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Camilla
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Titolo: Camilla
Autore: Emma
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Racconto n° 383
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Estate. Tempo di ultimi esami all'università. Gran caldo, ressa, nervosismo. Strizza.
Per dare Filologia Romanza sono l'ultima in elenco e sono costretta ad aspettare fino al pomeriggio. Prima c'era molta gente che conosco, poi hanno finito coll'andarsene, o urlanti di gioia o con la coda tra le gambe, e l'aula ed il corridoio poco alla volta si sono svuotati. Fumo una sigaretta dopo l'altra e finisco col fare la conoscenza di Camilla, che è lì che aspetta anche lei di dare l'esame ed è in elenco appena prima.
L'avevo già vista in giro per l'università, ma non ci eravamo mai parlate e non sapevo neanche fosse iscritta a Lettere: deve essere più avanti di qualche anno e frequenta altri corsi.
Si socializza, come si può socializzare in attesa di un esame: mettendo in comune la strizza. Ho degli appunti di un altro esame che le interessano: ci scambiamo i numeri dei telefonini.
E' una gran bella ragazza. Soprattutto dà l'impressione della solidità e della buona saluta. E' alta, grande, prosperosa. La maglietta nera le lascia un filo di pancia scoperta, con un ombelico decisamente più abbronzato del mio. I pantaloni mimetici sono larghi in fondo, ma stretti al sedere, ed è un sedere decisamente ben fatto. Il viso non è bellissimo, ma intenso: emana decisione e padronanza di sé, con due occhi nerissimi e grandi. Si direbbe una che fa vita all'aperto e un sacco di sport. Più una studentessa di ISEF che di Lettere.
Ci chiamano che è tardo pomeriggio, io col prof e lei coll'ultimo degli assistenti rimasti. Va tutto anche meglio del previsto. Si stempera la tensione. Anche questo è fatto: ora serve una buona doccia, qualcosa sotto i denti ed una gran dormita fino a domani tardi.
Scopriamo che lei abita in direzione di dove abito io e decidiamo di fare la strada assieme. C'è un po' da scarpinare, ma non prendiamo l'autobus: due passi serviranno a smaltire l'esame. Facciamo conversazione, chiedendoci a vicenda dei fatti nostri, come due che si sono appena conosciute. I suoi sono di Parma. In città abita da sola, in un appartamentino in affitto. La invidio. Vorrei anch'io liberarmi delle mie coinquiline. Fortuna che almeno in questi giorni sono già in vacanza.
Ha un paio di anni più di me; le mancano pochi esami e sta iniziando a scrivere la tesi.

"Festeggerai col tuo ragazzo? " Mi chiede.
"Magari!"
Massimo è appena partito per la California, per fare un corso, e non so neppure se stasera riuscirò a sentirlo per telefono. Peccato non sia qui! Una bella trombata da dopo esame stasera sarebbe stata l'ideale per rilassarmi. Quest'ultima idea però la penso soltanto, a lei non la dico.
"E tu?"
"Niente festeggiamenti. Mi faccio una doccia, mangio un boccone da sola e vado a letto".
"Ma un ragazzo ce l'hai?"
"Ma scherzi??!!"
Si arresta, mi guarda scandalizzata e se ne esce con una cosa che mai e poi mai mi sarei aspettata.
"Io è da anni che ho rotto coi ragazzi. Ormai solo donne nella mia vita, per fortuna. E guarda senza rompipalle maschi come sono in forma e sto bene".
Ignorando bellamente la mia smorfia di perplessità, si esibisce persino in una allegra piroetta attorno al paletto di un segnale di stop per farmi vedere come sia contenta e felice.
"Lesbica al cento per cento. Dichiarata, sperimentata e garantita. Ormai mi manca solo la certificazione di qualità, ma me la rilasceranno".
La guardo ancor più senza parole.
"Dai. Lo fai per scandalizzarmi e mi prendi in giro".
"No. No. E' tutto vero: chiedi in giro a chi mi conosce".
Nei miei ventidue anni, mica mi era mai capitato di chiacchierare e stare mezza giornata a contatto di gomito con una lesbica. O almeno non con una che non solo ammette senza giri di parole di esserlo, ma addirittura lo dichiara tutta fiera ad una compagna che conosce solo da poche ore. E poi io le lesbiche me le ero sempre immaginate diverse: bruttine, complessate, sfigate, vestite da lesbiche. Questa invece è il ritratto della serenità e ha addirittura l'aspetto della gran figa che gli uomini se li divora. E quanti uomini se la tromberebbero più che volentieri!
"Allora hai una ragazza?" Chiedo io, esitando, tanto per dire qualcosa, e vergognandomi subito di averglielo chiesto.
"No, no. Neanche per sogno. A me le ragazze piacciono tutte, ma non mi va legarmene a lungo una come una palla al piede. Che poi le donne rompono ancora più dei maschi. Me la spasso con tutte quelle che posso, ma poi via. Massimo due settimane e ognuna per la sua strada".
Siamo arrivati al portone di casa sua. Mi indica il nome sul campanello.
"Io abito qui. Quando passi, se vuoi, suonami e, se sono a casa, sei sempre la benvenuta. Però ti avverto" - mi dice seria, puntandomi un dito - "se vieni a casa mia, sta' sicura che ti faccio il filo e cerco di portarti a letto. Mi piaci, e una come te non me la lascio sfuggire".
Sono nella confusione più completa e non riesco a fare altro che ripeterle la cosa di prima.
"Lo fai per scandalizzarmi. Finisce che non è vero niente e che ti piacciono gli uomini come a tutte".
Mentre gira la chiave nella toppa, mi fa cenno di avvicinarmi. A tradimento, mi mette un braccio attorno al collo, mi stringe e, senza neanche darmi il tempo per capire cosa succede, mi bacia. Un vero bacio sulla bocca, tanto inaspettato che non ho neanche il tempo di chiudere le labbra. Ma è solo questione di un istante, un guizzo di lingua, e mi lascia.
"Dici che basta come prova?"
Non mi dà il tempo per altro. Entra, lascia sbattere la porta alle sue spalle e si allontana oltre il vetro, senza girarsi e lasciandomi solo un'ultima immagine dei suoi pantaloni mimetici e delle sue scarpe da ginnastica che salgono le scale a due passi alla volta.

Ci metto un bel po' per riordinare le idee e per riprendermi. Mi guardo anche in giro: per fortuna non c'è nessuno che ha visto.
Percorro pensierosa i duecento metri verso casa mia. Salgo, butto lo zaino, mi abbatto sul divano e me ne resto a lungo a rimuginare l'accaduto.
Cazzo! Ma quella mica scherzava!
Cazzo! Mi ha baciata!
Cazzo! Quella, se non sto attenta, è capace di trombarmi davvero!
Mi tolgo le scarpe. Per riportarmi nel mondo normale, tento di chiamare Massimo in America, ma il telefonino mi dice che è irraggiungibile. Telefono ai miei, per tranquillizzarli che l'esame è andato bene. Ma l'immagine di Camilla che mi bacia non me la tolgo di dosso neanche se uso la candeggina.
E la sensazione delle sue labbra. Eppure sarà durato non più di tre secondi.
Non ho voglia di mangiare, ma devo mettere qualcosa sotto i denti: mi faccio una scatoletta di tonno. La televisione non l'accendo: adesso mi disturberebbe. Devo pensare.
In effetti un po' del maschiaccio ce l'ha, nel modo di fare deciso e anche con quella sua uscita che non vuole mettersi con una a lungo, ma che vuole solo spassarsela e via.
Ma le ragazze con cui andare a letto dove le troverà? Ne troverà poi davvero? Mica deve essere semplice cuccare una e portarsela a letto. Per una donna, voglio dire. Eppure l'ha detto chiaro e netto anche a me: le piaccio e non mi lascerebbe sfuggire.
Certo che però è una gran figa. Il culo specialmente è perfetto. Andrà in palestra. Per una con un culo così, Massimo sbaverebbe. E anche le tette, che tette!
Mi ha sconvolta. Devo ritrovare la calma. Riprovo a chiamare Massimo, ma non si può.
Che stronzo! Con la sua idea dell'America. Adesso sì che mi serviva averlo qui. Adesso serviva buttarsi nudi nel lettone e darci dentro a più non posso.
Devo calmarmi. E in più fa ancora un caldo boia e io sono ancora con addosso la roba sudata di tutto il giorno. Vado a farmi una doccia, ma Camilla non me la posso togliere dalla mente. Mentre mi svesto, mi intravedo nello specchio e mi pare che sia lei che mi guarda. Io non sono come lei. Le mie tette sono quasi inesistenti, non parliamo del sedere e neanche dell'abbronzatura. Chissà se anche lei ha questo segnaccio bianco del costume? No. Non sembra il tipo. Mi sa che lei il sole se lo prende nuda del tutto.
Ma cosa fanno due ragazze che fanno l'amore? Cosa si dicono? Come cominciano?
Neanche sotto il getto dell'acqua bollente, riesco a pensare ad altro. Magari a quest'ora si starà facendo la doccia anche lei?
Mi insapono. Potrei calmarmi toccandomi un po'. Di solito funziona. E poi, eccitata come sono, non mi ci vorrà neppure tanto. Ma sì. Vada per la toccatina. Godere non mi farà male di certo.
Cerco di figurarmi Massimo nudo, il suo uccello, lui che si fa la doccia con me, ma Camilla torna immancabilmente. E se fosse lei a farsi la doccia con me? Se fosse lei qui con me che si insapona anche lei tra le cosce?
Quello stronzo di Massimo. Proprio ora doveva andare a fare lo scemo in America!
Sento che mi manca poco per godere. Due o tre grattatine ancora e ci siamo.

Ma io non voglio godere.
La decisione viene improvvisa. Ma non è una decisione: è un raptus, un riflesso spontaneo. Mi fiondo fuori dalla doccia senza neanche curarmi dell'acqua che spargo in giro.
In salotto trovo il telefonino.
Digito.
Uno squillo appena e lei risponde.
"Senti, se ti va e non sei troppo stanca, quegli appunti te li potrei portare anche ora".