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Il faro
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Titolo:
Il faro |
Autore:
Discipline |
Contatto:
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Racconto
n° 4005 |
Altri
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Sabato 12 maggio, il mio compleanno. Dalla mia sedia vedo le onde del mare rompersi delicatamente sulla spiaggia e creare riflessi argentati che sembrano dare più forza alla luce della luna. La brezza leggera che muove il mio abito in seta trasporta delicati profumi di candele che bruciano per illuminare i tavoli. Roteo il calice del vino e ne sorseggio un poco, i profumi esplodono sotto la mia lingua. Il grande piatto bianco, decorato con piccoli assaggi di pesce crudo, sembra quasi un' opera d’arte la cui bellezza è pari al senso dell’effimero che trasmette. Seduto davanti a me lui sorride felice. Sarebbe tutto perfetto se non fosse per il bruciore alle natiche che mi impedisce di stare ferma sulla sedia. Quando mi siamo andati a convivere avevo risolutamente deciso di dare un taglio al mio passato di schiava, eppure ieri…
Arrivo al negozio in taxi e quando scendo devo aprire e chiudere gli occhi un paio di volte per essere certa di non stare sognando. Sapevo che il proprietario del negozio aveva assunto due modelli che avrebbero dovuto stazionare sulla porta quasi a decorarla, ma lo spettacolo di questi due corpi abbronzati e quasi nudi è abbagliante. I muscoli tendono la loro pelle cosparsa di un filo d’olio, e il sole mattutino che si riflette sulla carne lucida scatena le mie endorfine mandandomi in uno stato di euforia di cui pagherò le conseguenze. La presentazione della linea di abiti di cui sono responsabile procede senza problemi anche se io sono ancora un po’ distratta dall’apparizione all’ingresso del locale. Per fortuna presto la parte formale finisce e mi ritrovo persa in conversazioni più o meno frivole in una parte del negozio dedicata a bar, è qui che conosco uno dei due adoni che ho ammirato all’ingresso del locale. Il vino e l’ebbrezza dovuta alla visione di tanta avvenenza mi portano a formulare una proposta oscena con la stessa disinvoltura con cui ordino il pane: “Sei così bello che farei qualsiasi cosa pur di far sesso con te”. Disincantato, quasi fosse abituato a tali avance, lui mi risponde: “Tu stessa non credi a quello che dici, e sono comunque sicuro che se sapessi cosa vorrei farti rifiuteresti”. Ci sono tre possibili motivi per cui ho risposto come non avrei dovuto fare: libido, alcol e senso della sfida. Lui era bello da morire e io abbastanza ubriaca da avere pochi freni e con alle spalle un’esperienza da schiava in cui avevo provato tutto. O almeno così pensavo. Quale dei tre sia stato il reale motivo ormai non contava più, me ne andai dalla festa con un accordo alquanto strano: io avrei fatto sesso con lui, ma solo dopo essere stata a sua completa disposizione per un pomeriggio intero.
Dopo tanti anni sono nuovamente nervosa e impacciata nel prepararmi per incontrare un uomo, mi tornano in mente le volte in cui mi preparavo per il mio padrone con tutta l’ansia che la ritualità dei gesti non riusciva a dileguare. La doccia, l’acqua calda, il vapore che appanna i vetri, la lametta leggera che accarezza il pube, tutti i gesti che mi hanno sempre accompagnato nel prepararmi quando ero una schiava riaffiorano e io li ripeto con rassicurante familiarità. Esco dalla doccia e mi rilasso stendendo un profumato velo d’olio su tutta la pelle, poi mi dirigo in camera per decidere come vestirmi. L’estate e il mare diminuiscono il numero di indumenti che devo indossare ma non il mio panico da scelta dell’abito adatto, anche se la parte razionale del mio cervello mi dice che non esiste un abito sbagliato per andare a scopare un tale pezzo d’uomo sono indecisa. Come sempre parto dalle scarpe, è un abitudine che il mio padrone aveva radicato in me, lui era un feticista delle scarpe, adorava i tacchi alti e sottili, e ogni volta che mi sceglieva gli abiti partiva dalle scarpe. Opto per un paio di scarpe rosso fuoco, aperte e con un tacco da tredici centimetri sottilissimo, mi sembrano provocanti e quindi adatte a questo particolare pomeriggio. Esclusi i pantaloni, dalla valigia esce un gonnellino in jeans tagliato da collegiale americana e qualche abito leggero. Provo prima il gonnellino con qualche maglietta e un paio di camicie ma non provo le sensazioni giuste guardandomi allo specchio e quindi passo ai vestitini. La scelta ricade su di uno bianco con grandi fiori rossi che ben si abbina alle scarpe. La biancheria intima è sempre un problema per me, il mio padrone mi ha insegnato a non indossare mutande e io, anche ora che non sono più una schiava, non ho perso completamente l’abitudine di non portare slip, per la gioia del mio attuale fidanzato. Alla fine decido di indossare uno string bianco che mi piace molto perché il sottile triangolino di stoffa davanti è legato a alla stringa posteriore da una fila di finti brillantini che segnano i fianchi degli abiti che indosso.
Esco dalla hall dell’albergo e la portiera della macchina che mi aspetta si apre proponendomi la prima sorpresa del pomeriggio: la persona che apre la portiera posteriore dell’auto per farmi salire non è l’adone che ho concupito al negozio ma il suo collega. Salgo titubante in auto e mi siedo di fianco al mio nuovo amante che, anche vestito, sembra una statua greca, mentre l’altro si mette al posto guida. Prima che la macchina parte lui mi provoca:“Non dirmi che ti tiri indietro? Hai detto che avresti fatto qualsiasi cosa pur di scoparmi” “Parti” ordino al nostro autista.
Ci fermiamo in un cortile fiorito che circonda un faro ormai in disuso; legno e calce bianca si mescolano con i colori e i profumi della vegetazione marina. L’ingresso del faro è piccolo e devo chinare la testa un poco per entrare, quasi un atto di sottomissione al grande simbolo fallico del faro che avrebbe dovuto prepararmi a quanto mi aspettava, ma l’interno è ampio e luminoso, la luce che entra dalle alte finestre mette in evidenza il moto del pulviscolo sospeso nell’aria creando un’atmosfera d’altri tempi. La grande stanza rotonda è altissima e, per almeno la metà sovrastata da un soppalco sotto cui sono state ricavate alcune stanze chiuse, una di queste è una grandissima cabina armadio ed è verso questa che mi conducono. I miei tacchi risuonano sul pavimento in legno sbiancato e la loro eco sale sino perdersi nell’aria ferma mentre ci dirigiamo verso la stanza che funge da guardaroba. Quest’ultima è una parola poco adatta a descrivere una stanza in cui ripiani e appendini mettono in mostra solamente capi di abbigliamento od oggettistica che pare teletrasportata da un sexy shop a questa incantata costiera: da abiti in latex a scarpe e stivali con tacchi eccessivi anche per me, da vibratori di diverse forme e dimensioni a fruste e corde, insomma tutto quello che serve per un pomeriggio romantico tra due quindicenni innamorati. Loro due si siedono su due poltrone al centro della stanza e mi chiedono di spogliarmi con un secco ordine, senza dubbi sul fatto che io avrei ubbidito. Ho imparato a spogliarmi davanti al mio padrone e a farlo in modo da eccitarlo il più possibile, penso anche di essere diventata brava. Ricordo quando lui mi portò in un locale dove facevano lap dance e mi fece spogliare sul bancone del bar, non furono gli sguardi eccitati dei maschi, ma il desiderio che lessi negli occhi della barista che mi fecero capire di essere capace di trasformare l’atto di togliersi i vestiti in qualche cosa di più di un veloce preambolo del sesso. Ora tutto è reso più complicato dal fatto che non indosso quasi nulla, ma mi impegno per eccitarli il più possibile e, quando rimango nuda, appoggiata sugli alti tacchi delle mie scarpe rosse, rimango delusa dal notare che uno dei due sembra essere insensibile al mio spettacolo. Comunque la delusione dura poco, subito sostituita dalla mia vanità che rende piacevole il mostrarmi nuda di fronte agli uomini: mi considero bella e sono orgogliosa di mostrare agli altri le mie lunghe gambe e il mio sedere modellato da anni di attività fisica, il mio seno grande, di cui a differenza di molte mie amiche, sono sempre stata orgogliosa e il mio ventre piatto come quando avevo quattordici anni. Pensando di farmi un piacere mi concedono di prendermi un paio di capi dal guardaroba. Non sanno che così non solo mi precipitano nuovamente nell’incubo di scegliere come vestirmi, ma mi obbligano anche a fare una cosa di cui ho terrore in pubblico. Per un attimo torno alle prime volte in cui il mio padrone mi esponeva, il terrore di mostrare una parte di me nuda che pian piano lasciava il posto alla gioia di soddisfare il mio signore. Ricordo ancora la prima volta: eravamo in macchina, sulla tangenziale, indossavo una minigonna cortissima, un paio di calze autoreggenti e un bellissimo paio di scarpe di vernice nera. Il mio padrone mi obbligò a posare i piedi sul cruscotto della macchina con le gambe leggermente divaricate e poi andò da un casellante per chiedere informazioni stradali di cui non aveva bisogno, io tremavo di rabbia e sconforto, stavo per cambiare posizione quando la faccia del casellante si illuminò in un sorriso che voleva quasi essere un complimento muto al mio padrone per la bellezza della sua accompagnatrice. Avrei voluto che quel sorriso durasse in eterno. La dura realtà della scelta dell’indumento adatto mi attende come un pozzo oscuro appena riemergo dai miei ricordi e io cerco di vincere la paura aggrappandomi alle abitudini: prima le scarpe! Nere, il guardaroba in questo caso offre poca scelta, tacco altissimo, anche in questo caso poca scelta, e completate da un bellissimo laccio che circonda e sostiene la caviglia. Il vero problema è scegliere l’abito, se così si possono chiamare i capi di abbigliamento che abbondano nell’armadio. Escludo subito il latex, anche se le spesse mura del faro attenuano il caldo tipico di questo luogo di mare rischierei di trovarmi lessa poco dopo averlo indossato. Mi accorgo presto che ciò che avrei indossato era lì ad aspettarmi, quasi a chiamarmi nell’attesa che io lo trovassi. Sono tre strisce di pelle, alte circa quattro centimetri: la prima mi fascia perfettamente il collo ed è attraversata da un anello di acciaio che riflette i raggi di luce che entrano dalle finestre con uno strano gioco di luce, la seconda mi fascia il petto appena sopra il seno contribuendo a farlo sembrare ancora più grosso e si chiude sulla schiena con un secondo anello che immagino il mio amante vorrà usare per legarci i polsi con delle manette, l’ultima mi stringe la vita. Le tre fasce sono collegate sul davanti da una striscia di pelle più sottile che percorre verticalmente il mio busto dal collo alla vita, occultata parzialmente alla vista quando affonda tra i miei seni. Mi guardo nello specchio e mi sorprendo a pensare a quanto sarei piaciuta al mio padrone in questa tenuta, dopo tanto tempo sono ancora molte le cose di lui che non riesco a dimenticare. Ora la mossa sta a loro due e io non posso che aspettare. Finalmente si alzano e, improvvisamente ma con calma, si spogliano, senza dire una parola e ferendo un poco il mio orgoglio che sperava in un complimento. Sono tutti e due bellissimi, questo lo si intuiva già vedendoli davanti alla porta del negozio, ma quello che mi lascia a bocca aperta è la dimensione del pene dell’amico del mio amante: gigantesco! Non ho mai visto un pene così lungo e così largo, anzi non credevo neppure esistessero affari come quello: pur non essendo ancora completamente turgido, è grande più del mio avambraccio. Lo spettacolo, perché così si può definire tale visione, finisce quando lui si inginocchia davanti a me per legarmi i polsi e il mio amante si porta dietro di me bendandomi con un fazzoletto di seta nera.
Lo sento passare davanti a me e prendermi i polsi per guidarmi nella sala principale, poi mi mette in una posizione innaturale e scomoda, la schiena adagiata sulla seduta del divano in pelle bianca, le gambe appoggiate allo schienale che sporgono sul lato posteriore e la testa a penzoloni fuori dalla seduta. I preliminari non esistono, mentre il suo amico mi lega le caviglie con un complesso nodo lui scopa la mia bocca con foga selvaggia, sento le sue palle sbattermi contro il naso ogni volta che infila tutto il suo aggeggio nella mia bocca. Presto arrivano i conati e la bocca mi si riempie di saliva ma questo non lo ferma, anzi sembra rendergli più piacevole l’operazione, ed io capisco subito che sarà un pomeriggio lungo e doloroso. Repentinamente, così come ha iniziato, finisce. Io, bendata e legata, non sono più autonoma nei movimenti, li sento spostare di peso parti del mio corpo che, per un motivo che in questo momento mi sfugge, ho ceduto a un estraneo che aveva il solo pregio di essere divinamente bello. Il gel freddo scivola adagio tra le mie natiche; prima che il mio cervello possa mettersi a fare strane considerazioni sulle proprietà viscose dei fluidi, sento un oggetto premere sullo sfintere e poi farsi strada lentamente dentro le mie viscere. È piccolo e questo mi preoccupa parecchio. Quando sono diventata una schiava le uniche cose che erano entrate nel mio ano erano le supposte, adesso, dopo che il mio padrone mi ha formata, sono entrati oggetti di dimensione e provenienza delle più varie oltre a due peni: quello del mio padrone, che anche quando mi condivideva con altri teneva il mio buchetto tutto per sè, e quello del mio attuale fidanzato. Ora, quindi, so per esperienza diretta che, se allargato gradualmente, il mio ano, come quello di chiunque, può arrivare ad accogliere anche dildo di grandi dimensioni e temo che la piccola ogiva in metallo che ora è dentro di me sarà solo il primo di una serie con dimensioni sempre maggiori. Bendata e legata perdo la cognizione del tempo, il mio amante alterna l’infilare il suo pene in uno dei mie tre buchi, con una certa predilezione per la bocca, a sessioni di punizioni corporali o di dilatazione anale sino a quando esco dalla dimensione spazio temporale di quella stanza ed entro in uno spazio tutto mio in cui godere della mia sottomissione.
“I patti vanno rispettati, sei stata a nostra completa disposizione per tutto questo tempo e ora ti debbo scopare”. La frase mi riempie la mente e riesce a cancellare il dolore diffuso che mi pervade, mi abbandono sul letto e allargo le gambe in attesa che lui mi riempia. Mi penetra e si muove dentro di me con foga, quasi con rabbia, ma io non sono soddisfatta. Il pomeriggio di dolore mi ha svuotata, la sottomissione è un modo di darsi, di donare e come tale lascia un vuoto che deve essere in qualche modo riempito. L’amore, il sentimento, è un modo per riempire questo vuoto cui io ora non posso ricorrere e che tento di sostituire con la bramosia sessuale. Chiamo a me il nostro compagno di giochi e mi infilo in bocca il suo uccello gigantesco, ho voglia di cazzo e spero di sentire questo tronco crescere dentro la mia bocca dopo averlo visto rimanere più o meno molle per tutto il pomeriggio. Più il mio amante si muove dentro di me più io succhio con foga il cazzo del suo amico, voglio godere e per farlo mi sembra indispensabile vedere quell’enorme aggeggio diventare duro, ma ogni mio sforzo sembra vano. Godo, infine, il mio corpo è attraversato da spasimi che fanno fluire il piacere in tutte le mie fibre. Godo, finalmente! Godo, e quando riapro gli occhi il mio amante è fermo sopra di me, con il membro ancora nella mia vagina, che ride. “Vuoi vedere il suo attrezzo duro?” Forse mi legge nel pensiero, o forse noi donne siamo più semplici di come gli uomini ci dipingono, almeno in certi frangenti. “Non se mi costa un altro pomeriggio come quello di oggi”. Ride di nuovo e poi chiede al suo amico di mettersi sopra di per permettermi di succhiargli l’uccello mentre mi lecca. L’illusione, nata nella mia mente, che un semplice sessantanove basti per eccitare il nostro amico svanisce presto, appena vedo il mio amante posizionarsi per sodomizzare l’amico. Inizia piano ma poi l’intensità dei colpi cresce e io, dal mio punto di osservazione privilegiato, vedo il cazzo del mio amante entrare completamente nell’ano dell’uomo sopra di me. Quasi contemporaneamente il pene di questi inizia a crescere nella mia bocca fino a riempirla. Per un attimo penso che per tenerlo in bocca dovrei disarticolarmi la mandibola, ovviamente non è così ma poco ci manca. Ci giriamo, il mio amante si sdraia sul letto, il suo amico si impala sopra di lui e io mi trastullo masturbandolo e leccando sia lui che il mio amante, o almeno la parte dei suoi organi genitali non infilata nell’ano dell’amico. Quando vedo che il cazzo di questi è completamente duro mi ci siedo sopra e, con calma, lo faccio entrare in me. È grosso, grossissimo e duro come roccia ora. Non ci metto molto a godere di nuovo e sentire la mia carne contrarsi su quel palo è una sensazione straordinaria.
Sfinita esco dalla doccia e mi spalmo un po’ di crema sui segni rossi che segnano i miei glutei, poi mi infilo in un abito di seta nero che ha l’impalpabilità della gioia per aver provato ancora una volta sensazioni di sottomissione che non riesco e non voglio dimenticare. Nella hall dell’albergo trovo il mio fidanzato ad aspettarmi, il suo bacio pieno di amore mi spinge a pentirmi per l’aver ceduto alle mie voglie. La brezza leggera della sera, mentre ci dirigiamo al ristorante, spazza via i miei sensi di colpa.
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