatino; implicato in quel pittoresco contesto, Ivo s'accese una "Futura" cercando di farsi largo fra la calca di persone. Un miscuglio di lingue e profumi si levarono da ogni angolo della strada: in particolar modo l'attenzione di Minaro fu catturata dalla spettacolare performance di un fruttivendolo cinese, che intagliava sia gli ananas sia le angurie, realizzando delle vere e proprie sculture raffiguranti draghi e personaggi della tradizione del sol levante.
Fra il banchetto dei macellai arabi e quello degli impagliatori di sedie dell'isola di Madeira, trovava ubicazione un'orchestrina sudamericana intenta a suonare degli allegri motivi; in particolar modo ripetevano in continuazione il brano reso famoso da Riccardo Ray & Bobby Cruz dal titolo "Cha cha Huele Chango", a ritmo di un caliente merengue.
Ivo si sentiva in pace con sé stesso ed il mondo intero; si fermò ad un baracchino per fare colazione: patate Canarie con salsa mojo piccante ed un Pampero per sciacquarsi le budella. Terminò la colazione senza fretta, dopodiché acquistò ciò di cui abbisognava; mentre curiosava fra i banchetti, mercanteggiando sui prezzi dei prodotti, il suo sguardo fu rapito da una bella ragazza mulatta che vendeva sigari e tabacchi d'ogni sorta. Ivo s'accostò alla bancarella cercando un primo approccio con la sigaraia: "Ciao bellezza, hai per caso della bamba venezuelana?", le domandò con fare disinvolto.


"Seguro senor!", gli rispose la fanciulla, con voce un poco baritonale.
Ivo rimase perplesso dal tono non propriamente femminile: "Ma sei una donna?", le domandò incuriosito senza mezzi termini.
"Certo che sono donna! Vieni a fare un giro sulle mie curve.", lo invitò la "signorina" dalla voce maschile, accarezzandosi entrambi i seni, scendendo progressivamente con le mani fin giù sopra le cosce.
"C'è qualcosa nella tua voce che non mi convince. Come ti chiami e quanto vuoi?", le domandò Ivo sempre più attratto dall'ambigua creatura.
"El mio nome est Mariluna. Mio prezzo muy bueno senor: trenta ji bocca, cinquanta l'amore!", rispose il viado, cercando d'accaparrarsi la simpatia di Ivo.
Minaro intuì che trattavasi di un uomo; pensò qualche istante, giusto il tempo per afferrare il coraggio con entrambe le mani, dopodiché le disse: "Muy bien Mariluna; te quiero de chuparme la pinga por venti euro! Est una question de dinero.".
Mariluna accettò la tariffa offertale da Ivo, successivamente lo fece accomodare all'interno del proprio furgone. Ivo si sdraiò supino sopra una stuoia di cocco, lasciando che il viado espletasse la propria mansione: Mariluna estrasse il pene di Minaro, incominciando a masturbarlo vigorosamente. Non appena la "pinga" di Ivo raggiunse il culmine dell'erezione, il viado serrò le poderose mascelle attorno all'asta di carne, pompandola su e giù con la bocca, tenendo ben salda la base del membro con entrambe le mani.
"Ohhh, me gusta! Chupa, chupa mas fuerte!", incitò Ivo la "signorina".
Mariluna non impiegò molto a disbramare il proprio cliente: pochi e sapienti movimenti di lingua inferti nei punti giusti, furono sufficienti per assaporare il tiepido nettare del ragazzo.
Minaro eiaculò in bocca al viado, il quale s'avventò sull'attributo con maggior accanimento: le labbra di Mariluna erano ben serrate attorno al pene, mentre la sua lingua si dimenava vorticosamente sul glande cercando di costringerlo fra le spire del suo vellutato abbraccio, analogamente come un'anaconda cerca di soffocare la preda che ha appena catturato fra il mortale abbraccio del proprio corpo.
Mariluna ingoiò tutto il giulebbe rilasciato da Ivo, il quale, prima ancora di ricomporsi, infilò nel décolleté del viado una banconota da venti euro, forse per paura di ritrovarsi fra le mani, o chissà in quale altra parte del corpo, trenta, o forse più, centimetri d'autentica e nerboruta fava brasiliana.
Prima che Ivo sortisse dal furgone la "signorina" gli vendette due etti di pura bamba venezuelana di primissima scelta.
"Obrigado senor! Quando vorrai ancora far l'amore con me, saprai dove trovarmi!", lo salutò Mariluna.
Non erano ancora le sette del mattino ed Ivo aveva già mangiato le patate, bevuto il suo bel Pampero e s'era fatto suflonare la matranga da un travone brasiliano; con i sacchetti della spesa fra le mani il signor Minaro si diresse verso la propria automobile, rincasando susseguentemente in quel di Baranzate, dove la "Colombuccia", la convivente colombiana, attendeva con trepidazione le provviste poiché doveva cucinare un elaborato piatto a base di porcellini d'india accompagnati da anacardi, cipolle, miele del Cile e cotenna di porco, il tutto annaffiato con aceto e sidro d'avocado.
Minaro consegnò alla "Colombuccia" la spesa, dopodiché si mise a dormire. Doveva iniziare il turno di lavoro alle quattordici, così pensò bene di riposare qualche ora prima di affrontare un duro pomeriggio in magazzino.
Poco prima delle tredici, la colombiana svegliò il proprio compagno: "Mira Ivo! Est ora de levàrte por andar a trabacàr", gli disse in modo brutale.
Quell'istesso pomeriggio la "Colombuccia" sarebbe partita alla volta di Bagnara di Romagna, per far visita a sua sorella trasferitasi da poco in Italia; solamente due o al massimo tre giorni di permanenza fuori casa, dopodiché sarebbe rientrata per accudire il suo amato Ivo.
Minaro si alzò dal letto stropicciandosi gli occhi: "Digame, a que l'ora parte el treno por Bologna?", le domandò incuriosito.


"Alle cinco en punto! Regorda Ivo: ti ho preparado la pietanza que te gusta mucho. Est nel refrigerador!", rispose la "Colombuccia" mentre riponeva nel borsone gli effetti personali.
L'uomo non poteva chieder di meglio dalla vita: due o tre giorni da trascorrere in santa pace, senza quel cane da guardia della convivente che gli impediva di ubriacarsi, di fumare e di andare in vita.
Ivo salutò la "Colombuccia" con la gioia nel cuore, successivamente si recò al lavoro contento come un pascià.
Quando Minaro smise di lavorare erano le ventidue: una miriade di stelle splendevano nel firmamento, rischiarando le notti brave dei milanesi.
Ivo aveva voglia di trasgredire pesantemente: voleva approfittare dell'assenza della "Colombuccia" per rivivere quei magici momenti da single, libero di compiere ciò che in quel preciso istante il suo animalesco istinto gli dettava.
Poco dopo le ventitré Minaro rincasò nella propria dimora: fece la barba, una tonificante doccia e si gettò a capofitto nella vita notturna del capoluogo milanese. Dapprima si fermò al baracchino dell'ortomercato a bere un paio di "Ceres", giusto per preparare il fondo allo stomaco. A bordo del suo pandino si recò successivamente al baracchino del Ciamba, presso l'Alzaia Navìglio Grande, proprio dirimpetto a Corso Ripa di porta Ticinese: "Uè Ciamba, come ti butta stasera?", lo salutò Ivo sorridendo a trentadue denti.
"Ciao Ivo, come mai da queste parti?", gli domandò l'ambulante ben contento di vederlo.
"Sono a casa da solo, e così.".
Il Ciamba, che era un uomo di mondo, intuì perfettamente la situazione: "Ho capito perfettamente; hai voglia d'intingere il biscotto in una scodella differente, magari più giovane!", gli disse ironicamente, passandogli una mano sui corti capelli.
"Bravo, vedo che hai occhio. Dai Ciamba, preparami un bel panino con la salamella, uno con wurstel e crauti, un litrazzo di birra e il tuo mitico V-power!", gli disse Ivo sfregandosi le mani l'un l'altra.
Il baracchino del Ciamba era il punto d'incontro dei delinquenti della zona. Col suo grembiule sporco di sangue, unto di grasso animale e màdido di sudore da far schifo, il Ciamba rifocillava sia i papponi sia i mignottoni dei quartieri metropolitani della Barona, Moncucco e Giambellino.
Mancavano venti minuti alle tre quando Ivo, giunto all'ottavo panino ed al dodicesimo bicchiere di V-power, notò sopraggiungere due mignotte di colore, due zòccoloni immani, insomma due donne!
Le ragazze ordinarono da bere al Ciamba; Ivo fece il brillante, offrendo loro un paio di birre: "Ciao donnacce di basso borgo, anche voi qui a fare il pieno? Oggi offre il sottoscritto!", le salutò il buon Minaro.
Fu così che Ivo ruppe il ghiaccio con le signorine, originarie della Repubblica Dominicana che lavoravano in un ambiguo localaccio della Barona, uno di quelli con le insegne fluorescenti color rosa fenicottero, mezzo pub e mezzo night.
Maria Amparo e Janina accettarono di rinfrescarsi la gola a spese di Ivo: d'altronde dopo una serata trascorsa ad ingoiare lo sperma dei clienti, una sana birra era proprio quello che ci voleva.
Le ragazze, Minaro ed il Ciamba parlarono del più e del meno fin verso le quattro e trenta del mattino; Ivo trovava piacevole intrattenersi con le "lucciole" dei locali, scambiare quattro chiacchiere con loro in assoluta libertà, senza che queste ultime si sentissero in debito di ricompensarlo in natura.
Pochi minuti dopo un'"Alfasud" color viola arrestò la propria corsa nei pressi del baracchino: scesero quattro loschi individui, sulla sessantina, dei veri "zanza maranza" nonché papponi d'un gruppo di ragazze bulgare che battevano lungo la Darsena.
Tutti e quattro avevano i capelli lunghi d'un colore indefinito, un grigio misto giallo, impomatati con gel e raccolti dietro la nuca in un codino che conferiva loro un aspetto squallido e minaccioso; incominciarono a litigare fra loro per futili motivi, prendendosi a bottigliate sulla testa e gridando come indemoniati, mentre imprecavano in stretto dialetto campano.


"Forza, tutti dentro il baracchino!", disse il Ciamba ai propri clienti.
L'ambulante chiuse i battenti del proprio furgone in un battibaleno, prima che gli "zanza maranza" potessero coinvolgerli nella rissa.
"Adesso ci penserò io!", esclamò il Ciamba, estraendo il telefono cellulare e componendo il numero della Polizia; il Ciamba spiegò telefonicamente agli agenti ciò che stava accadendo.
Nel frattempo i loschi "zanza maranza", dopo essersi ben malmenati a vicenda, risalirono in macchina e sfrecciarono via sgommando in direzione di Piazza XXIV maggio.
Pochi minuti dopo una volante della "madama" raggiunse il luogo del misfatto; il Ciamba si precipitò verso gli agenti: "Sono appena andati via, dopo essersi picchiati selvaggiamente!".
"Si calmi signore: è lei che ha telefonato?", gli chiese uno dei due poliziotti.
"Sì, sono io! Lavoro al baracchino", rispose il Ciamba additando il proprio furgone.
Gli agenti lo guardarono con sospetto: "E quelle persone chi sono?", gli domandarono gli sbirri, riferendosi ai due troioni dominicani e ad Ivo.
"Sono tutti amici miei", rispose l'ambulante.
I poliziotti decisero di compiere accertamenti riguardo ai presenti: "Forza, documenti prego!".
"Ma come! Sono io che vi ho chiamato perché c'erano quattro facce da scappati di casa che si prendevano a bottigliate, ed ora mi chiedete i documenti? Roba da matti!", ribatté il Ciamba incredulo.
"Favorisca inoltre la licenza ed il libretto sanitario", lo invitò un poliziotto.
Il Ciamba ed il resto della compagnìa dovettero esaudire le richieste della "madama"; il povero venditore ambulante, povero si fa per dire, impiegò più di un'ora a stampare via fax i tabulati fiscali del proprio esercizio.
Fortunatamente gli agenti di pubblica sicurezza non riscontrarono nessuna irregolarità; persino i documenti delle due zòccole erano conformi alla normativa vigente.
"Va bene, tutto in ordine! Sui passaporti delle signorine però, manca la vidimazione d'ingresso.", aggiunse un agente.
Ivo guardò il Ciamba negli occhi, come se volesse comunicargli che i due sbirri, per sorvolare sulla mancanza, necessitavano d'un contentino extra.
Le dominicane, che eran sì troie ma non deficienti, compresero perfettamente le occultate richieste del poliziotto: "Se vieni un attimo nel furgone, ti faccio io la vidimazione della pinga, senor!", gli disse Janina, la più carina delle due.
Barsanofio, il poliziotto che riscontrò l'irregolarità, non attendeva altro: mentre il collega Altomare, moralmente più integèrrimo, rimase in compagnìa del Ciamba, Ivo e Maria Amparo, Barsanofio fu condotto da Janina all'interno del baracchino.
La dominicana possedeva un fisico mozzafiato: un seno da paura, del tipo che se t'avesse preso a tettate avresti dovuto redigere la constatazione amichevole, vita snella e pube rasato, arti inferiori ben torniti ed affusolati, terminanti in due strette caviglie contornate entrambe da due catenelle in oro zecchino.
Janina si spogliò senza dir nulla; si prostrò al cospetto di Barsanofio, con la bocca all'altezza del suo sesso. Le mani della dominicana liberarono il membro dell'agente dalla costrizione della divisa; prima che questi potesse intuire ciò che stava accadendo, il suo pene si trovò imprigionato fra le labbra di Janina, la lingua della quale arrecò piacere all'uomo.
Nel frattempo il collega Altomare stava scambiando quattro chiacchiere con le altre persone: "Il mio compare è un tipo imprevedibile.", cercò di giustificarsi l'agente.
"Ma quale tipo imprevedibile! Quello ha visto la figa e gli è venuta semplicemente voglia di fottere! Andate bene voi poliziotti: in questi casi vi scopate sempre le troie che vi càpitano sottomano! Sacanaji!.", gli disse Minaro, pronunziando l'ultima parola del discorso a squarciagola.
Dopo aver succhiato ben bene la verga di Barsanofio, la porca Janina era ora prostrata alla pecorina, intenta a farsi sbattere come una lurida cagna; il poliziotto cingeva la donna per i fianchi, impartendo alla propria pelvi dei violenti movimenti: "Siii, vengooo!", gridò Barsanofio poco dopo, estraendo il membro dalla vagina della dominicana, aspergendole il proprio seme sulle rigogliose natiche.


"E' in regola ora il mio passaporto?", domandò la meretrice all'agente corrotto.
"Certamente! Sei stata bravissima nell'intostrami l'uccello: si vede che sei del mestiere!", le disse Barsanofio visibilmente soddisfatto.
Mancava un quarto d'ora alle sei, quando i poliziotti se n'andarono. Il Ciamba era esausto, desiderava unicamente andarsene a casa a riposare; Maria Amparo e Janina invitarono Ivo a casa loro, nel quartiere della Barona vecchia, poco distante da dove si trovavano: "Ragazze non posso! La "Colombuccia" mi ha preparato i porcellini d'india.", rispose Minaro con titubanza.
"Dai Ivo, vieni a casa nostra: faremo tutti assieme un bel sacanaji!", cercò di persuaderlo Maria Amparo.
"Uè ragazze: non salterà mica fuori che siete travoni! Ho già avuto la mia bella esperienza ieri mattina al mercatino rionale. Ho fatto sacanaji con un viado brasiliano! Delìiiiirio.", disse loro Minaro ridendo come un imbecille.
Il Ciamba salutò tutti quanti: "Io vado a dormire! Se volete ci rivedremo domani alla stessa ora!".
"Lo vedi che sei un pirla? Ti ho già detto che domani sera sarò alla fiesta latinoamericana con dei miei colleghi!", s'inalberò Ivo.
Janina strattonò Minaro per il braccio: "Forza Ivo, vieni da noi; vedrai che non ti pentirai!", gli disse la dominicana.
Minaro e le ragazze salutarono il Ciamba, incamminandosi sùbito dopo alla volta della Barona vecchia. L'allegro trio giunse in prossimità d'un cortile di una vecchia casa di ringhiera, dove il buon Minaro era forse il primo italiano che varcò la soglia di quel fatiscènte stabile, da sempre abusivamente occupato da sudamericani della peggior specie.
Un forte odore di pesce saturò l'aria nei pressi della scalinata che conduceva agli appartamenti; si poteva palesemente respirare la frizzante atmosfera tipica delle città brasiliane. Nel cortile razzolavano una moltitudine di polli, galline e tacchini: una vera fattoria in piena città, insolito particolare per chi vive a Milano.
L'appartamento dei puttanoni si trovava al terzo piano; mentre Ivo salì lentamente le scale, dovette aggirare una donna sdraiata supina sui gradini, intenta a trarre beneficio dal cunnilingus che le stava praticando un uomo di colore.
Minaro osservò eccitato la scena: "Non preoccuparti Ivo! Da noi è normale fare sacanaji un po' dove capita!", gli disse Janina.
Giunsero all'uscio dell'appartamento; prima che potesse varcare la soglia, l'udito di Ivo fu rapito da lamenti femminili emessi con forte passione: "Non preoccuparti! E' la nostra vicina di casa che sta facendo sacanaji con suo padre e sua cugina, la più puttana di noi tutte!", intervenne Maria Amparo.
Minaro osservò con aria sbigottita Janina: "Ma questo caseggiato è tutto un sacanaji? Sono qui da due minuti e noto che tutti stanno ciulando a tamborloni!", le disse meravigliato.
L'appartamento delle zòccole constava d'un ampio salone e niente più; praticamente trattavasi d'un monolocale, sapientemente arredato con gusto dominicano: un vero schifo! Il bagno era in comune con il resto degli inquilini del piano, ubicato all'esterno in fondo alla ringhiera.
"Vuoi sentire un po' di musica?", domandò Janina ad Ivo.
"Sì: hai per caso qualche disco di Gilberto Gil o Chico Buarque?".
"No, mi spiace. In compenso ti farò ascoltare dell'autentica musica cubana", rispose la donna.
Fu così che Janina recuperò un LP di Compay Segundo dal titolo "Lo mejor de la vida", creando l'atmosfera propizia per espletare un sacanaji coi fiocchi.
Maria Amparo non era una ragazza avvenènte, ma in compenso possedeva una carica erotica così forte da far tirare l'uccello persino ad un uomo con problemi d'impotenza; la dominicana preparò il divano letto, si spogliò invitando Ivo ad accarezzarle il formoso e robusto corpo: "Ti piace toccarmi il seno?", gli disse. Ivo annuì, continuando a perlustrare ogni remoto angolo della carne di Maria Amparo.
Nel mentre la porca Janina slacciò i calzoni dell'uomo, estraendogli il bazzòtto membro per poi imboccarlo voracemente.


Minaro sussultò dal paicere quando avvertì la lingua di Janina sul proprio glande; in men che non si dica il suo pene divenne turgido come l'acciaio, pronto a perforare sia le vagine sia i deretani di entrambe le straniere.
Fu un vero e proprio sacanaji: le dominicane si fecero sbàttere a dritta e a manca senza ritegno, urlando come scrofe in calore.
"Altro che punto G: ti faccio provare tutte le lettere dell'alfabeto! Mi limo la lingua e ti piallo il clitoride, troia!", gridò Minaro rivolgendosi a Maria Amparo, mentre le stava praticando un cunnilingus da "guinnes dei primati".
Ivo sodomizzò Janina brutalmente, mentre le note della canzone "Es mejor vivir así" di Compay Segundo risuonavano per l'intero monolocale e non solo.
Successivamente toccò a Maria Amparo, la quale ebbe il piacere di procurare l'orgasmo all'uomo: Minaro inondò la schiena della dominicana; un tiepido schizzo raggiunse persino i capelli della prostituta, impiastricciandoli visibilmente. Entrambe le bocche delle ragazze s'avventarono sul membro di Ivo, per fare in modo che nemmeno la più piccola goccia di sperma andasse sprecata.
"Che sacanaji!", eslamò Minaro con le lacrime agli occhi.
Erano quasi le undici del mattino quando Ivo e le ragazze si sedettero sui gradini della scalinata, bevuti come spugne e fumati come turchi: "Oh Janina, hai per caso della bamba da fumare?", le chiese Ivo, non poco alterato dall'eccesso di sesso, alcol e fumo.
"No, l'ho finita. Se però vai in fondo alla ringhiera, troverai stese ad essiccare delle foglie di marijuana!", rispose la donna.
Ivo notò con stupore che su tutti i fili stendibiancheria della lunga balconata erano dispiegate foglie e piantine di marijuana; anziché approfittare della situazione Minaro preferì accendersi una "Futura", offrendone un paio anche alle zòccole.
I tre fumarono in silenzio, standosene seduti sui gradini, ascoltando il testo della canzone di Compay Segundo "La juma de ayer", incominciando a piangere come disperati alle prime note del malinconico motivo.
A Milano non fa freddo, soprattutto se si trascorre una notte lontano dalla "Colombuccia", si beve e si fuma come disperati e si fotte come porci; e tutto questo Ivo lo sapeva. Eccome se lo sapeva!
Prima di mezzogiorno Ivo invitò le ragazze a pranzare: "Vi porterò in un bel posticino tranquillo.".
A bordo del mitico pandino, raggiunsero la trattoria "El toro imborrachato" in Via Verziere; il sole a quell'ora spaccava i sassi ed apriva il deretano alle lucertole, il caldo era insopportabile tanto che la matrona Dolores, proprietaria della trattoria, aveva entrambe le tette sudate: "Oggi potete scegliere fra il menù a prezzo fisso o tornarvene da dove siete venuti!", accolse loro la scorbutica Dolores.
Ivo guardò all'interno della scollatura della matrona: "Non si può avere un bel bollito di vacca con la mostarda?", le disse Minaro, ridendo come un idiota.
Il menù a prezzo fisso constava in un minestrone alla piacentina, seguito da rognone trifolato con contorno di fagioli e cipolle, il tutto accompagnato da tre litri di barbera, quello bello nostrano che ti lascia le labbra viola e colora di rosso il vetro del bicchiere.
Ivo e le troie s'ingozzarono come facoceri: mangiarono tutto, spazzolando ben bene i piatti e tracannando un litro di vino procapite. A pasto ultimato Minaro riaccompagnò le meretrici alla Barona vecchia: "Ciao ragazze, è stato un vero piacere fare sacanaji con voi; alla prossima!", le salutò.
Maria Amparo e Janina ringraziarono e baciarono Ivo, dopodiché rincasarono; il buon Minaro decise anch'egli di tornare al proprio domicilio, anche perché gli effetti del barbera nostrano incominciarono a farsi sentire. Stava percorrendo in macchina Via Lodovico il Moro, quando poco prima della stazione ferroviaria di San Cristoforo, notò due anziani pescatori intenti ad armeggiare con canna e lenza; Minaro accostò il pandino scendendo da quest'ultimo, dirigendosi speditamente verso i vecchietti: "Allora, cosa si tira su oggi? Con una bella giornata così dovreste avere il cestino pieno!", esordì Ivo.
Uno dei due uomini lo guardò con aria rassegnata: "Ci siamo dimenticati a casa la pastura! Non stiamo prendendo un granché", gli rispose.


Che cos'è il genio? Prontezza di riflessi per saper cogliere l'attimo propizio nel quale intervenire; Minaro, senza esitazione, ebbe un goliardico lampo di genio: "Ve la do io la pastura!", disse loro, avvicinandosi maggiormente alla sponda del Navìglio Grande. Ivo estrasse il proprio attributo, orinando allegramente nelle acque del canale, sotto gli sguardi increduli dei due vecchietti: "Ma sa l'è adrèe a fà cüsèe?", borbottò uno dei due pescatori.
"Va via bïgul, ca ta m'inquinat tücc el pess!", ringhio l'altro, inveendo contro Minaro, il quale rideva come un vero ebete mentre drenava la propria vescica nelle già inquinate acque del sudicio Navìglio.
Quando terminò d'orinare, Ivo, sotto l'effetto dell'alcol, ammonì i due poveracci: "E ricordate. Un uomo che non unisce i quadri della propria mente travagliata, è un pirla!".
I due pescatori guardaronsi in faccia, non riuscendo a comprendere il significato di quella frase contorta, priva di logica apparente.
Fu così che il buon e temulènto Minaro si rimise alla guida della propria vettura, alla volta di Baranzate di Bollate.
A Milano non fa freddo, soprattutto se ci si reca al lavoro dopo una nottata consumata al baracchino del Ciamba ed una mattinata trascorsa alla Barona vecchia a far sacanaji con due puttanoni dominicani, e tutto questo Ivo lo sapeva; ma a Milano fa sempre meno freddo se dopo aver trascorso un pomeriggio, e parte della serata, in magazzino ci si reca alla fiesta latinoamericana in quel di Assago; e tutto questo Ivo lo sapeva. Eccome se lo sapeva!
Minaro poteva stare tranquillo: la "Colombuccia" era fuori casa, perciò poteva ancora darsi alla pazza gioia, compiendo delìrio e sacanaji a volontà. La fiesta latinoamericana di Assago era un vero spettacolo; cibo, alcol, fumo e puttane: i quattro elementi dominanti del pianeta Minaro, proprio come terra, acqua, vento e fuoco lo sono per quello sul quale noi tutti viviamo.
Come mai Ivo, dopo aver trascorso un'intera giornata d'autentico delìrio, si recò al lavoro pur non essendo minacciato dalla propria convivente? La risposta è semplice: doveva accordarsi con i colleghi riguardo agli ultimi dettagli inerenti alla fiesta.
Ivo Minaro, Dino Ulivi, Ciccio Landis (cugino dell'autore di questo racconto) e Massimo Còllez; quattro animali depravati, uno più maiale dell'altro, con in testa un solo obiettivo: fottere! Soddisfare il proprio primigènio istinto sessuale scopando con donne sia giovani sia attempate, era per loro una missione da compiere, un vero e proprio stile di vita.
Solamente Ivo non guardava in faccia nessuno nel momento del delìrio: per lui donne o uomini non faceva differenza alcuna, l'importante era infilare l'attributo fra due lembi di carne umana. Per Minaro compiere un sacanaji omosessuale anziché un sacanaji eterosessuale era del tutto indifferente: a buon intenditor, poche parole!
Quella sera i quattro colleghi sortirono assieme dall'azienda poco dopo le ventidue: "Per fortuna anche per oggi è finita!", sbuffò il Còllez, forse l'unico dei quattro ad aver lavorato un paio d'ore su un turno di otto.
"Ivo, oggi l'hai proprio combinata grossa! Sei un idiota, lasciatelo dire! Non si viene al lavoro ubriachi e soprattutto non ci si mette alla guida della "capretta" in quelle condizioni", lo ammonì nuovamente Dino.
Minaro aveva urtato con la "capretta elettrica" un pilastro portante del capannone: non solo aveva danneggiato seriamente la struttura dell'edificio, ma aveva anche completamente distrutto il lettore badge, fissato al pilastro incriminato.
Ivo si mise a ridere: "Oh l'Ulivi, lo sai che bello! Quando ho sentito "La juma de ayer" di Compay Segundo, mi è presa una tristezza! Io e i due puttanoni siamo scoppiati a piangere. Dio mio quante lacrime abbiamo versato!", disse Minaro continuando a ridere come un imbecille.
I quattro maiali salirono a bordo della Mitsubishi Space Star GDI di proprietà dell'Ulivi, dirigendosi alla fiesta in quel di Assago.
Giunsero all'ambita mèta poco prima delle ventitré; a Milano non fa freddo, soprattutto se appena parcheggiata l'auto, si è assaliti da una miriade di zanzare grosse come elicotteri: "Porca troia, ho lasciato a casa l'Autan!", esclamò Ciccio.


"Tranquilli ragazzi, ho sempre con me lo spray contro le zanzare", disse il Còllez, estraendo la miracolosa lozione dal taschino della camicia.
Dino, Ciccio e Massimo si cosparsero collo e braccia con l'"Off", gentilmente offerto dal Còllez, mentre Ivo preferì al rimedio chimico uno del tutto naturale. Minaro si diresse verso un baracchino che vendeva salamele di cinghiale: "Mi scusi buon uomo, ha per caso due o tre spicchi d'aglio da darmi?", chiese Ivo all'ambulante, il quale lo guardò in malomodo.
L'uomo estrasse da sotto il bancone una testa intera di aglio: "Tieni sporco albanese, è tutta tua!".
Minaro afferrò l'aglio dalle mani dell'ambulante, in seguito lo ringraziò: "Grazie buon uomo. Comunque io non sono un albanese, pirla delle favelas! Albanese sarai tu e quella puttana di tua madre!".
Fra i due stava scoppiando una vera e propria rissa: per fortuna l'intervento della security fu imminente, prima che i litiganti potessero mettersi le mani addosso.
"Ivo sei un idiota all'ennesima potenza! Non abbiamo ancora varcato l'ingresso e sùbito rompi i coglioni alla gente", gli disse il Còllez strattonandolo per un braccio.
Dopo aver sbucciato e tagliato a metà alcuni spicchi d'aglio, Minaro si cosparse con questi viso, collo e braccia: "Io non mi fido di quelle minchiate chimiche con le quali vi siete impataccati.", disse Ivo al resto della compagnìa.
Minaro puzzava d'aglio da far vomitare: le zanzare non lo importunarono più, ma in compenso anche le altre persone gli giravano alla larga, guardandolo con sospetto e compassione.
"Ivo e se qualche bella vampira ti volesse succhiare la matranga, come farai?", gli domandò ironicamente Ciccio Landis.
Tutti e quattro si misero a ridere a perdifiato, mentre s'incamminarono verso il botteghino d'ingresso.
La fiesta latinoamericana è un evento da non perdere: si mangia, si beve, si balla e si fotte! Cosa chiedere di più dalla vita? Forse scoparsi una dozzina di donne? Tutto questo è possibile alla fiesta, basta entrare e farsi trasportare dai ritmi calienti della musica latinoamericana, abbandonando sia i pensieri sia i problemi del quotidiano vivere, lasciandosi trascinare dal vortice dell'atmosfera e dello spirito che la manifestazione offre ai suoi clienti, riassumibile in un'unica parola la quale racchiude l'universo del delìrio più sfrenato: sacanaji.
I ragazzi si ritrovarono in un altro mondo, non appena varcarono il cancello d'ingresso: sembrava veramente di essere in Brasile; una moltitudine di persone sudamericane trovavano impiego dietro i vari stand e baracchini che vendevano souvenir, artigianato tipico locale, liquori e cocktails tropicali.
In ogni angolino c'era un'orchestrina che suonava melodie tipiche latinoamericane, dal merengue alla salsa, samba, rumba e cha cha cha.
Una moltitudine di ristoranti erano dislocati un po' ovunque: dall'argentino al venezuelano, peruviano, colombiano, brasiliano, cubano e chi più ne ha più ne metta! La vera attrazione dell'intera fiesta, era costituita dal sambodromo, che constava di un'area coperta dentro la quale la gente poteva ballare al ritmo di musiche caraibiche suonate da un orchestra composta da sei elementi di circa ottant'anni ciascuno: un vero spettacolo!
Oltre al ballo, il sambodromo era l'unica area nella quale si poteva espletare, dopo una cert'ora, il sacanaji più sfrenato.
"Oh gente, andiamo a bere un aperitivo al bar brasiliano", disse Minaro rivolgendosi agli amici.
L'Ulivi adocchiò un chioschetto tappezzato di bandiere del Brasile: "Qui va bene?", domandò alla truppa.
Il Còllez confermò: "Dai, buttiamoci qui! Mi sembra un bel posticino".
Gli amici si sedettero sugli sgabelli prospiciènti al bancone; immediatamente comparve un uomo, sulla cinquantina, molto grasso, quasi obeso oserei dire: "Ditemi signnò! Ca vulit' accà uorrà?", disse loro, mentre s'asciugò le mani nel grembiule.


Minaro si alzò in piedi; rivolgendosi sia a Dino sia a Massimo li insultò senza pietà: "Ma siete dei coglioni! Porca troia, avete scelto l'unico baracchino brasiliano gestito da un napoletano! Dai branco di imbecilli, alzate il culo da 'sto cesso di posto, vi porterò io in un vero bar brasileiro!".
Il resto della compagnìa obbedì senza indugio; Ivo condusse gli amici in un localino veramente niente male: musica dal vivo, rhum come se piovesse e tante belle figliuole mulatte che servivano ai tavoli: "Questo è un bel posto!". Esclamò Ciccio visibilmente soddisfatto.
Ordinarono tutti quattro mojito: "Uè topa da sacanaji, non fare la furba con un professionista del bicchiere come me! Butta dentro un bell'Avana sette, mica venire qua con un Avana tre, mi sono spiegato?", disse Minaro alla cameriera, allungandole una mano sulle natiche.
La brasiliana intuì che aveva a che fare con un "Professore dell'alcol", gran puttaniere nonché sacanajista esperto.
La ragazza portò loro da bere: quando si chinò per appoggiare il vassoio sul tavolino, sfiorò involontariamente con il prosperoso seno la spalla e la nuca del Còllez, il quale ebbe un'erezione imminente: "Uè Massimo, ti tira la pinga! Bastano un paio di tette per ingrifarti come un maiale!", gli disse Ivo ridendo a squarciagola come un idiota.
Tutti e quattro erano eccitati; bastava guardarli negli occhi per vedere le loro pupille dilatate, come se avessero assunto sostanze stupefacènti. Invece era unicamente il testosterone ad alterarli in quel modo; la voglia di fottere era, soprattutto in quell'occasione, sempre al primo posto nella graduatoria dei loro pensieri. Le donne pullulavano come cavallette in quel brulicare d'autentica vita sudamericana. Dino e Ciccio sembravano come impazziti: continuavano a guardarsi negli occhi, annuendo vicendevolmente ogniqualvolta scorgevano con lo sguardo una ragazza che metteva in bella mostra il proprio corpo.
"Mi è venuta fame; andiamo a mangiare qualcosa?", esordì il Còllez.
Ivo lo guardò dal basso verso l'alto: "Anche stavòlta sceglierò io, altrimenti se lascerò fare a te, ci ritroveremo tutti in locale tipico pugliese!", gli rispose Minaro, battendogli la mano sulla schiena.
Andarono a cenare in un ristorante brasiliano, dove vere cameriere ed autentici transessuali servivano ai tavoli; Minaro fu attratto da un bel pezzo di donna, alto quasi un metro e novanta. Ovviamente trattavasi d'un trans, ma per Ivo ciò non costituì motivo di disagio. Mangiarono una zuppa di riso e fagioli con al seguito degli spiedini di carne molto saporiti, il tutto accompagnato da quattro bottiglioni di "Bonardaji", tipico vino "brasiliano" dell'oltrepò pavese.
Ivo s'ingozzò come un maiale reduce da una dieta, scolando da solo quasi due bottiglioni di "Bonardaji".
L'alcol fece accrescere in tutti loro il desiderio di copulare, alimentato altresì dalla vista di donne seminude che sculettavano allegramente poco distante dal tavolo in cui sedevano
Quando fu il momento di scegliere il dolce rimasero sbalorditi; la lista dei dessert era interminabile, piena di nomi strani ed incomprensibili. Minaro, da buon intenditore, consigliò i propri amici: "Ascoltatemi: prendete un "Suflonaji do carajo" oppure un "Suflonaji jetta", e vedrete che mi ringrazierete.".
"Ma di cosa si tratta?", domandò il Còllez incuriosito.
"Fidati e basta! Tutti i commenti sono rimandati a dopo il dolce", gli rispose Ivo.
Minaro ed il Còllez ordinarono un "Suflonaji do carajo", mentre Dino e Ciccio un "Suflonaji jetta", senza sapere minimamente di cosa si trattasse.
Poco dopo l'ordinazione, si presentarono al loro tavolo quattro donne brasiliane, precisamente due autentiche femmine e due travoni truccati da donna, con in mano una bomboletta di panna spray, quella comunemente utilizzata per la guarnizione dei dolci in àmbito domestico.
Uno dei travoni domandò con voce maschile: "Suflonaji do carajo?".
Ivo alzò prontamente la mano, indicando con l'altra anche Massimo; i due trans s'accomodarono sotto il tavolo, con il volto fra le gambe dei due clienti.


Lo stesso fecero le signorine, sbottonando i calzoni di Ciccio e Dino; il Còllez rimase impietrito sia dall'emozione sia dalla paura di farsi fare un pompino da un uomo; tuttavia il contesto nel quale era implicato lo eccitò molto: "Ma sì. In fondo una sana bocca non si rifiuta mai!", lo tranquillizzò Minaro, gran esperto di "Suflonaji do carajo", ovvero "Fellatio omosessuale" tradotto in lingua italiana.
Le brasiliane, dopo aver estratto gli attributi dei ragazzi, cosparsero questi ultimi con la panna, erogando senza parsimònia quanto più prodotto possibile, in maniera tale da ricoprirli completamente.
I colleghi guardaronsi negli occhi rimanendo in silenzio, come se avessero il timore di disturbare coloro che si prestavano a servir loro il dolce. Il più meravigliato fu il Còllez, che non sapeva se pentirsi e vergognarsi piuttosto che godersi quell'attimo d'autentica libidine.
Quando i falli furono imbellettati per bene, le labbra delle brasiliane si serrarono, a mo' di guarnizione, attorno ai sessi incominciando a succhiare senza pietà la panna, arrecando un indescrivibile piacere ai quattro clienti. Senz'ombra di dubbio i due trans furono coloro che espletarono in maniera ineccepibile la fellazione: "Non senti Còllez, come ti stanno prosciugando le palle? Ricordati le parole di uno che di suflonaji ne capisce. Chi conosce un uomo meglio d'un altro uomo?", gli disse Minaro.
Lo sperma ribolliva negli scroti dei quattro maiali, sotto l'incalzare dei sonori colpi di lingua perpetrati dalle brasiliane; il primo che eiaculò in bocca al viado fu Ivo: "Ora mi sento più leggero, oserei dire come svuotato!", gridò Minaro. Seguì a ruota Ciccio Landis, il quale riversò il proprio seme sul volto della ragazza.
Dino Ulivi venne sui corvini capelli della stupenda e laida mulatta, infardandoli di sperma.
Ed il Còllez? Perché non aveva ancora raggiunto l'orgasmo? Massimo era il più scettico ed imbarazzato di tutti, nonostante il "Suflonaji do carajo" fosse il "dolce" più richiesto dalla clientela.
Altri ragazzi seduti al tavolo accanto, stavano facendosi suflonare la minchia da un paio di travoni, gridando come indemoniati tanto stavano godendo.
Il povero Còllez ebbe come un blocco psicologico: "Dai, apponi la tua firma sul volto del viado con lo sperma!", lo incoraggiò Ciccio.
"Cacciagli in gola la matranga ed estirpagli le tonsille", gli consigliò Ivo.
Massimo Còllez continuava a picchiettare il proprio attributo contro la lingua del suo uomo, senza tuttavia riuscire a trarne piacere.
Il consiglio di Dino sbloccò la mente del Còllez dall'imbarazzo: "Ascoltami Massimo, ci sei? Adesso chiudi gli occhi e fatti una bella pippa, lentamente, senza fretta. Menati l'uccello ben bene, proprio come quando sei a casa a vedere un film porno. Quando stai per venire infila la matranga nella bocca del travone e inondalo!".
Il Còllez seguì la raccomandazione dell'Ulivi: incominciò a masturbarsi, concentrandosi man mano sull'orgasmo; nel frattempo il viado era intento a leccargli i testicoli, in maniera tale da agevolarlo nell'operato.
Quando Massimo sentì prossima l'eiaculazione, troncò in gola il pene al brasiliano: "Succhiamelo tutto, intostamelo a dovere!", gridò il Còllez, mentre un ruscello di sperma riempì il cavo orale dell'uomo.
Gli amici gli fecero un applauso d'incoraggiamento, in particolar modo Ivo Minaro fece una standing ovation in onore del Còllez: "Bravo Massimo, adesso ci vorrebbe una sana scopata, cosa ne pensi?", gli disse Ivo.
Il Còllez guardò Minaro fiso negli occhi: "Dico che siamo tutti malati per la sorca! Sacanaaaaaji! Mi è venuta voglia di trapanare lo sfintère di una vera donna!", rispose Massimo.
"Bravo! Anch'io ho voglia di fare una bella deviazione al retto a qualche zòccola, di sfondarle per bene la vena cacatoria, insomma, di fottere!", disse Ivo con lo sguardo da maniaco.
A Milano non fa freddo, soprattutto dopo aver cenato ed essersi fatti fare un bel "Suflonaji" come dessert; e tutto questo Ivo lo sapeva. Minaro sapeva inoltre che la serata non poteva concludersi in quel modo; a Milano fa un caldo dell'accidenti se si fanno quattro salti al sambodromo, giusto il tempo per digerire, divertirsi, fare nuove amicizie e molto, moltissimo sacanaji.

Il vero cuore pulsante dell'intera fiesta era il sambodromo, cosicché i quattro colleghi decisero d'approfittare dell'occasione per fare quattro salti e far fare quattro salti anche ai rispettivi membri.
Dopo aver pagato il conto e salutato sia le troie sia i viados, l'allegra e depravata combrìccola si diresse verso il sambodromo.
Ivo e Ciccio avevano voglia di ballare e di divertirsi; entrambi si buttarono a capofitto nelle danze, travolti dal ritmo caliente della musica: "Hai visto quelli lì dell'orchestra? Avranno almeno cent'anni per gamba, ma suonano veramente bene!", disse Ivo all'amico.
Dino e Massimo erano a bordo pista ad osservare la fauna femminile; il più ingrifato di tutti era il Còllez, il quale dopo aver superato il blocco psicologico del "Suflonaji do carajo", fu colto da un violento impulso d'autentica libidine. Nulla importava se il partner fosse uomo o donna, l'essenziale per Massimo era trovare al più presto un orifizio dentro il quale conficcare il proprio attributo.
Erano quasi le tre del mattino, quando gli amici si trovarono implicati in un coinvolgente serpentone umano, un trenino dalle movenze ambigue a ritmo di samba; tutti in fila indiana, con le mani appoggiate sulle spalle o sulle natiche della persona prospiciènte.
"A, E, I, O, U, Ypsilon! Eeeeee. meu amigu Charlie Brown. Eeeeeeeeeeee. meu amigu Charlie Brown, Charlie Brooown! Fio Maravilha. Te te, te te te te, te te, te te te te.", gridavano all'unisono Ciccio ed Ivo, insieme al resto della gente che componeva il serpentone, sulle note di un allegro remix di musica caraibica.
L'atmosfera era rovente; un saltarellaji di tette e culi per tutto il sambodromo. Le ragazze sembravano come impazzite: chi si strappò la maglietta, altre si slacciarono in reggiseno, mettendo in bella mostra le mammelle. Stava per scattare il sacanaji vero e proprio: alle tre in punto l'orchestra smise di suonare; sul palco salì una mulatta brasiliana da paura, nel senso buono del termine intendo: pelle ambrata, capelli lisci tinti di biondo, occhi azzurri ed un corpo mozzafiato unto con del profumatissimo olio di mandorlo.
"Signore e signori, dichiaro conclusa la serata danzante. Sta per avere inizio il. Sacanaji!", gridò la donna rivolgendosi alla folla in delìrio.
Una maxi orgia, mai vista prima d'ora nemmeno nel più porno dei film porno, si scatenò all'interno del sambodromo; gente di tutte l'età, di tutte le razze e di tutti i sessi s'accoppiarono come sudici animali.
Ciccio Landis fu il primo a dare i numeri: "Sacanaji! Sacanajami la pinga!", continuava a ripetere, mostrando il proprio attributo alla brasiliana che fece l'annuncio.
Il Còllez invece, trovò due tardone bisessuali di Cassina de' Pecchi che vollero divertirsi coinvolgendolo in un ménage à trois.
Dino Ulivi, che fino ad ora aveva scopato solo ed esclusivamente con vere donne, si lasciò convincere da Ivo: "Dai Dino, buttiamoci in mezzo in quell'ammucchiata di travoni!", lo incitò Ivo.
"E se tenteranno di sfondarmi il retto?", si preoccupò l'Ulivi.
Ivo lo rincuorò: "Tranquillo Dino; se qualcuno tenterà di farti il clisma opaco, tu stringi le chiappe e picchiaglielo in mano! Mal che vada di farà una sega.", gli disse ridendo a crepapelle.
I due colleghi si buttarono nel mucchio; un penetrante odore di sperma esalava dalle carni dei travoni, poiché qualcuno aveva già eiaculato nel corpo e sul corpo di qualcun altro.
Minaro e l'Ulivi si spogliarono completamente, intrufolandosi a capofitto, modello 'ndo coojo coojo, nella mischia.
Un tripùdio di deboscia e dissacralità si verificò sotto il tendone del sambodromo: gente che gridava dal piacere, gemendo come gatti in calore; uomini che copularono con altri uomini, scene d'amore saffico ed eterosessuale che svolgevansi senza ritegno un po' ovunque. Pareva d'osservare un dipinto del pittore fiammingo Jeronimus Bosch, ricco di particolari, carico di colore e pulsante di vita propria.
Dino sodomizzò un viado, mentre Ivo si fece suflonare la matranga da un noto omosessuale di Senàgo, il quale per l'occasione si truccò da donna.


Un gruppetto di uomini si radunò in un angolo del locale: due donne erano sdraiate sul pavimento, mentre i maschietti le stavano letteralmente annaffiando con il loro tiepido seme; uno spettacolo nello spettacolo! Anche il Còllez apportò il suo contributo: si masturbò in prossimità del volto delle ragazze, aspergendo il proprio nettare in faccia a queste ultime.
Ciccio Landis era intendo a penetrare la mulatta annunciatrice: la ragazza giaceva all'impiedi, con le spalle appoggiate al muro; le sue cosce erano sostenute dalle mani di Ciccio, il pene del quale scivolava come un'anguilla dentro e fuori il sesso della brasiliana: "Sacanaji. Ti farò godere io, zòccola!", la insultò ripetutamente il ragazzo.
Ivo fu colto da un raptus: salì sul palco richiedendo al DJ una canzone di Jorge Ben, dal titolo "Mas que nada"; il brano iniziava con un vocalizzo sulle parole "Ô ariá raiô, obá, obá, obá!". Il genio di Minaro riuscì a tramutare l'inizio della canzone in "Ô sacana aji, obá, obá, obá!", cosicché per tutta la durata del motivo, durante il ritornello, un coro all'unisono si levò dal sambodromo sul modello forgiato da Ivo.
Un insulto alla morale ed alla decenza, una cloaca a cielo aperto, una turpitudine mai vista: questo è il vero ed autentico sacanaji, termine portoghese con il quale si suole indicare l'orgia più sfrenata.
Il sacanaji terminò poco dopo l'alba: a Milano non fa freddo, soprattutto se si è trascorsa un'intera nottata fuori casa a divertirsi; e tutto questo Ivo lo sapeva. Eccome se lo sapeva!
Erano da poco passate le sei, quando i quattro sacanajisti, decisero di rincasare: l'Ulivi s'offrì di accompagnare tutti, poiché le automobili degli altri erano rimaste nel parcheggio dell'azienda.
"Dacci uno strappo fino alla prima fermata della metropolitana!", disse Ivo a Dino.
"Ma sei proprio un'idiota! Io e te abitiamo nello medesimo caseggiato; ti accompagnerò fino al pianerottolo!", gli rispose Dino.
"Vedo che non hai capito! Non ho voglia di tornare a Baranzate: voglio andare a Milano! Lasciami alla prima fermata del metrò, porca troia!", s'infuriò il buon Minaro.
L'Ulivi dovette assecondare le richieste di Ivo: accompagnò gli amici alla fermata "Inganni" della metropolitana milanese: "Va bene ragazzi, è stata una magnifica serata non è vero? Ci vedremo fra qualche ora in azienda. Siamo tutti in secondo turno?", domandò l'Ulivi.
"Sì, tutti in secondo, tranquillo Dino. A dopo!", rispose Ciccio.
Anche Ivo e Massimo salutarono l'Ulivi, dopodiché s'inabissarono nelle viscere del sottosuolo metropolitano. Il Còllez scese a "Cadorna Ferrovie Nord", poiché abitando a Cesate attese il treno che lo condusse poco distante da casa.
Ivo e Ciccio proseguirono la corsa in metrò, sino alla fermata "San Babila"; Minaro era conciato da sbatter via: barba incolta, puzzava d'aglio da far schifo, aveva la camicia sporca e come al solito era in gallina, una super gallina che avrebbe fatto invidia persino ad un avicoltore.
Prima che i due colleghi scendessero, furono adocchiati da un gruppo di zingari gitani, proprio quelli che chiedono la carità saltando dentro e fuori da tutti i vagoni del treno sotterraneo.
Ivo era appoggiato ad un sostegno di metallo, con lo sguardo perso nel vuoto; Ciccio era seduto accanto a lui, anch'egli imbesuito dall'alcol e sfinito dal sacanaji.
Ad un tratto i gitani guardarono con insistenza Minaro, incominciando a ridere fra loro, fin quando una voce si levò dal coro: "Mira Miguel, mira il romèno!", esclamò uno degli zingari, deridendo il buon Ivo, il quale s'accorse di essere l'oggetto dei loro commenti.
Minaro e Ciccio Landis si guardarono negli occhi prima di replicare all'affermazione dello straniero; uno sguardo, un sorriso complice, dopodiché anche Ciccio s'alzò in piedi, cantando a squarciagola assieme ad Ivo il loro motto: "Siam tifosi della gnocca, abbiamo un sogno nel cuore; sacanaji a tutte l'ore, sacanaji a tutte l'ore!", gridarono i colleghi, facendo arrossire le donne presenti nel vagone.
Fu così che Ivo e Ciccio sortirono dal metrò, lasciando a bocca aperta tutti i presenti, gitani compresi.
Quale altra avventura poteva loro capitare in una stupenda giornata di luglio?
A Milano non fa freddo, soprattutto se non si dorme da più di ventiquattr'ore; e tutto questo Ivo lo sapeva. Sacanaji se lo sapeva!