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La luna nel pozzo
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Titolo:
La luna nel pozzo |
Autore:
Consolidato |
Contatto:
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Racconto
n° 3829 |
Altri
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Francesca e Roberto erano stati invitati ad una cena in un casolare nella campagna fiorentina, in Mugello. La casa era stata recentemente ristrutturata ed era formata di un grande salone al primo piano, di una camera da letto matrimoniale e di un bagno. A piano terra c’era un’enorme cucina che dava nell’aia con il forno esterno. Era fine settembre e le calde giornate lasciavano ancora il segno, ma di notte l’umido dei boschi di querce circostanti facevano sentire tutta l’imminenza dell’autunno che era in arrivo. Alla cena erano stati invitati vari amici comuni (10 in totale) e tutti si conoscevano. L’alcol, come spesso in questi casi, cominciò presto a fluire abbondante e con esso caddero i freni inibitori. Francesca e Roberto erano due studenti universitari al quarto anno di architettura, stavano insieme da alcuni mesi e tra alti e bassi avevano una vita di coppia soddisfacente. Lei, per l’occasione, si era vestita in jeans, camicetta di cotone bianca aderente e felpa; tutto molto sportivo in relazione al programma della serata che prevedeva un arrosto al forno e vari giochi da tavolo. Lui jeans, Lacoste a maniche corte e maglioncino di cachemire beige; immancabili scarpe Clarks colore beige chiaro. Alle 10 di sera, dopo aver abbondantemente mangiato e bevuto (soprattutto bevuto), i 10 ragazzi erano prevalentemente alticci e cominciavano le prime occhiate strane degli uomini e delle donne più ardite. Serena cominciò ad occhieggiare verso Andrea, studente di legge e i due si appartarono con naturalezza verso l’unica camera da letto. Gli altri 8 fecero finta di nulla e continuarono a giocare a carte. Dalla camera da letto, sebbene Serena cercasse di attutire le proprie reazioni alle tastate di Andrea, provenivano grugniti e lamenti sempre più insistenti ed inequivocabili. I commenti anche pesanti si sprecavano. Francesca, colta da un improvviso rossore nelle guance, guardò Roberto che colse lo sguardo birichino di lei e, con un cenno impercettibile dell’occhio e della testa, la invitò a seguirlo fuori dal casolare. Uscirono dalla casa che era palese l’umido di fine settembre e si incamminarono verso la strada asfaltata per cercare un minimo di intimità. Il freddo ed il desiderio fecero il resto e si trovarono in breve dietro il pozzo, distante solo 30 metri dal casolare. Lì l’oscurità era rotta solo in parte dalla luna e dal chiarore che fuoriusciva dal casolare le cui luci erano accese nella stanza al primo piano, come nella cucina a piano terra. Di quando in quando - e questo forse era la cosa più nuova ed eccitante per loro - le loro schiene erano rischiarate dai fari delle auto che passavano nella strada asfaltata, in direzione di Borgo San Lorenzo. Francesca cominciò ad infilare la lingua nella bocca di Roberto che ricambiava dandosi da fare con le mani. Il freddo delle dita aveva fatto esplodere i capezzoli del seno di lei che ora premevano sul reggiseno e trasparivano, non fosse stato per il buio della notte, dalla camicetta. In breve lei infilò la mano dentro i jeans di Roberto e provò piacere e desiderio nel rendersi conto che l’uccello di lui stava scoppiando e che, per non farlo soffrire avrebbe dovuto liberarlo. Era un giochetto che tante volte avevano fatto e che consisteva nel tirare fuori l’uccello dicendo che era un povero animaletto in cattività desideroso di essere liberato. Lui grugnì continuando a darci dentro di lingua, questa volta abbassando la lampo dei pantaloni di Francesca che racchiudeva candide mutande di cotone. Al contatto delle proprie dita con la fica di lei in un lago sgorgante Roberto affondò bene l’indice ed il medio tra le labbra e, dopo averle ben mosse in senso circolare, le portò verso la propria bocca leccandole. Quanto adorava il sapore della micetta di Francesca, che scemo era stato a decidere di andare in vacanza da solo quell’estate…. Al pensiero delle scopate che si era perso andando da solo in Corsica ebbe quasi un rimorso doloroso, attenuato dal massaggio di lei che ora aveva liberato l’animaletto e lo stava massaggiando. Francesca intanto brandiva l’uccello di lui e pensava alla scemenza che aveva fatto nel lasciare Roberto da solo quell’estate. E pensava: “Chissà quante turiste troiette sin sarà fatto, in mia assenza, carino e birbante come è…?”. Però era rapita e l’idea di averlo tra le mani in quel momento faceva superare tutti questi pensieri e si concentrò sull’uccello del ragazzo. Lenta, esperta e quasi meticolosa, come in tutte le cose che faceva nella vita, si abbassò e cominciò a leccarne la punta con colpetti piccoli e sugosi. Lui sul momento fu colto da una sensazione di calore, dovuto alla calda bocca di Francesca, ma quando lei si allontanava e lo faceva uscire, subito il rigido freddo-umido dava un non-so-che di magico a quel pompino. Sembrava quasi di stare in montagna. Lei lo aveva stabilmente accolto nella propria bocca e di quando in quando dava dei piccoli morsi con i denti ad incidere, quasi, la cappella. I gemiti di dolore misti al piacere di Roberto facevano ancora eccitare Francesca. Improvvisamente fu colta da un furore quasi irrazionale e desiderò fare vedere al suo ragazzo quanto fosse abile nella pratica e decise di farlo venire. Voleva annientarlo, sfinirlo e renderlo inerme, solo per dimostrare la sua superiorità, poi avrebbe chiesto altrettanto, ma era un fatto secondario. Prima la dominazione. Con fare risoluto e metodico cominciò a muovere le labbra avanti ed indietro, afferrando al contempo l’uccello di lui con la mano destra. Aveva 3 anelli nella mano e la pressione che esercitava rendevano il contatto sulla verga quasi fastidioso. Quasi consapevole del disagio in parte procurato decise di stringere ancora di più la mano e di dare di volta in volta dei morsi ancora più pronunciati sulla cappella di lui. Voleva fargli capire quanto era stato stronzo e a cosa aveva rinunciato. Lui nell’emettere gemiti via via crescenti capiva che c’era qualcosa di innaturale nell’ardore di Francesca di quella sera. Che fosse abilissima nel ciucciarlo lo aveva capito, ma quella sera capì anche con quanta forza e violenza un pompino potesse essere trasformato in un atto di dominazione. Tuttavia l’effetto fu quello di eccitare da matti Francesca che, china sulle ginocchia con i pantaloni abbassati, non poté sottrarsi dal mettere due o tre dita della mano sinistra nella propria fica e cominciare ad emettere lei stessa dei chiari segni di godimento montante. Il tutto, sebbene attutito dall’ingombro che aveva in bocca e che le impediva di gridare liberamente la propria voglia e sfogare il proprio piacere, non era comunque sfuggito a Roberto che, anzi, da quella situazione, era ancor più eccitato. A questo aggiungeva la situazione nuova e per certi versi pericolosa dell’esibizionismo: non era per nulla di fuori, infatti che un’auto passando potesse cogliere il profilo di una ragazza china, con i pantaloni di fuori ed il culetto bene in vista, intenta a spompinare un ragazzo appoggiato ad un pozzo. Il tutto a 3 metri dal ciglio della strada. Per non parlare dei compagni che apparentemente erano intenti a giocare a carte, ma che se solo avessero smesso e fossero usciti dalla porta avrebbero sicuramente colto suoni inequivocabilmente attribuibili a due intenti a fare del bene….. Roberto era letteralmente partito e cominciò a incitarla con parole pesanti e volgari. La cosa non era di per sè nuova e a Francesca non disturbava affatto; al pensiero che gli altri potessero sentire che Roberto le dava della zoccola e pompinara, ebbe una scarica di piacere alla fica che la fece sciogliere in una venuta sbalorditiva. Il movimento della sua mano cessò di colpo perché stava entrando nel periodo cosiddetto refrattario, quello in cui la donna, dopo aver goduto con i genitali esterni, ha bisogno di qualche attimo di pausa per riprendere le forze e ricominciare. Allora si concentrò ancora di più sull’uccello del ragazzo, convinta di farlo venire con tre colpi ben assestati. E infatti così fu. Lui emise l’ultimo rantolo e quindi esplose nella sua bocca. Il calore del suo seme, misto a quello della bocca di Francesca, dettero un tocco di tepore piacevolissimo e quasi indugiò nel rimanere nella sua cavità orale per non dover sopportare il freddo e l’umido che lo aspettava all’esterno. Lei raccolse con due linguate quello che le colava dai bordi della bocca e subito si alzò per baciarlo. Non aveva inghiottito volutamente tutto e quando furono collegati labbra contro labbra, con un rapido rifrullo di lingua trasferì la calda sostanza sulla bocca di Roberto che fu costretto ad assaporare la sua stessa sborra. Roberto non si aspettava quella mossa da maialina consumata, ma non seppe opporsi e ricevette tutto il liquido, inghiottendo in due mandate. Quando si fu ripreso lei accese una sigaretta e le disse:”E ora scopami stronzo…… perché ho una voglia che muoio”. Roberto solo in quel momento ebbe presente la situazione e, vedendo una macchina in lontananza, obiettò che era pericoloso e che potevano essere visti. Punto nell’orgoglio e oggettivamente stimolato dalla situazione non si tirò indietro e, messala a sedere sul bordo del pozzo, cominciò a scoparla di santa ragione. Occorre dire che i suoi 23 anni in questo lo agevolavano; infatti non aveva avuto nemmeno un cedimento dopo la venuta nella bocca di lei e contava su una erezione perfetta. Peccato che anche i maschietti abbiano (forse più delle donne) il periodo refrattario e trovava quasi indifferente il trovarsi nella fichetta calda e aperta della ragazza. Questa sensazione di indifferenza, tuttavia, durò per non più di 5 minuti e subito dopo il piacere, prima di testa e poi fisico, presero il sopravvento. Lei intanto si era riversa indietro sul coperchio metallico del pozzo. La testa ondeggiante roteava da destra a sinistra e viceversa ed un unico lungo gemito montante testimoniava la sua eccitazione. Venne una, due e poi ancora tre volte e continuava ad incitare Roberto con uno “Scopami, scopami” quasi ossessivo. Il ritmo dei colpi di lui era ora dato dall’incitamento di Francesca che non controllava nè i toni nè il linguaggio. La ragazzina borghese aveva lasciato il posto ad una mangiauomini affamata di uccello e desiderosa solo di gridare al mondo quanto le piacesse il cazzo. Sì, il cazzo ed in particolare quello di Roberto che capendolo aumentava il ritmo. Invano due o tre auto passando e intuendo la situazione abbagliavano con i fari la schiena di lui. Ormai Francesca e Roberto appartenevano ad un altro mondo e niente avrebbe potuto farli scendere. Solo un ultimo grido di lui che si svuotò fuori dalla fica e interruppe la danza. Poi solo abbracci e baci e carezze e ancora carezze. I respiri ripresero un tono regolare ed i due, pur arruffati si ricomposero, tirarono su i vestiti e si diressero verso la casa. Non si erano accorti di quanto facesse freddo fuori e di quanto a lungo fossero mancati. Il calore del camino ancora acceso e gli sguardi degli amici li ricondussero alla realtà. Il più brillante fu Pierino che con sguardo furbetto si rivolse a Roberto:”Avete trovato dei funghi, per caso?” alludendo alla specialità della zona. "No"- disse Roberto- "abbiamo fatto una passeggiatona romantica, ma siamo pieni di freddo".
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