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L'incontro
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Titolo:
L'incontro |
Autore:
Angelica |
Contatto:
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Racconto
n° 4049 |
Altri
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12 dicembre, ore 6.40 (Lilith)
Adamo, tratto da adamah, la terra. La terra che diventò creta tra le mani di Dio nel momento in cui plasmò il primo uomo. Adamo, è bello pensarti di creta. Di terra bagnata dalla mia saliva, irrigata dai miei umori, sulla cui superficie liscia far scorrere le mie dita, impregnandole della tua consistenza.
Talvolta ripenso a quel giorno, a quando non ho resistito e ti ho guardato a lungo negli occhi, senza pudore, fino a che non hai potuto fare a meno di notarmi anche tu. Chissà, se non fossi stata dietro a quel bancone a prepararti il cappuccino con tanta schiuma ed un cuore di cacao, forse per quella insistenza mi avresti presa per una di quelle che cercano clienti già di buon'ora. Ma se non ti avessi guardato in maniera così indiscreta forse avresti pagato la tua consumazione, come hai sempre fatto da quando entrasti la prima volta nel bar, senza neppure notare il rosso acceso dei miei capelli. Quelli stessi che la tua mano ora stringe con foga quando mi baci le labbra, mentre l'altra si attarda sul seno e i miei umori m'infuocano dentro.
Buffo ripensare al tuo imbarazzo di quando mi chiedesti il nome.
- Lilith, ti risposi, la prima moglie di Adamo, che fu cacciata dal paradiso perché rifiutò di obbedire alle richieste sessuali del marito -
Sorridesti. Ancora non sapevo quale fosse il tuo nome, ma erano settimane che cercavo il modo per agganciare discorso con te. Erano settimane che ogni qualvolta uscivi dal bar, dopo aver sfogliato il giornale, restavo a fantasticare su cosa sarebbe potuto accadere se ti avessi chiesto di darmi una mano a spostare qualcosa nel retro, perché da sola proprio non ce la facevo. E una volta lontani da occhi indiscreti... chissà. Fantasie, nient'altro che fantasie per mesi. Ho fantasticato sulle tue mani e sul calore del tuo abbraccio tutte le mattine che sei entrato a ordinare cappuccino e croissant, ogni qualvolta ti sei seduto giusto il tempo per sfogliare il giornale, attardandoti un giorno sugli esteri e un altro sulla cronaca. Ma ogni volta pagavi e uscivi senza alzare lo sguardo.
Non so cosa mi sia preso quella mattina, che fuori pioveva a dirotto. Ricordo che, dopo aver stretto gli occhi a fessura e arrochito un poco la voce, mi piegai verso di te, seduto al tavolino accanto alla finestra attraverso la quale eri solito guardare nel vuoto, e ti sussurrai: - E' un nome che deriva dalla stessa radice di laila, la notte, perché a causa di quel rifiuto Lilith venne trasformata in un demone seduttore notturno alla continua ricerca di seme maschile. Potessi tornare al giardino dell'Eden non lo farei più. -
- Che cosa non farebbe più? - mi chiedesti.
- Rifiutare il sesso ad Adamo. Tornassi nel paradiso terrestre sarei una puttana perfetta - .
Arrossisti e, dopo aver frugato in una tasca interna della tua giacca, mi porgesti il tuo biglietto da visita: Adamo. Non potevo crederci, scoppiai a ridere e tu mi guardasti perplesso.
Mai avrei immaginato che quella mia sfrontatezza mi avrebbe portata davvero nel retro, prona o supina a seconda dei momenti, a mescolare calore e sudore, mani e labbra, unghie e denti, in un abbraccio che con foga mi stordisce ogni mattina, prima dell'apertura ai clienti che, inconsapevoli, continuano a ordinare cappuccino e caffè.
12 dicembre ore 9.30 (Adamo)
Lilith. Chissà se ti chiami veramente così. Ormai è da tempo che me lo chiedo. Sembra più un nickname da chatroom, di quelle donne solitarie e un po' snob che nascondono una femminilità contorta e incasinata. Sì, ce l'ho con te ed è per colpa tua. Sei andata via questa mattina, che era ancora buio, senza fare rumore. E ora, che sono in ufficio, ricevo una tua mail. Hai preso la tua roba sparsa accanto al letto, ti sei vestita senza respirare e sei uscita mentre dormivo ancora. Non è stato facile svegliarsi e sentire che il calore della tua presenza era diventato un'assenza, nient'altro che tante piccole e confuse tracce di te perse per la casa. Le lenzuola hanno ancora il tuo odore, quello stesso profumo leggero ed aristocratico che si era attaccato alla tazza del cappuccino, la prima volta che ci siamo incontrati. Ricordi? Ero di fretta e sono entrato nel tuo bar perché dovevo vedermi con un collega di lavoro. Mi sono guardato attorno nervoso e quando ho visto che non c'era me ne stavo quasi andando, ma poi ho sentito la tua voce allegra chiedermi cosa potessi servirmi. Non ti ho quasi guardata, ero stizzito ed avevo la mano che premeva contro la maniglia della porta. Non so ancora perché ma sono rimasto, mi sono avvicinato al banco e ti ho chiesto un cappuccino. Poche parole, qualche occhiata, volevo andare via e rimanere, ignorarti e parlarti. Non ero mai entrato prima nel tuo locale, troppo fuori mano rispetto al mio ufficio, troppo nascosto tra i palazzi del centro. E poi non bevo caffè se non in compagnia e, unicamente, per assolvere ai consueti rituali delle opache frequentazioni tra colleghi. Sì, sono pedante e abitudinario, a volte anche un po' arrogante. Ma sono fatto così e mi compiaccio di non essere diverso. Per tornare al nostro primo incontro, ti confesso che non so come sia accaduto, ma sono ritornato più volte nel tuo locale per ignorarti volutamente con quella tipica indifferenza di chi vuol mettere bene in chiaro l'occasionalità della propria presenza. Tu rimanevi al di là del mio mondo, rigidamente delimitato da un bancone, al cui vertice poggiava fumante l'unica giustificazione che mi portasse da quelle parti. La tazza aveva un profumo leggero, inebriante, lasciato dalle tue mani delicate che guardavo di nascosto, mentre fingevo di leggere il giornale e neanche mi accorgevo che i titoli scorrevano senza significato. E' vero: un giorno ti ho chiesto come ti chiamavi, così, distrattamente, come se non mi importasse veramente di ascoltare la tua risposta.
Ho il sospetto che tu sapessi già che mi chiamavo Adamo (vero?) e quando hai aperto lentamente la bocca, la tua lingua si è incuneata tra i denti candidi, per sospirare un nome che sembrava già un sussurro. Lilith. In quel momento ho sentito un brivido caldo colarmi lungo la schiena e mi sono dovuto poggiare al tavolino. Le tue labbra rosse e carnose si muovevano ipnotiche, per scandire un ritmo lento che si intercalava con la musica della radio che tenevi nascosta dietro il banco. Non ho saputo fare altro che sorridere, toccarmi impacciato le tasche della giacca e darti il mio stupido biglietto da visita, mentre avrei voluto avvicinarmi a te per sfiorare la pelle chiara del tuo viso sbarazzino, fino a scendere con le dita lungo il collo nascosto dai tuoi splendidi capelli rossi.
Ti ho toccato la mano e nulla è stato più come prima.
In questo momento quei ricordi mi sembrano così lontani perché penso, sogno, desidero toccarti ancora, ma poi mi accorgo della desolazione di un letto vuoto. Accanto al comodino, steso mollemente a terra c'è un piccolo trofeo abbandonato che mi parla di te, dei tuoi gusti, della tua personalità. Si tratta delle tue mutandine eleganti, nere, ancora arrotolate dalla passione della notte appena passata. Anche questo indumento odora di te in maniera intollerabile. Ma dove sei? Mentre prima ti trovavi tra lenzuola umide e calde, ancora aggrovigliata tra le mie gambe, adesso sarai dietro il bancone a godere della libertà di indossare una gonna senza mutande.
Ti odio perché mi accorgo di non sapere fare a meno di te, ti odio perché non so nulla di te ma non posso dimenticare il momento in cui, al bar, dopo innumerevoli frequentazioni sempre meno occasionali, ho superato quel bancone per la prima volta.
Tu non mi guardavi ed io ero sempre più vicino, fino a quando i nostri respiri si sono mescolati, fino a quando ti ho spinto dolcemente al muro, per guardarti gli occhi chiari come il cielo, per avvicinare le mie labbra alle tue e spingere delicatamente la lingua dentro la tua bocca. Ricordo che, come questa notte, le mie mani avevano cominciato a scendere giù lungo le pieghe del tuo vestito a cercare un varco per sfiorare la tua carne, per toccarla e stringerla. Tu mi dicevi di stare attento perché poteva entrare qualche cliente ed io ti ho presa in braccio per portati nel retro, poi ho strappato i bottoni del tuo grembiule e mi sono insinuato tra i tuoi seni grandi e sodi. Tu mi hai lasciato fare, per poi fingere di respingermi, di cacciarmi lontano da te. Ma non avevi forza e il palmo della tua mano si è fermato sul mio petto, quasi a voler sentire il cuore che mi batteva all'impazzata. Mentre stavi diventando mia, ti sei appoggiata dolcemente alla mia spalla, ansimando sempre di più perché le mie mani imparavano a conoscere le tue curve. Dicevi no e intanto inarcavi la schiena perché le mie mani potessero riempirsi delle tue natiche calde.
Quel giorno ti ho strappato di dosso le mutandine ed i collant mentre il tuo rossetto mi lasciava tracce violente sul collo, sulle braccia e sul petto. Hai aperto la bocca smettendo di respirare quando ti ho toccato il pube, coperto da un ciuffo morbido e caldo che mi ha fatto scivolare la mano più giù, fin dentro di te, fino a quando ci siamo trovati a terra, nudi in mezzo ai nostri vestiti.
Ti ho allargato le braccia, poi le gambe e sono sceso con la lingua fino all'ombelico. Rabbrividivi e ti ho stretta più forte a me, fino a quando un fuoco umido mi ha fatto capire che stavo spingendo con forza dentro di te.
Non so come o per quanto tempo, ma poi ci siamo rivestiti con una punta di imbarazzo e con uno stupido sorriso tra le labbra. Ti ho mordicchiato la punta del capezzolo e ti ho infilato le mutandine, lentamente, fino a quando lo sbuffo di pelo rosso non si è nascosto pudicamente dietro gli arabeschi di pizzo nero.
Quel giorno sei stata mia e da allora vai e vieni nella mia vita, continuamente, con l'ingordigia della passione che pretende di essere sazia, per poi scomparire in silenzio nel buio della notte. Ora che non ci sei più, ti detesto.
N.B.: Ogni riferimento a persone, luoghi o situazioni è puramente casuale.
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