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Anàmnesis
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Titolo: Anàmnesis
Autore: Don Landis
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Racconto n° 389
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Lacrime d'amore e di passione sgorgano dai miei occhi; impresso nella mia mente è il suo volto, il suo sguardo, il suo corpo. Come potrò mai conquistarla? E' facile, per chi non sa cosa vuol dire amare, dare consigli in merito ad una situazione ambigua, perché ambigua è la situazione nella quale mi trovo implicato. Lei è bellissima, solare, con una prorompènte carica erotica capace di farmi ribollire il sangue nelle vene; ogniqualvòlta pronunzio il suo nome le corde del mio cuore vibrano di passione, la mia anima s'illumina di un sentimento puro ed immacolato che non riesco a descrivere: ritengo sia amore.
Amore, una parola che racchiude il significato della vita d'ognuno di noi, poiché l'essere umano vive perché ama. Un uomo incapace d'amare non merita di vivere, non potrà mai comprendere l'arte in ogni sua forma. La natura è amore: tutti gli esseri viventi amano, perciò a maggior ragione l'uomo, poiché dotato d'intelletto più d'ogni altra creatura, ha il dovere morale di amare.
Mi piace guardarla camminare, sentire la sua voce calda e sensuale giùngermi agli orecchi come qual più bell'armonia, con quella èrre uvulare alla francese capace d'accrescere in me il desiderio di possedérla.
Non desidero solamente far l'amore con lei, vorrei poter impadronirmi soprattutto della sua mente, oltre che del suo cuore; è una ragazza sveglia, vispa, con le idee ben chiare e ciò mi spaventa un poco.
Monica è bellissima: castani capelli acconciati in un lungo caschetto, occhi di un azzurro intenso e penetrante che trafiggono il mio cuore tutte le volte che i nostri sguardi s'incrociano, dolci ed aggraziati lineamenti sia del volto sia del corpo. Che donna! Sebbène sia piccina, è veramente un capolavoro della natura; quindici o venti centimetri in più avrebbero sicuramente danneggiato l'intera sua figura: lei è perfetta così com'è!
La turpe vicenda accadde un venerdì sera: Costantino ed io eravamo di turno nel reparto prototipi dell'azienda; assieme a noi c'erano anche Claudia, Domenico, Sandra e Roberto. Poco prima delle diciannove e trenta mi recai in mensa con Costantino e Domenico; dovevamo percorrere il lungo e stretto corridoio che conduce al refettòrio. Mentre camminavamo, parlando come di consuèto di donne, notai Monica entrare nel bagno delle signore: i nostri sguardi s'incrociarono furtivamente per un solo istante, sufficiente per accendere in me il desiderio di starle accanto, di stringerla, di amarla!
"Vado a lavar le mani", dissi ai colleghi, lasciando che questi ultimi mi superassero.
"T'aspettiamo in mensa", replicò Domenico.
Io annuii, prestando attenzione che nessun'altra persona transitasse nel corridoio in quell'istante: entrai nel bagno delle signore e vidi Monica intenta a sciacquarsi il volto. Lei mi guardò sbigottita: "Don, hai sbagliato bagno!", mi disse sorridendo.
Mi avvicinai verso lei con fare disinvolto: "No tesoro, sono qui per te!", labbreggiai. Appoggiai le mie mani sulle spalle di Monica, gli occhi della quale mi fissarono con inquietante curiosità; la abbracciai teneramente, conducendola in uno dei servizi igienici, chiudendo la porta a chiave.
Monica era impaurita ma allo stesso tempo eccitata dal mio anòmalo comportamento; fino ad ora non avevamo avuto l'occasione di stare "a tu per tu", se non per motivi di lavoro.
Estrassi dalla tasca un fazzoletto di tela ed asciugai dolcemente il suo viso: "Come sei bella! Sei così bella che per averti sarei disposto a compiere una follìa!", le sussurrai all'orecchio.
Monica socchiuse gli occhi ed accennò un sorriso, appoggiando le mani contro il mio petto; potevo inebriarmi del suo profumo, così sensuale ed invitante. L'annusai come un cane in calore, mentre la sua essènza s'effondeva nella mia mente; avvicinai le mie labbra al suo collo, baciandolo con una passione irrefrenàbile. Monica rantolò dal piacere, mentre le sue braccia avvinghiarono l'intero mio torace. Percepii la pressione dei suoi seni contro il mio petto: "Ti voglio, tesoro mio!", le sussurrai.

Le nostre bocche dapprima si sfiorarono, successivamente s'incontrarono lasciando che tenere effusioni coronassero quel magico istante, così unico, così irripetibile. Ci baciammo con inaudita ènfasi: le nostre lingue danzarono in armonia l'un l'altra, permettendo agli umori salivari di fondersi in un elettrizzante tripùdio sensoriale.
La mano di Monica scivolò sul mio sesso, gonfio di lussuria, che non attendeva altro d'esser disbramato da colei che tanto penar lo fece.
Accarezzai i suoi seni, sodi come blocchi di granito, slacciandole successivamente il camice che indossava.
Monica era eccitata, molto eccitata: potevo percepire le pulsazioni del suo cuoricino, l'affanno del suo respiro, il sudore del suo corpo e l'umore del suo sesso, così ròrido di bramosità.
Mi spogliai in un battibaléno, rimanendo unicamente con indosso le scarpe da ginnastica; spogliai susseguenteménte la gioia della mia vita, lasciandola in autoreggenti: "Come sei bella!", mi limitai a proferirle.
Accarezzai i capelli di Monica con entrambe le mani, invitandola dolcemente a prostrarsi con il volto dinanzi al mio attributo; ella non oppose resistenza alcuna, poiché desiderava abbeverarsi alla fonte dell'amore. Un sottile brìvido di piacere mi percorse la spina dorsale, quando la lingua della ragazza si posò sul glande: Monica espletò la fellatio con intensa passione, arrecandomi un piacere indescrivibile; quando poi i suoi occhi cercarono il mio sguardo, a stento mi controllai dall'eiacularle in bocca. Avrei ardentemente desiderato aspèrgerle il seme sul volto, ma il rispetto che nutrivo nei suoi riguardi mi impedì di compiere il làido gesto: "Baciami Monica!", le ordinai in un raptus d'autentica libidine. La ragazza riprese l'eretta postura, obbedendo ciecamente al mio comando.
Le nostre bocche si ricongiunsero freneticamente; dalla sua intimità trasudò una secrezione viscosa, che agevolò la penetrazione. Quando Monica avvertì il mio attributo rèpere nel suo corpo, divaricò maggiormente le gambe: io le feci appoggiare la schiena contro le piastrelle, sollevandole entrambe le cosce con le mani. La presi in quella posizione: conficcai il pene nel suo sesso quanto più possibile, finché il glande terminò la propria corsa contro la cervice.
Fu allora che incominciai a possedérla: ero eccitato più che mai! Pochi movimenti della pèlvi bastarono per irrigare il suo vitale solco; eiaculai nel corpo di Monica inondandola di sperma. Ero sprovvisto di preservativo, particolare che mi eccitò ancor di più: "Ti amo, piccola creatura!", le dissi sùbito dopo aver orgasmato.
Monica m'impedì di estrarre il membro dal suo bassoventre: "Continua Don, ti prego!", mi supplicò con le lacrime agli occhi; il nostro fu vero amore, condensato in quel fugace amplesso consumato nei bagni dell'azienda.
Assecondai la sua richiesta, continuando ad amarla con ardènte ìmpeto, mentre le nostre bocche scambiaronsi freneticamente sonori baci, carichi di procellosa e fervènte passione.
Pochi istanti bastarono per acquietare il desiderio di Monica, la quale riuscì a raggiungere sia l'orgasmo clitorideo sia quello vaginale. Percepii il suo sesso pulsare e contrarsi dal piacere infertole dal mio membro, turgido come un tondino d'acciaio: "Ti amo, Don! Da parecchio tempo attendevo questo momento!", mi disse con voce calda e sincera.
Io l'abbracciai fortemente, facendole appoggiare la guancia contro il mio petto: "Nulla potrà mai separarci; sei mia, mia per il resto dell'eternità!", le sussurrai piangendo dalla commozione.
Erano le sei in punto di una radiosa mattinata di primavera, quando la sveglia ubicata sul mio comodino mi destò dal sonno; ricordo che mi svegliai màdido di sudore, con il pene turgido e le mutande impiastricciate di sperma. Monica svanì nei ricordi della mia mente: "Nooo! E' stato solamente un bellissimo sogno.", borbottai col cuore in gola. La rabbia m'assalì, poiché mi era parso d'aver realmente copulato con Monica.
Feci una doccia, colazione e mi recai, come di consueto, al lavoro con ancora in mente il vìvido ricordo di quel stupendo fenomeno onìrico.

La mattinata trascorse tranquilla: la solita routine, i soliti prototipi da collaudare, nulla di emozionante. Poco dopo le quattordici, mentre ero intento a testare delle schede al Flying probe, fui chiamato da una voce femminile: "Scusa Don, potresti controllarmi questi moduli integrati? Credo siano difettosi", mi disse Monica, sopraggiùnta dal suo reparto per sostituire due chip su delle schede urgenti che le avevo consegnato il pomeriggio addiètro.
Il cuore incominciò a battermi nel petto all'impazzata; ogniqualvolta vedo Monica mi sembra di volare!
"Ciao Monica! Per te questo ed altro.", le dissi con l'espressione di un pesce lesso.
Andammo in magazzino a recuperare il part number dei moduli difettosi, dopodiché verificammo i componenti uno ad uno.
Mi sembrò di ritornar bambino in quel momento; avrei voluto esprimerle il sentimento che provo nei suoi riguardi, ma la ragione ancora una volta impedì al mio cuore di proferir parola.
Trovammo una decina di eleménti difettosi e li consegnammo a Sandra, l'ispettrice capo del reparto nel quale lavoro.
Accompagnai Monica alla porta: "Posso offrirti un caffè?", le domandai, forse con tono di voce e sguardo da perfetto serial killer.
"No grazie! Ora devo proprio ritornare in reparto.", mi respinse gentilmente con aria terrorizzata.
Prima che le nostre strade si dividessero, Monica mi confessò: "Lo sai Don che ieri notte t'ho sognato?".
Incominciai a tremare come una foglia, sudando freddo; cercai invano di rimaner calmo, dopodiché replicai: "Lo so Monica, credimi. Anch'io ti ho sognata! Forse il destino sta tramando qualcosa; entrambi facciamo parte di un unico e ben preciso disegno.", le dissi guardandola diritto negli occhi.
Monica sorrise alle mie parole, in séguito abbassò lo sguardo come era solita fare quando cadeva in imbarazzo e s'allontanò da me. Io rimasi sulla soglia d'ingresso ad osservarla: "Vai amore mio! Medita su ciò che il tuo cuore e la tua mente ti voglion comunicare.", cogitai nel silenzio di quell'interminàbile àttimo.