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Jolly
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Titolo:
Jolly |
Autore:
Calypso |
Contatto:
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Racconto
n° 3922 |
Altri
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Stanza 248. Avevo accettato la sua provocazione. Stavo correndo da lui, avevamo poco tempo, non potevo attendere oltre, non c'era tempo per i ripensamenti, dovevo sbrigarmi o avrei perso l'occasione di conoscerlo. Non era quello che volevo in fondo? Un premio per la sua brillante esistenza. Mai avevo amato così tanto il mio lavoro da osteopata come in quel momento. Era il pretesto per dire voglio conoscere i segreti del tuo corpo, senza essere sfacciatamente audace. Abuso di potere? Forse. Lo avevo incuriosito, forse. Lui, il Divo, ospite di uno spettacolo nella mia città. Non so come fosse nata questa mia passione per lui, che in realtà non mi aveva mai particolarmente attratto, ma l’ultimo film... una folgorazione. Forse perché interpretava un uomo che aveva il coraggio di cambiare e di non vivere nell’ipocrisia. Non so, mi sembrava di aver colto un lato diverso del suo modo di esser artista. Possibile? Non era quello scanzonato che piaceva alle ragazzine? E quali altri film aveva fatto? Ed ecco la retrospettiva della sua carriera. Avevo preso i suoi film, li avevo visti ed in ognuno c’era qualcosa di diverso, una sorpresa. Del resto mi ero iscritta su Myspace apposta per cercare una traccia e forma di comunicazione. E’ strano sviluppare e alimentare energia per tentare di parlare con uno sconosciuto, famoso ma pur sempre sconosciuto. Ma ero in buona compagnia visto che nella casella delle amicizie eravamo in trentamila circa. Uno scambio di mail, la provocazione sfacciata… “ chiederei altro che tu non potresti darmi, non sei il tipo…”. La pronta replica: “ Tu che invece lo sei…fammi tu il trattamento…” “ Jolly hotel stanza 248 ah ah”. Il gioco mi stuzzicava e la curiosità ancora di più. “ Mi passa la 248?” “ Ciao, sono la tua osteopata personale”. “ Dove sei?” “ A casa” “Pensavo fossi già qui” “ Sei proprio uno sfacciato. Guarda che arrivo ” “ Ho già vinto. Io non mi vergogno di niente.” “ E’ una guerra?” “ Ti aspetto”. Il Divo mi aspettava. In trenta secondi avevo fatto la doccia e mi preparavo: pantalone nero, maglia bianca... ma allora reggiseno bianco... ma avevo brasiliana nera e allora ci voleva reggiseno nero e allora maglia nera. Mi veniva in mente quella pubblicità che passava di recente alla radio, 'imparerete ad agire quando non ci sarà tempo di pensare', suonava più o meno così. Gel nel corpo con i brillantini che fanno incazzare gli uomini perché rimangono addosso praticamente a vita. Ed io li avevo messi apposta, nel caso avesse creduto di dimenticare subito. Scarpe rosse, giacca rossa: era l’estate del rosso, Silvia me lo diceva da tempo che il rosso era il mio colore, che mi illuminava. Ero fuori, bus al volo ed ecco che la mia storia aveva inizio. “ Sono sull’autobus con il frustino e l’olio di mandorle, sto andando dal Divo”. Dall’altra parte del telefono applausi e risate della mia amica. Brava, divertiti. Lei mi incitava sempre. Diceva che ero una Dea e che dovevo osare. Era il periodo giusto quello, “ Osa” mi diceva la vocina dentro, osa diceva il Divo…ed io ho osato. Con passo deciso mi stavo dirigendo verso la porta scorrevole dell’hotel, come se sapessi esattamente dove arrivare, come se lo avessi sempre fatto, come se fossi sempre entrata in quel posto. Mi diressi all’ascensore, nessuno mi aveva fermata o chiesto qualcosa. Dove era la 248? Quante camere aveva quel posto? Chi conosce gli alberghi della propria città? Nel dubbio ho iniziato dall’ultimo…quarto piano…400..bisognava scendere, decisamente. Terzo, secondo. Il corridoio vellutato attutiva il mio passo deciso. Le stanze erano tutte aperte, era tarda mattinata, le cameriere stavano facendo i lavori, cancellando la notte passata di qualcuno e preparandone una nuova per qualcun altro, custodi dei segreti e dispensatrici di ordine e pulito, di profumo di buono, dei panni e di lenzuola nuove e di accappatoi candidi e lindi come neppure le anime dei loro provvisori indossatori. L’ultima in fondo. Era l’ultima stanza, “ Do not disturb” sulla porta. Bussai con il mio frustino dentro ad un sacchetto, da una parte e un sacchetto di spavalderia dall’altra. Eccolo. Era lui. A torso nudo e jeans. “ Ciao ” Scappava da ridere ad entrambi. Il gioco era iniziato “ Ah! Sei in imbarazzo, eh? ” “ No, un po’…” "Ti ho portato un regalo…” Estrassi il frustino dal sacchetto come da un cilindro magico. “ Ti cedo lo scettro del comando” “ Ma dai…a casa ne ho uno tempestato di swarosky” Certo lui sembrava fare sul serio. “ Lo sai come si usa? Devi bendarti gli occhi prima di consegnarlo”. Mi piaceva quel gioco di ruoli, lui voleva vincere ed io pure. “ Questo però lo uso io”. Glielo tolsi dalle mani. “ Sei ancora vestito? Spogliati devo farti l’esame obiettivo.” Non si spogliava. “ E tu togliti la giacchetta” Ci passavamo dalle mani il frustino vicendevolmente. Fino a che lui mi guidò verso il divanetto appoggiandomi la mano sugli occhi, per socchiuderli mentre con l’altra mi accarezzava le labbra. Mi alzai di scatto, uno sconosciuto di successo ( ma pur sempre uno sconosciuto) mi teneva chiusi gli occhi e mi sfiorava la bocca. Volevo e non volevo. Certo non opponevo resistenza anzi ma l’adrenalina saliva e la curiosità pure. Eravamo due anime curiose alla ricerca di qualcosa di nuovo, nella seduzione e nella conquista e nella vittoria e nella schermaglia che chissà quante altre volte avevamo giocato, o a metà o fino in fondo. Si appoggiò delicatamente al mio corpo spingendomi contro il muro “ Dimmi che stavi scherzando e ci salutiamo qui”. Mentre la sua mano cercava di insinuarsi alla ricerca della mia pelle. “ Stavo scherzando…” ( poco convinta ) e si allontanava da me… “ No, non stavo scherzando…” aggrappandomi a lui come ad un’ancora. “E se sei pazza?” “ E’ un rischio, non hai timori e non ti vergogni di nulla, hai detto…” Un passo avanti e uno indietro. Una danza preparatoria e poi insieme al piano di sopra…nella camera… Un attimo e le mie mani erano legate dietro la schiena con la cintura dell’accappatoio. “ E’ un nodo leggero, lo puoi togliere quando vuoi” Questo era il punto: io non volevo toglierlo. Mi aveva abbassato i pantaloni ed esposto il mio importante culo alla sua vista. Si era adagiato dietro di me, sentivo il suo respiro caldo mentre le sue mani si facevano strada verso i miei umori caldi, frugavano ed esploravano ogni anfratto. La mia testa era come in una centrifuga, non capivo più chi ero, dove ero e con chi, anzi con chi lo sapevo fin troppo bene. Mi stavo lasciando andare ma era difficile… Lo avevo addosso, sentivo il suo peso, sembrava schiacciarmi sul letto e sulle lenzuola di cotone del Jolly hotel. Mi sussurrava all’orecchio, mi scostava i lunghi capelli… Diceva tante cose, tutto e il suo contrario, come piace a me. Mi diceva di lasciarmi andare, di rilassarmi. Se mi lasciavo andare, però mi chiedeva il contrario e i miei umori colavano. “Sei sempre così bagnata?” “ Dipende” ogni tanto riuscivo a dire qualcosa ma lui aveva ormai il comando, del resto gli avevo passato lo scettro del frustino. Voleva l’anfratto più ambito… Lo sentivo spingere e scivolare dentro di me, lentamente, mi ordinava di toccarmi. Sentiva che godevo. Voleva che godessi, che mi liberassi, voleva che tirassi fuori tutto, il marcio, lo chiamava lui, perché diceva, non era li per giudicare. Frastornata, non ho tirato fuori il marcio ma solo la voglia di averlo dentro di me. Non so se stavamo valicando dei limiti. Con lui quel giorno mi sembrava tutto molto normale. Non c’era il Divo e non c’era la Provocatrice, eravamo semplicemente un uomo e una donna. Non ero a disagio, in imbarazzo forse ma non a disagio, non mi importava chi ero e come ero, ci eravamo spogliati di aspettative e ipocrisie. Mi fissava e lo fissavo. Ogni tanto mi diceva “Sei pazza…” “Si , lo sono, non sarei qui altrimenti…” “Inginocchiati” gli occhi duri, decisi ma mai volgari. Il suo gioco forza non aveva fine. Voleva vincere a tutti i costi. Mi accompagnò a terra con un cuscino sotto le ginocchia, mi fece sedere sui talloni. Voleva che chiudessi gli occhi, mentre godeva sul mio viso, sulle mie palpebre e io sentivo gocce di calore che mi scaldavano, sugli occhi, sulle guance, sulle labbra. Mi pregava di non aprire gli occhi fino a che non lo avesse detto lui. Sentivo che afferrava l’accappatoio e poi la delicatezza con cui me lo aveva passato sul viso per togliere le tracce di vita…lo faceva come si fa quando si pulisce un bambino o si tratta qualcosa di delicato. Mi riportava a qualcosa di arcaico, come soddisfare un bisogno primario, primordiale, senza sovrastrutture. Quel gesto delicato sul mio viso rimarrà per sempre stampato nella mia testa. Ero stata la felice puttana del Divo. “ Sei una brava ragazza, bionda, occhi chiari, dottoressa, una di quelle che piacciono alle nonne, per questo andavi trattata da puttana”. E’ vero, sono brava, bionda, occhi azzurri e dottoressa, ma nessuno è mai una cosa sola. Quello che siamo lo scopriamo forse nel tempo, dietro agli inseguimenti folli o alle fughe della vita, o alle occasioni che capitano da prendere al volo o ancora alla voglia di cambiare pelle ogni volta ed avere il coraggio di essere tante piccole persone nuove. Quel giorno avevamo vinto entrambi ed io avevo scoperto qualcosa di nuovo.
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