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Un luogo
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Titolo:
Un luogo |
Autore:
Arealibera |
Contatto:
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Racconto
n° 3913 |
Altri
racconti dello stesso Autore:  |
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Il pensiero va ad un luogo che non esiste, ma che i desideri costruiscono nella mente. Un posto, descritto in mille racconti letti, in mille video guardati, fatto di tutti i dettagli immaginati e raccolti, di immagini viste nella vita reale o sognate nelle notti ad occhi aperti, di spazi provati e sperimentati che ora vorrei mettere insieme per contenere tutti i passi.
Immagino un faro … strano, proprio un faro, ecco il luogo che da sempre tiene dentro i miei desideri; una costruzione in riva al mare, riferimento dei miei sogni, punto di arrivo o di partenza dei viaggi ancora da fare. Immagino una porta di legno pesante, da varcare e richiudere a chiave con chiavistelli antichi e consumati dalla salsedine, ma dentro ridipinti di bianco … e bianche le mure, lisciate dal tempo, rinfrescate da poco. Tavole di legno per terra che gridano piedi scalzi, sopra, sedie pesanti affiancate al tavolo robusto che mai si è mosso da quella posizione ad aspettare pietanze piccanti provenienti dalla piccola cucina. Sullo sfondo la scala a chiocciola che invita ad oltrepassare solai tenuti da travi in legno scuro, non perfettamente aderenti al soffitto, solcati da crepe salate, che tengono gelosamente ganci d’acciaio e corde bianche lasciate. Tutto attorno grandi cuscini ammucchiati su una panca di mattoni, tanti da nasconderne la durezza, e per terra, al bordo di un tappeto di lana che accompagna la vista verso il camino, poco usato, ma lì, ad aspettare di scaldare corpi che si scaldano da soli. Di sopra, che guarda l'orizzonte del mare oltre le finestre, l’altare dei sogni e degli incubi, dei sospiri e delle urla, dei sacrifici e dei riti di adorazione, degli ordini e della loro esecuzione. Gabbia di ferro nero che imprigiona lenzuola di lino bianco per l’estate e calde coperte per l’inverno, si mostra alla poltrona comoda, quella del Padrone di casa che guarda il suo oggetto o sorveglia il suo sonno; quella della schiava che aspetta, costretta nella sua posizione; quella del corpo ospitato, che aspetta di usare o essere usato. Sotto il cielo il faro per la notte di chi naviga, vedetta di chi scruta l’arrivo o la partenza.
Questo il luogo dove materializzare e oltrepassare tutti i limiti, quelli conosciuti e quelli ancora sconosciuti, con la consapevolezza che ogni viaggio è di sola andata, perché anche il ritorno è un altro viaggio ancora.
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