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La Tenda
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Titolo: La Tenda
Autore: Comando
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Racconto n° 3813
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Daniela era quella che si sarebbe potuta definire una bella ragazza, circa sul metro e settanta, cinquanta chili ben distribuiti con lunghe gambe sinuose ed una terza di misura dai capezzoli sporgenti, anzi, piuttosto prominenti. Età trenta anni, un buon lavoro che le dava una certa indipendenza economica e, single, meravigliosamente, tragicamente...single. Sembrava attirare inesorabilmente sempre tipi grezzi e la sua bellezza faceva rifuggire coloro che avrebbero potuto interessarla perché non si ritenevano all'altezza. Viveva sola in una casa arredata con gusto, alcune volte felice di questa sua indipendenza, altre un po' meno quando la assaliva il senso di solitudine.
Quel giorno rientrò di corsa dal lavoro, sarebbe dovuta uscire per commissioni e desiderava riposare prima, attraversò quasi di corsa l'abitazione lasciando al passaggio le chiavi e la borsa diretta in camera da letto per spogliarsi.

-Una bella doccia, ecco una bella doccia e poi sul letto a distendersi un po.

Pensava, mentre quasi frenetica sfilava ogni indumento facendolo volteggiare sino alla piccola poltroncina sita accanto la finestra.
Solo dopo essersi distesa, con la pelle ancora imperlata di qualche gocciolina d'acqua e completamente nuda, notò che la tenda era leggermente dischiusa. Il letto era posto con i piedi proprio in quella direzione e lei poteva osservare perfettamente il palazzo di fronte.

-Poco male.

Pensò.

-In fondo sono solo pochi centimetri, una fessura, chi vuoi che guardi con attenzione?

Così rimuginando tra se e se si girò supina, allargò le gambe e si addormentò abbracciando il cuscino.
Si svegliò di soprassalto con una strana sensazione, quel senso di sentirsi osservata, istintivamente si pose seduta e guardò fuori la finestra, di fronte, una altra con lunghe tende bianche che ebbero un guizzo come agitate dal vento.
Per un attimo ebbe l'impressione che vi fosse qualcuno dietro, lesto a ritrarsi, poi si convinse che era la sua immaginazione coadiuvata dal risveglio brusco a giocarle strani scherzi. La cosa finì lì, e non ci pensò più sino a qualche giorno dopo quando in un déja-vu le capitò di nuovo quella strana sensazione, ogni volta vi era quel movimento delle tende dietro una finestra ben chiusa ed in lei si faceva sempre più strada l'idea che qualcuno l'osservasse. Il gioco cominciava ad eccitarla, provava
un sottile piacere ad immaginare di essere oggetto di tale interesse, si domandava quanti anni avesse, il suo aspetto, ormai era quasi un appuntamento ed ogni volta che si recava in camera da letto, faceva bene attenzione a che la sua tenda fosse scostata leggermente, in certi casi la
di schiudeva un po' di più, in altri, le era parso anche troppo e presa da un moto di pudore la aveva
leggermente riaccostata per poi riaprirla. Quando si spogliava, faceva in modo di essere bene in
vista, curava i movimenti quasi accarezzandosi nello sfilare i vestiti con un fare voluttuoso. Alcune
volte, si sfiorava leggermente il clitoride mentre le dita scivolavano sino all'ingresso del sesso
trovandolo profondamente bagnato quando vi si addentrava. Tutto questo la faceva sentire
profondamente femmina, e la fantasia di quel gioco sottile cominciò lentamente a diffondersi nella
sua mente cercando nuovi spunti. In fondo era come vivere una altra realtà, una vita parallela di cui
nessuno sapeva nulla, solo lei e...Lui.

Forse, quando usciva di casa le passava a fianco, la superava, aspirava per un attimo il profumo della sua pelle, lo immaginava divertito seguirla ed osservarla spogliandola con gli occhi. Un giorno decise di farlo impazzire dal desiderio, e perché no, magari cercare di individuare chi fosse.
Aspettò la sera, dalla finestra di fronte un lieve chiarore che indicava una presenza in una altra parte
della casa, attese, poi al primo movimento dietro i vetri comprese che era lì. Nel buio della sua
stanza controllò che tutto fosse a posto ed accese la luce in modo che ciò che non fosse in chiaro
potesse esserlo nella trasparenza della sua tenda. Iniziò a vestirsi lentamente affinché si vedesse
tutto, ma stavolta non avrebbe indossato intimo, solo un paio di auto reggenti, una minigonna ed
una camicetta. Si rimirò allo specchio rigirandosi in modo che la osservasse bene e poi uscendo,
lasciò la casa immersa nel buio. Voleva che scendesse in strada, la seguisse, guardasse le sue cosce,
pieno di quel desiderio maschio di lei.
Per la via camminava lentamente, i negozi erano ancora aperti e si soffermava a guardare le vetrine cercando nel loro riflesso un indizio che potesse fargli capire chi fosse, vi era un discreto passeggio e la cosa non era facile. Si soffermò con lo sguardo su alcuni passanti ma poi li scartò visto che non
la seguivano. Lui, era molto scaltro, eppure era sicura che aveva compreso, che la aveva seguita,
forse si teneva più distante molto prudentemente.
Sentiva i capezzoli turgidi, quasi forare la sottile camicetta e lo scorrere di un rivolo di eccitazione lungo l'interno delle cosce.

-Indecentemente bagnata.

Pensò, poi non paga e presa da quella leggera forma di euforia trasgressiva, scelse un posto in cui la folla si diradava e lasciando cadere un pacchetto di kleenex si piegò a raccoglierli, lentamente, in modo che si intravedesse l'assenza del suo intimo ad occhi attenti.
Dentro di se un moto di vergogna misto ad eccitazione, sentirsi guardata e desiderata, in quel momento avrebbe voluto che gli si parasse dinanzi, la prendesse per un braccio e la portasse in un vicolo, un antro buio per possederla così, senza ritegno, nel silenzio squarciato solo dai suoi gemiti di piacere.
Un po' delusa ma profondamente eccitata tornò a casa, si svestì svogliatamente, volutamente con le luci spente quasi a volerlo punire per non essersi rivelato, si masturbò con forza sino a godere con singulti e sprofondò in un sonno profondo pieno di desideri mai appagati.
Il mattino trascorse fra mille impegni, e solo nell'approssimarsi a casa il suo pensiero volò di nuovo a lui, lo desiderava, voleva che la possedesse, ogni freno, ogni pudore era spazzato via da quell'idea,
immaginava ogni parte del suo corpo violata, le sue mani su di lei mentre la stringeva e la
penetrava ovunque.
Stava infilando la chiave nella porta quando il telefono squillò, non riusciva a girarla, doveva essere lui, la aveva vista e di certo sapeva il suo cognome, nulla di più facile trovare il numero di telefono. Finalmente, con le mani leggermente tremanti entrò e vi arrivò vicino, lo guardò per un attimo ancora squillare poi lo sollevò, avrebbe sentito la sua voce. Vi fu solo il laconico suono della linea libera, aveva perso troppo tempo? Ci aveva ripensato? Rimase lì, immobile con quella cornetta in
mano senza sapere nemmeno lei perché, poi, di soprassalto, con un gesto brusco la riagganciò, forse
stava riprovando, che stupida che era.
Attese lì vicino, in piedi, pronta con uno scatto a rialzarla, un minuto, due, cinque, poi cominciò a darsi mille colpe, non era stata subito pronta a rispondere, e se aveva richiamato aveva trovato occupato e pensato che non volesse sentirlo, aveva sbagliato tutto e non saputo cogliere il momento.

Rabbiosa con se stessa decise di farsi una doccia, l'acqua calda scorreva sul corpo con un senso di benessere calmandola e trasformando la sua irritazione in desiderio.
Il suo lavarsi divenne un toccarsi, sfiorarsi, sino a che in preda ai sensi decise che stavolta gli avrebbe dato qualcosa a cui non avrebbe resistito. Entrò decisa nella camera da letto, gocce di acqua le scorrevano sul corpo nudo lasciando una scia sulla moquette, la tenda ben discosta le permetteva di guardare di fronte, era lì? Si, un lieve movimento le dette la conferma.

-Mi vuoi vero? Sei lì lo sento, pieno del tuo desiderio, della tua voglia di avermi, di farmi tua e mi stai facendo impazzire per te ed ora...impazzirai per me.

Si pose lì, davanti la finestra, bene in vista, guardando quella tenda che ogni tanto si muoveva, eccolo la osservava. Iniziò lentamente a sfiorarsi i capezzoli, farli diventare turgidi, rigirandoli fra le dita e tirandoli, le mani scivolavano lentamente lungo il suo corpo che si inarcava sinuoso, le cosce ben aperte a mostrare il suo pube glabro ed impudico, gocce di acqua che si mischiavano a gocce di desiderio. Le dita che scivolavano sul sesso lucido, il clitoride gonfio, prominente preso e stretto, maltrattato ed accarezzato, premuto, rilasciato, sfiorato sino a diventare continua fonte di piacere. Poi giù, lungo la fessura, le piccole labbra dischiuse sino a penetrarsi, lentamente, in modo osceno, andare su e giù, allargarla mentre la sentiva pulsare, mentre contrazioni involontarie la predisponevano a godere. Era lì, ai piedi del letto mentre si strofinava sensualmente vicino uno degli sferici pomi che lo adornavano, si girava su se stessa usandolo come un fallo in una antica danza tribale poi, al parossismo, sconvolta da un folle desiderio, postasi a cavallo e bene di fronte la finestra, vi si impalò lentamente accosciandosi.
Lo sentì entrare, squarciarla e poi riempirla dandole un senso di pienezza, era levigato e scivolava
dentro di lei completamente pregna di umori.

-Ecco mi vuoi? Sono tua.

Iniziò ad alzarsi ed abbassarsi piano e poi sempre più velocemente mentre la mente offuscata dal piacere le trasmetteva ondate che la portarono ad un orgasmo e poi un altro ancora più violento. Spossata, appagata, giacque in quel modo, poi lentamente si sfilò e si pose sul letto, il capo leggermente sollevato affinché potesse ben vedere quella finestra di fronte, le braccia aperte e rilassate, le cosce divaricate ad offrirsi ancora a quello sguardo.
Le tende continuavano ad ondeggiare e lei osservava attenta, forse stavolta si sarebbe fatto vedere,
non poteva ignorare, non poteva non capire che gli si era data, solo per lui, che aspettava?
Vi fu un movimento più brusco nel tessuto.

-Eccolo.

Pensò.

Il grosso gatto bianco saltò sulla finestra, era finalmente riuscito ad intrufolarsi fra la tenda ed il vetro e guardò con aria curiosa il palazzo di fronte.