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Bimba.
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Titolo:
Bimba. |
Autore:
Amanda Neri |
Contatto:
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Racconto
n° 4117 |
Altri
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Osservando il lago dall'immensa vetrata a strapiombo, non avevo più memoria di dove fosse il limite che un tempo mi ero imposta per non soffrire di nuovo. Il male che avevo provato tanti anni prima non era paragonabile a nulla, se non alla cupa sensazione di un veleno paralizzante che per immemorabile tempo mi aveva anestetizzata, fissando pensieri ed emozioni in cristalli di ghiaccio ribollente e costringendomi senza voglia alla ricerca di frammenti di vita da incollare senza perizia, solo per andare avanti. Istinto di conservazione. Forza d'animo. Determinazione a non arrendersi mai. Ma tanta, tantissima inesauribile infelicità unita ad una inspiegabile sfortuna, degna di un romanzo d'appendice. L'orizzonte si stagliava netto contro le montagne innevate, mentre lattea e indistinta, una nebbiolina leggera sovrastava le acque rendendole quasi invisibili. Non sentivo il rumore delle onde, anche se sapevo che c'erano. Non sapevo cosa si nascondesse in quelle profondità. Per quanto potessi e volessi immaginare, poteva esserci l'albero della vita lì sotto davanti a me e io non sarei riuscita a vederlo. Forse laggiù c'era la mia anima, incatenata e nascosta come zolla di eden sommersa, nell'ignoto di una dimensione parallela, dalla quale voleva disperatamente uscire e farsi scoprire uscendo alla luce. Sapevo che forse non si sarebbe liberata mai. Il dolore a volte è più forte di mille catene che radicano nel cuore e non è con la volontà che si riescono a spezzare. Non si può decidere di amare qualcuno, solo perché lo si vuole o perché quella persona lo merita. L'amore è cosa strana, libera come sogno, che improvvisamente sboccia nell'anima, travolgendo ogni pensiero razionale e ogni saggezza delle precedenti esperienze. Il male che avevo subito forse era stato eccessivo. Forse ero morta ancora all'epoca senza accorgermene, anche se il corpo aveva continuato a sopravvivere, respirando per pura inerzia. Forse per questo, di giorno in giorno, il mio sguardo si fissava fra tratti tesi a sorridere senza gioia, mentre labbra insensibili baciavano carni fredde, sussurrando parole d'amore, false come un copione mal interpretato. Uomini, donne, comparse di vita, tese a placare la fame del corpo, mentre quella del cuore restava silente ed immota, divorando l'anima ora per ora. Sesso come cibo. Per illusione di esistere ed auto costrizione ad andare avanti. Bisogno di famiglia, per placare il dolore che si snodava nel pianto solitario e violento, di chi il cuore se lo è visto strappare come carne viva dal petto, per sempre. Determinazione a sopravvivere ad ogni costo, ad ogni disgrazia, ad ogni avvenimento improvviso e senza un perché. Niente lamentele, niente rimorsi, né semplice felicità. A chi combatte ogni giorno per convincersi di esistere ancora, la felicità è negata. Ma non in questo momento. Non ora. In questo albergo dimenticato dal mondo, dove destini estranei finalmente affrontandosi stavano mutando l'essenza dei sogni, spaziando fra labirinti di un tempo passato che forse stava trovando l' unica via di salvezza, nella luce calda del sole. Un luogo irraggiungibile, inaffrontabile anche dai più temerari, ma non da chi , nella totale ed insensata follia d'amore, poteva aver deciso di saziare l'anima affamata di vendetta, offrendo come olocausto cosciente la propria intera esistenza e mettendo sul piatto delle offerte il proprio cuore spezzato. Il silenzio abbracciava ogni cosa, mentre l'edificio oramai prossimo alla chiusura, pareva pregustare il sonno invernale, abbandonandosi dolcemente al profumo di lenzuola fresche e di stanze pulite , sognando future stagioni di vita, ricolme di brusii e risate. Anche noi due, mangiavamo in silenzio. Profondamente assorti nei pensieri di frasi mai dette che volevano uscire da labbra immobili, mentre il silenzio continuava a regnare sovrano. Ma non c'era tensione, non c'era paura, solo un placido benessere accogliente, di quelli protettivi che ti avvolgono sereni come un abbraccio d'amore che dolcemente ti culla. Quando il silenzio è giusto, perché è l'anima che parla e non si ha necessità di altri suoni che colmino spazi, perché le distanze non esistono. Tranquillità. Forse per l'unica volta nella mia vita, stavo capendone il significato. La pace dell'anima. La capacità dell'amore di farti vivere nell'anima di chi ami. Senza paure. Senza timori. Solo tranquillità. Un seme che crescendo, lentamente diventa albero. Un albero che diviene anima. Un'anima unica. Per tutti e due. Senza premeditazione. Senza programmi. Che cosa meravigliosamente strana ed imprevedibile che è l'amore. Che cosa meravigliosamente strana ed imprevedibile che è l'odio. Quanto si assomigliavano in questo momento, mentre ognuno assorto nei rispettivi pensieri, viveva la realizzazione del proprio sogno proibito. Fra un boccone e l'altro io lo osservavo, con la curiosità che nel tempo mi aveva inseguito accrescendosi e trasformandosi da immaginazione in vita. L'uomo che stavo guardando non assomigliava per niente a quello che la fantasia, in varie occasioni, mi aveva suggerito. Ma neppure io assomigliavo più alla donna che ero stata un tempo. Lentamente ed inesorabilmente gli occhi avevano incominciato ad accendersi, rivelando a tratti l'anima improvvisamente rinata, mentre un sorriso di cui non avevo più memoria, si era poco per volta nuovamente impadronito delle mie labbra. Per giorni avevo osservato ogni mattina la magica trasformazione, restando a fissarmi oltre lo specchio, in cerca di quello che volevo di più, il suo sguardo nel mio, a vedere la mia anima nuda al suo cospetto. Talvolta mi sentivo fragile, sapendo di essere preda di emozioni che mi rendevano cieca e sorda a tutto ciò che normalmente una persona razionale noterebbe all'istante, ma l'odio era troppo. Sapevo che poteva essere pericoloso, ne ero conscia sino alle lacrime, quando cercavo di ritornare alla realtà , inseguendo il cuore per riportarlo in gabbia, chiedendomi se avesse senso pensare, proprio ora che ero nuovamente viva, con uno scopo. Ma non riuscivo ad opporre resistenza a me stessa. Tutte le mie difese crollavano miseramente al ricordo del dolore, improvvisamente fragili come un castello di carte costruito sulla sabbia. Ed ora ero qui. Indifesa a fissarlo mentre mangiava, domandandomi mille cose e nessuna, emozionata come una bimba al cospetto di qualcosa, che solo poche ore prima, non riusciva neppure ad immaginare, tra un sussulto del cuore e l'altro. Più lo osservavo, più mi rendevo conto per assurdo che mi piaceva. Mi piaceva come uomo. Mi piaceva come si muovevano le sue labbra mentre masticava il boccone. Mi piaceva la leggera piega all'angolo della bocca. Mi piaceva il movimento del suo pomo d' adamo mentre discendendo gli permetteva di deglutire la sorsata d'acqua che inframmezzava. Adoravo l'aroma della sua pelle sudata dopo il lungo viaggio. Desideravo selvaggiamente immergermi in quell'odore, affondando labbra e baci fra i peli del petto che vedevo spuntare, assaporando con la lingua il piacevole gusto della sua pelle, mordendo le sue carni esattamente come lui nel tempo aveva morso il mio cuore. Sorrisi. Ero finita sulla casella imprevisti. Incredibilmente avrei potuto innamorarmi del mio nemico. Ma il risultato non sarebbe cambiato. Lui non mi guardava. Lasciandosi osservare, pareva conoscere i miei pensieri. Forse perché sapeva già tutto quello che c'era da sapere. Forse perché ogni mio lineamento, era già stato inciso nella sua mente, incastonato come gemma nei suoi pensieri ossessivi, con il potere di scavare nel tempo, la carenza che era stata l'unica compagna di quei lunghi anni dolorosi, mentre immerso nella sua follia mi viveva amandomi a distanza. Mi piaceva la gestualità delle sue mani, di cui per tanto tempo avevo immaginato il tocco delicato di una carezza notturna, anche se in realtà l'unica traccia di cui avevo memoria, era il suo pugno violento che affondava repentino nel mio stomaco. Strane le donne. Non mi stupiva ci avesse messo così tanto tempo a capirmi. A decidere di affrontarmi. Vedendo che avevamo terminato, il cameriere si avvicinò. - Gradite un dolce? Un caffè? - chiese Lui non rispose. Rialzando il viso calmo fissò i miei occhi quasi che il cameriere non esistesse neppure. - No grazie. Siamo stanchi dal viaggio, andiamo a riposare. Niente caffè. - Risposi sorridendo. - Un dolce magari? - Insistette il cameriere, pronto ad enumerarmi tutte le meraviglie che erano state preparate in giornata. Ma non c'era nulla di più dolce dello sguardo che continuava ad accarezzarmi senza parlare. Potevo quasi sentire il movimento di quegli occhi sulla mia pelle, come una brezza impercettibilmente delicata che con suadenza mi rendeva partecipe delle ondate di calore che provava guardandomi. Chissà per quante volte mi aveva inseguito bramoso, fra cocci di vita che lui stesso aveva provocato, mentre il tempo sferzante strappava gioventù, bellezza e vita ai nostri corpi , rendendoci sempre più mortali e più fragili, con sempre meno risorse a disposizione per qualsiasi desiderio avessimo deciso di esprimere o di attendere ad esaudire. - No, no grazie - Congedai. Il mio dolce era lui. Non avevo voglia d'altro. Sollevandoci dalle sedie, ci dirigemmo verso la reception ,antica quanto il castello in cui ci trovavamo, alla ricerca della chiave della nostra camera, fra le mille, che pendevano da una lastra di marmo lavorato. Piccola, antica, di ottone brunito. Innumerevoli volte, mi ero domandata come sarebbe stato, dove sarebbe stato, e se mai sarebbe stato. Perché se è vero che le cose belle capitano raramente, allora le cose che vogliamo da sempre che accadano, forse nella realtà non succederanno mai. Era tanto tempo che sognavo questo momento. E anche lui. 320. Un numero. Ma che buffa coincidenza. L'indicazione di una stanza in un albergo enorme e vuoto, aperto solamente per noi. Una combinazione per aprire la cassaforte del tempo, dove angeli ci attendevano per portarci lontano da qui, disperdendo le nostre tracce come sabbia sottile sotto la marea. Il numero di un armadietto abbandonato in un piccolo ufficio di periferia, dove ricordi sepolti giacevano inespressi per un disguido postale. Un numero di cellulare, un sms con un ordine perentorio, un prefisso qualsiasi che da sempre aveva il potere di infrangere la barriera del tempo e dello spazio, riportandomi alla coscienza fatti dimenticati e lontani che tagliandomi il cuore con improvvise rasoiate mi facevano immancabilmente piangere, ma non ora. No. Ora non più. Ora era tempo di ridere. A squarciagola. Perché in un caso o nell'altro questa era la fine. E io alla fine avrei riso. Comunque fosse finita. La stanza ci accolse con l' intenso profumo di muschio bianco diffuso dagli aeratori ai lati del termosifone. Fiori si ergevano ovunque, ad impreziosirne ulteriormente la bellezza insolita e barocca e a festeggiare l'avvenimento. Per un attimo, mi ritrovai ad osservare il letto quasi incredula di quello che sapevo, sarebbe di lì a poco successo. Mi sentivo quasi come una vergine dinnanzi al talamo nuziale, anche se di vergine in me non c'era più nulla , forse nemmeno i pensieri proibiti che mi attanagliavano la mente e che avevo intenzione di realizzare. Morbide trapunte di seta verde ne impreziosivano la superficie, fra mille cuscini dipinti a mano e ricamati, mentre i veli del baldacchino parevano danzare sinuosi con l'aria che proveniva dalla terrazza aperta. Un posto incantevole. Neppure io sarei stata capace di scegliere meglio. L'atmosfera era veramente da luna di miele, lungamente sognata e desiderata. Richiusi le vetrate, rimanendo a fissare incantata il paesaggio che si diramava dinnanzi ai miei occhi sognanti e persi mentre abbandonandomi al calore del suo tocco mi appoggiai con la schiena contro il suo torace. Sospirando immerse le labbra fra i miei capelli inspirando il mio profumo, l'odore che per così tanto tempo aveva sognato di possedere. L'idea che ora ero sua, risvegliò in me ataviche emozioni violente. Il desiderio doloroso della congiunzione carnale cominciò lentamente a diffondersi nel mio corpo, mentre il furore formicolando sotto la pelle brulicava come un nido di vespe. Veleno nel sangue che lentamente disciogliendosi cominciò a paralizzarmi, immobile fra le spire voluttuose di qualcosa che cominciava inesorabilmente a risalire dal profondo dell'anima. Finalmente, in un brivido inaspettato, sentii il tocco della sua mano che sfiorava la mia risalendo lungo il braccio, mentre il suo respiro diveniva sempre più ansimante. - Voltati - un sussurro dolce come una carezza a lambire la base della mia nuca scoperta ed indifesa sotto il tocco delle sue labbra e della sua lingua, mentre ondate di calore cominciavano a cullarmi nell'incoscienza del desiderio. Girando su me stessa accompagnata dal tocco lieve del suo palmo sul mio avambraccio, incrociai il suo sguardo e lì rimasi, osservando come mai avevo potuto fare prima, la mia ossessione. Il mio sconosciuto padrone. Sorrisi. Il padrone che non poteva vivere senza la sua schiava. Quanto è strano a volte il mondo quando le situazioni si invertono. Quando una cosa cambia repentinamente di trecentosessanta gradi. Accarezzando con il pollice l'angolo della mia bocca, avvicinando le labbra a lambire il mio lobo, sussurrò la richiesta che più avevo paventato, poiché sapevo che mai in vita mia avrei permesso a nessuno di possedermi come comprendevo lui voleva fare. Eppure era giusto così. Perché anche io non volevo altro se non quello che desiderava lui. Anche se nessuno lo sapeva. Anche se era vissuto solo nella mia mente. Anche se lui poteva sapere tutto di me ,ma non i pensieri,per una strana alchimia noi eravamo fatti l'uno per l'altra. Ed alla nostra condanna non c'era soluzione. Se non quella di arrendersi alla nostra natura e viverla dandole libero sfogo nella realtà. Erano oramai finiti i tempi dei sotterfugi, dei giochi di parole, delle fantasie irrealizzabili sognate con fantasmi del passato. Ora era unicamente realtà. Reale come il cuore che sentivo pulsare folle nella testa mentre i miei occhi cominciavano a perdersi nel suo sguardo sicuro, rendendomi conscia all'improvviso di quanto fossi stata stupida a non avere mai capito prima che solo fra le sue braccia,immersa nel suo odore, avrei ritrovato la pace con la mia anima. Con me stessa. Con tutto il mio passato. - Spogliati - sussurrò accarezzandomi con la punta delle dita. Non era un gioco. Non lo era mai stato del resto lo sapevamo entrambi , da sempre. Lentamente, fissandolo negli occhi, cominciai ad aprire i bottoni della mia camicetta, mentre i capezzoli inturgiditi dalla paura stagliandosi contro la seta attirarono la sua attenzione, increspandogli il labbro in un mezzo sorriso. Allungando la mano attirò repentino la mia nuca impreparata che rabbrividì, mentre stringendomi a sé cominciò a baciarmi sempre più profondamente,insinuando la sua lingua negli anfratti più profondi della mia bocca, quasi ad esplorarne ogni angolo, succhiando avidamente labbra ed inghiottendo saliva, mentre con la mano destra cominciò a stringere il mio seno torturandone la punta sino a a farmi strillare nella sua bocca. Cercando di liberarmi dal dolore cercai di sospingerlo via, ma lui mi abbracciò più forte stringendomi al punto da farmi mancare il fiato. Sorrise fissando i miei occhi spalancati e sicuri nella determinazione che mi aveva condotto sin lì, nonostante tutto. Premuta contro il suo corpo, sovrastata dal dolore urente al capezzolo e dalle lacrime che cominciavano a scendermi dagli occhi , sentii la sua erezione muoversi ed accrescersi contro la mia coscia. Abbassandosi premette lievemente le sue labbra sulle mie, dischiudendole poco a poco, senza fretta, gustandone ad occhi chiusi la morbidezza mentre lentamente la sua lingua cominciò a penetrare nella mia bocca. Abbandonandomi al piacere di quel bacio, chiusi gli occhi ricambiandolo ed accarezzando la sua lingua con la mia, risucchiandola nella mia bocca improvvisamente affamata della sua saliva. Come in sogno, mi resi conto che non doveva andare così. Non era per quello che ero lì. Ma non ero sicura che mi importasse ancora. Cercando di spingerlo via incapace di sciogliermi dall'abbraccio tenace con cui mi teneva, gli morsi il labbro a sangue assaporandone il sapore selvatico e salato che si riversò nella mia bocca . Ma non si distolse. Stringendomi ancor di più continuò a baciarmi sempre più violento, in un folle abbraccio di cuori che pulsavano impazziti all'unisono nei petti sudati, mentre fra lacrime di dolore i miei occhi aperti continuavano a guardare i suoi specularmente e crudelmente riflessi nei miei. Distogliendo la mano dal seno, afferrò il mio vestito strappandolo con cattiveria. Afferrandomi i capelli tirò violentemente scoprendomi la gola che cominciò a baciare e mordere mentre io cercando di respingerlo caddi per terra, trascinandolo con me. La sberla mi colse in pieno volto, spaccandomi il labbro inferiore che lui immediatamente risucchiò nella sua bocca accarezzandolo con la punta della sua lingua calda ed affamata . Furente gli graffiai una guancia. Rialzandosi di scatto si fermò a guardarmi con il trasporto di un amore che non avevo mai inteso negli occhi di nessun altro uomo. Una lacrima improvvisa scivolò dal suo occhio fondendosi con quelle che imperlavano le mie guance sudate, fra ciocche di capelli incollati al viso, mentre i miei occhi fiammeggianti lo scrutavano come una pazza. - Questo te l'ho dato perché sei fuggita via. Io stavo venendo a prenderti. Quando non ti ho più trovata.....Avrei preferito morire. Perché non sapevo più come rimediare a quello che ti avevo fatto. Doveva essere solo temporaneo. Almeno questo è quello che io avevo progettato... - Spiegò con un filo di voce. Mi resi conto che forse il male ce lo eravamo fatti in due. Non era solo colpa sua. Forse era stata anche colpa mia. Nella maledetta fretta che da sempre ha pervaso ogni e qualsivoglia decisione della mia vita. Forse era tempo di arrendersi. Una volta per tutte. Seppellire l'ascia di guerra e finalmente vivere. Abbracciandolo con gli occhi chiusi,sussurrai piano le parole che esprimevano tutto il mio rammarico cercando di non pensare al dolore. Tutte le lacrime che in quegli anni avevo pianto senza capirne la ragione. Tutto l'inesauribile odio che si era radicato nella mente, travolgendo vita e sentimenti, in cerca di un perché, di un motivo che mi facesse capire la causa di quelle infinita tristezza che continuava a perseguitare come condanna eterna tutti i miei giorni. Ed ora eccolo lì che piangeva fra le mie braccia. Confessando. Fragile ed indifeso come un serpente a sonagli dopo un pasto abbondante. Già. E io la stronza che aveva rovinato tutto solo per la fretta di fuggire. Cinquanta e cinquanta. Mea culpa per entrambi. Certo che ci eravamo proprio impegnati a fondo. Dio mio. Quanto ero ancora ingenua a dispetto di tutto quello che mi aveva fatto. - Io ti amo - disse. E non mi sorprese. Una parte di me lo aveva sempre saputo. Solo non riusciva a crederci. Un'altra parte di me ne fu felice al punto da rischiare di far coro alla dichiarazione. Strinsi le labbra mordendomi la lingua. - Non odiarmi - implorò accarezzandomi la guancia bagnata - Ho fatto tutto questo, solo per poter stare con te. Sei la cosa che desidero di più al mondo. - Mi fermai ad ascoltarlo, leggendo nei suoi occhi il tormento che in quegli anni aveva rovinato entrambe le nostre esistenze. Per la prima volta capii che non ero stata solo io la prigioniera di quel gioco crudele, bensì entrambi. Carcerata e carceriere, imprigionati nella stessa cella. Chissà quanti dispiaceri aveva patito, nella perenne ricerca di come insinuarsi nella mia esistenza. Nella volontà di manifestarmi che viveva nella mia vita, a me che non lo sapevo e non lo volevo. A me che continuavo a cambiare uomo, senza mai rivolgere alcuna attenzione a lui che da un'eternità mi sognava ritrovandosi condannato ad inseguirmi perennemente fra le braccia di altri . - Dal primo momento che ti ho sentito mi e' sembrato di averti dentro, mi sembrava di sapere quasi tutto di te. Quello che desideri tu e' quello che desidero io. Ho bisogno di vederti accanto a me, di abbracciarti, di toccarti, di amarti, di viverti.... - sospirò immergendo le labbra fra i miei capelli sparsi sul pavimento. Inconsciamente, sorprendendo me stessa, accompagnai la sua testa nel tragitto, abbandonandomi al piacere che cominciava a dipanarsi da zone del cuore che credevo oramai morte, mentre osservando il suo volto così vicino al mio continuavo ad ascoltare tutte le parole che avevo sempre desiderato ma che nessuno prima di quel momento era riuscito a dirmi ed ancor meno a dimostrarmi. Sdoppiata nella mia interiorità, mi chiesi che senso avesse una guerra, ora che di guerre da combattere, non ce n'erano più. Forse volevo continuare a lottare ma in realtà stavo solo fuggendo da me stessa. Non da quello che avevo sempre considerato il mio nemico. L'unico nemico che esisteva era comune. L'amore e la solitudine insaziabile che era derivata dalla reciproca lontananza. Perché lui a differenza di me, lo aveva sempre saputo. Noi due eravamo una cosa sola. Un anima unica. Io invece non lo avevo mai capito. Perché non sapevo della sua esistenza. Perché non l'avevo mai veramente cercato prima. - Ti voglio. Voglio che tu sia soltanto mia. Di nessun altro. - Richiese sussurrando mentre baci cominciarono a rincorrersi sulle mie labbra, scivolando fra le lacrime ed il sudore madido della passione che pervase il suo corpo con ondate ingovernabili mentre continuando a stringermi cominciò a tremare nel mio abbraccio. - Ti amo bimba - sussurrò dischiudendo le mie labbra con le sue, accogliendo il mio volto fra le sue mani calde, penetrando nel mio corpo voglioso che sussultò all'improvviso piacere. Era vero. Avevo avuto diciassette anni per capirlo. Che idiota. Dischiusi le labbra accompagnando le carezze della sua lingua con tutto il trasporto che aveva riposato per tutti quegli anni, come brace sotto la cenere, memore solo del suo odore. L'odore che sentivo ora, mentre il suo aroma si fondeva al mio in un miscuglio selvaggio di desiderio e passione. L'odore che conoscevo così bene. Abbandonandomi alla sua dolcezza, immemore di ogni vendetta che sino a poco prima avevo progettato e pregustato, assaporai tutto l'amore che mi stava donando, divenendo improvvisamente debole come non lo ero stata mai in tutta la mia vita, lasciandomi cullare al ritmo del suo corpo fuso nel mio, mentre ondate di piacere cominciavano a sbocciare nel profondo del petto liberandosi in gemiti fra le sue labbra. Ma forse era solo questo, quello che avevo sempre desiderato. Null'altro. Sentirmi debole fra le sue braccia. Sentirmi tutt'uno con lui. Una cosa sola. - Ti amo Paolo - sussurrai soffocando le parole nel suo petto persa nel piacere che mi stava procurando. Per la prima volta in vita mia, lo sentii ridere felice contro le mie labbra. - Era ora bimba. - sussurrò inarcando le reni , lasciandosi accogliere dal mio abbraccio oramai spasmodico, immergendosi nelle mie profondità sempre più bagnate e contratte. Vivendo finalmente anche nel mio corpo, non solo nella mia vita. - E' da un'eternità che ti aspetto - .
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