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Ancora una volta
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Titolo: Ancora una volta
Autore: Edelweis
Contatto:
Racconto n° 4160
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Ancora una volta non ho udito le campane, né visto fuochi d'artificio, né ho sentito i piedi che friggevano.
Ho sentito un brivido percorrere la mia pelle mentre la tua mano mi sfiorava il collo, e uno ancora più forte mentre cominciavi a leccarmi le orecchie.
Ho percepito i miei capezzoli inturgidirsi al continuare dei tuoi baci e delle tue carezze, e ho avvertito chiaramente la contrazione involontaria della mia figa ed il suo bagnarsi vischioso...
Se mi fossi guardata allo specchio avrei visto pure le mie pupille dilatarsi, ed i miei occhi divenire un lago liquido di voglia, le mie labbra schiudersi al passaggio delle tue dita che ho accolto dentro la mia bocca con un gesto involontario.
Ho per la prima volta assaggiato il tuo sapore: un misto di residuo di sapone, sale e gusto della tua pelle, e quello che ho sentito mi è piaciuto.
Poi, ancora una volta, ho sentito un cazzo duro, il tuo, premere contro la stoffa leggera del mio vestito all'altezza della mia coscia, e, ancora una volta per istinto, mi sono stretta di più a te per non perdere quel contatto.
Tu, dolcemente, mi hai preso la mano e l'hai portata sopra la patta dei pantaloni.
Non c'era nessuno sul molo del porto quella sera...Solo un peschereccio abbastanza lontano da non distinguere quello che facevamo, ed in lontananza, sul mare, una lampara che col suo fascio di luce simulava una luna che non c'era.
La brezza portava con sé odore di mare e l'odore acre di nafta bruciata del peschereccio che si accingeva a partire, forse per la pesca del pescespada, o del tonno, chissà...
Anch'io mi sentivo - pescata - ... Ancora una volta mi sono sentita presa in trappola, dal tuo linguaggio eloquente, il tuo modulare della voce che mi ricorda Parigi ed i parigini e, come loro sei tanto charmant, presa in trappola dal tuo sguardo, deciso e dolce al contempo.
Mi hai chiesto cosa volevo fare, e allora, solo allora, ho messo un muro dicendo che, probabilmente, stavamo correndo un po' troppo.
Ma il mio era un muro giapponese, una parete fatta di carta, che tu hai subito sfondato con la tua logica, con le tue argomentazioni, che non sto qui a ripetere ma, che mi penetravano dentro insieme alla tua voce melodiosa.
Ed insieme cresceva la mia voglia di te, lo sentivo dalle mie cosce bagnate, lo percepivo dall'odore del mio sesso che diventava muschiato, e, ancora una volta, la femmina aveva prevalso sulla donna.
Così, arrivati a casa mia, ci siamo presi per mano, ed io ti ho guidato su per le scale, evitando di accendere la luce per la paura di esser visti dai vicini. Bastava il chiarore proveniente dall'esterno, bastava il calore della tua mano, bastava il ricordo cieco di una via percorsa migliaia di volte.
Laky, il mio cane, ti ha accolto curioso, annusandoti ovunque, ma io ti ho reclamato tutto per me, e, finalmente, ho gustato tutto il tuo sapore, il sapore del tuo cazzo, ho saggiato la sua consistenza ed infine, mi sono sentita piena di te.
Abbiamo fatto un sesso intenso, dolce ed appagante e, ancora una volta, ho goduto e gioito nel sentirmi femmina, liberando una voglia repressa da mesi.
Lo abbiamo fatto un paio di volte, poi, siamo rimasti a letto abbracciati per un po'.
Sei andato via ed io ti ho baciato ancora prima di lasciarti andar via, ancora una volta un bacio, forse l'ultimo dato a te.
Poi, improvviso, l'indomani, è arrivato un tuo messaggio in mail, in cui dici che vuoi rivedermi ancora e, stavolta, ho sentito un inconsueto battito asincrono del mio cuore.