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La commessa
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Titolo:
La commessa |
Autore:
discipline |
Contatto:
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Racconto
n° 4143 |
Altri
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Il negozio di intimo vicino all'ufficio è sempre stato più comodo che bello per cui sono stata felice di vederlo chiuso per ristrutturazione e lo sono ancora di più ora che entro nel primo giorno di apertura e trovo una nuova commessa. Bionda, occhi azzurri e una corporatura minuta; sembra il mio esatto contrario: lei in jeans io con un tailleur nero, lei scarpe da ginnastica io tacco a spillo, lei piena di piecring io nulla di visibile,... Tuttavia troviamo subito una bella sintonia, sembra capire immediatamente i miei gusti e le mie esigenze. Le spiego che usavo frequentemente il negozio anche come spogliatoio per cambiarmi se, finito il lavoro, dovevo uscire senza passare da casa e lei mi risponde che non ci sono problemi e posso continuare a farlo, poiché la padrona del negozio è sempre la stessa e non avrà quindi nulla da obbiettare. Mi avverte tuttavia che il vecchio camerino, che prima era nel retro del negozio, è stato sostituito da uno scomparto delimitato da una tenda e mi chiede se questo è un problema. No, non dovrebbe esserlo, replico decisa. In realtà provando il primo acquisto, un reggiseno a balconcino coordinato con reggicalze sui toni del lilla, mi accorgo che la privacy data dalla tenda è abbastanza limitata. Non solo, avverto inoltre che la commessa osserva con eccessiva attenzione il mio seno, forse perché anche in questo siamo l'opposto, io formosa oltre la media lei quasi piatta, oppure per via delle righe rosse che lo decorano. Le ha dipinte il mio padrone battendomi con una canula la sera prima ed io ne vado orgogliosa. Non do tanto peso alla cosa e esco dal negozio soddisfatta del mio acquisto. L'attenzione della commessa al mio corpo si ripete all'acquisto successivo, è un venerdì e finisco di lavorare troppo tardi per poter tornare a casa a cambiarmi allora prendo la mia ventiquattro ore dal baule della macchina ed entro nel negozio. Ne approfitto per comprarmi un paio di calze autoreggenti e mi infilo, dopo aver chiesto il permesso, nel camerino. Siamo sole nel negozio e chiacchiero con la commessa mentre mi cambio, sfilo giacca e pantaloni, sbottono la camicetta mi cambio il reggiseno indossandone uno che ho comprato proprio in questo negozio qualche tempo fa. È sostenuto da due ferretti per coppa e, benché fastidioso, dona al mio seno un aspetto incredibile. Mi chino per infilarmi la prima calza e intravedo dietro di me la faccia stupita della commessa che mi guarda da uno spiraglio formatosi tra la tenda e il muro del camerino. Sono pronta a scommettere che lo stupore deriva dalla lettera tatuata sul mio gluteo destro. - Fa male? - si informa la commessa. Il tatuaggio è ancora fresco, ogni tanto lo ungo con un olio per lenire il rossore, ma fa ancora un po' male. - Un fastidio sopportabile - , mento sperando che non se ne accorga. Non mi va di mostrarmi debole. - Posso toccarlo? - . No che non puoi! È sulla mia chiappa, perché dovresti? E poi nessuno può toccarmi a parte lui. - Certo, ma fai adagio per piacere - . Non so perché mi è uscita così ma l'ho detta e so che ne pagherò le conseguenze quando lui lo saprà. Il contatto è dolce come la panna, quel dolce buono che non sa di zucchero. Mi sfiora quasi come se non volesse lasciare le sue impronte digitali; le dita percorrono un sentiero invisibile disegnato sulla mia pelle con un movimento lento ma continuo, un sentiero che inesorabilmente si allontana dal suo epicentro nel tatuaggio per arrivare a coprire tutto il mio gluteo. Vivo il momento come al rallentatore, sento i miei occhi chiudersi e la sua mano esplorare piano il mio sedere. Non so come comportarmi, non sono mai stata con una donna, sono spaventata e questo mi fa girare di scatto verso di lei. La commessa si impaurisce male interpretando il mio gesto repentino e si allontana di un passo. Sento l'alchimia che si era creata in quei brevi istanti rompersi come cristallo attraversato da una pallottola, provo a parlare ma non ci riesco. Lei chiude la tenda e sparisce nel retro, da dove non ricompare neppure quando esco dal camerino e lascio il negozio. Mentre racconto al mio padrone l'accaduto ho due pinze sui capezzoli, gli ho chiesto io di punirmi perché ho lasciato che altri mi toccassero senza il sue permesso, ma ora il dolore mi rende difficile concentrarmi. Alla fine della mia confessione rimango sorpresa ma anche felice che lui mi permetta di giocare in futuro a mio piacimento con la commessa se lo vorrò. E io non solo lo voglio, lo desidero. Il mio corpo la chiama, la mia mente ripete il suo nome come una cantilena sino a quando non supero la soglia d'ingresso del negozio qualche giorno dopo. È orario di chiusura, ho atteso nascosta dalla vista della vetrina che uscisse una cliente e ora entro con passo deciso e animo in subbuglio. Non ho impegni per la serata ma fingo di dovermi cambiare per una fantomatica cena e lei mi permettevi usare il camerino. - So che è tardi e ti prometto di fare in fretta, tu chiudi pure se vuoi - , le dico una piccola bugia mentre entro nel camerino e inizio a spogliarmi lasciando aperta la tenda molto più di quanto lo rimanga normalmente. Il suono della chiave che gira nella toppa coincide con il tonfo sordo dei miei pantaloni che cadono a terra, un brivido mi percorre la schiena quasi che i denti della chiave avessero fatto forza sulle mie vertebre e non sui cilindri della serratura. Il pensiero di quello che sto per fare mi eccita, la paura di una sua reazione negativa mi spaventa. Inizio una conversazione banale con il solo scopo di farla avvicinare e una sensazione simile alla sbronza mi assale quando il suono dei suoi passi mi conferma che sono riuscita nel mio scopo. Ormai non riuscirei più a fermarmi, sono ebbra della voglia di lei. Finisco di spogliarmi e completamente nuda mi giro per rispondere a una sua domanda, Dopo aver letto nel suo sguardo il desiderio che anche io provo inizio a prepararmi. Indosso una guepierre in seta nera che spinge in alto il mio seno fino a formare due semicerchi uno contro l'alto, un paio di calze con la riga che aggancio alla guepierre e scarpe di vernice nera lucida con tacco 13, ovviamente niente mutande, visto quello che ho in mente. Mi chino lentamente verso la borsa per prendere l'ultimo accessorio facendo in modo di essere totalmente allo scoperto dalla tenda che ho chiuso malamente e capisco che lei mi sta guardando perché smette improvvisamente di parlare lasciando una frase a metà. So di avere belle gambe, oggi slanciate dai tacchi, e immagino che la vista del mio sedere possa piacere, ma non credevo di fare un effetto simile a una donna. Completo la vestizione stringendo forte la cinghia che fissa il grosso didlo al mio monte di venere, lascio scivolare una spallina della guepierre per scoprire il seno destro e mi affaccio verso la commessa. Con una mano appoggiata allo stipite e le gambe leggermente divaricate le chiedo: - ti piaccio? - La bocca della commessa si allarga in un sorriso che è più di un assenso, è la soddisfazione di un desiderio. Mi risponde baciandomi sulle labbra, delicatamente, poi si stacca e inizia a spogliarsi mentre io la tocco e la accarezzo per prendere dimestichezza con il corpo di una donna. Il secondo bacio è più spudorato, più profondo, misura della complicità portata dai primi contatti tra due corpi che, all'inizio estranei, ora si cercano e si trovano con più facilità. Nonostante il grande desiderio che provo per lei più ci spingiamo in avanti più mi sento sbagliata. Il contrasto tra il mio essere, la mia natura e le mie abitudini di schiava e il ruolo di dominante che la commessa o il fallo di gomma che ho appeso in vita mi danno è stridente. Continuo il nostro gioco, ma non vi partecipo, e quando lei, le gambe divaricate e le mani appoggiate con i palmi aperti sulla parete di fondo del camerino, urla il suo piacere io mi sento come se fossi una terza persona che ci osserva da lontano. Mi sembra che l'orgasmo della commessa dia maggiore rilievo al vincolo che mi lega al mio padrone, un nodo tra due anime che questa esperienza con un'estranea sta stringendo ancora più forte. Quasi meccanicamente appoggio la punta del fallo in gomma sul suo sfintere, questi si allarga come un bocciolo di rosa che fiorisce. La sodomizzo ma sento forte dentro di me la convinzione che non riuscirò a godere con lei sino a quando non vedrò il cazzo del mio padrone entrarle nell'ano.
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