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Pioggia
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Titolo: Pioggia
Autore: Hector
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Racconto n° 3830
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Pioggia.
Alla fine era successo che entrambi erano scesi a patti con loro stessi. Avevano messo da parte principi, doveri, orgoglio, onestà e quant’altro. Tutto per... continuare ad essere amanti. Più di una volta avevano provato a smettere, ma non riuscivano a stare lontano l’uno dall’altra; era più forte di loro. Sì, proprio Lei, quella passione di cui tutti parlano, ma che solo pochi fortunati conoscono. Era stato un regalo. Piovuto dal cielo in una sera di Aprile. Si erano incontrati e non era servito molto tempo perchè entrambi capissero chi avevano davanti. Scintilla, fuocherello, fuoco. E durò per parecchi mesi. Si innamorarono anche. Ma entrambi erano già legati ad un’altra persona, entrambi già sposati. Lei con un geologo, lui con una commessa. Lei niente figli. Lui tre. E nessuno dei due voleva porre fine al proprio matrimonio. In fondo funzionava. Il marito di lei stava generalmente su piattaforme petrolifere piazzate sul bordo di qualche scarpata continentale, per un mese, dopodichè tornava nella sua bella villa con giardino sul lago, fuori Varese. Per un mese stava a casa, e poi ripartiva, proprio quando era appena riuscito a riallacciare rapporti e intimità con la moglie. In quel mese si incontravano in Albergo, ma a loro non piaceva molto, erano abituati bene nella villa. Cavolo, come se la passavano bene quando erano insieme!
Poi, dicevamo, si innamorarono e... non bastava più. La passione continuava a crescere, si vedevano per una notte o due la settimana, quando il marito di lei era via. Meno spesso in albergo. Lei diceva sempre che andava da Claudia, la sua amica del cuore che abitava in alta montagna con il suo uomo, in una malga senza telefono ed elettricità. Era perfetto.
Lui andava a Varese per lavoro, viaggiava in tutto il nord, e aveva eletto questa mediocre città a “quartier generale” durante le trasferte. Abitava nel centro Italia con la sua bella famigliola felice. Plin!
Poi divenne uno strazio. La storia doveva evolversi, oppure morire. Decisero di provare a farla morire. Il motivo? Perchè era giusto così. Ognuno a casa propria.
Ma non funzionò. Le loro vite divennero mediocri ai loro sessi occhi, prive di emozioni. Prive di passione. Erano in astinenza dalla droga più potente che c’è. E sapete cos’è capace di raccontarsi un tossico in astinenza che aveva promesso di smettere? Tutto.
Trovarono una soluzione, anzi, trovarono una misura. Non era possibile non vedersi più. Piuttosto che niente, meglio piuttosto. E così stabilirono, promettendo di impegnarsi e di non fare casini di nuovo, di vedersi una volta al mese. Sesso. Punto.
Questa era la situazione quando arrivò il compleanno di lui. Ne compiva trentasei. Decisero di comune accordo che anche se erano passati “solo” quindici giorni dall’ultima volta che si erano visti e amati, non era fattibile che lui festeggiasse senza di lei. E così decisero di vedersi ancora. E di amarsi ancora.
Era un tramonto autunnale, grigio. Dietro i monti sull’altra sponda del lago c’erano nuvole scure di una certa consistenza. Lui, scendendo dall’auto le vide e, come faceva spesso, si augurò che la notte piovesse, ma, fatto strano, non era mai successo. Solo un paio di volte c’erano state due gocce, ma senza un degno scroscio prolungato di qualche ora; non erano mai riusciti a far l’amore sotto la pioggia, ci scherzavano sopra questo fatto, e ormai dopo due anni se l’erano messa via.
Lui entrò in casa e depose le borse all’ingresso. Lei non c’era ad accoglierlo. Era già di sopra in mansarda, nella stanza degli ospiti che poi era lo Loro stanza. Era appena rientrata dall’ufficio e non aveva fatto in tempo a cambiarsi. Nemmeno a farsi una doccia. Si stava giusto risistemando il trucco nel bagno quando sentì i passi di lui che salivano decisi gli ultimi gradini. Il suo cuore batteva ad un ritmo sempre più serrato, mentre protesa verso lo specchio si stava dando ancora un tocco di rossetto. Lui comparve nello specchio, dietro di lei. La prima cosa che vide entrando nella stanza da bagno non furono gli occhi di lei proiettati nello specchio che lo osservavano, ma il suo collo, la sua nuca libera dai lunghi capelli castani raccolti, la spalla nuda e, quando stava per baciarle il collo, avvicinandosi sentì l’intenso suo profumo emanarsi, favorito dal calore corporeo di Lei che aumentava di istante in istante. Era tesa, verso lo specchio, sugli alti tacchi dei sandali, i piedi curati, i polpacci snelli, nervosi, il bel sedere alto leggermente abbondante, spinto in fuori.... era un invito per lui che cominciava a morderla sul collo mentre con una delle sue grandi mani comprimeva un seno e con l’altra si insinuava tra lo spacco della gonna nera.
Il nylon delle calze, poi il pizzo dell’elastico di queste. Lo spazio cominciava a stringersi. La temperatura saliva laggiù e anche l’umidità, la sua mano la percepiva. Continuò ad insinuarsi e le sue dita finirono per spostare il lembo del perizoma che separava gli orifizi più intimi di Lei dal piacere del contatto.
Le sfilò la gonna e la maglia, restandole sempre dietro. Lei si guardava allo specchio mentre le mani e la bocca di lui percorrevano freneticamente e con energia il suo corpo. Gemette quando lui dopo averle sciolto i capelli li raccolse dentro il pugno, tirandoli e mantenendoli. La sua testa restava così all’indietro che i nervi del collo ora risaltavano anche nello specchio. Ora era lui che la guardava, e si guardava. Abbassò la cerniera ed estrasse il suo sesso. Rigido. Verso l’alto. Lo intinse negli umori di lei che si teneva al piano del lavandino con le mani ed aveva la schiena inarcata, così come il collo, bloccato perchè lui continuava a tenere tirati i suoi capelli. La punta era inumidita ora, e lui lo puntò dietro. Lei faceva resistenza. Stringeva. Riuscì solo un poco a penetrarla, era forte. Lui si tirò indietro e lasciò cadere della saliva sul suo membro ancora più grosso e teso. Si appoggiò di nuovo e affondò con decisione. Lei resistette un attimo prima di mollare, prima di abbandonarsi ad un urlo di piacere che squarciò la mansarda.
La prese poi seduta sul piano del lavandino, ed in terra sulle fredde piastrelle blu cobalto. Quando lui allentò la forza dei colpi, lei non gli diede pace e spingendogli le spalle gli fece capire che voleva cavalcarlo. Ora era sopra di lui ed era lei finalmeente a dettare il ritmo. Si prese del tempo per sentirlo interamente dentro di sè, per sentire i peli del pube di lui sfregare il clitoride oramai gonfissimo. Lo sentiva spingere contro le pareti interne mentre lei si muoveva avanti e indietro, sfregandosi. Avanti e indietro. Lui le stringeva i fianchi e con le sue mani poco ci mancava che riuscisse a cingerla completamente tanto la sua vita era stretta. Lui diede qualche colpo come potè stando sotto. E lei venne. Abbondantemente. Mentre le sue urla di piacere avevano raggiunto il culmine. Lui si alzò con la schiena e l’abbracciò continuando a dare piccoli colpi, continuando a stare seduto. Si girò e la mise di nuovo con la schiena a terra, continuando a montarla con forza finchè lei affondò le unghie nelle possenti natiche di lui dicendogli: ”continua... continua a scoparmi ti prego!”
Lui, che era già vicino alla vetta, sentendo queste parole uscire dalla bocca di lei non resistette e si abbandonò al piacere adagiandosi poi sul quel corpo caldo e profumato. Godendosi l'abbraccio e la stretta delle sue gambe incrociate dietro la schiena.
Non era sempre così, a volte era molto dolce il modo che avevano di fare l’amore. A volte giungevano all’atto dopo anche un paio d’ore di preliminari. Il bello è che lo facevano sempre tante volte in una notte finchè erano sfiniti e crollavano come dei bambini, uno nelle braccia dell’altro.
Quando uscirono dal bagno lei sentì le prime gocce battere sul tetto e chiese: “Senti?”.
Lui sorrise ammirando i bellissimi occhi neri. Profondi. Misteriosi.
Quella sera piovve abbondantemente e il rumore della pioggia sul tetto si fuse perfettamente con la musica del 33 giri di Charlie Parker che Lei gli aveva regalato.
Lui si prese cura di lei, come amava fare: le lavò i piedi in bagno con un catino, le tolse ogni pelo delicatamente tra le gambe e sul pube con un rasoio da barbiere; ormai era esperto e a lei piaceva quel brivido di timore che correva lungo la schiena ogni volta che lui si accingeva a radere. La sciacquò con la spugna inumidendole tutto il corpo con acqua profumata di essenze. La portò a letto facendola sdraiare di pancia. Cominciò a massaggiarla partendo dai piedi. Amava baciarli e succhiarli prima di passarli con l’olio.
Dopo poco lei lo interruppe e disse: "Ho ancora un regalo per te, vieni..."
Lo condusse in bagno e lo fece sdraiare nella spaziosa cabina doccia. Lui cominciava ad avere un’idea di cosa stesse succedendo, cominciava ad averne un sentore.
Lei gli sussurrò ad un orecchio: “La pioggia di stasera a quanto pare mi rilassa e sento che stasera posso farcela, sei pronto?” Si alzò e con due passi si mise sopra il bacino di lui con un piede da una parte e uno dall’altra. Poi si chinò lentamente mentre con le dita della mano apriva le labbra del suo sesso. Quando fu in basso chiuse gli occhi. Lui la guardava eccitato, il suo pene si stava gonfiando, restò immobile. Cominciarono. Piccole gocce calde...