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Red-Blue Motel
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Titolo:
Red-Blue Motel |
Autore:
DaMa |
Contatto:
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Racconto
n° 3888 |
Altri
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Il marito assunse un paio di compresse di diazepam e dopo aver accompagnato la cena con una bottiglia di buon Chianti, crollò inesorabilmente tra le braccia di Morfeo. Era delusa da quell’uomo che oramai preferiva abbandonarsi in solitudine ai piaceri delle sostanze psicotrope, piuttosto che dedicare tempo a lei e ai suoi bisogni emotivi e carnali. Il fascino del “poeta maledetto” era svanito miseramente e così, animo contorto, volitivo ma anche estremamente fragile e bisognoso, era inciampata, per la prima volta, nello sguardo di un altro. Rimboccò le coperte al bambino, lo baciò sulla fronte e dopo aver curato il dettaglio attraverso lo specchio complice, scivolò fuori di casa, appiattendosi un istante sul muro come a voler schiacciare insieme al suo corpo aggraziato, anche il senso di colpa che un po’ le scavava dentro.
L’amante l’attendeva al Motel sulla SS2, era seduto al bar, fissava e faceva roteare nervosamente l’ombrellino nel bicchiere, era smanioso di incontrarla, di sprofondare dentro di lei e di sedurre ogni particella del suo essere, avrebbe voluto legarla a sé con un nodo scorsoio, per sempre. Mentre elaborava pensieri la vide apparire, come una piccola ninfa del bosco, leggiadra e però prorompente, di quella femminilità che solo il tormento della passione sa conferire. Gli occhi si accesero quando si incrociarono e i visi si illuminarono di fuoco, quello che dallo stomaco cominciava a pervadere i loro corpi che pativano della lunga astinenza imposta dalle regole dell’altra metà delle loro vite. La cinse tirandola un po’ verso di sé, come a palesare un senso di possesso che lei apprezzò col cedevole fluire del suo corpo e salirono di corsa fino al corridoio stretto e lungo, diffuso di morbida luce, che pareva quasi la manifestazione simbolica di quei due destini sovrapposti per una piccola casualità, che erano già una cosa sola, su cui si spalancava l’accesso verso il desiderio più sfrenato. Entrarono affannati per l’andatura veloce e, sbattuta violentemente la porta per la concitazione del momento, si scaraventarono sul letto in preda ad un impeto puro come all’origine della vita; una pulsione incontrollata lo portò a strapparle gli indumenti di dosso, lei, prona con le gambe aperte sulle sue spalle, si sentiva agognata e godeva; la testa anticipò il corpo, che sussultò quando lui, mascolino e robusto, la prese con vigore e la crogiolò sulla sensazione che separa blandamente il dolore dal piacere. Si muovevano armonicamente su quel filo sottile che faceva rabbrividire le membra accaldate, lei gli toccò il viso un po’ madido, cercando i lineamenti nella semioscurità della camera che lampeggiava di tanto in tanto dei bagliori improvvisi delle auto in transito ma che lasciava abbastanza spazio alla percezione degli occhi e si soffermò sulla fossetta pronunciata che gli solcava il mento, rapita in maniera quasi maniacale da quell’archetipo radicato dentro di lei da sempre; la leccò con bramosia, la morse delicatamente e lui colse l’occasione per cercare appagamento dalle sua bocca accogliente, attraverso il proprio strumento sapiente e invadente di voluttà. Lo spinse fino quasi in gola, per apprezzare appieno lo sfregare con la sua lingua esperta e accondiscendente, ravvisando il risucchio dentro un turbine di sinestesi, in cui i sensi si mescolavano in un’orgia di impressioni tattili, di suoni, odori e colori. Erano aperti l’uno all’altra senza remore, con i corpi nudi delle sovrastrutture di quelle vite cucite addosso negli anni, i loro gemiti scomposti e primordiali diventarono musica per l’udito e infervorarono le menti; sinapsi impazzite quando lei si porse da dietro, carponi, per offrirgli le sue simmetrie e il suo orifizio anale e con esso l’effetto di verginità per il fallo prorompente di lui. Era più forte la volontà di compiacerlo e di riceverlo al limite della parte più recondita di sé, del male fisico che quel tipo di penetrazione le comportava, mentre lui le si aggrappava ora ai seni, ora ai fianchi, disegnando con la lingua la curva della spina dorsale inarcata e concava. Si intrattenne poi con maestria sul clitoride acuminato regalandole un piacere diverso da quello che sapeva procurarsi da sola e a quel punto, sentendo che stavano per esplodere entrambi, introdusse la sua arma abile nella cavità contratta del ventre di lei, con risolutezza. Avrebbero voluto congelare quell’istante per sempre, consapevoli che stava per arrivare a compimento e proprio questa consapevolezza fu la scintilla che li fece scivolare l’uno nell’altra come un fiume in piena che sfocia, dirompente, nella cascata. Impeccabilmente raggiunsero uno stato di completezza assimilabile ad un Nirvana, in cui pare si sia in comunione col “tutto”, in cui neppure tra il bene e il male esiste più linea di demarcazione alcuna, in cui ogni tassello del mosaico dell’esistenza è semplicemente al suo posto.
Si salutarono di fretta, per non cadere nello sconforto di quel distacco tanto necessario quanto struggente e furono abbastanza incoscienti da unirsi clandestinamente attraverso il sesso più selvaggio ma non fino al punto di confessare che si amavano.
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