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Chiudo gli occhi ed è subito nebbia
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Titolo:
Chiudo gli occhi ed è subito nebbia |
Autore:
Moemi |
Contatto:
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Racconto
n° 382 |
Altri
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Chiudo gli occhi ed è subito nebbia. Non la vedo immediatamente: una volta chiuse le palpebre come serrande metalliche, diventa tutto buio, qui dietro. Ma so che c'è. La avverto come una cortina di fumo che mi avvolge, porta di un mondo ovattato eppure tangibile. Infatti, a livello cosciente, i miei piedi poggiano su qualcosa di solido. In realtà, non poggiano affatto: galleggio a mezz'aria, ma non guardo mai verso i miei piedi, quindi non posso saperlo. So però che sono a piedi nudi. E che indosso una maglietta molto larga. Non ho alcuna certezza di aver infilato dei pantaloni, ma la cosa non mi causa alcun imbarazzo. L'Io dormiente ha una coperta, dopotutto. Un bel plaid non troppo pesante che mi si avvolge alle gambe. Cammino. Attraverso strane avventure, episodi di assurdità quotidiane, ma con emozioni dipinte a tinte più forti: umiliazione, imbarazzo, fretta. E, come se fosse stato già deciso, come se tutto avesse cooperato per portarmi lì in quell'istante, mi trovo nel corridoio di pietra. Mattoni grigi, a vista. Visibili solo in un secondo momento, poiché dapprima la mia mano scivola sulla cupa carta da parati di un appartamento. E la donna è lì che dorme, sul letto. Aspetta solo che io la svegli. La scuoto: "Sveglia, ragazza, hai dormito abbastanza". E nel momento in cui si volta, con un gemito assonnato, intravedo in lei una vaga rassomiglianza con un'attrice che conosco. E' solo un attimo, poi torna a sfocarsi, a mostrare di sé solo i lunghi capelli neri disordinati sul cuscino e l'abito lungo di foggia antica, semplice, a fiori piccoli, che oscilla tra il verde e il viola, tra il nero e il verde, di nuovo. Posso essere certa solo del bianco della sottoveste di cotone leggero, che le si è attorcigliata addosso nel sonno, posso esserlo senza ombra di dubbio poiché nel riconoscermi si alza il vestito fino in vita. Ed è nuda, sotto. La pancia, le gambe abbronzate, il pube non rasato, che spinge verso di me, offrendomi la sua femminilità con un piccolo mugolio di supplica. Mi scopro inginocchiata al lato del letto, pur non avendo fatto alcun movimento per trovarmi in quella posizione. Semplicemente, il pavimento dalla mia parte si è abbassato di livello, per permettere alla mia bocca di scendere a leccarla proprio nell'istante in cui inizia il movimento del suo ventre, ed è come se dall'inizio fosse deciso che la mia faccia e il suo grembo dovessero incontrarsi. Sono confusa. So che si aspetta da me questo trattamento, ma io...non sono un uomo...non l'ho mai fatto...mi vergogno. E nonostante le deboli proteste della mia mente, echi silenziosi che la donna non può sentire, mi ritrovo ad allargare con le dita la sua fessura, per poi a leccarla. E' come il guscio di una conchiglia, penso. E con la coda dell'occhio vedo confusamente i peli pubici come brevi ciuffi d'alghe attaccate al guscio. Assaggio il sapore salato di questa conchiglia sensuale, mentre la sua proprietaria è distesa in un dolce dormiveglia. Alle mie spalle, un uomo. E' il suo padrone. La possiede, ha diritto sul suo corpo come su un qualsiasi oggetto da lui comprato. Ha baffi sottili ed un abito scuro ottocentesco. La donna è supina sul letto come una bestiola che mostra la sua sottomissione. L'uomo è la mia proiezione. Io sono l'uomo. La penetro con le dita lasciando che si lamenti per la sorpresa e il dolore. Io sono l'uomo. Sono il suo padrone. La possiedo, ho diritto sul suo corpo come su un qualsiasi oggetto da me comprato. Per questo con le dita le penetro contemporaneamente anche nell'ano, spingendo forte. Vorrei vederle il seno. Ma quando ci provo, scopro che il tessuto leggero dell'abito è così aggrovigliato da impedirmi di denudarle il busto. Ed io tiro, tendo, sbroglio, lacero, senza arrivare alla pelle nuda della donna. Sto sudando. Il mio Io dormiente si rigira nel letto senza posa, una mano intrappolata di piatto tra le cosce. Finalmente, il corpetto dell'abito viene abbassato, e senza neanche un'occhiata di contemplazione al seno piccolo e ben modellato, prendo a palparlo con i palmi aperti. E tiro, stringo, modello e plasmo e non trovo il piacere che cerco. La donna, rilassata come se nulla le stesse accadendo, si volta di pancia sul letto. Lunga, distesa a gambe unite. Il corpetto è di nuovo al suo posto. Intatto. L'abito le scopre il sedere stavolta, il sedere tonico e scuro che accarezzo appena, per poi dedicarmi al suo ano. Le mie mani sono instancabili. Cerco il suo dolore? Chissà. Ma cerco, infaticabilmente, qualcosa. Forse una ripicca. Forse un ricordo. Quelle mani che mi allargavano e mi s'introducevano nella vita reale, facendomi sentire più vergine di quanto non fossi mai stata. Il desiderio che mi pulsa dentro e chiede ancora questa bruciante invasione. Impossibile ammetterlo nella vita reale. Accadrebbe, di certo, e non sarebbe come in sogno, no, non sarebbe come l'ho idealizzato. Farebbe male...la donna, invece non si lamenta. La donna diventa gialla di luce. La nebbia che m'incorniciava ogni scena si sta allargando e sfilacciando. Mentre l'Io dormiente risale in superficie, vengo risucchiata verso la realtà. Ero un uomo. Un uomo che desiderava possedere. Ed ero la donna. La donna che era un'altra. E che desiderava essere posseduta. Impossibile ammetterlo nella vita reale.
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