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L'occhio indiscreto di Luisa
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Titolo: L'occhio indiscreto di Luisa
Autore: Roissy
Contatto:
Racconto n° 386
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Luisa si accostò alla finestra, non le capitava spesso di rientrare ad ora così tarda ed il fresco della notte estiva era piacevole sulla pelle, dopo una giornata tanto afosa.
Rimase appoggiata a quel davanzale moresco ad ascoltare il silenzio ed a parlare a se stessa, tanto intimamente come è raro che accada.
Non sentiva la voglia di andare a letto, sola, come sempre.
Dalla finestra all'ultimo piano la sua vista spaziava sulle grandi aperture finestrate dei palazzi di Venezia, cornici eleganti e viziose che hanno racchiuso chissà quali vite, forse tutte più belle della sua, forse tutte più emozionanti.
A quell'ora una di quelle finestre, l'unica illuminata tra quelle vicine, attrasse il suo sguardo. Non lo fece apposta, semplicemente, come quando si incappa in un altrui colloquio telefonico, decise di non staccare gli occhi da quella cornice di vita, da quello spettacolo offerto a lei dalla calura sua e degli ignari, inconsapevoli attori della finestra dirimpetto.
Non avrebbero mai potuto vederla e neppure sospettare alcunchè, lei era nel buio più totale.
Sapeva che quell'appartamento era abitato da una coppia di giovani, vedeva lui e lei molto spesso.
Lui, faccia ed aspetto da bancario irreprensibile, lei fisico e tratti marcati da.... "puttanella". Chissà perché questa era l'impressione primaria che Luisa aveva avuto e dalla quale, nel corso dei mesi successivi, non era più riuscita a distaccarsi.
Lui passò in piena luce, completamente nudo e Luisa poteva vedere le sue cosce affusolate, ben fatte ed il pube forte, all'apparenza biondo. Lo vide chinarsi per estrarre qualcosa dal cassetto della comoda.
Nello stesso momento, nel riquadro di luce, reso ampio da involontari ( ! ?) e repentini spostamenti del capo di Luisa , apparve la ragazza, anch'essa nuda ad eccezione di una guepiere rossa ed una specie di grosso collare.
"Una puttana da bordello !" pensò Luisa, subito pentendosi del malevolo pensiero.
Questa salì in ginocchio sul letto e rimase in attesa con il busto eretto, i seni spinti fuori dalla postura delle mani che aveva intrecciato dietro la nuca. Pareva una scolaretta d'altri tempi in attesa di una punizione.
Luisa si sentì imbarazzata ma, ugualmente, la curiosità ebbe il sopravvento e decise di staccarsi dal suo eccezionale osservatorio solo per andare a ripescare, freneticamente, l'innocente ma efficientissimo binocolo Zeiss che qualche volta portava a teatro.
Mise a fuoco e la scena le balzò incontro, nitidissima.
L'uomo fronteggiava la ragazza, inginocchiata sul lenzuolo scuro, impugnando una specie di corto frustino con molte e brevi lacinie. La ragazza portava al collo un vero e proprio collare munito
di un grande anello di lucido acciaio.
Luisa portò istintivamente la mano libera alla bocca quando l'uomo iniziò ad usare il frustino, con piccoli colpi al torace ed alle cosce della schiava che, lungi dal sottrarsi a quella punizione, manteneva la sua posizione ed anzi, pareva offrire anche i seni all'impatto del nero strumento.
Sentì la bocca asciugarsi di colpo quando la ragazza, con moto naturalissimo ed obbedendo, evidentemente, ad un ordine ricevuto, si lasciò andare supina sulle coltri offrendo al suo aguzzino le più segrete e delicate intimità.
Dopo aver infierito sull'inguine rorido con colpi che Luisa pareva "sentire" uno ad uno, il padrone si dedicò ai capezzoli della schiava, abbandonando sul letto il piccolo scudiscio: le prendeva i bottoncini eretti e, letteralmente, le sollevava i seni tirando la schiava a se per poi rilasciarla.
Non appena lui lasciava la presa, ella ricadeva all'indietro. Per cento volte questo fatigante supplizio fu ripetuto, sempre uguale e sempre diverso, sempre più doloroso, sempre più lungo, apparentemente sempre meno sopportabile.
Luisa pensava queste cose guardando, più che la scena complessiva, il volto di lei: la primitiva sicurezza, quel piacere iniziale si era, via via, affievolito, per lasciare il posto a smorfie di dolore sempre più frequenti ed a boccheggiamenti di inequivocabile natura.
Capiva, Luisa, che non una parola usciva dalla bocca della schiava, solo lamenti, segnali di preghiera, invocazioni implicite ma non una parola! Una parola per fermare i gesti di quello strano amante non era uscita e non sarebbe uscita dai bianchi denti della "puttanella".
Dunque le piaceva!
Poi due corpi ansanti ed imperlati di erotico sudore si accasciarono vicini, per qualche momento, senza, ancora, parlarsi.
In quel momento di rilassamento Luisa si sorprese a domandarsi che cosa provassero entrambi e si diede una risposta chiara: piacere.
Una strana eccitazione si stava impadronendo di lei : decise di mettersi comoda, inginocchiandosi sul fresco marmo rosa e bianco del suo pavimento, dopo aver adagiato il binocolo sul davanzale ed accorgendosi, nel fare quel gesto, che le tremavano le mani dall'eccitazione, da una eccitazione sconosciuta ma piacevole e foriera di nuove scoperte.
Anche in ginocchio poteva vedere quei corpi vicini e sazi, mollemente distesi sui loro forti pensieri.
Una mano le corse a dischiudere i suoi rossi segreti, trovando agevole e leggera la via al piacere.
Lui sollevò il busto e Luisa corse al binocolo. La schiava, sempre supina, rimise le mani dietro la nuca e divaricò le gambe di nuovo offrendosi in un cerimoniale ormai consueto.
L'uomo le succhiava i seni mentre con una mano le frugava l'inguine, torturandola piacevolmente.
Ogni tanto lui smetteva tale operazione e passava e ripassava le code del frustino sulla rorida ed aperta orchidea. Durò poco quel giuoco così tenero.
Con un balzo lui si armò di una frusta più consistente e lunga mentre lei si pose prona, distesa ed oscenamente divaricata, sul letto.
Lui si accanì sul sedere offerto della vittima che sculettava torcendosi sulle lenzuola ma, anche in questo caso, senza tentare in nessun modo di sottrarsi alla punizione.
L'eccitazione andava sopraffacendo Luisa che si domandava in quale dei due ruoli le sarebbe piaciuto giuocare. Nessuna esplicita risposta montò stavolta alla sua mente, lasciò che le sue mani decidessero per lei: mantenendo gli occhi fissi al binocolo, iniziò a sbottonarsi l'abito.
Il leggero chemisier a fiori che indossava le facilitò il compito; bottone dopo bottone, con il respiro corto, aprì completamente l'abitino sul davanti e giocherellò un poco sulla pelle dell'addome, attorno all'ombelico, una carezza che le piaceva particolarmente.
Le sue dita scesero nuovamente lungo le cosce, indugiando sul calore che tracimava dalle mutandine ove avvertiva un gonfiore pulsante e decisamente malizioso, per poi risalire sui fianchi e sul ventre desiderante.
Intanto la "puttanella" era stata ammanettata ai quattro angoli del letto in ferro e, sullo sfondo delle nere lenzuola, pareva una pallida stella marina sobbalzante sotto i colpi che segnavano di rosse carezze la sua schiena e le sue cosce tese. I suoi capelli biondi si agitavano, spargendosi in larghe corolle sul cuscino che ella mordeva di tanto in tanto.
Nel silenzio perfetto della notte, le mani di Luisa avevano raggiunto il leggero reggiseno e lo avevano abbassato, in modo tale che ora i suoi seni sporgevano nudi e sorretti dalla stoffa arrotolata sotto,
sospesi dalle bretelline tirate allo spasimo. Luisa sentiva come estremamente piacevole la fisicità di quella tensione cui ella stessa aveva sottoposto il suo seno e, sempre senza dividersi dal suo onnivoro binocolo, cominciò a giocare con i capezzoli, già eretti da tempo sino a farle male.
Lui prese due grandi cuscini e li pose sotto il ventre della schiava che, pur costretta dai suoi lucidi legamenti, si inarcò al massimo per facilitare tale apposizione che la rendeva ancor più, se possibile, esposta ed aperta.
Lui la prese. Dopo averla domata e resa mansueta, dopo averla stremata e fiaccata, dopo averla usata così accanitamente, lui la prese d'un sol colpo.
E mentre la prendeva, Luisa lo vedeva distintamente, egli le mordeva il collo e le spalle, con morsi lunghi, profondi, dai quali pareva risollevarsi con un piacere diverso da quello più propriamente fisico e sessuale.
Luisa cominciò a pizzicarsi i capezzoli, dapprima dolcemente, godendosi lo sconosciuto brivido che il fare ciò le provocava lungo la spina dorsale, poi più forte, con piccola violenza, fino a strapparsi un gemito che le parve un boato in tutto quel silenzio.
Le ginocchia cominciavano a dolerle, gli occhi a bruciare per lo sforzo ma il piacere avanzava a lunghe ondate ora che la sua eccitazione aveva innescato il più potente dei piaceri terreni, l'immaginazione.
E Luisa vide entrare, irrompere nel suo salone buio, quel pube biondo e prepotente. Si vide legata e presa, torturata in ogni suo anfratto e felice di esserlo, disposta a tutto, disposta ad annullarsi ed a lasciarsi andare.
Mordendosi le labbra, Luisa smise di tormentare i capezzoli e scese di nuovo a scostare il bordo delle mutandine.
Il primo tocco sulla sua mucosa gonfia ed umida fu una scarica elettrica; aprì le cosce, spostò il tessuto fradicio e cremoso e cercò con il polpastrello il clitoride.
Tutto in un attimo, in una confusione che le ottundeva i sensi e che la portò ad un orgasmo profondo che le esplose nella testa, nel petto e nel ventre, insieme alla vittima vera, così lontana e così vicina a lei.
Dovette fare uno sforzo tremendo ed innaturale per frenare le grida che montavano e si trovò, tra singulti ed ansiti, ad avvoltolarsi sul pavimento in modo scomposto e piacevolmente sguaiato.
Ondulò i fianchi e si scosse finchè le ultime onde di piacere non furono passate ed ogni fibra
acquietata.
Quando si riebbe si trascinò, spossata come non mai, al davanzale, constatando, senza dispiacersene, l'assenza di ogni luce sulla facciata dirimpetto.
Si lasciò andare di nuovo sul pavimento che, con il suo fresco e continuamente rinnovato contatto sulle pelle di lei, pareva esserle diventato amico e complice.
Si lasciò andare alla nostalgia. Ad una nostalgia strana, di avvenimenti e sensazioni che ella aveva sfiorato più volte senza mai precipitarvi...
Alla voce ed alle parole di Janus che ora, lucidamente, risalivano la sua mente ed il suo corpo vibrante...
Ora le pareva che tutto il turbinio vissuto fuori e dentro di lei altro non fosse che il naturale epilogo di sogni e desideri mai affiorati ma sempre ben presenti e vivi anche se in modo inconscio.
Ora le pareva di essere stata, sempre, la schiava non usata di un padrone mai apparso nella sua vita pur essendole, idealmente, sempre vicino.
E se lo figurava, questo padrone, nelle immaginate fattezze di Janus e... gli parlava: Ho nostalgia di te, anche se non ti ho mai conosciuto. Ho nostalgia dei pomeriggi e delle sere fresche che avremmo potuto trascorrere nella nostra emozione. Delle tue parole inespresse, dei tuoi ordini mancati. Di tutta quella devozione che ti avrei regalato se solo mi avessi chiesto di essere tua nel modo giusto. Delle tue mani che avrei amato anche quando mi avessero inflitto dolore.
Le tue mani, con cui mi avresti tenuta ferma, con cui avresti tenuto le mie. Le mani che avrei dovuto e voluto baciarti dopo che tu le avessi lasciate libere di possedermi, fuori e dentro di me.
Le tue mani, dolci sui miei seni, a racchiuderli con una tenerezza che mi avrebbe fatto struggere. Le tue mani crudeli sui miei capezzoli, a stringerli con forza. Le tue mani, bianche ed intelligenti. Le tue mani padrone di me.
Ho nostalgia della tua bocca a cercare la mia, mai sazia. Della tua lingua arrogante che si inserisce tra le mie labbra ed i miei denti, nella mia bocca colma dei tuoi sapori. Della tua saliva della quale, mi pare... qui ad occhi chiusi, di poter costruirne il sapore, la consistenza.
Come l'avrei voluta su di me a lenire la mia pelle arrossata per il tuo piacere.
Sono sempre stata una schiava, la tua schiava.
Con cieco abbandono ti avrei sempre risposto "Sì...sì...sì...", pronunciando ogni mio "Sì" con voluttà, come tanti piccoli doni che sarei stata grata di poterti dare....
Sai, ho una confidenza da farti, semmai tu potrai ascoltare il mio pensiero: sarei per te molto di più di quella puttanella che abbiamo visto poc'anzi. Io preparerei, organizzerei per te tutte le tue fantasie, tu sai che possiedo tali capacità oltre che vera intelligenza e tempo (lo troverei...) da dedicarti.
Ed anche nelle cose piccole ma così importanti sarei sempre presente, sempre nel mio ruolo. Ora non sorridere se ti dico che, tanto per fare un esempio, se tu esistessi, vorrei, almeno di tanto in tanto, anche accompagnarti in bagno, inginocchiarmi e, dopo averti sbottonato con lentezza, prendere in mano il tuo pene, dirigere il suo fiotto caldo nel vaso con attenzione, pulirlo dall'inevitabile goccia con un fazzoletto morbido oppure con la punta della mia lingua per poi riporlo, con devozione, nei tuoi boxer.
Sai, ti cerco da sempre anche se l'ho capito solo ora!