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Michela
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Titolo: Michela
Autore: Extreme
Contatto:
Racconto n° 416
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"Se passi da queste parti fatti vivo, il mio numero lo sai". E' quanto mi disse l'ultima volta che la vidi.
Tra noi era nata una tenera amicizia. Lei era divorziata da diversi anni, ancora piacente nonostante avesse passato la cinquantina. Io, di una quindicina d'anni più giovane di lei, ero sull'orlo della separazione, con la ferma intenzione di non farmi più coinvolgere in storie troppo impegnative.
Da quel giorno trascorsero diversi mesi prima che il mio lavoro mi portasse nuovamente nella sua città. Ci eravamo sentiti qualche volta in occasione delle feste per scambiarci gli auguri, ed era rimasto forte in me il desiderio di rivederla.
Ripescai il suo numero dalla rubrica del cellulare. Invio. Suona.
"Beh, almeno non è staccato. Chissà, forse non è nemmeno a casa, pensai, mentre gli squilli a vuoto si moltiplicavano".
"Pronto..." rispose scocciata, "ma chi è che rompe a quest'ora!".
"Ben svegliata all'alba del mezzogiorno".
"Marco!!" finalmente la riconoscevo "scusa ma ho passato una nottataccia e non mi sono accorta che fosse già così tardi. Dove sei?".
"Se ti affacci alla finestra ti auguro il buongiorno di persona!".
Si aprì una persiana e fece capolino la sua testata di riccioli biondi. Ci volle qualche istante perché gli occhi le si abituassero alla luce del sole, poi il viso le si illuminò del suo solito sorriso e prese ad agitare la mano in segno di festoso saluto.
"Sali su che ti preparo un caffè" gridò, dimenticando che eravamo al telefono e che la potevo sentire perfettamente. Scomparve alla mia vista.
Dopo un attimo scattò la serratura del cancello di ferro. Entrai. Percorsi le due rampe di scale in pietra che portavano al giardino della casa. Si trattava di un'abitazione dei primi del novecento, una volta appartenuta ad una famiglia patrizia, ma che nel dopoguerra era stata divisa in quattro appartamenti, tutti dati in affitto.
Michela abitava lì da più di vent'anni, e nonostante l'appartamento fosse enormemente più grande delle sue necessità, dopo il divorzio non aveva voluto lasciarla, forse perché in essa erano racchiusi troppi ricordi dai quali non si voleva separare.
Feci il giro della casa fino ad arrivare sotto al terrazzino dal quale mi aveva salutato poco prima. Mentre salivo i pochi gradini che mi separavano ancora dall'ingresso, la persiana si aprì completamente e comparve lei, ancora in camicia da notte. Notai che non portava reggiseno, ma le sue stupende tette non mostravano alcun segno di cedimento, nonostante l'età.
Mi gettò le braccia al collo e mi baciò con uno schiocco sulla guancia.
"Era ora che ti facessi vivo, mascalzone!" esclamò sorridente dopo che ebbi ricambiato il bacio. La tenni stretta per qualche istante in più del necessario. Mi piaceva quel contatto. E poi il calore con cui mi aveva accolto evocava in me un senso di piacevole nostalgia, quando anche mia moglie una volta era così felice quando rincasavo. Probabilmente anche lei sentì qualcosa del genere, perché anche il suo abbraccio tardò un poco a sciogliersi.
"Entra e mettiti comodo" disse "e non far caso al disordine. Non aspettavo visite e mi sono lasciata indietro un po' di lavoro da casalinga" e sottolineò il termine "casalinga".
Dopo il divorzio aveva tentato di riprendere la sua professione di avvocato che aveva lasciato giovanissima quando era nato suo figlio, ma a cinquant'anni suonati è difficile per chiunque trovare qualcuno che ti dia una possibilità, anche se le capacità non ti mancano.
Aprire uno studio per conto proprio rappresentava per lei una spesa che non poteva permettersi, così saltuariamente collaborava con uno studio legale in città che le affidava piccole cause, beghe condominiali e scemenze del genere, il che le consentiva di tirare avanti dignitosamente ma niente più.
Dal terrazzino si entrava direttamente in una bella saletta, arredata semplicemente ma con gusto. Un tavolo rotondo, sedie impagliate, un divano a tre posti, un bel mobile con vetrina, qualche stampa alle pareti e...Cavolo!
"Che figa!" esclamai vedendo appesa al muro una grande foto che la ritraeva in piedi in topless con le braccia alzate a raccogliersi i capelli dietro la testa.
"Me l'ha scattata Giorgio l'anno scorso qui, nel giardinetto dietro casa. E' così ben riparato che a volte mi metto a prendere il sole nuda".
Giorgio è il figlio, ormai più che ventenne, che ormai non vive più con la madre.
"Sei proprio in gran forma, come sempre del resto" la adulai. Non è facile vedere donne della sua età con un fisico simile. Decisamente non aveva proprio nulla da invidiare a donne ben più giovani di lei.
"Grazie, sei molto carino, come sempre, ma una cinquantenne come me non fa più gola a nessuno. Parlo di uomini giovani, è ovvio. Di vecchi bavosi che mi porterebbero a letto ne trovo finché voglio, ma ci vuole un quintale di Viagra per farglielo venire duro...e un'infinità di pazienza. Non fa per me". Ridemmo di gusto della battuta.
"Non dire cazzate, che una foto così lo farebbe rizzare a un morto!" rincarai la dose.
"Così potrei fargli una pompa funebre!!" altra risata.
"Sboccata!" la rimproverai ridendo, dandole una pacca sul sedere mentre, voltandosi, si dirigeva in cucina dove il caffè nel frattempo era venuto su.
"Tante chiacchiere e pochi fatti, ahimè, qui non si vede un cazzo, nel vero senso della parola" continuò lei.
Si vedeva, invece, eccome. Infatti, nella vetrinetta del corridoio che stavamo attraversando, faceva bella mostra di sé un vibratore di dimensioni considerevoli, racchiuso in una scatola cilindrica di plastica trasparente.
"E quello non è un cazzo, anche se finto?" dissi indicando l'oggetto in questione.
"Ah, quello" disse minimizzando "me l'hanno regalato le ragazze dello studio per farmi uno scherzo".
"Con la carestia di uomini che dici di stare attraversando, chissà quanto l'avrai fatto lavorare, poverino..."
"Non dire fesserie, non crederai mica che mi accontenti di un succedaneo in gomma!".
"Beh, in ogni caso non ti sarà facile trovare in giro qualcuno che ce l'abbia così grosso, a parte il sottoscritto, naturalmente..."
"Un mio amico napoletano" ribatté lei "un giorno mi disse: piccirillo, ma grande faticatore!" altra risata con occhiata d'intesa.
Eravamo soliti scherzare pesante, a parole s'intende, a volte le mandavo delle e-mail con barzellette erotiche, calendari con uomini nudi e cazzi smisurati, lei mi rispondeva a tono, il tutto però senza secondi fini, così solo per gioco.
Ci sedemmo al tavolo in cucina, uno di fronte all'altra. Il caffè era forte, buono. Ci voleva.
"Che ci fai in questo postaccio di domenica?".
"Ho un appuntamento di lavoro domani mattina presto e non volevo farmi una levataccia, così ho pensato di avvantaggiarmi partendo il giorno prima."
"Hai già un posto dove stare?"
"Non ancora, ma in questo periodo credo che non avrò difficoltà a trovare una stanza libera giù al Jolly".
"Se per te va bene, la camera di Giorgio è libera. Come sai non vive più con me".
Ci speravo, ma non osavo chiederglielo. Accettai con entusiasmo.
"Okay, allora scendo un attimo a prendere la borsa che ho lasciato giù in macchina, torno tra un attimo".
In pochi minuti fui di ritorno.
"Se hai voglia di rinfrescarti, accomodati pure, immagino che avrai voglia di una bella doccia, dopo il viaggio che ti sei sciroppato!".
"E' proprio quello che mi ci vuole, grazie".
Il bagno era ampio, pulito e ordinato come mi aspettavo. Michela era sempre stata una donna molto curata, e tutto faceva supporre che lo fosse anche tra le mura domestiche.
Mi spogliai ed entrai nella grande doccia, situata nell'angolo opposto alla porta di ingresso della stanza da bagno, che avevo lasciato socchiusa. Aprii l'acqua. Il getto potente mi sferzò piacevolmente il corpo. Faceva talmente caldo che non dovetti perdere troppo tempo a regolare la temperatura dell'acqua.
Mentre iniziavo ad insaponarmi, sentii la porta scorrevole del box doccia aprirsi. Mi voltai di scatto. Era lì, in piedi, nuda con la mano ancora sull'anta socchiusa.
"Ho bisogno anch'io di una doccia, posso?" e senza attendere risposta, entrò e richiuse dietro di sé il box.
Mi prese la saponetta dalle mani e cominciò a passarsela attorno al collo, poi tra i seni, lentamente, poi sulla pancia, infine tra le gambe, avanti e indietro, facendo formare sui peli scuri un batuffolo di schiuma bianca.
Rimasi immobile, senza parole. Poi prese ad insaponarmi il torace, con lenti movimenti circolari, scendendo ad ogni giro sempre più, fino ad arrivare all'uccello, che cominciava a venirmi duro.
Lasciò cadere la saponetta, si chinò per raccoglierla voltandomi la schiena in modo studiato, strofinandosi con il solco delle natiche proprio sul cazzo, ormai quasi completamente eretto. Si rialzò, si insaponò bene le mani, poi ripose la saponetta e, presa l'asta tra le mani, si inginocchiò sul tappetino della doccia, col viso all'altezza della cappella, iniziando uno straordinario segone a due mani, lentissimo, da far morire.
Che massaggio! Lo trattava come fosse il suo, con decisione, non come quelle ragazzine inesperte che te lo sfiorano appena temendo quasi che si rovini, o come quelle che quasi te lo staccano per la troppa foga di menartelo.
La masturbazione è quasi un'arte, che ogni individuo, uomo o donna che sia, interpreta a modo proprio, ed è quindi raro trovare una persona che, per istinto, sappia indovinare i tempi e i modi per appagare al massimo il partner.
Michela quest'istinto evidentemente l'aveva. Massaggiò a lungo l'asta, dapprima come ho detto, con una lentezza quasi esasperante, poi con brevi e rapidi movimenti, alternati a vigorose torsioni del pugno chiuso attorno alla cappella, poi ancora su e giù, su e giù.
Le gambe quasi mi cedettero quando venni. Era come se lo sperma mi fosse stato cavato dal cervello, lo sentivo scorrere attraverso il corpo alla ricerca della via d'uscita. Una schizzo formidabile la centrò in pieno volto, rapidamente lavato via dal getto della doccia, un altro, nei capelli biondi, che rimase un po' più a lungo, un terzo, l'ultimo, nella sua bocca spalancata, che rimase aperta così per un po', riempiendosi d'acqua. Richiuse le labbra lasciando fuoriuscire sborra mista ad acqua, che le colò giù lungo il mento, tra il solco dei seni fino ad impastarsi tra i peli della fica.
Se lo infilò in bocca così com'era, ormai mezzo flaccido, succhiando così forte che pensai volesse trarmi anche il midollo dalle ossa, ma la cura risultò efficace, tanto che in breve tempo, l'uccello riprese tutto il suo vigore.
La feci rialzare, la voltai e la infilai da dietro, e con un colpo unico fui completamente dentro di lei. Pompavo come un forsennato, il cazzo era quasi insensibile dopo il trattamento che mi aveva riservato poco prima. Lei gemeva sotto ogni colpo come se la stessi prendendo a bastonate, in un crescendo di piacere.
Urlò in un modo tale quando raggiunse l'orgasmo che temetti che i vicini sarebbero accorsi per sincerarsi sul suo stato di salute.
Non era ancora finita, perché avevo ancora qualche energia da spendere prima di venire. Mi ritrassi lentamente dalla fica e poggiai la cappella alla rosellina posteriore.
"No ti prego" singhiozzo quasi, "non l'ho mai dato nemmeno a mio marito..." implorò poco convinta.
Feci finta di non averla sentita. Premetti leggermente sul buco per aderire al meglio, poi spinsi deciso, fino a far scomparire completamente la cappella. Attimo di pausa, mani ai lati delle natiche e nuova pressione decisa, altri centimetri guadagnati.
"Mi fai male, bastardo..." gemette, ma il tono della sua voce non conteneva note di rimprovero, anzi era leggermente arrochito dal piacere.
Altro affondo, definitivo, e altro gemito, ma questa volta decisamente diverso, di piacere. Via alla galoppata finale, dunque. Il canale era decisamente stretto, mi avvolgeva come un guanto, inimmaginabile la sensazione di contatto fisico, lo sfregamento, avanti e indietro, contro le congestionate pareti dell'intestino.
Se la stava decisamente godendo la sua prima inculata, mugolava sempre più ogni volta che toccavo il fondo per poi risalire con maggior energia. Si fece scivolare una mano sotto la pancia fino ad arrivare a massaggiarmi le palle ogni volta che arrivavano a tiro, risalendo talvolta sulla gnocca e sgrillettandosela freneticamente.
Ancora pochi violenti colpi al martoriato forellino e venni, con intensità di rado provata prima, riversandole in corpo i residui di sperma che mi erano rimasti. Un altro rantolo profondo e anche per lei la vetta fu raggiunta. Rimasi ancora dentro di lei mentre il cazzo perdeva la sua rigidità.
Lei si rialzò, stringendomelo ancor di più tra le chiappe. Il getto della doccia continuava ad investire piacevolmente i nostri corpi esausti, dandoci così sollievo e nuove energie da spendere, speravo, in seguito.
L'abbracciai baciandola sul collo, lei si voltò verso di me offrendomi la bocca, che baciai appassionatamente.
"Mascalzone" mormorò con un filo di voce dopo che si fu ripresa "Mi hai proprio fregata. In vent'anni quello stronzo di Luciano non era mai riuscito a farmelo e tu, in mezz'ora, me l'hai messo nel culo" ma non sembrava troppo dispiaciuta.
"A dire il vero, l'idea mi è venuta in corso d'opera" mi difesi sorridendo "me l'hai praticamente messo su un vassoio d'argento e non ho potuto resistere".
"Adesso dovrò mangiare in piedi per una settimana, prima che mi passi il bruciore".
"Esagerata, un po' d'acqua fresca e passa tutto" minimizzai.
"L'unica cosa che mi fa incazzare..." sembrò seria per un attimo "è che a cinquant'anni suonati scopro che prenderlo nel culo mi piace! Porca puttana, è tutta la vita che qualcuno cerca di farmelo, ed io niente, giù dura, convinta! Ah, ma da adesso si cambia. Basta con i tabù. Vale tutto. Mi scopo tutto quello che si muove!" e scoppiammo in una fragorosa risata.
Chiudemmo l'acqua ed uscimmo dalla doccia. Mi offrì un ampio asciugamano di morbida spugna, mentre lei si avvolse nel suo accappatoio bianco. Asciugata rapida e via, pronti per il seguito.
Mi portò nella sua camera, con il letto ancora disfatto, si distese sulla schiena e divaricò le gambe.
"Avanti, giovanotto, è ora di mangiare!" mi invitò, allargandosi le labbra della fica mostrando l'interno dal colore rosso acceso.
Mi gettai sul suo sesso invitante, leccandola in ogni recesso più nascosto, facendola sobbalzare sul letto ad ogni passata di lingua sul clitoride.
Credo che non facesse sesso da parecchio tempo, data la foga che ci aveva messo. Mi piacciono le donne che prendono l'iniziativa. Ti tolgono dall'imbarazzo di chiedere e ti evitano la delusione del rifiuto.
"Ti voglio succhiare ancora" mi disse ansimando mentre le leccavo la passera. Mi stesi sul letto e lei si mise quasi a sedere sulla mia faccia, piegandosi poi sul cazzo nel più classico dei sessantanove.
Pensavo che non ce l'avrei fatta a farmelo venire duro ancora, per la terza volta in meno di un'ora, ma la sua sapiente opera di suzione, accompagnata da un superbo lavoro di lingua, riuscirono nel "miracolo", facendo "resuscitare" il morto.
La sua bocca sembrava non avere fine. Riusciva infatti a farselo scomparire completamente in gola, arrivando a lambirmi i peli con le labbra, e senza il minimo accenno di fastidio, e non è poco perché non sono propriamente un ipodotato.
Per parte mia, mi godetti da impazzire, ma senza venire, quello straordinario pompino, mentre le leccavo golosamente la fica grondante di miele, accompagnando l'azione della lingua con l'introduzione di un dito in fica e uno nel culo, poco prima violato.
Raggiunse un nuovo orgasmo, ormai ne avevo perso il conto. Scivolò sul mio corpo come una lumaca, lasciando una lucida scia di umore sul mio torace, fino a strofinarsi con la passera contro l'uccello teso verso l'alto in maniera spasmodica.
Vi si impalò con un movimento plastico, dando vita ad una danza frenetica fatta di movimenti ondulatori del bacino, tipo danza del ventre per intenderci, sempre voltandomi la schiena. Mi godetti la scopata passivamente questa volta. Lasciai che fosse lei a regolare il suo ritmo per ottenere il massimo piacere.
Era un vero animale da letto, confesso che non me lo sarei mai aspettato. Dosò sapientemente tutti i tempi per arrivare alle massime vette di piacere. Ormai era difficile discernere le sue sensazioni, era praticamente in preda ad un orgasmo continuo senza soluzione di continuità.
Si alzò in piedi su letto, si girò e si riaccovacciò su di me, questa volta però prendendo l'uccello e puntandoselo al buco del culo, nel quale scomparve rapidamente sotto l'effetto di una potente spinta del bacino verso il basso.
La danza riprese vigorosa, mentre con le mani cercava, se mai era possibile, di dispensarsi maggior piacere, massaggiandosi un capezzolo con una e il clitoride con l'altra.
L'ennesimo orgasmo quasi la fece svenire, con un urlo che ben poco aveva di umano, facendola accasciare su di me rimanendo impalata nel culo sul mio uccello ancora durissimo.
Rimase così esanime per qualche minuto, poi si rialzò sconvolta e si buttò sul letto. La presi e la girai a pancia in giù. Dovevo concludere, non potevo rimanermene lì col cazzo duro.
Mi sdraiai su di lei tendo il busto sollevato sulle braccia per non schiacciarla col mio peso. Le divaricai la gambe con un ginocchio, quindi feci aderire il mio corpo al suo, strofinandole avanti e indietro il cazzo lungo il solco delle natiche, fino a trovare il varco agognato, quindi affondai con un suono liquido fino in fondo alla vagina.
Le richiusi le gambe tra le mie ginocchia permettendo così un maggiore contatto tra i sessi, e, presala saldamente per i fianchi, iniziai a pompare con vigore. Protese all'indietro il bacino per favorire maggiormente la penetrazione, imprimendo un movimento rotatorio con le anche, accordando il suo ritmo al mio, senza trascurare di stimolarsi lascivamente il clitoride, cosa le procurò un ultimo devastante orgasmo.
Uscii da lei nell'imminenza della sborrata finale. Si voltò e si mise a sedere, riuscendo ad infilarsi l'uccello in bocca un attimo primo che sopraggiungesse il primo fiotto. Impugnando forte l'asta, tenendo stretta tra le labbra la cappella, massaggiò freneticamente l'asta avanti e indietro, determinata a spremerla fino all'ultima stilla di sperma.
Quando fu paga del risultato, si staccò dalla sorgente del piacere e mi mostrò soddisfatta il frutto del suo lavoro adagiato sulla lingua, poi socchiuse gli occhi soddisfatta e deglutì.
"Mi ci vorrebbe una dozzina di uova sbattute per riprendermi!!" esclamai sfinito lasciandomi ricadere sul letto al suo fianco.
"Tranquillo, so far ancora divertire un uomo, ma so anche come farlo riprendere, vedrai" e fece l'occhiolino.
Fu una giornata memorabile. Aveva in serbo ancora molte risorse che nemmeno sospettavo, ma ne riparleremo.