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Habiba al Grand Hotel
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Titolo: Habiba al Grand Hotel
Autore: Habiba
Contatto:
Racconto n° 3815
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Domenica pomeriggio sono stata a una grande festa di musica e poesia bengalese, invitata da un amico e dalla sua famiglia di musicisti. Allestita in un grand hotel della città, in una sala addobbata per l'occasione con lucenti e cangianti drappi, il palco e le casse decorati da straboccanti mazzi di fiori e tutto intorno tavoli carichi di vassoi di fagottini di pasta sfoglia piccanti, frittelle, piramidi di ceci al coriandolo, peperoncini secchi, cartocci di chutney di mango agrodolce e dolci, dolci di latte e miele e acqua di rose, dolcissimi e appiccicosi, serviti a piene mani da camerieri più o meno improvvisati dai modi garbati e dallo sguardo liquido e felino.
Per l'occasione ho potuto finalmente indossare dopo mesi che non lo facevo uno splendido completo tradizionale, bianco candido, ricamato di cristalli lucenti e file di perline, completo da un foulard maliziosamente candido e trasparente, col bordo intessuto di specchietti rotondi e due o tre ciocche dei miei capelli neri inanellate davanti al viso, insieme agli orecchini delle grandi occasioni, oro, perle e granati, dalla forma di sciabola rovesciata. Mi aggiravo dopo i lunghi e formali convenevoli di rito con le coppie conosciute a elargire saluti di rispetto e complimenti alle donne, elegantissime e brillantissime, una giovane con tanto di diadema in capo e tintinnante catenella al naso. Io, unica col foulard, insieme a due anziane dal velo e il viso nero. Io, l'araba dal velo bianco, catturavo moltissimi sguardi dei numerosi scapoli presenti, potevo, pur senza capirli, intuire il motivo dei loro bisbigli e sguardi di fuoco..."Chi è lei? Chi la conosce? Chi potrà presentarmela?" parevano chiedersi molti degli occhi e delle labbra ben disegnate presenti agli angoli della sala, offuscata e avvolta dal fumo e dal profumo dell'incenso ai limiti del sopportabile per gli italiani ed europei presenti che si facevano ogni tanto vento sugli occhi.
E io mi aggiravo di tavolo in tavolo, con passo studiatamente e falsamente modesto, gli occhi solo apparentemente bassi, a godere dell'impatto che la mia figura, unica vestita di bianco fra tutte quelle belle signore, per la maggior parte peraltro già accompagnate, rosa fucsia, verdi, turchesi, oro e nere, viola e gialle...e la musica intanto cominciava a roteare, harmonium, sitar, percussioni e vocalizzi lunghissimi, infiniti, per brani dalla indefinita durata che parevano mescolarsi al fumo dell'incenso, risalire le pareti stuccate della sala, appoggiarsi sulle tende e avvolgere ogni spettatore con una strana, quasi inquietante coltre intervallata solo dalle sobrie presentazioni di un attempato e azzimato speaker in improbabile smoking e cravatta bianco e oro. Ogni tanto al suonare di un brano significativo la platea applaudiva e urlava accompagnando con il battito delle mani e i vocalizzi le strofe, molto simili l'una all'altra, degli improvvisati cantanti e poeti, operai e camerieri della vita quotidiana, artisti per una magica sera. Credevo di stare a uno degli interminabili matrimoni che si tengono al mio paese dove anche i poveracci sono re per un giorno e tutti credono di essere nella favole della Mille e una notte perchè tutto profuma di mirra e rose di Damasco.
Intanto da fuori le vetrate, la sera proiettava un ulteriore fumo violetto sulla sala, mentre io venivo invitata dai miei amici a rompere il ghiaccio con alcune coppie italiane in visibile imbarazzo coi piatti colmi di intatti ceci troppo piccanti e le dite appiccicate di miele.
"Tu parli italiano bene Habiba, pensaci tu a tenere compagnia a loro, sono i miei colleghi..." mi viene chiesto e io eseguo, frusciando da un lato all'altro della sala col più malizioso garbo possibile e servendomi generosamente di dolcetti e succhi di frutta saturi di zucchero.
Converso con gli italiani che mi credono persiana e invece di essere rassicurati dalla mia persona sono ancora più in soggezione di prima...mi pare uno strano sogno, il velo mi scende sui bordi del viso, il mio sguardo incontra l'eloquente angolo di molti splendidi occhi, mi sembra di vedere solo occhi, alcuni languidi di amabile cerbiatto, altri sfuggenti di svelta gazzella, altri ardenti come quelli delle tigri, come i miei...già, eccolo quello sguardo che cercavo da quando sono entrata, il tipo di sguardo che pare colare fuoco, che non arretra...non mi ricordo più se ci sono alcolici, forse si, magari per gli ospiti italiani, mi dirigo al poco frequentato tavolo delle bottiglie di spumante, fra gli sguardi sorpresi e un pò scandalizzati delle signore eleganti, velo e coppa di spumante..? E' quello che mi basta per vedere la mia tigre procedere a passo felpato verso di me.
"Se sei persiana...sei scusata!" mi sussurra facendosi strada fra le persone e sento appena la sua voce bassa e nasale staccarsi sul rollio della musica "i poeti persiani sono i più grandi celebratori dell'ebbrezza, vino e amore...".
"E sei non fossi persiana?" rispondo io, inclinando appena il viso di profilo, senza far scivolare il velo bianco che mi copre quasi totalmente il volto "allora sarebbe una bella sfida..." risponde lui affiancandomi e porgendomi con le mani dei dolcetti, incrocio di nuovo il suo sguardo e accetto i pasticcini. La musica che sta suonando è particolarmente languida, mi stacco facilmente dal gruppetto con cui parlavo, il silenzio ci unisce per un attimo, il cantante sta eseguendo un vocalizzo che non finisce mai, a malapena capisco il nome che mi viene detto, lo leggo più sulle sue labbra morbide e scure, quasi violette ai bordi, come due succose e lucide fette di susina nera..."Sharuq".
"E' tutto il pomeriggio che ti osservo, è ovvio che non fai parte del gruppo italiano, ma non mi sembri nemmeno una bengalese...non hai l'aria di un variopinto pappagallo, hai la pelle un pò più chiara e i modi totalmente indefinibili...dunque chi sei?"
"Habiba" sorrido e non stacco gli occhi dai suoi, la terza coppetta mi fa l'effetto tanto decantato dai poeti persiani, anche Sharuq si fa servire di spumante, incurante degli sguardi dei più anziani. Camminiamo lungo il bordo della sala, avvolto di incenso e musica "preferisco che mi consideri solo un'araba indefinibile" - "l'unica giovane velata ma anche l'unica che beve un calice dietro l'altro, nessuna delle presenti oserebbe..." io rido "hai appena conosciuto la più indecifrabile delle beduine esistenti al mondo...Sharuq" sospiro scandendo il suo nome lettera per lettera. Dopo tre giri del semicerchio della sala siamo totalmente ubriachi, non potrei dire con precisione dove sono, è un grand hotel con una folla di bengalesi che cantano molto entusiasti e una serie di italiani spaesati e poi ci sono io coi bordi del velo bianco incollati di miele e le labbra lucide di spumante e poi c'è Sharuq che ha gli occhi obliqui e felini e una bocca succosa e non so come accade che dietro le tende ci sono delle porte ricoperte di silenzioso velluto e non so come accade ma i suoi occhi offuscati se ne accorgono e, mentre la platea batte le mani a ritmo delle percussioni e i singhiozzi della cantante si levano su quelli della platea che la segue a tempo, il mio lungo velo bianco sparisce inghiottito da una porta, coperta di velluto, coperta da una pianta.
Un salottino dorato e ovattato, la chiave si gira una volta, poi due, la sua mano scura scivola sulla serratura cordonata, la musica è attutita.
"Come lo sai?" dico io incapace di dire molto altro, gli occhi piantati nei suoi come davanti a uno specchio "lavoro qui, un umile lavoro, ma oggi faccio il signore" Sharuq infatti indossa una camicia bianca col collo rotondo, noto solo adesso che anche lui è vestito di bianco, i capelli neri e la barba che gli incorniciano il viso, le mani lunghe ed eleganti, sono come ardente carbone appoggiato sulla neve.
"Una coppa, una bella fanciulla e un liuto..." mi dice citando Omar Khayyam, il cuore mi batte forte che sento quasi dolore, nel mio capogiro non riesco a percepire i limiti della stanza piuttosto piccola e illuminata solo da una lampada retrò e dal candore dei nostri abiti, il pungente odore d'incenso e il rotolare della musica arriva fino qui.
Sharuq mi avvicina da dietro, fa scivolare il velo lungo i miei capelli, scioglie il nodo che li tiene fermi e li percorre in tutta la loro lunghezza mentre ricadono pesanti sulle spalle, il suo viso si avvicina alla mia guancia, la barba mi punge le orecchie e gli zigomi, vorrei prenderlo subito su di me, ma mi lascio avvolgere da quel gioco, il corpo molle come quello di una bambola non oppone resistenza. Davanti a me mi slaccia ad uno ad uno tutti i bottoni di stoffa della tunica, le perline brillano mentre si allentano e un lungo respiro si libera quando il mio seno nudo si offre alla sua vista, senza reggiseno a stringerlo, tanto morbido quanto sodo, colore della cannella, cedevole fra le sue larghe palme che lo stringono e lo accarezzano. Un gemito incontrollato mi sfugge mentre la tunica cade dietro di me e resto in pantaloni il cui laccetto di raso si slaccia poco dopo e cadono anch'essi a terra. Da sola esco dalle babbucce e avanzo verso di lui premendo il mio corpo nudo sul suo abito candido, con le bocca cerco la sua, ci succhiamo la lingua e le labbra ancora mielate dai dolci, un bacio che eccita tutti i miei sensi, mentre le sue mani mi stringono e scivolano fra i solchi del mio sedere scoperto, scendendo gli apro la camicia scivolando con le dita e le unghie sul petto lucido di peluria nera, ci appoggio il viso aspirando il profumo muschiato e il calore che emana, sento il suo cuore che batte forte quanto il mio e lentamente mi inginocchio davanti a lui, con le mani ferme gli stringo i fianchi e gli chiedo di offrirsi a me, il suo viso è avvolto nella penombra ma le sue mani mi porgono il sesso caldo e pulsante, lo appoggiano sulle mie labbra dischiuse, ancora bagnate dalla saliva del nostro bacio, la cappella è gonfia, calda e asciutta, mi preme sulle guance, ciocche dei miei capelli ci si impigliano. Lentamente la comincio a succhiare affondandola sempre di più nella bocca, esco e riscivolo fino in fondo, riempiendomi fino in gola di quel caldo aroma di maschio, mentre il suo respiro e i suoi movimenti si fanno più serrati.
Adesso anche lui è nudo davanti a me, si siede su una poltrona tirandomi sopra di lui, lo seguo accarezzando il suo petto e il ventre sodo e pulsante, mi lascio affondare ancora una volta il cazzo fra le labbra, ne sento le vibrazioni che preannunciano il piacere, lo sfilo da me e senza smettere di carezzarlo mi godo lo spettacolo del suo latte che violentemente spruzza sulle mie labbra e sulla sua pancia fra i suoi rochi sospiri di piacere. Io sono ancora eccitata, la mia pelle brucia e reclama il mio piacere, scivolo sul suo petto coi seni, bagnandomi e appiccicandomi di lui, i capezzoli si fanno duri e sensibili mentre scorrono sulla sua pelle, cercano una carezza come la bocca cerca il suo bacio, succhio a lungo le sue labbra e lo sento riprendere vigore mentre con le mani si fa strada dentro me: allargandomi la fica calda e bagnata scopre il bocciolo del clitoride rendendolo ancor più sensibile all'insistente stimolazione dei suoi polpastrelli e penetrandomi con le dita mentre il mio corpo sussulta incontrollato un orgasmo intenso come una scossa elettrica.
Ubriaca di spumante e piacere tento di sedermi su di lui ma mi sento girare sulla poltrona. La testa rovesciata mi manda in estasi, chiudo gli occhi mentre Sharuq mi morde le labbra e il collo, mi graffia il petto, mi morde il seno e i capezzoli, succhiandoli fino a farmi male, il corpo già sfinito dall'orgasmo è ancora e ancora avido di piacere. Il suo cazzo scivola sulle labbra della fica, si fa durissimo e caldo e poi entra dentro me con forza, si spinge implacabile tenendomi le cosce allargate sul divano con una mano e con l'altra accarezza e stringe i seni protesi verso di lui. Sento il suo orgasmo esplodermi dentro, ricolmandomi di fiotti densi mentre io mi sciolgo con la sua voce nelle orecchie e nel piacere ancora intenso di poco prima.
Restiamo sul divano così, la porta chiusa a chiave e la musica sempre uguale con la voce della gente sempre più scaldata dalla serata...forse più d'uno ha fatto solo finta di versarsi latte di mandorle...offerto proprio accanto allo spumante!
"Dobbiamo uscire da qui?" chiedo io appoggiata alla sua guancia "no, non c'è fretta, sono io che devo pulire tutto, sai?" mi risponde e sorride come se mi rivelasse un segreto molto importante "spero che non ti dispiaccia se sono un signore solo per poche ore" - "il 'mio' signore e padrone del grand hotel" gli sospiro io accostandomi con tenerezza alla sua barba lucida e curata "...e non solo per poche ore!".