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Last memory
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Titolo:
Last memory |
Autore:
Calypso |
Contatto:
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Racconto
n° 3997 |
Altri
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E ora potrei anche morire. Pensavo mentre accarezzavo la sua testa, i suoi capelli, fitti, spessi, come solo i capelli neri sanno essere. Sdraiata sul letto, semi vestita, lo sentivo appoggiato sul petto, sul ventre, sentivo le sue braccia attorno a me. Nulla. Intorno null'altro. Il silenzio del residuo della neve ghiacciata, di quel che restava ancora. Quel che restava di me era lì, carne abbandonata in un abbraccio. Estasi reale di un sogno surreale. Le dita scivolavano tra i suoi capelli, li stringevo. Le mie mani appoggiate alla sua testa. Era mio, quel corpo nudo sul mio corpo. Ero sua. Ero io. Era lui, eravamo. Le tracce vitali, calde erano su di me, sulla pelle bianca che spuntava dalla giacca nera. Mai perle erano tanto più desiderate, perle di slancio irrefrenabile, di voglia, di possesso. Neanche il tempo di entrare in casa, neanche il tempo di vedere le stanze e di accomodarmi, dopo il breve viaggio per raggiungerlo, verso l’affascinante nebbiosa pianura, ed ecco che ero un’altra. Mi sembrava il paradiso, quel paese ferroso e ghiacciato. Sul piumone bianco eravamo noi, contrasto torbido e scuro, avvolto da una rete nella quale ci eravamo favolosamente impigliati. La sua lingua nella mia, in cerca di niente, un niente dissetante, che esisteva nella bocca dell’altro in un gioco di scivolose unioni umide, sfuggenti ma inseparabili. Le nostre labbra, un gioco ad incastro. E ancora vestita mi aveva accompagnato lentamente sul letto. Aveva giocato con i miei pantaloni, li aveva sfilati e mi cercava con la curiosità di un amante e la perizia di un ladro che tenta di prendere qualcosa senza che nessuno se ne accorga, neppure io. Gli avrei concesso tutto. In quel momento gli avrei concesso ogni cosa. Non sapevo resistere. Non poteva resistere. Aveva scostato con delicatezza la brasiliana nera di Intimissimi, con serena e decisa lentezza, sentivo il suo sguardo addosso, mi penetrava con gli occhi, prima, col suo elegante cazzo, dopo: un colpo deciso ma lento. Una frazione di secondo nello spazio temporale. Perfetto come un’opera d’arte di Fontana. Le mie labbra gonfie cedevano il passo al suo sesso, lo avvolgevano, lo succhiavano lo inghiottivano nell’umida culla del mio sesso. Un attimo in cui mi perdevo e mi ritrovavo. Mi scopava ed io lo possedevo mentre lo sentivo. E mi trovavo, come se dentro la mia fica fosse stato l’ultimo posto al mondo dove avrei potuto cercarmi. Su quel letto, scopata da dio, stavo bene. Ogni colpo era una conoscenza nuova. Come le prime volte quando si scoprono il sesso e i brividi del corpo, della testa, di tutto.
“ Lontano lontano, qualcosa negli occhi di un altro, ti farà ripensare ai miei occhi…” Tutto banalmente vero. Tutto magnificamente vero. Arrivi a quarant’anni e ti ritrovi nel letto di un giovane di venticinque che ti scopa, come se fosse un bisogno primario, una questione di sopravvivenza. Persi: su quel letto eravamo creta e scultore, modellavamo e piegavamo il desiderio alla nostra volontà. In tutti i modi. Lo sentivo. Mi prendeva Lo prendevo. Cercava la mia pelle. Si riempiva della mia carne, del mio seno. Giocava con i capezzoli, li stringeva, li sfiorava, li sentiva. E ancora, li guardava. Il mio piacere saliva, godevo, e godevo. Esplodevo e mi sentivo piena. Non c’era nulla che potessi chiedere di più né di meno. Non c’era posto diverso, dove volessi essere. Semivestita sul suo letto la mia notte era appena iniziata... anche la mia conoscenza? La ricerca può passare in mezzo alle gambe? Lo avevamo fatto tutta la notte, con qualche pausa di sogno che usciva allo scoperto dalle sue labbra, con parole sconclusionate, nel sonno. Lo sentivo ancora più dentro di me. Come un amplesso senza fine. E senza fine sembrava esserlo davvero. Più mi scopava e più lo desideravo. Fra un sogno e l’altro, cosparsi di olio di mandorle, lo mordevo e lo possedevo, lo massaggiavo e lui con me. Il suo culo, lo accarezzavo, lo leccavo, lo volevo. Il mio culo, lo accarezzava, lo leccava, lo voleva. Mi prendeva ancora da dietro. Guizzanti, scivolosi, come wrestler, lottavamo in nome del piacere e del possesso. Avvolti nel lenzuolo, esausti, caldi, pelle di mandorla dolce. Le sue mani sul mio sesso. Le mie nel suo. Novelle sindoni del nostro corpo. E poi ancora. La mattina ancora. Svegli, pelle alla panna per colazione. Gusto di sesso profumo di uomo, deciso, buono, dolce, aspro. Quante ore erano passate da prima? Quanto tempo c’era bisogno che passasse ancora? Che cosa era stato quello spazio nostro? Persi nel sesso. - Buonanotte – - Buon giorno – Tempo indistinto.
Cercavo di ricomporre quel che restava di me, gli occhi socchiusi brucianti di vizio. Movimenti molli. Rovistavo tra le mie cose nella borsa che sembrava racchiudere i segreti della mia coscienza, abbandonata la sera prima sul divano di una casa di campagna. Accanto alla crema idratante e alla Rinazina, illusione di ossigeno tascabile, in caso di necessità. Henry Miller che vegliava su tutto e l’immagine della Madonna del santuario del monte, omaggio di protezione da chi la protezione la cercava ancora nelle immagini. Tutto insieme, rovistavo, gesti inutili, fingevo di ricompormi, ero felice di sentirmi come stavo in quel preciso momento. Ebete e contenta di niente e di tutto. Non avevo bisogno di nulla. Al ritorno in macchina, sottofondo dei radiohead - hail to the thief- - A che ora hai il treno? – - Ogni ora. – - Sono le 17:17. – Il gioco delle ore, uguali, speculari, un minuto in cui tutto combaciava perfettamente, come forse quel momento. - Prenditi il mio Henry Miller e la Madonna del monte, come segna libro, il sacro e il profano. - - Ci vediamo presto. - Che valore avesse il suo presto non mi era dato saperlo, poteva anche essere mai più, forse no. - Mi hai ipnotizzato. Ragazzo sovversivo e dadaista. – Sorrisi. Fuori dalla macchina, fuori da lui. Ancora sorrisi. Entravo nella stazione come lui era entrato in me, con decisione. Sentivo ancora la stanchezza in mezzo alle gambe. Sorrisi. In treno mi sentivo reduce da un combattimento. Sorrisi. Rivedevo ossessivamente ogni gesto carnale . Sorrisi. Selezionavo le immagini di un Dvd mentale. Last memory. L’ultima memoria. La migliore. Migliore della prima. Possibile? Possibile. Sorrisi. Persa e ritrovata. Sorrisi.
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