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Un qualunque venerdì sera
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Titolo:
Un qualunque venerdì sera |
Autore:
Nico |
Contatto:
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Racconto
n° 3990 |
Altri
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Gli occhi erano ad ogni sorso più pesanti, lucidi, persi nel vuoto a cercare vecchie conoscenze, a squadrare i volti nuovi e perché no, anche qualche bel culo su cui fantasticare. Del resto era normale, i miei freni inibitori ormai se n'erano andati da un pezzo, all'incirca verso la terza mosca. Già, la sacra regola delle mosche che mi aveva rivelato una sconosciuta con cui avevo parlato poco prima, forse più ubriaca di me. Avvicinandosi barcollando mi aveva gettato un braccio attorno al collo e sogghignando senza motivo aveva proiettato i suoi occhi diafani dentro il bicchiere di sambuca che sorseggiavo e si era messa a contare i chicchi di caffè che quella faccia da culo di un barista aveva lasciato cadere all’interno. -Wow, come reggi bene l’alcol-, aveva detto poi sempre ridendo e singhiozzando – sei già alla settima sambuca!- Che cazzo sta dicendo questa, è proprio fuori… E’ stato il mio primo pensiero. Poi però volli approfondire il discorso e così venni a sapere che lei si faceva mettere tante mosche quanti erano i bicchieri che aveva bevuto. Lei la chiamava la “regola della mosca” ed io la trovai una cosa talmente stupida da affascinarmi. Così decisi di rispettare anch’io la sacra regola e ormai le mie mosche erano cinque. Cinque chicchi di caffè che galleggiavano come barchette a remi in un mare bianco lattiginoso, solcato da onde altissime ad ogni movimento del bicchiere, da cui spuntavano enormi iceberg. Non so perché quella sera avevo bevuto così tanto, sapevo solo che avevo voglia di ubriacarmi, di liberare i miei pensieri e i miei freni inibitori appunto. Mi piaceva quella sensazione di ebbrezza, quell’ottundimento generale dei sensi: la vista ti si appanna, le orecchie percepiscono suoni e rumori ovattati, la lingua è quasi anestetizzata e avrebbe voglia di leccare qualsiasi cosa di umano le passi davanti. La timidezza mi spariva completamente. Sarei stato capace di parlare per ore con persone che avevo conosciuto un minuto prima senza farmi il minimo problema. Sarei stato capace di ascoltare una conferenza di fisica quantistica senza rompermi le palle. I miei pensieri fluivano liberi per la mente seguendo vie intricate e contorte. Mi sembrava di sentirli mentre scorrevano velocissimi di sinapsi in sinapsi, mentre percorrevano le circonvoluzioni cerebrali a enorme velocità. Qualcuno restava impigliato tra le miliardi di connessioni e svaniva in pochi istanti, altri riuscivano a concludersi anche se con molta fatica. Mi sono sempre ritenuto fortunato che le mie sbronze non siano mai state tristi o violente, con pensieri depressivi o aggressivi, ma questa forse è stata anche la mia rovina. Mi sentivo euforico, eccitato, con un turbinio di pensieri erotici e una gran voglia di scopare. Ragazze poco vestite mi passavano di fianco. Non me ne fregava un cazzo fossero cessi o modelle! Bastava avessero un bel culo e un fisico decente e subito partiva l’immaginazione, la mia voglia di carne, l’istinto animale racchiuso in ognuno. Dovevo sembrare proprio un coglione con quell’espressione inebetita a squadrarle mentre magari mi immaginavo di sbatterle a pecorina sul bancone del bar o di farmi fare un pompino dietro al locale, dove ci sono i cassonetti e ogni tanto ci trovi qualcuno che va a pisciare perché il cesso è intasato. Mi facevo schifo, eppure non riuscivo a reprimere quei pensieri sudici! E pensare che da ubriaco non mi tira neanche! I sensi di colpa erano accresciuti dal fatto che avevo una ragazza stupenda, viso di luna, boccoli nocciola, labbra fatate. La cosa più bella e magnifica che avevo trovato nella mia vita tormentata. Abitava lontano, e capitava spesso di non vederci per lunghi periodi. Certo, ci si sentiva per telefono o attraverso asettici messaggini in cui centellinavamo il nostro amore per farlo rientrare nei 160 caratteri disponibili, ma io avevo bisogno della sua presenza. Non mi accontentavo di sentire la sua voce squillante storpiata dal ricevitore del telefono o di leggere i suoi pensieri scritti in nero su uno sfondo bianco. Dovevo averla di fronte a me, apprezzare la sua splendida fisicità di ragazza ventenne nel pieno della sua carica erotica. Dovevo osservare le sue vermiglie labbra carnose, dalla geometria perfetta mentre si sfioravano per poi subito allontanarsi emettendo un turbinio di parole capaci di farmi divertire, commuovere, eccitare, incazzare. Dovevo poter perdere il mio sguardo nei suoi occhi profondi, ambrati, nei quali potevo leggere il suo umore, le sue gioie, le sue paure. Quella sera mi mancava tutto di lei. Era uno di quei periodi in cui non ci vedevamo da parecchio tempo e le cose tra noi avevano visto momenti migliori. La lontananza è un male che ti logora a poco a poco: rende più fiochi i ricordi, affievolisce i bei momenti e rafforza i sospetti, le paure, i rancori fino a condurti alla solitudine interiore. Stavo dimenticando pian piano il suo odore di donna, il profumo dei suoi folti capelli ricci nei quali amavo perdermi mentre facevamo l’amore, le tenere carezze, i dolci baci, i suoi graffi sulla mia schiena nel momento del maggior piacere. Avevo bisogno di lei per sentirmi vivo, per avere la conferma che tutto ciò non era un magnifico sogno frutto della mia mente contorta ma era la realtà. Questa lontananza forzata però mi stava facendo aumentare i brutti pensieri che si affastellavano in maniera disordinata nella mia mente impedendomi di pensare lucidamente e procurandomi una velata malinconia che notavo guardandomi gli occhi allo specchio. Forse era questo il motivo che mi aveva portato ad annegare la mia mente nell’alcol, ma ormai al quinto bicchiere chi se lo ricordava più! Sapevo solo che la mia solitudine si stava trasformando in una voglia sempre più ossessiva di sesso: se prima mi mancavano le domeniche pomeriggio passate stesi a letto, nudi, abbracciati sotto la coperta di pile a scambiarci dolci baci e a scherzare, ora mi mancavano i suoi piccoli seni perfetti da leccare, i suoi capezzolini rosei da trastullare, le sue calde labbra esperte nel darmi piacere fino in fondo, accogliendo anche l’ultima goccia del mio orgasmo. Mi mancava il suo culetto tornito, candido, che si intravedeva dai forellini delle mutandine in pizzo nero lavorato o che si rivelava completamente nella sua bellezza quando indossava i perizomi di seta lucida. Quanto mi eccitava quel culo, quante volte ho desiderato possederlo, farlo mio, leccarlo… Avevo il bisogno impellente di entrare in contatto con la sua pelle liscia, vellutata; strusciarmi addosso a lei, avvinghiarla con le mie braccia potenti e tenerla stretta a me più che potevo finché il calore dei nostri corpi non si fosse portato alla stessa temperatura a formare un’unica entità di carne e fluidi. Avevo voglia di baciarla nel modo che sapevo, cercando disperatamente la sua lingua, succhiandola, guidandola in un intenso vortice di passione scambiandoci le nostre salive senza pudore, senza vergogne. Intanto le avrei strappato le mutandine di dosso, quelle mutandine a cui tanto era legata quasi da sfiorare la mania gliele avrei proprio lacerate con le mie mani. Chissà come avrebbe reagito, forse mi avrebbe tirato uno schiaffo o si sarebbe incazzata, magari si eccitava. So per certo che sarei rimasto impassibile e avrei continuato nella mia disperata ricerca del piacere! La musica nel locale era sempre più alta, ma io ormai sentivo tutti i suoni smorzati, che si accavallavano uno sull’altro. I battiti martellanti della canzone mi rimbombavano in testa e i miei pensieri sembrava procedessero ritmicamente a tempo di “beats”. “Tum-Tum-Tum”… per un attimo mi stupii del mio cervello. Mi era apparso un flash nella mente. Era stato tanto tempo fa, al mare, in una giornata pigra di luglio in cui la canicola delle tre del pomeriggio ti impone di startene sdraiato a letto con gli scuri socchiusi per evitare che il calore trasportato dai potenti raggi solari si impadronisca della stanza. Tu eri sdraiata supina su di un letto cigolante che avevamo trovato nell’appartamento preso in affitto. Io ti avevo sfilato la sottoveste in seta nera decorata a livello del seno con pizzi argentei dalle cui maglie facevano capolino i tuoi capezzoli turgidi che aspettavano solo di essere succhiati. Eri rimasta nuda mentre un raggio di sole che era riuscito a penetrare dalle fessure del balcone creava sul lato sinistro del tuo corpo una striscia di luce bianca che metteva in risalto la scarsa peluria candida che rivestiva la cute liscia. Il pulviscolo che danzava nel cono di luce mi indicava esattamente la strada per il tuo piacere. Ti ho bendata con la mia maglietta e poi con il lenzuolo ti ho legato gentilmente i polsi alla testiera del letto. Eri completamente in mio possesso adesso, ignara di quello che ti poteva accadere ma la situazione ti eccitava perché vedevo le tue gambe che si stringevano e si dimenavano come avessi voluto strofinarti il tuo punto più intimo per procurarti piacere da sola. Ho iniziato baciandoti le labbra, con foga, facendo cadere sopra un po’ di saliva in cui poi ho intinto il dito indice che ho fatto scorrere lungo il tuo collo tornito, perfetto…Intanto la mia bocca si spostava a baciarti il collo, lateralmente, nel tuo punto più sensibile. Tu dicevi che avevi i “brividini” e io mi eccitavo pensando al piacere che ti procuravo. Le mie mani intanto si erano soffermate sulle tue tettine, quelle di cui ti lamenti sempre ma che a me fanno impazzire, talmente sode e proporzionate che sembra che dicano “baciami”. E io non me lo sono fatto ripetere due volte: mentre con la lingua trastullavo un capezzolo con la mano , bagnata con la mia e con la tua saliva in un gioco perverso di scambi di fluidi, ti accarezzavo l’altro. Sentivo che eri eccitata, volevi che arrivasse la mia mano o la mia bocca a placare l’incendio che era divampato tra le tue cosce. Ti ho infilato due dita in bocca e ti ho ordinato di leccarle come se fosse il mio cazzo, tu hai obbedito senza esitazione, poi ho lasciato colare sopra anche la mia saliva e finalmente ti ho aperto le gambe e infilato le dita nella tua vagina bollente. Eri bagnata e pronta per fonderci in un unico corpo, nel gesto più antico e naturale del mondo. Ho giocato un po’ con il tuo clitoride, tu fremevi e gemevi. Ogni tanto ti partivano delle contrazioni involontarie dei muscoli che sentivo chiaramente. Intanto continuavo a baciarti ovunque mentre l’altra mano ti accarezzava e si muoveva instancabilmente. Avevo voglia di leccartela, di placare la sete di piacere bevendo i tuoi fluidi. Tu lo sapevi e non aspettavi altro! Sono sceso con la testa mentre tu cercavi di divincolarti dalle manette di panno che avevo costruito, per passare le mani tra i miei capelli, per tirarmeli mentre gemi, mentre arrivi. Ho riposto la testa tra le tue accoglienti cosce e ho iniziato a leccare il frutto proibito, ad intingere la lingua, a muoverla più velocemente che potevo. Ti vedevo ansimare, muoverti come per divincolarti da tanta eccitazione! So che non potevi fare niente per opporti al mio mortale abbraccio. Sono sceso sempre più giù fino ad arrivare al tuo bel culetto, mi attirava l’idea di fare una cosa più sporca del solito… Ero eccitatissimo, sentivo il mio uccello pulsare da quanto era duro. Ti ho leccato il buchetto mentre con la mano continuavo ad accarezzarti il clitoride! Tu urlavi, erano urla di piacere, sentivo che l’orgasmo era vicino. Ti ho sollevato e ti ho penetrata con il mio dardo che aspettava solo di essere riposto nella faretra. Ricordo che sono stato abbastanza violento. Avvinghiato a te con il mio corpo sudato, ruvido, i muscoli in tensione, cercavo quella sensazione stupenda che solo il sesso legato all’amore può dare…Mi muovevo ritmicamente spingendo il cazzo fino in fondo, fino a farti male. Allora tu facevi una smorfia, ma non mi dicevi di fermarmi. “Tum-Tum-Tum”… Era quella cazzo di testiera che sbatteva sul muro ad ogni colpo che ti davo. Chissà se i vicini ci stavano sentendo? Chi se ne frega… la cosa era ancora più eccitante così. Eravamo entrambi prossimi all’orgasmo. Ti ho slegata e sbendata e ti ho detto di masturbarti mentre ti penetravo. Tu sapevi che la cosa mi faceva impazzire e dopo avermi fatto leccare la tua mano hai obbedito senza battere ciglio. Ho aspettato che venissi, le contrazioni ritmiche dei tuoi muscoli vaginali mi hanno fatto cedere definitivamente, l’ho tirato fuori e tu rapidamente ti sei girata e me l’hai preso in bocca...Cazzo che orgasmo! Il mio piacere è esploso come una diga distrutta da un fiume in piena e tu ti sei vista bene di non sprecare neanche una goccia del mio nettare. Con fare malizioso ti sei avvicinata e mi hai stampato un grosso bacio in bocca con il fare di chi è consapevole di aver fatto impazzire l’altra persona! Poi esausti ci siamo abbracciati e abbiamo continuato il nostro riposino nell’afa di luglio. Seduto al bancone del locale guardai l’orologio. Segnava le 2.30. Ormai era quasi l’orario di chiusura. L’effetto dell’alcol stava via via diminuendo riportandomi alla mente i soliti pensieri ma questo flash mi aveva fatto indurire l’uccello e dai jeans stretti era facile intuire una protuberanza che difficilmente si poteva scambiare col cellulare. Decisi di mettere fine a questa eccitazione perversa. Andai dietro al locale, là dove ci sono i cassonetti, e pensando a ciò che era riemerso alla mia coscienza quella sera mi tirai una sega. Non provai nessun piacere. Era tanto per svuotarmi le palle e per non incorrere in figure di merda. Tanto il fondo l’avevo già toccato, non sarà certo una sega a rovinarmi la reputazione.
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