|
|
|
Il professore esimio
|
|
|
Titolo:
Il professore esimio |
Autore:
Babele |
Contatto:
|
Racconto
n° 3881 |
Altri
racconti dello stesso Autore:  |
|
|
Via Ragno, vicolo Carbone ed omonima Piazzetta, via Scienze, via Mazzini, via Vigna tagliata, Piazzetta Lampronti, via Vittoria e riecco via Ragno. Un perimetro che ricorda i confini dell'antico ghetto all’interno del quale si trova lo studio del professor Marco “DiTi”, internista di chiara fama e strenuo difensore della salute dei suoi pochi, fortunati ma sempre ricchi pazienti. Ho ventisette anni e sono stato appena congedato dal servizio militare di leva tornando a casa e “civile” con qualche problema fisico di troppo per la mia età dovuti ai disagi della vita militare ed alla sbobba “rancio”. Visite del medico di famiglia, analisi, terapie, visite “specialistiche” alla mutua, contro-analisi, contro-terapie. E la mia salute peggiora. Ed ecco allora scendere in campo la preoccupazione della famiglia, dei parenti ed amici che oltre a subissarmi di suggerimenti e di consigli si mettono in caccia di professoroni “garantiti” da questo o da quello. Ne consulto un paio che danno dell'asino a chi mi ha visitato e curato prima di loro, che si scambiano del somaro tra di loro. Altre visite, altre analisi, altre terapie, stessi insuccessi. Giordano, 24enne rampollo di famiglia ricca e perbene (tutte le famiglie ricche sono “perbene”) e mio grande amico, si dà la briga di propormi al famoso ed inarrivabile professor “DiTi” (fraterno amico dei suoi genitori e curante della sua famiglia) raccomandandomi a lui ed insistendo finché non accetta di ammettermi tra i suoi sceltissimi, rari pazienti. Da quando promise di darmi una mano in tal senso avevo finto di credergli ringraziandolo di cuore, sapevo che non ce la avrebbe fatta, e invece…
Venerdì sera all'ora del caffè. “Driiinnn”. - Chi è? - - Sono io, Giordano! - - Ah, sali! - Sul pianerottolo : - Ciao Giordano, entra che il caffè è pronto. - - Ciao Babele, grazie, lo prendo volentieri perché tu lo fai davvero buono il caffè!… poi me ne vado subito perché ho fretta… sai… le mie tante donne… gli impegni “d'amor notturno e orizzontale” (e ride mentre sorseggia il caffè) ma non sono qui per raccontarti quello che tutti sanno, “ca son un guzzadòr” (che sono un tombeur), ma per comunicarti che giovedì prossimo alle 16 hai appuntamento con il professor “DiTi” presso il suo studio… da giovedì alle 16 sarai quindi uno dei suoi pazienti come ti avevo promesso! - Mi guarda e ride forte: della mia faccia, sì, perché “è da scemo”.
Giovedì ore 15:55, sono sul marciapiedi in acciottolato davanti al portoncino in legno massiccio, segnato da “rughe” e da crepe che ne denunciano la vetustà, dello studio del professore famoso. A destra ed a sinistra dello stesso noto due finestre “fortificate” da inferriate in ferro battuto panciute come le donne incinte all'ultimo mese da dove si affacciano i fiori rosso-fuoco di ben curati gerani. Il colore del muro in mattoni a vista della cinquecentesca facciata è il tipico “rosso Ferrara” delle case del centro storico della città. Ho guardati ed apprezzati più del dovuto tali particolari per far trascorrere volutamente qualche minuto ancora. “Presentati nel suo studio non più di cinque minuti prima e non un minuto dopo l'ora dell'appuntamento che ti ha fissato!” mi aveva suggerito o forse sarebbe meglio dire imposto dato il tono della voce, Giordano. Pigio brevemente, lievemente, quasi con soggezione, sul pulsante bordeaux del campanello. Uno scatto metallico e “mezzo portoncino” retrocede verso l'interno di qualche centimetro, lo scosto meglio, entro: - Permesso?, buonasera - dico non so a chi mentre guardo e ammiro il rettangolo di pavimento in cotto illuminato dallo spicchio di luce che si intrufola nel vano della porta aperta di una sala d'aspetto semibuia o forse addirittura spettrale. - Buonasera… il signor Babele? - - Sì! - - Si accomodi - mi risponde la vocina di una segretaria che indovino più che vedere dietro una scrivania, ombra semi invisibile proiettata nei miei occhi in cerca di realtà dalla fioca luce di un abat-jour basso e largo che crea sullo scrittoio un cerchio di luce giallastra dentro il quale mani grassocce, un notes e una penna nera abbandonati paralleli sul pianale sembrano “morti”. - Si sieda, prego… - mi suggerisce la vocina. Mi accomodo su uno dei divanetti biposto poggiati alla parete di destra rispetto all'entrata, altrettanti sono addossati a quella di sinistra. Mi guardo intorno incupito, forse intimorito. La parete di fronte al portoncino di ingresso è divisa in parti uguali da una porta scura come l'ambiente che separa (penso) la saletta d'aspetto dallo studio del professore famoso. A destra della porta: la scrivania, l'abat-jour, l'ombra della segretaria. A sinistra un armadio-libreria. Ai lati della porta d'entrata le due finestre “gravide” che dovrebbero dar luce all’ambiente sono oscurate da pesanti tende: “brrrr…”! La porta che divide la saletta dallo studio s'apre silenziosamente, si richiude, si materializza una signora di mezz'età che si dirige verso la scrivania della segretaria, “driin”, una mano grassoccia alza la cornetta dell'interfono, lo poggia all'orecchio, sì?, lo depone mentre la vocina cantilena: - Signore, si accomodi per favore nello studio, il professore la aspetta - e si rimette tosto a parlottare con la paziente. Mi alzo dal divanetto chiedendomi il coraggio di scappare, ma mi lascio vilmente trascinare verso la porta del mistero che varco quasi impaurito. “Flop” e mi sento chiuso fuori dal mondo, isolato dai viventi tutti, meno uno. “Meno uno?”… ma a proposito, dove cav… - Buona sera e benvenuto, signor Babele, si accomodi nella poltroncina davanti a me - mormora una voce piana, appena appena percettibile, come se non volesse disturbare il sonno del figlio del re - sono il professor “DiTi”, piacere di conoscerla. - - Piacere mio - gli rispondo mentre mi siedo, un po’ a tentoni, sulla poltroncina in legno con seduta imbottita. - Mi conceda di riporre queste schede, poi sarò da lei - - Prego professore - Si alza con le schede in mano, estrae un contenitore stretto fra gli altri da uno scaffale della libreria che troneggia alle sue spalle, armeggia con le une e con gli altri. Mi guardo intorno. Anche lo studio è semibuio, l'unica sorgente di luce che mi garantisce di non essere in una tomba è quella artificiale che proviene dal panciuto abat-jour (ci risiamo!) sulla scrivania. La porta dalla quale sono entrato qui e che si è richiusa alle mie spalle è imbottita con materiale insonorizzante modellato da rombi color cuoio accostati tra di loro e i cui perimetri sono sottolineati da cordoncini gialli. Anche la parete che ci divide dalla sala d'aspetto è insonorizzata e coperta da pesanti tende di velluto spesse come coperte militari che scendono dal soffitto fino a sfiorare il pavimento. Le altre pareti sono occupate da librerie in legno massiccio stracolme di libri polverosi, certo delle vecchie edizioni. “Oddiomamma… ma dove sono?, nello studio medico di un noto professore o nell'antro inquietante di un tenebroso santone?” Il professore famoso si siede di fronte a me, aumenta l'intensità della luce che proviene dall'abat-jour, posa una scheda vergine sul piano dello scrittoio, mi guarda, o forse mi studia, o indaga, non so, in silenzio. Visto e valutato da vicino lo trovo diverso da come lo ricordavo da precedenti incontri casuali e disinteressati. Mi pare un po’ più basso di statura, forse addirittura tarchiato fasciato come è in un camice di un candore abbagliante. La pelle del suo volto è scura, quasi arabeggiante, i suoi capelli sono “troppo” folti, neri e con qualche filo bianco qua e là, pettinati “alla Einstein”. Ha grandi occhi neri, espressivi, penetranti, lineamenti marcati, bocca carnosa, direi sensuale. - Allora, signor Babele, mi racconti come e perché è seduto di fronte a me, ma senza trascurare particolari che lei ritiene insignificanti - sussurra e capto a fatica. L’anamnesi viene sempre meglio definita e particolareggiata dalle sue domande puntualizzatrici e dalle mie risposte esaustive. Un quarto d’ora di scambi di borbottii, i miei imposti dai suoi, che addirittura stenografa (per non perdersi nemmeno una virgola) sulla cartella a me dedicata. Silenzio. Il professore medita. Io aspetto il seguito. - Bene signor Babele, adesso per favore si spogli, tenga solo gli slip - mi fa col solito bisbiglio e indicandomi con la mano qualcosa che deve stare alle mie spalle ma un po’ sulla destra. Mi giro e adesso che è reso visibile da una sorgente luminosa accesa or ora vedo un attaccapanni in ferro battuto. Mi alzo e mi dirigo verso di esso con passo indeciso. Mi aspettavo uno straccio di separè che non c’è, mi sento in difficoltà ma devo svestirmi e “vestire” l’attaccapanni, e lo faccio di spalle al professore quasi volessi difendere una privacy assente, mi sento il suo sguardo “dentro”, forse mi vergogno, resto con i soli slip, odo un sussurrato: - Si sieda ora sul lettino - disposizione alla quale posso obbedire solo perché proprio ora s’è accesa una luce intensa e calda lunga come il lettino che sovrasta rendendolo reale e che io avevo finora solo indovinato. Immerso nella nuova calda luce mi sento più a mio agio, forse da lei protetto. Me lo vedo accanto, ma “sbiadito” dalla vaga penombra nella quale resta nascosto mentre io sono imprigionato e penetrato da una luce davvero potente e torno a sentirmi nudo fin nelle ossa, ma per poco perché il tepore che mi scalda sembra instillarmi nuova sicurezza. Il prof., con un bastoncino di legno marrone (una specie di spiedino), mi sposta di qua e di là i capelli a ciocche e studia loro e il cuoio capelluto avendomi fatto reclinare il capo verso di lui… “Bene bene” alita e lascia cadere il bastoncino in un cestino, posa la lente usata su un tavolinetto che sta lì accanto dal quale prende l’ottolaringoscopio (la tipica “arma” degli otorino con lampada e specchio incorporati), se lo calca in testa e mi esamina le orecchie… le narici… la bocca… i denti… le tonsille… il palato… la lingua interrogandomi sulla storia e stato di ogni singolo organo da lui via via indagato, si toglie “l’arma” dalla testa e la posa sul tavolino, molla nel cestino le altre armi usate, mormora “Bene bene”, va alla scrivania, stenografa sulla scheda, torna da me e dal cassetto del tavolino con i ferri del mestiere estrae un grande, finissimo fazzolettone di cotone, lo dispiega, me lo poggia alla schiena: dire “trentatrè”, trattenere il respiro, tossire, inspirare, star fermo, espirare e l’orecchio del professore che “timbra” ed ausculta tutta la mia schiena attraverso il fazzolettone, come lo fanno poi i “toc-toc-toc” delle sue dita e alfine una specie di trombetta di legno fa da ponte tra un suo orecchio e la mia pelle… le sue domande, le mie risposte, “Bene bene” e il professor DiTi lascia cadere il fazzolettone nel cestino, poggia la trombetta sul tavolino e va allo scrittoio a stenografare. E’ davanti a me con un nuovo fazzolettone fra le mani e attraverso di lui mi palpeggia il collo… le spalle… le braccia… le ascelle… i gomiti… gli avambracci… i polsi… le mani… le dita… le unghie… domande, risposte, “Bene-bene”, va, scrive, torna: - Si tolga gli slip e si stenda supino per favore - mi suggerisce sottovoce. Avvampo dalla punta dei capelli alle unghie dei piedi, ma eseguo; non sono mai stato così nudo, l’ennesimo fazzolettone mi copre il petto, le sue dita me lo tastano e picchiettano, un suo orecchio me lo ausculta, operazione che ripete con la “trombetta” di legno, domande, risposte, “Bene bene”, il fazzoletto viene trasferito sul mio ventre e attraverso di lui le sue dita mi palpeggiano il colon seguendone il percorso, si soffermano su e mi circuiscono il fegato, la milza, il tenue, l’appendice, il pancreas, l’ombelico, gli inguini… solo i peli pubici, la borsa e l’uccello si sono "salvati”… Poggia l’orecchio sul mio ventre appena sotto il diaframma: - Ogni volta che toglierò e riappoggerò l’orecchio lei, aiutandosi col respiro, retragga e gonfi alternativamente la pancia - alita. Lo faccio guidato dai miei occhi che seguono la zazzera nera “graffiata” qua e là da qualche capello bianco che si alza e si poggia, si alza e si poggia sul fazzoletto seguendo passo passo i percorsi delle sue dita auscultando ciò che m’aveva fino ad allora palpato… domande, risposte. L’alito caldo che esce ad intervalli regolari dalla sua bocca “girata da quella parte” mi intiepidisce l’uccello. Una fatica immane “tenerlo fermo”, ho una gran voglia di farlo sparire quando il suo orecchio si poggia al limite dei miei peli pubici e la sua guancia preme sul fazzolettone sotto il quale il mio povero pisello “vorrebbe morir di vergogna”, una suspence, un disagio immane mi mummificano, poi finalmente mi ausculta con e attraverso la famosa trombetta… ooohhh finalmente! adesso almeno “gli” è un po’ più lontano! e io sono più sollevato, mi sento quasi sicuro… Copre con il fazzoletto le mie “parti intime”, non respiro, una sua mano fascia con il velo di cotone il mio uccello e lo sposta verso l’alto… l’altra sua mano “fazzolettata”, come inguantata, mi cattura e misura consistenza e volume di una palla… dell’altra… della borsa… le trascura e con una mossa tanto rapida quanto precisa e “brava” mi scappella il membro, mi tasteggia torno-torno la cappella, lo reincappella, e pur sconvolto da tali “fatti” ora riesco a spiegarmi, perché non lo capivo, come facciano i giapponesi a pinzettare con tanta bravura ogni cosa con due bastoncini… il professore famoso, per esempio, è bravissimo nel calzare ed usare il fazzolettone come guanti… “lo” molla e mi interroga, come è d’uso, sottovoce. - Frequenza dei rapporti sessuali? - - Bi-tri settimanali - gli risponde la mia angoscia. - Con una ragazza? con più donne? gratis? a pagamento? - - Con una ragazza… gratis - - La sua ragazza è fidanzata? - - Sì - - Rapporti soddisfacenti? gratificanti? poco? molto? - - Molto soddisfacenti! - - Per entrambi? - - Sì! …beh, penso di sì… - - Proprio mai con altre? - - Qualche volta… - sussurro “pentito”. - Le sue risposte devono essere sincere… con femmine del mestiere? solo con donne così dette serie? - - Solo con donne serie! - - Per un suo maggiore o minor piacere? - - A volte maggiore, a volte minore - - Bene bene… - e attraverso il fazzolettone le sue mani mi visitano le cosce… le ginocchia, che mi saggia col “martelletto”… le gambe… le caviglie… i piedi e relative dita ed unghie allontanandosi sempre più dalle mie zone fisiche “pericolose” e dalle sue domande “diaboliche” e finalmente mi sento rinfrancato. - Si rigiri sul lettino per favore… a pancia in giù - sussurra… le sue mani palpandomi da sopra il fazzoletto risalgono dai talloni alle gambe, alle cosce… “oddio”… - dovrebbe allargare di più le cosce e retrarre meglio le gambe - bisbiglia ed io eseguo ma… bollo, pollice e indice di una mano “inguantata” nel fazzolettone si insinuano fra le mie chiappe di già aperte e si allargano a forcella spalancandomele ancor di più… e se non impazzisco o lo ammazzo ora!… - Come mai è così teso? perché “lo” tiene così strettamente chiuso? non è in naturale e giusta confidenza con ogni parte del suo corpo? anche quando le ho visitati palle ed uccello era fuori di sè… comportamento, motivi e status mentale ereditati dagli educatori, dai religiosi, dalla famiglia o sua insicurezza personale?… o di tutto un po’? - alita. Ricordo solo “di tutto un po’” e come una eco glielo ripeto mentre rilascio i muscoli degli sfinteri anali. - Bene bene… così va meglio, ma deve imporsi di imparare in fretta dato che è già vicino alla metà del cammin di sua vita a considerare ogni parte del suo corpo uguale a qualsiasi altra, naturalmente, normalmente, ovviamente, sennò rischia di essere un malato psicofisico fin che campa perché in questi “falsi casi” non ci sono specialisti o specialità che tengano! - Ha finito il suo sermone, altre due dita “guantate” si posano sul bordo del mio “buco del” e me lo aprono e slargano “da nord a sud, da sud a nord”, “da est a ovest, da ovest a est”, “da sud est a nord ovest, da nord ovest a sud est” e: - Su questo, diciamo, “versante” ha mai avuto tentazioni? voglie? “curiosità” da soddisfare? - Mai! nessuna delle tre! - gli ribatto secco ed alterato. - Si calmi… bene bene… anzi, no… mi scusi ma devo tornare sui miei passi perché ho dimenticato di farle una domanda… lei ha rapporti orali? - - Sì… - alita non so chi giacché “io non sono qui”. - Con tutti gli organi sessuali femminili, “didietro” compreso? - - Sì… - gli ribadisce il solito sconosciuto al posto mio mentre io penso: “ma questo qui è proprio matto!”. - E con organi sessuali maschili? - - Ma professore!… certo che no! - e stavolta gli rispondo quasi con un urlo risentito in quel luogo di sussurri. - Bene bene… e non si agiti!… ogni domanda ha una sua risposta che deve essere sincera ed esplicativa, lei lo è stato, quindi… - mi rimbecca con il suo solito quasi inudibile modo di parlare. - Bene bene… può assumere la posizione che più le aggrada - lascia cadere il fazzoletto nel cestino, va alla scrivania a dattilografare sulla scheda, non so perché non l’ho strozzato o in alternativa non sono morto di vergogna, “nascondo e proteggo” il mio culo sedendomici su, il mio uccello e relative palle, mai così guardati e palpati da anima viva e maschile, infossandoli e stringendoli fra le cosce. Un sordo ronzio mi opprime le cellule grigie impedendo loro di connettere. Mentre il professore famoso stenografa io annaspo in una palude melmosa fatta di sensazioni contrapposte, la luce che mi domina e scalda si spegne, come quella dell’abat-your sullo scrittoio, sussulto ed ho subito freddo, ma si illumina un’altra parte dello studio… e mi viene in mente Frankestein! Dal buio dietro la scrivania arriva un altro sussurro-ordine: - Ora si alzi e cammini eretto sulla guida stesa e tesa sul pavimento fino alla parete che mi sta di fronte - Sono ormai un automa perfetto, scendo dal lettino ed eseguo l’ordine riuscendo ad acclarare, stupito, che un'ennesima, lunga sorgente di luce illumina ora una guida che va dallo scrittoio al muro che gli sta di fronte e in una frazione di secondo il mio squinternato “io” ha la forza incredibile di mettere insieme un paragone: “Carlo Collodi ha creato e poi trasformato un burattino di legno in un essere umano, il famoso prof. DiTi, burattinaio immerso (come è ovvio che sia) nel buio con i suoi fili e interruttori ha trasformato me, essere umano, in una marionetta di legno che manovra a piacimento e fa recitare (che strano copione) su un palcoscenico irreale ma… reale!” E intanto sono arrivato contro la parete dentro la quale vorrei murarmi e sparire! - Adesso si rigiri, tenda braccia e mani davanti a lei orizzontali e paralleli e cammini verso di me - Cammino verso il buio nel quale è nascosto, a un metro dal quale: - Si fermi e si chini fino a sedersi sui talloni - Lo faccio e mi sento fatto delle mie sole “pendule vergogne anteriori”. - Bene bene, si rialzi, chiuda gli occhi, tenda le braccia davanti a lei, apra e chiuda le mani a pugno… bene bene, si giri su se stesso e si chini lentamente fino a sedersi sui talloni - Mi sento tutto e solo… “buco della vergogna posteriore”. - Bene bene… ora venga a sedersi di fronte a me… se vuole può prima rivestirsi - Io, una cosa, mi rivesto al quasi buio che è tornato a dominare nello studio e vado a sedermi sulla poltroncina imbottita che sta davanti a lui. Il grande professore mi elenca sottovoce i miei problemi, i perché ed i percome sono insorti, con quali medicinali sono da contrastare e da guarire e in quanto tempo, dosaggi e controindicazioni, la dieta che dovrò seguire, niente ricerche analitiche o strumentali, dovrò tornare da lui per una prima visita di controllo tra un mese esatto “avendo seguite alla lettera le mie indicazioni, prescrizioni e suggerimenti perché, in caso contrario, lei è decisamente e chiaramente invitato a rivolgersi ad altri” e mi allunga una serie di ricette. Mi saluta. Lo saluto. Mi alzo e mi avvio verso la salvezza: la pesante porta, fa “flop” e si apre davanti a me, “flop” e si richiude alle mie spalle. Sono nel mondo “quasi normale” della sala d’aspetto e respiro, pago la parcella alla segretaria, saluto lei ed il paziente in attesa, esco in fretta e fuggo nella vita che sta lì fuori, sul marciapiedi acciottolato, sono le 17.33 e non urlo alla libertà ed alla gioia ritrovate solo per non passar per matto. Un mese, due mesi, tre mesi, quattro mesi, quarta visita di controllo e sono sano e pimpante come non mai. Il professore famoso ha fatto un altro miracolo e ciò segna la mia cancellazione dalla lista dei suoi pazienti. Lo ringrazio di cuore, caldamente, e se lo merita, ma tergiversando perché non ho ancora trovato il modo o meglio il coraggio di chiedergli… e devo stare invece in attento ascolto dei suoi soliti sussurri perché mi sta ringraziando, sta facendomi i complimenti! sì, perché, dice, sono stato un paziente vero, serio, scrupoloso, e mi da addirittura la mano, lui, che mi aveva “palpata anche l’anima” ma sempre e solo attraverso i suoi fazzolettoni… allora mi decido e cavalco il coraggio di chiedergli se, per favore, potrebbe accettare come sua paziente la mia fidanzata. Mi dice subito di sì. “Per il rispetto che deve alla mia eccellente persona”. L’appuntamento per la mia ragazza lo fissa per martedì dodici alle 17.00 Lascio “l’antro” del professore santone contento come una pasqua.
Martedì 12 ore 16.58, la mia fidanzata Rosetta ed io siamo seduti su uno dei divanetti biposto della sala d’aspetto del prof. DiTi da un minuto. L’impatto psico-fisico di Rosetta con lo strano mondo dell’esimio prof. è più soft del mio perché lei è stata preparata dai miei racconti e resoconti di questi mesi, ma un po’, anche lei, “ci è rimasta”. Ore 16.59 : “flop”, si apre la porta comunicante tra lo studio e la saletta dal quale compaiono una ragazzina e la madre, “flop”, e la porta si richiude. Rosetta mi guarda e, ricordando, mi sorride complice. “Driiin” e la mano grassoccia della segretaria porta e si poggia la cornetta all’orecchio e: “Sì?… Bene!”, la posa sulla base e: “I signori si possono accomodare, il signor professore li sta aspettando”. Ore 17,00 “flop”: entriamo nello studio, “flop”, e ne siamo suoi prigionieri. A questo punto anche la premunita Rosetta vacilla un po’, vede e sente e vive la arcana situazione. - Buonasera… prego avvicinatevi, accomodatevi pure - ecco qui la prima frase sussurrata. - Buonasera - gli rispondiamo, e do la precedenza alla mia fidanzata che si siede sulla poltroncina in legno con seduta imbottita che sta alla mia destra, io in quella gemella ad essa affiancata. - Benvenuta e piacere di conoscerla signorina… anche se, a quanto vedo e a dire il vero, già la conosco pur non conoscendola… come tutti gli uomini di questa città d’altronde e mi spiego… lei, signorina, è la donna nubile più bella della nostra città, mentre la signora Ondina è la più bella donna sposata, far finta di non conoscerla, anche se solo di vista, sarebbe stata sola ipocrisia, mancanza di rispetto verso la verità - ed è la sua seconda frase mormorata. La mia Rosetta, rossa di sorpresa e di soggezione, mi guarda per una frazione di secondo mentre gli risponde: - Grazie, professore! - - Dovere e piacere dovuti e scontati - alita lui. Ed io sono già ripiombato in un disagio ancora più profondo di quello nel quale sono quasi annegato la prima volta che mi sono trovato qui. Il quasi buio, il silenzio, la suspence creatasi nell’ambiente e forse in tutti noi, la fioca palla di luce dell’abat-jour tra lui e noi, le sue mani posate sulla scrivania ai lati di una scheda vergine, quella che raccoglierà la storia anamnestica ed i problemi psico-fisici di Rosetta. - Prima di incominciare è mio dovere farle una domanda signorina… domanda che pretende una sua risposta totalmente sincera perché la esigo tale, d’accordo? - - D’accordo, professore! - - Io dovrò scavare nella sua psiche e nel suo corpo in profondità, come e più di un confessore che volesse garantirle il paradiso pur avendola ascoltata e poi giudicata “peccatrice mortale”, come e più di un avvocato difensore che la voglia assolta pur sapendola colpevole assassina perché qui è in gioco la salute e quindi il benessere della sua giovane vita che deve essere serena, spensierata, gioiosa, sana… perciò decida ora e in totale libertà o di restare giustamente sola, o di accettare la presenza del fidanzato, presenza che se preferita, non dovrà, insisto, minimamente influire sugli atteggiamenti e sulle pose che dovrà assumere, su come e dove la dovrò visitare, su quali domande le dovrò porre e sulle risposte che mi dovrà dare!… intesi? - - Intesi!… il mio fidanzato resta e sarà “come se io non ci fossi”, ed io sarò “come se lui non ci fosse”… vero caro? - - Certo!… sì sì, mia cara… - confermo a lei e a lui. E chi avrebbe mai potuto rispondere diversamente? - Bene bene… allora, signor Babele, lei dovrebbe spostarsi con la sedia che la ospita sotto l’arco della porta tra le due librerie della parete alla sua sinistra… grazie - - Ci mancherebbe, professore - e do seguito al suggerimento spostandomi dove dettomi “a naso” dato il solito quasi buio nel quale siamo immersi. Ed ha inizio la “partita a tennis” fatta di domande sussurro, di risposte bisbiglio che saranno poi stenografate dal clinico il quale alla fine dell’indagine a voce conclude con il suo solito “commento”. - Bene-bene… - Una luce si accende di fronte al prof., alle spalle di Rosetta, davanti a me ma un po’ sulla sinistra, quella dell’attaccapanni. - Signorina, la prego, si spogli… anzi, tenga pure le mutandine - La mia fidanzata si alza, vi si avvicina ed inizia a spogliarsi ma in un modo che sembra uno… spogliarello! “Il burattinaio”, come è ovvio, è invisibile. “La marionetta”, come di dovere, è in piena luce sul… palcoscenico. “Lo spettatore", io, come è logico è… in platea, al buio. La protagonista vera, la marionetta, sta interpretando due ruoli di seduzione e, come si addice alle vere primedonne, ha già detronizzato il manovratore che non ha più il potere di comandarla con fili invisibili, voce flebile, interruttori e luci, ma sta facendo allocchire e forse svenire me, “il pubblico”. Lei, dall’alto della sua bellezza è di già la sola padrona di uomini e di cose, di sensazioni e di desideri nascosti ma inevitabili. - Bene bene - si sieda sul lettino ma di lato per favore, e mentre il prof. burattinaio spodestato emerge dal buio, il lettino diventato nuovo palcoscenico viene illuminato fortemente e la mia fidanzata quasi nuda vi si siede come suggeritole ed ha inizio la rappresentazione parlata e scambiata tra lui e lei: “come, cosa e quanto mangia, beve, come parla, come e di che ride, come e di che soffre, quanto lavora e riposa, quanto e quando si diverte”, come e quanto dorme… “bene-bene”, e dà inizio alla visita di un corpo femminile scolpito nell’armonia, “una commedia” che conosco. I capelli, le orecchie, gli occhi, il naso, la bocca, le labbra, i denti, la lingua, le tonsille, il palato, le guance di Rosy vengono ispezionati minuziosamente… rimembro, mi angoscio, mi vien freddo, ma penso sollevato e sono sicuro di indovinare: - Vuoi scommettere che “quella domanda” che ha fatto a me a lei non si azzarda a fargliela?… eh, no!, perché quella è una domanda che non farebbe nemmeno un inquisitore del famigerato Santo Uffizio ad una strega vera!… di fronte a me, al fidanzato poi! - - Bene-bene, mi scusi signorina, lei ha rapporti sessuali orali? - Ora so cos’è morire. - Sì! - gli conferma decisa. - Solo con il fidanzato? con qualche altro? con molti? con tanti? - - Con il mio fidanzato… e con qualche altro - ammette tranquillamente. - Il piacere che ne trae nel primo e nel secondo caso è diverso? - - No !… è sempre un piacere - gli risponde serafica. - Solo con membri maschili o anche con le “cose” delle femmine? - - Solo con i… “cosi” dei maschi, io sono solo eterosessuale - - Bene-bene - E mentre il professore famoso si porta alle spalle di Rosetta per dare inizio al tambureggiante balletto delle sue dita, orecchio e “trombetta” di legno sulla schiena della esaminanda paziente, io mi sento un pupazzo senza fisico, senza anima, senza cervello, senza cuore, senza vita. Ma come è stato possibile che io abbia ascoltato tale dialogo senza impazzire o senza diventare un assassino? ma come aveva potuto farle “quelle” domande? Come aveva potuto dargli “tali” risposte? come potevo essere io il muto ed immoto spettatore ed uditore di tal dramma? o farsa?… perché non ne ridevo o piangevo? o fuggivo indignato oppure sconvolto? perché ero curioso di vedere e di sentire come sarebbe andata a finire?… ma certo! che scemo! stavo solo assistendo ad uno spettacolo teatrale, ad una rappresentazione di marionette, ad una finzione ed io ero solo un pupazzo… io? che c’entravo io? La visita alla schiena di Rosetta è finita, il prof. ha già stenografato sulla scheda, è tornato al lettino - Si stenda sul lettino per cortesia - cosa che la mia fidanzata fa e un fazzolettone le viene steso sul petto e sulle splendide tette coprendo l’uno e le altre fin quasi all’ombelico. Dita, orecchio e trombetta la visitano, picchiettano e auscultano in lungo e in largo mentre altre dita le spostano l’una o l’altra tetta un po’ più in su… più in giù, un po’ più a destra… a sinistra a seconda della zona pettorale da visitare, poi ambedue le mani “inguantate” nel fazzolettone del prestigiatore visitano le belle tette palpeggiandole e manipolandole, capezzoli compresi. - Ha domande, dubbi, problemi da sottopormi a questo livello? - - No, professore - - Bene-bene… allora si tolga le mutandine per favore - Rosetta tende le braccia lungo il sontuoso corpo, introduce i pollici sotto l’elastico degli slip, poggia i piedi sul limitare del lettino, alza dallo stesso il culetto suo bello sotto il quale fa sfilare le mutandine fino all’inizio delle cosce, riappoggia il culetto, alza le gambe a squadra verso il soffitto, sgrano gli occhi sulla graziosa, imbutiforme asoletta, sul perineo, sulla stretta (data la posizione assunta) ellisse “a quattro labbra”… “il panorama” sembra un carneo punto esclamativo… la figa ben arrotondata sopra abbraccia il grilletto, scende sempre più stretta fino ad annullarsi nel perineo, lo spazio libero perineo, il bocciolo… maliziosa oscenità o solo un gaio gioco erotico? la pazzarella si sfila le mutandine in quella strana posa, riabbassa cosce, gambe e piedi uniti verso il lettino, ve li posa in un tempo secolare, la mia fidanzata disgiunge lentissimamente un piede dall’altro… una gamba dall’altra… una coscia dall’altra… i miei occhi si “sgranano” sempre più su una realtà infernale e paradisiaca, io sono blu, il professore sembra persino disinvolto. Un fazzolettone le copre il ventre fino al limite dei peli del monte di Venere… lei è Venere e il prof da inizio alla visita al piatto pancino di Rosetta con le mani, con l’orecchio, con la trombetta e tutti gli organi sottostanti vengono minuziosamente palpeggiati… adesso ha orecchio e guancia appoggiati al ventre della paziente… la sua bocca è al limitare della “piantagione” dei peli, inspira e una ciocca di peli è attratta verso le sue labbra… espira e la ciocca se ne allontana… adesso urlo!… ma non ci riesco. Mi si sono fermati cuore e cervello, perché non sono morto? Il professore si raddrizza, i peli della figa della mia fidanzata tornano immoti- - Bene-bene… adesso signorina dovrebbe assumere la classica posizione ostetrico ginecologica - Rosetta obbedisce e spalanca così tanto e bene la “davanti” e il “didietro” che mi sembra la prima volta che la vedo “così”… e tremo, ma non so perché. Le mani del professore sembrano quelle di un giocoliere quando, “calzato” il fazzolettone, palpeggia le mucose delle grandi e delle piccole labbra in tutta la loro carnea lunghezza ed ampiezza… la vagina che allarga ad anello per guardarla in profondità, il grilletto che visita(o masturba?) puntigliosamente… - Bene-bene… ha avuto od ha problemi di qualsiasi natura “qui”? - - No, professore - - La minzione è regolare? qualche doloretto non meglio definito? - - Minzione regolare e nessun doloretto - - E quando fa l’amore? - - Tutto regolare, perfetto direi - - Che tipo di trauma ha subito la prima volta: lieve, medio, forte? - - Nessun trauma, professore… - sussurra. - Nel senso che… fu come se l’avesse sempre fatto? - - Sì… - alita. - Si è sentita defraudata, “diversa”, inferiore alle altre ancor vergini o non più tali dato che da sempre si fa un gran cianciare di sangue, di rotture, di dolore? - - Sì, professore, per un po’ è stato così e mi sono fatte tante domande alle quali non ho saputo rispondere, poi mi sono messa in pace con me stessa dato che ero ben certa che era la prima volta… è stato il mio primo maschio a sentirsi derubato e ad accusarmi di essere una bugiarda di già sverginata a non credere alla mia diversa normalità - gli spiega. - Eeeh... già, le credenze tramandate e l’ignoranza non accettano che ogni regola abbia le sue eccezioni, come nel suo caso, o come tante altre e tutte tra loro diverse o che si manifestino dei veri e propri traumi psico-fisici… comunque complimenti per aver superato da sola e bene un fatto che poteva diventare un dramma… bene, ora si sieda per favore - e l’angoscia dovuta ai fatti e alle parole che mi stava ormai impiccando si allenta. Le visita le cosce, le ginocchia che “martella”, le gambe, i piedi con relative dita e unghie mentre Rosetta mi fa degli strani cenni d’intesa con le sue stelle nere come il carbone ma luminose come il sole d’estate come se dovessi guardare qualcosa che non riesco ancora a capire e a localizzare… il professore fa un movimento rotatorio e… “vedo”!… guardo trasecolato la mia fidanzata che colgo intenta a cercare di reprimere faticosamente una risatina che vuole a tutti i costi esplodere sul suo visetto… già, perché da una delle fessure tra un’asola, il rispettivo bottone e l’altra (ad altezza di pisello) il pisello del prof., appunto, poggia durissimo contro il camice facendolo… a punta, le strizzo l’occhio perché ho capito e visto, ma non ho nessuna voglia di ridere. Intanto: - Bene-bene, ora si rigiri e si distenda prona - E Rosetta, istruita dai miei resoconti e continuando ad imporre il suo gioco, esegue, retrae le cosce spalancando le tonde, burrose culatte, il canyon che le divide ed unisce e l’incantevole fiorellino centrale ora pronto per essere “visitato”… cosa che, inguantatosi le mani con il solito, ennesimo fazzolettone, il professore inizia a fare. Indice e medio della mano destra si poggiano alla sinistra del forellino, indice e medio della mano sinistra alla sua destra… si allargano e il forellino diventa forellone oblungo… ripete la manovra da sud a nord… da sud est a nord ovest… da sud ovest a nord est… una visione che mi fa bollire a mille gradi o forse più! - Mi scusi signorina… lei fa l’amore anche con… “questo” vero? - - Sì, certo! - gli conferma come si risponde ad una domanda banale. - Problemi fisici? psicologici? psicofisici? - - Nessun problema, di nessun tipo o natura - - La prima volta ha subito un qualche tipo di trauma? - - Nessun trauma nemmeno lì professore, come se l’avessi sempre fatto! - - Bene-bene… le piace usare sia… la “A” che il “B” quando fa l’amore? - - Certo, professore - - Fisicamente e o psicologicamente ha preferenze?… prova più piacere con “lei” o con “lui”? - - E’ sempre un piacere… o semmai due piaceri… se sommati – gli replica sorridendo divertita gelando me e facendo, almeno mi sembra, sorridere “comprensivo” o forse turbato il notissimo internista. - Bene-bene… complimenti, continui ad essere schietta come da accordo… lei fa l’amore solo con il suo fidanzato… “oppure”? - - “Oppure” - - In cerca di maggior piacere? di diverso piacere ? o di cosa ? - - Ho bisogno di completarmi con l’assunzione di piaceri diversi - - Con rapporti protetti? - - No professore, non farei mai l’amore con un tubo di plastica che mi isola dalla vita e dal calore della carne - Bene-bene… “sic stantibus rebus” le auguro che sappia scegliere solo maschi al limite della perfezione - - Non ne dubiti professore - - Bene-bene… si metta pure comoda - e il noto professore si incammina verso la scrivania “con la punta del camice sempre più a punta”, si siede, scrive, spegne la luce sopra il lettino e accende quella che illumina il percorso della guida da muro a muro. Io non provo nemmeno a mettere per iscritto il mio stato d’animo, psicologico o fisico, non ci riuscirei mai, ma voi che leggete pensate ad un paio di tigri furiose che si azzuffano nel mio cranio per sbranarmi il cervello… forse “sto dando di fuori”!… non avrei mai immaginato che si potessero solo pensare “tali” domande e “tali” risposte, figurarsi se potevo supporre che si potessero addirittura esternare!… ma soprattutto le risposte della mia Rosetta… quelle mi hanno trasformato, dentro in un iceberg polare, fuori in un vulcano in eruzione e in lotta fra di loro, eppure sono un nulla imbalsamato, immoto come una mummia! - Adesso signorina scenda dal lettino e cammini sulla guida fino al muro di fronte fissando lo sguardo su un punto ad altezza degli occhi - La modella sfila in un alone di piacere, quello della sua bellezza. Incedono ed ondeggiano armoniosamente verso di me un visetto incantevole, due splendide tette, un sottil vitino, un ventre piatto, un triangolo ricciolino e nero, due cosce maestose, gambe da gazzella, piedini svelti… sotto la lunga luce arriva la dea che mi fa l’occhiolino… mi sorpassa… inseguo il rullare rotondo del culetto meraviglioso puntato dallo sguardo attento del professore famoso con il cazzo duro che - Bene-bene, ora torni verso di me tenendo la braccia ben tese, orizzontali e parallele davanti a lei - ed è spettacolare “bis”. E’ a un metro dalle scrivania: - Bene-bene, si fermi e chiuda gli occhi… apra e chiuda i pugni… si pieghi molto lentamente sulle ginocchia fino a sedersi sui talloni… si alzi, si rigiri e ripeta… - La protagonista recita una sfrontata, peccaminosa commedia per un pupazzo di nome Babele e per un professore burattinaio con il pisello in tiro… è forse la prima volta che vedo tanta figa e tanto “b” di culo di Rosy. - Bene-bene, signorina Rosetta, venga a sedersi di fronte a me, se lo desidera si può prima rivestire… si avvicini anche lei, signor Babele - E l’allocco Babele si porta dietro la poltroncina, la posa accanto a quella ove è seduta la sua bella fidanzata che ha preferito restar nuda e le ammira di sguincio le tette perfette, il bel visetto soffuso nella penombra, il triangolo di peli ebanici che si nota appena fra le cosce accavallate. Il professore sta informando sottovoce la mia fidanzata del problema epatico che dovrà tenere sotto controllo, le cure che dovrà fare ed i suggerimenti ai quali dovrà obbedire. Le allunga le ricette, i consigli e le indicazioni scritte, le ripete quelli a voce, le dà appuntamento tra un mese alla stessa ora. Io ho già dimenticato come l'ha “visitata” e come e quanto è stata “birba” lei! Rosetta si alza e si gira verso l’appendiabiti per andarsi a rivestire, ci stampa nelle retine il bel culetto “ricamato” dai disegni della stoffa della seduta damascata della poltroncina, “cosa” che fa sorridere e commentare giovialmente sia me che il prof famoso con l’uccello duro (e divertire Rosetta) che sentenzia: - Io di donne belle e pure bellissime ne ho viste “nature” tante e in tutte qualche difetto alla fine l’ho trovato… ma lei signorina è davvero ovunque perfetta! - E mentre io gonfio il petto d’orgoglio la “signorina perfetta” ringrazia con evidente soddisfazione, si riveste, ma con tal voluta, studiata e provocatoria lentezza (o sensualità?) che sembra stia… scopandoci. Ci salutiamo, usciamo dallo studio, siamo nell’antro, pago la parcella dovuta alla segretaria, ci tuffiamo nella luce della vita normale.
Un mese dopo, sala d’aspetto dell’esimio professore, sono seduto lì da cinque minuti perché tra altri cinque Rosetta uscirà dalla prima visita di controllo. E’ l’ora… passano altri cinque minuti… dieci!… “impossibile”, leggo nel volto meravigliatissimo della segretaria e dei pazienti in attesa (marito e moglie) e passa un quarto d’ora!… tutti e quattro controlliamo spesso i quadranti dei nostri orologi e ci guardiamo l’un l’altro senza riuscire a credere a noi stessi, venti minuti e “flop” la porta dello studio si apre e “sforna” Rosetta… tutti e quattro stiamo guardando increduli la mia fidanzata perché tutti e quattro leggiamo sulla porpora del suo bel visetto, nei suoi capelli un po’ scomposti, nel suo respirare non lineare ma affannato, nel suo trucco “imperfetto” che ha appena finito di farsi scopare, ma non ha forse ancora smesso di godere! Sul volto “offeso” della segretaria grassoccia leggo la smorfia-condanna all’evidente “oltraggio al pudore”, ma soprattutto l’invidia, la gelosia… su quello della signora le grinze dell’offesa alla… morale, su quella del marito, incantato dalla bellezza della mia ragazza, “lo sconcio immorale di dover essere… morale”. Fuori, sul marciapiede in acciottolato camminiamo affiancati, gli sguardi abbassati sui nostri passi come se volessimo contare i sampietrini che stiamo calpestando, come se fossimo colpevoli in via di pentimento, come pesci muti in acque inquinate. - Ti ha scopata, vero ? – - Lo sai che siamo attesi da Lina tra dieci minuti eh? - - Lo hai conosciuto un mese fa, lo rivedi oggi e già ti fai scopare… - - Stasera andiamo al cinema come stabilito? – - Io mi chiedo come possa essere possibile che ti faccia chiavare così, in un ambulatorio nella sala d’attesa del quale siedono la segretaria, una coppia di pazienti e, quel che più conta, io… e tutti ti leggiamo in volto quel che è successo, senza possibilità di smentita… - - Stasera resti a cena da me? - - E tra il solito mese che mette tra una visita e l’altra verrai a fare il bis? – - La prossima visita me la fa giovedì… - - Tra meno di una settimana!… ma come è possibile che… ma cosa dici ?, ma… ma il giovedì non fa ambulatorio !… - - Guarda che devi sbrigarti, siamo in ritardo all’appuntamento con Lina - E allora, dentro di me, tacitamente, posso finalmente “dirle la mia” e senza neanche tanti giri di parole, “l’accaduto” era troppo evidente per sopportare smentite, “accaduto” che non mi feriva tanto perché il prof le aveva “fatta la festa”, ma perché avevo fatto una partaccia da gonzo sia con la segretaria che con la coppia in attesa : insopportabile! Ascolta la mia muta tiritera assente (sta ancora godendo?) ma finalmente la sua vocina spiega, come se avesse udite le mie intime lamentele : - Hai ragione tesoro… ci è sfuggita la situazione di mano, abbiamo persa la nozione del tempo e il controllo delle azioni e delle reazioni… ma ormai… “cosa fatta capo ha”… perdonami per favore… perché è vero, non doveva succedere! sono mortificata! scusami… - e mi guarda con quel suo bel visetto ammaliante che subito mi incanta e scazza. - Sei stata preda di un piacere particolare? - - Il prof. è una… “fabbrica da gusto” - - Come dicono di lui tante belle donne? - - Di più!… è un mandrillo inesauribile… uno sborone incredibile! - - Uno sborone?… ma come ti permetti di usare certi termini? - - Sapessi quanta me ne ha schizzata nella “cosa” e nel “coso”… sarà andato avanti per buoni cinque minuti! - - Ma dai, esagerata! addirittura!… ma quante volte è venuto? io una cosa del genere l’ho vista solo in un film porno! - - E oggi è successo a me! te lo giuro!… è venuto cinque volte! - - E tutto questo nello scomodo lettino delle visite? - le contesto ora certo che mi abbia raccontata una frottola erotico trasgressiva. - Eh no, caro!… camuffata dietro la porta dove ti eri andato a sedere tu, ricordi?, c’è una stanzetta ben arredata, luminosa, allegra, con poltrone, tappeti, un comodo lettone e complici specchi che ti fan vedere anche quel “che accade dietro di te” - - Ma allora ti ci ha portata da consenziente! non è, diciamo, che ti ha presa “alla sprovvista” sul lettino e ormai, come suol dirsi hai “dovuto” accettare “il fatto compiuto” sia per non dare civilmente scandalo, sia per rispetto nei suoi confronti, ma anche per soddisfare certe tue, come dire?, curiosità!… sembri ancora preda dell’ultimo orgasmo! - le sibilo in faccia inferocito o finto tale e lei che ben mi conosce e mi sa “finto” non fa una piega e : - Invece ha incominciato proprio sul lettino mi stava visitando la topina e il grilletto troppo bene e troppo a lungo per essere una visita “lì”, ma potevo forse dirgli “professore, mi sta visitando troppo bene!?”… e mentre cercavo le parole giuste per indurlo a recedere la “visita” stava dando i suoi primi effetti di piacere ed ho incominciato a goderne… ho finto di oppormi… ha incominciato a leccarmi… pensando che mi aveva guardata, palpata anche l’anima come hai ben visto anche tu… constatando che anche oggi aveva “il camice a punta”, tanto valeva “andare fino in fondo”… e ci siamo andati… finquando il suo camice è ridiventato normale… una gran bella bestia anche quando è “normale”… mi perdoni vero amore?… sì dai, non è mica un peccato così grave quello che ho fatto!… su, tesoro, dimmi che mi perdoni! - Mentre la mia fidanzata infedele sta chiedendo perdono, in pochi attimi, come dicono che succeda a chi sta annegando o soffocando, il mio cervello ripassa la storia del nostro fidanzamento partendo dalla mia iniziale gelosia, drammatica, totale, folle, che mi istigava a sognar di trucidare tutti i maschi che solo la guardavano… il lento sciogliersi della stessa, amaro frutto di dolorose lotte interiori e dell’aiuto di una preziosa e cocciuta alleata, acerrima nemica della mia gelosia, la “fatina rossa”, (una signora che nelle cose d’amore la sa lunga) che non ha mai smesso di piantarmi nel cervello a martellate che doveva essere sola gioia per me avere una fidanzata così bella, doveva essere un vanto per me il vederla sognata e agognata da tutti i maschi che non la avrebbero mai avuta, un fregio, un onore vero il saperla “finalmente” goduta e fatta godere dai rari maschi che la meritavano perché loro la avrebbero avuta una sola o poche volte e loro dovevano essere gelosi di me che ce l’avevo sempre, e non io di loro! E fu così che nacque la mia “normalità”. Subii l’evoluzione verso la fierezza, il vanto di essere il suo fortunato uomo, di essere inseguito dall’invidia e dalla gelosia di tutti gli altri maschi e dalla rancorosa bile delle femmine. Educato a fregiarmi di tale e tanta fortuna ora sento il dovere ed il piacere di donarle la meritata libertà di godere del piacere “che le è dovuto”. Fino a ieri : Biagio, Paolo “un ragazzino”, Giuliano, un maschio persino troppo bello, Don Flavio, il… “cestista”. Oggi il prof DiTi, illustre internista, ma anche (come dice la vox populi vox Dei e come sussurrano tante belle e altolocate femmine birichine di città e provincia in vena di sincerità) grande scopatore. E senza scordare gli occhi spiritati e le seghe travolgenti del “guardone del Po”, quel ragazzo che avrei voluto sgozzare subito quando lo colsi a rubarmi la visione delle nudità della mia ragazza, agli occhi del quale, febbricitanti, sbarrati, eccitati dai lampi del piacere regalai la libera vista delle intimità di Rosetta un solo attimo dopo. Fu proprio da lui che ebbe inizio il mio “disgelo”. Gelosia?… ma io ero poi davvero un geloso?… lo ero mai stato?… od era solo un cappello, una scusa con la quale avevo cercato di mascherare, di nascondere soprattutto a me stesso la mia vera natura?… quella di essere in realtà il borioso esibizionista della straordinaria bellezza della mia fidanzata per i tanti che non la avranno mai, per i pochi che la hanno avuta, la hanno o la avranno “ma solo una o qualche volta”? I pochi attimi sono trascorsi, non sono annegato, devo risponderle a tono. - Ma non sono mica cose da fare con uno appena conosciuto, pur se insigne professore e adesso so grande sciupa femmine! - Potevo farle un appunto più stupido di questo? - Infatti la prossima volta “queste cose” le farò con un insigne prof già prima da te e poi da me ben conosciuto… - Poteva darmi una risposta più ovvia? - Ti accompagno giovedì? – una domanda del genere glie la poteva fare solo un cotto ormai arrostito, un innamorato perso, oppure uno scemo. - Ma no, non mi pare il caso… - - Ti vengo a prendere? – - Nemmeno… ma solo perché non posso mica sapere a che ora finirà di sco… di visitarmi - Non sono andato ad accompagnarla. Non sono andato a prenderla. E’ andata a “farsi visitare”. Da sola.
|
|
|
|