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La finestra
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Titolo:
La finestra |
Autore:
Hely |
Contatto:
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Racconto
n° 4081 |
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E' una bella giornata primaverile. Il sole è già caldo. Sono alla finestra e osservo la vita che pulsa. L'inverno si sta allontanando e la natura risvegliando, con tutti i suoi colori, i suoi odori, la sua allegria. Anch'io mi sto risvegliando dal lungo torpore invernale. Lo squillo del telefono mi distoglie dai pensieri. E' mia madre che mi sorprende chiedendomi: - indovina un po' chi c'è qui? - Risposta difficile. Da come si è espressa, non è certo una delle solite persone. Non riesco a individuare il prezioso ospite della mamma. A un tratto sento la sua voce: - Ciao Helenita - Oddio... da quanto tempo nessuno mi chiamava più così. Marco. Sì, è proprio lui. Va di fretta. Parliamo cinque minuti e mi dice che la prossima volta che tornerà a Roma andremo tutti a cena fuori. Rimango alla finestra. Chiudo il telefono e la mia mente comincia a volare indietro nel tempo. Molti abitanti del quartiere, compreso noi, affittavano la stanza ai cadetti della Polizia che studiavano all'Accademia situata in zona. Ero molto giovane in quel periodo, e lui, dieci anni più grande di me, a portata di mano, dentro casa: bello, simpatico, estroverso, affascinante e naturalmente amante del meraviglioso mondo femminile. Francesca, Sara, Mirella... le sue ' amiche' , che spesso telefonavano. - No, Marco non è in casa - era la mia solita risposta. Avrebbe dato volentieri due sculaccioni sul mio sederino per punire la mia impertinenza. Un giorno lo fece. Mi rincorse per tutta casa e raggiungemmo la sala. Mi acchiappò per un braccio, sedette sul divano e mi sdraiò sulle sue ginocchia. Alzò la gonna e abbassò le mutandine di cotone, bianche a fiorellini rosa. La posizione mi eccitava. Il cuore batteva forte. L'attesa della sculacciata aumentava i battiti. E arrivò, sonora e abbastanza forte, ma non troppo. Sobbalzai. Non credevo che lo facesse davvero. Feci finta di piangere e lui cominciò ad accarezzare le mie natiche piano, piano, dolcemente, lievemente. - Hai proprio un bel culetto - mi disse - sei la più bella piccola donna che io abbia mai visto - E il gioco continuò, nel cercare di conquistarlo ogni giorno, usando tutte le armi della seduzione. Provocarlo, conturbarlo, attirarlo a me spudoratamente. Mia madre vigilava ma il suo lavoro non le permetteva una presenza costante. Entravo in camera sua mentre studiava, concedendomi a lui come piacevole pausa. La camicetta sbottonata lasciava intravedere il mio seno prosperoso. Sedevo sulle sue ginocchia, rivolta verso di lui, la schiena contro la scrivania. Le sue mani, delicatamente e poi sempre con più audacia, accarezzavano i seni. La sua bocca avvolgeva il capezzolo succhiandolo. La sua lingua disegnava ghirigori con la saliva sull'areola rosa e ampia. Chiudevo gli occhi e mi prendevo tutto il mio piacere, abbandonandomi a quelle mani esperte, a quella bocca avida, a quella lingua calda, mentre il suo sesso da dentro i pantaloni, sempre più duro, premeva contro la mia fica, sempre più bagnata. Di solito rientrava a casa verso le 17.00 ed io preparavo come un rito la mia dolce trappola. Per andare in camera sua doveva obbligatoriamente passare davanti alla mia. Mi sdraiavo sul letto, su di un fianco, la schiena rivolta verso la porta, volutamente lasciata aperta, e le gambe racchiuse, facendo finta di dormire. La minigonna leggermente alzata a scoprire solo una parte del sedere. Maliziosamente senza mutandine. E aspettavo... L'eccitazione aumentava man mano che l'ora fatidica si avvicinava. La chiave nella toppa. I suoi passi nel corridoio. Il mio respiro, già corto si bloccava non appena lo sentivo avvicinarsi. Sapevo che si sarebbe fermato, che avrebbe sbirciato e che non avrebbe potuto resistere al desiderio di toccarmi. Il mio giovane corpo di donna, offertogli su un piatto d'argento, era una tentazione irresistibile, un piacevole tormento. Mi accarezzava delicatamente le gambe, salendo su per le cosce fino all'inguine, per poi racchiudere il mio sesso umido dentro la mano e stringerlo forte. Portava poi le dita alla bocca annusando il mio odore e gustando il mio sapore. Seguitava a esplorare la mia fica soffermandosi sulle piccole labbra e sul clitoride. Mani sapienti che sapevano trasmettere intense emozioni. La sua mano prendeva la mia, e la poggiava sul membro duro e pulsante. La mia mano guidata dalla sua, si muoveva... su e giù... fino all'esplosione del fiotto caldo che inondava le nostre mani strette l'una nell'altra. Adorava la mia fica e amava leccarla all'infinito. Avevamo escogitato un sistema per far sì che mia madre non ci sorprendesse. La finestra della sala divenne complice del nostro gioco preferito. Io, affacciata a guardare la strada per controllare se lei arrivasse. I gomiti poggiati sul davanzale. Le gambe divaricate. Il sedere proteso in fuori. Lui, seduto in terra, con la schiena verso il muro e la faccia in alto, contro il mio sesso. Mi eccitava strusciargli la fica sul viso, muovendomi più volte avanti e indietro, bagnando tutto il suo volto con i miei umori e la sua saliva. Sentivo il suo alito caldo tra le cosce e la sua bocca golosa baciarla, succhiarla, morderla. La punta della sua lingua s'infilava nella piccola fessura, entrava e usciva ritmicamente, per poi soffermarsi sul clitoride, suggerlo e titillarlo per interminabili minuti, fino a farmi raggiungere l'orgasmo. Esausta scivolavo giù verso di lui. Mi sedevo sulle sue gambe, baciando la sua bocca che sapeva e odorava di me. Non mi penetrò mai. Fu sicuramente una forma di rispetto per me, ma ritengo soprattutto nei confronti di mia madre, per l'ospitalità che lei gli offriva. Sono ancora alla finestra. Mi sto toccando. Sono bagnatissima. Le mie dita vischiose sono ora sul clitoride e scivolose si muovono abilmente, tormentandolo. Immagino che sia la sua lingua. Sorrido. Marco ha detto che tornerà. Sono certa che il nostro gioco, dopo vent'anni, avrà finalmente la sua piacevole conclusione.
Maggio 2009
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