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Diario di un delirio
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Titolo:
Diario di un delirio |
Autore:
DanzaSulMioPetto |
Contatto:
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Racconto
n° 4243 |
Altri
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Un freddo pungente, come lingue di ghiaccio che mi pizzicavano, s'insinuò tra gli ultimi sussulti di un'estate agonizzante. Quel soffio gelido mi risvegliò tra le mie notti fatte di sogni claudicanti ed incubi che mordevano la realtà, addentando le illusioni con cui tentavo di colorarla. Perso nella solitudine, mi aggrappai al tepore di abbracci che nella notte tessevano i loro inganni solo per me, in quell'assenza che continuava a torturarmi. Con gli occhi chiusi, cercavo la sua pelle su di me, il suo sapore, il suo piacere che ansimava e nutriva il mio desiderio di possederla. Cominciai ad accarezzarmi seguendo il brivido dei suoi baci e delle sue mani, frugando nei miei sogni per dar vita a quelle emozioni che vibravano sul mio corpo e sul suo, assente e sempre presente dentro me, come un'onda che si allontanava per poi avventarsi nuovamente su di me, con rinnovata potenza, inesorabilmente. Sentivo i suoi gemiti, il calore della sua bocca sul mio sesso che gridava ed implorava il suo desiderio di averla, quel desiderio che cresceva fino a farmi male, fino a togliermi il respiro. Vedevo la sua pelle brillare, come se fosse ricoperta di gocce d'acqua in cui si riflettevano i bagliori del cielo. Sentivo il fruscio dei suoi vestiti che scivolavano lungo il suo corpo, ricadendo sul pavimento, ed ascoltavo quel suono suadente come un'arcana melodia che m'incantava. Ero come vittima di un sortilegio e non potevo far nulla per liberarmi da esso, ero privo di difese, in balia di quella passione che mi corrodeva, riducendomi in schiavitù, facendo sì che la invocassi e la bramassi, come se fosse l'unica ragione e lo scopo della mia intera esistenza. Sì, ne ero certo, tutta la mia vita era lì, ai piedi di Martina, nulla aveva più senso per me, esistevo solo per lei, solo per il desiderio di averla e di appartenerle. Con lo sguardo bevevo ogni lembo del suo corpo che lei lentamente denudava, la follia si impadroniva di me e lei godeva specchiandosi in essa, nello sguardo estatico e adorante con cui seguivo i suoi movimenti. Come il vento che accarezza il mare si avvicinava, fino a farmi sentire il calore del suo respiro, ma poi si allontanava, non appena tentavo di baciarla, seguendo i passi di una misteriosa danza con cui mi legava a sé. Infine si inginocchiava, per raggiungermi nuovamente, camminando carponi, come un felino che studia la sua preda e si prepara ad avventarsi su di lei e a cibarsene. Osservando i suoi occhi vogliosi e trionfanti, temevo che da un momento all'altro potesse balzare su di me e sbranarmi, ma ogni timore moriva nell'incanto di quello sguardo e si tramutava in cieca passione ed incontenibile piacere, rendendomi una preda docile, pronta ad offrirsi alla sua carnefice. - Supplicami - sussurrava, mentre baciava e succhiava il mio sesso facendo crescere il mio desiderio e lasciandolo continuamente sospeso in un'attesa senza fine. Io allora la imploravo, invocando la grazia delle sue labbra che oscenamente mi succhiavano con piccoli morsi. Ma le mie suppliche non erano mai sufficienti per lei, non c'era nulla che io potessi fare per ottenere quel piacere tanto a lungo agognato. Dopo avermi torturato con i suoi baci, si rialzava e mi osservava divertita mentre cadevo in ginocchio davanti a lei. Si ergeva su di me in tutto il suo perverso e candido splendore, attendendo che io la implorassi ancora, esigendo il tributo del mio desiderio e della mia anima vinta e soggiogata che si offriva a lei, in una resa incondizionata, prostrandosi ad adorarla come se fosse una divinità a cui chiedere la propria salvezza. Ed è così che io la supplicavo, giungendo chiamarla - Dea - , baciandole i piedi mentre lei rideva di me e della mia follia, incitandomi ad adorarla ancora, a mostrarle tutta la mia devozione. Dieci minuti alle sette, dovevo sbrigarmi se non intendevo perderla, avevo solo venticinque minuti per prepararmi e raggiungere la fermata della metropolitana, decisamente troppo pochi. Quando uscii dalla doccia, riconobbi il suono dei passi di Martina che scendevano giù per le scale, fui preso dal panico, stavo per perderla. Mi vestii in fretta e mi precipitai giù in strada, giusto in tempo per vederla svoltare l'angolo. Cominciai a correre, fui un po' avventato in questo, quando svoltai, la trovai ferma davanti a una vetrina, lei mi vide e notò senz'altro il mio affanno. Non potevo tradirmi, dovevo fare del mio meglio perché non s'insospettisse ulteriormente. Accennai un saluto da buon vicino e proseguii, precedendola lungo il tragitto per la stazione della metropolitana. Pochi metri dopo, approfittai di un distributore automatico e mi fermai a comprare un pacchetto di sigarette. La sosta fu sufficiente a far sì che lei mi superasse, permettendomi di seguire di nuovo i suoi passi. L'aria fresca della notte, poco a poco, si dissolse nel sole autunnale del mattino. Si poteva ancora respirare un tepore quasi estivo, Martina indossava una camicia e pantaloni leggeri, calzava dei sandali col tacco e mi chiesi se non avesse freddo ai piedi con quelle scarpe. Chissà come sarebbe stato scaldarglieli. Mi piacevano, erano piccoli i suoi piedi, li immaginavo soffici, morbidi e vellutati come i petali di un fiore, immaginavo di solleticare le sue dita con la punta della lingua, di sfiorarle con le labbra e succhiarle con avida dolcezza, di poter sentire il suo piede scivolare sul mio corpo ed adagiarsi sul mio viso, di respirarlo mentre lei mi teneramente mi sorrideva. Un sorriso fresco, come quello che sgorga dagli occhi degli amanti. Le avrei sorriso anch'io allora, e nei miei occhi lei avrebbe letto tutto il mio amore. Avrei morso delicatamente il suo tallone, lei avrebbe cercato di divincolarsi e avrebbe finto di essere adirata con me, minacciandomi scherzosamente, ma poi il suo sorriso sarebbe tornato a brillare sentendo i miei baci tornare a ghermirla. Avrebbe socchiuso gli occhi e si sarebbe abbandonata al piacere delle mie labbra che, affamate, sarebbero scivolate lungo il suo corpo e fino alla sua bocca, respirando il suo desiderio di stringermi e di amarmi così come io l'amavo. I miei sogni prendevano sempre il sopravvento quando la guardavo, amandola in silenzio. Mi perdevo nel labirinto di immagini che di volta in volta prendevano forma, come scene di un film che si sovrapponeva alla lacerante realtà di un'ossessione muta e solitaria che durava ormai da sei mesi, dal giorno in cui per la prima volta l'avevo incrociata per le scale. Quel giorno lo ricordavo luminoso come un'alba, ma il sole di quel mattino era rimasto imprigionato sul fondo del cielo, lasciando quel bagliore sospeso sul confine della notte, alimentando la follia dei miei sogni lucidi. Mi avvicinai a lei timidamente, all'inizio, sfiorando quel sogno in modo distratto, fingendo che non fosse nulla, solo il passatempo di una mente annoiata che vagava seguendo il suono del vento. Ma, senz'accorgermene, all'improvviso mi scoprii ossessionato dalla sua presenza, di cui cercavo di seguire ogni più piccolo movimento. Si era trasferita nell'appartamento accanto al mio, eravamo vicini di pianerottolo, e mi ritrovai a spiare tutti i suoi spostamenti, a passare le giornate tendendo l'orecchio per sorprenderla quando usciva e rientrava, restando in attesa, per poterla osservare attraverso lo spioncino della porta. Avrei potuto provare a parlarle, forse. Magari avrei potuto invitarla a prendere un caffè. Ma mi sentivo come paralizzato quando la incontravo, le parole si spegnevano e morivano, il fiato per dar loro voce svaniva, restando intrappolato chissà dove. Quando la incrociavo, riuscivo solo a balbettare un timido saluto che lei a malapena udiva e a cui rispondeva con un sorriso, un sorriso in cui potevo leggere chiaramente quanto buffo apparissi ai suoi occhi. Nonostante questo, il mio amore per lei, di giorno in giorno, cresceva, e con esso anche il desiderio e la necessità di sapere tutto di lei, di conoscere ogni dettaglio della sua vita. Imparai a conoscere le sue abitudini, cominciai a seguirla per potermi sentire parte della sua vita, per poter essere come un'ombra che baciava i suoi passi, giungendo a perdere anche il lavoro per le mie continue assenze. Ma ben presto tutto questo non fu più sufficiente a soddisfare la mia fame disperata ed insaziabile. Allora lo feci, col cuore in gola mi accostai a quel limite che non avrei dovuto valicare, a quel confine oltre il quale avrei trovato solo la causa della mia perdizione e dal quale sapevo che non sarei più potuto tornare indietro. Pensieri deliranti si dibattevano nella mia testa come se volessero farla scoppiare, finché non raggiunsi quel baratro e gettai lo sguardo in esso, preparandomi a saltare. Il portiere del palazzo in cui abitavo, era un amante del gioco degli scacchi, una passione poco comune, difficile da coltivare a causa dell'esiguo numero di giocatori con cui misurarsi, numero che si restringe se si intende giocare con chi è capace di muovere i pezzi con la giusta consapevolezza. In molti si definiscono giocatori solo perché conoscono il modo corretto in cui i pezzi si muovono, ma non sanno spingersi oltre questo e non hanno idea di cosa sia realmente il gioco degli scacchi. Io ero uno dei pochi giocatori, se non addirittura l'unico, con cui il portiere potesse misurarsi, per quest'unico motivo, pur non avendo alcun altro rapporto con me, se non quelli che intrattenevamo sulla scacchiera, mi considerava un suo caro amico. Un giorno di fine agosto, le nostre partite furono interrotte dall'inquilina dell'interno 6, la signora Pacelli, una donna pettegola, sempre in cerca di nuovi e sorprendenti eventi di cui poter sparlare con le sue amiche. Era convinta che la sua vicina di pianerottolo, la signora Guidi, una donna anziana e sola che non riceveva mai visite, fosse morta, e che il suo corpo stesse marcendo da diversi giorni. In effetti la puzza che si sentiva passando davanti alla sua porta, rendeva le ipotesi della Pacelli molto credibili, anche perché dall'appartamento non giungeva alcun suono ed era stato praticamente inutile bussare nella speranza che la signora Guidi aprisse. La signora Pacelli era riuscita a convincere quasi l'intero palazzo della morte dell'anziana donna, e, con il seguito di altri inquilini particolarmente suggestionabili, irruppe nell'appartamento del portiere, convincendolo ad usare la sua copia delle chiavi per entrare nell'appartamento della signora Guidi ed accertarsi delle sue condizioni di salute. Ma alla fine tutti i sospetti della signora Pacelli si rivelarono infondati. Il cattivo odore che proveniva dall'appartamento non era causato da un corpo putrefatto, ma semplicemente dal cibo avariato del frigorifero rotto, e la signora Guidi era in perfetta salute, fatta eccezione per l'udito, che aveva resa vana l'insistenza con cui avevano bussato alla sua porta. Malgrado il rischio d'infarto per l'irruzione improvvisa e immotivata nel suo appartamento, la signora Guidi fu felice dell'interesse degli altri inquilini per la sua salute, ed io in quell'occasione ebbi modo di vedere dove il portiere era solito custodire le chiavi di alcuni inquilini che, per farsi innaffiare le piante quando andavano in vacanza, o semplicemente per la paura di restare chiusi fuori casa, decidevano di consegnargliene una copia. Sperai che tra quelle ci fosse anche la chiave dell'appartamento di Martina e non fu difficile per me verificarlo. Approfittai di uno dei tanti inviti del portiere a giocare a scacchi e, alla prima occasione, frugai tra i mazzi di chiave, trovando così anche quelle di Martina. Chiesi al fabbro di farne una copia dorata, come se si trattasse della chiave di uno scrigno magico che conteneva il più prezioso dei tesori. Ma sapevo bene che in realtà quella chiave avrebbe aperto il mio vaso di Pandora e che, una volta rotto il sigillo, non sarei più stato lo stesso. Per un po' cercai di aggrapparmi agli ultimi barlumi di razionalità che mi erano rimasti, o forse finsi di farlo, abbandonandomi ad un lento gioco fatto di attese e seduzione. Accarezzavo quella chiave sognando il momento in cui l'avrei usata, immaginando l'universo sconosciuto che avrebbe aperto e in cui mi sarei immerso, un mondo ricco di profumi, sapori, il tempio della divinità che inconsapevolmente mi aveva legato a sé. Mancavano solo pochi minuti ormai, strinsi forte la chiave nella mia tasca ed attesi con Martina l'arrivo del treno della metropolitana. Assaporai ogni piccolo istante di quell'attesa, osservando i suoi passi e il modo in cui scostava i capelli che le ricadevano sul viso, o come tirava su la borsa quando le scivolava lungo la spalla mentre andava su e giù lungo la banchina. Ogni suo movimento era lieve e ricco di grazia, sembrava che le sue mani danzassero, come se stessero pizzicando le corde di un'arpa, intonando una delicata melodia che solo io potevo udire. Quando le note di quella musica silenziosa riempivano l'aria, io sentivo il tocco delle mani di Martina sul mio viso, sentivo il sapore del suo morbido e succoso palmo mentre lo baciavo, e le sue dita che frugavano nella mia bocca mentre mi sorrideva e mi offriva il candore del suo collo perché lo baciassi e lo mordessi, nutrendomi di lei. Il sole del mattino brillava sull'asfalto, il suo bagliore inondava la strada con una luce che sembrava quasi bianca. Percorsi il tragitto dalla stazione della metropolitana fino a casa con passi febbricitanti. A volte quasi correvo, altre indugiavo, come se volessi prolungare ancora quell'attesa o come se sperassi di rinsavire da un momento all'altro. Giunsi davanti alla porta di Martina e le mie mani cominciarono a tremare. Mi guardai intorno e tesi l'orecchio per accertarmi di essere solo. Trattenni il respiro e girai lentamente la chiave nella toppa della serratura. Un breve istante e il mondo dei miei sogni si apri davanti a me. L'appartamento era piccolo, con poche stanze, era identico al mio, tranne che per l'arredamento dallo stile etnico. Le stoviglie della colazione riposavano nel lavabo e attendevano il ritorno della padrona di casa per essere lavate. Cercai le labbra di Martina sul bordo della tazza di caffè lasciato a metà e lo bevvi, assaporando religiosamente il suo bacio. Sfiorai e saggiai ogni oggetto della casa, seguendo le tracce che Martina aveva lasciato. Era come se fossi dentro lei, sentivo le sue braccia stringermi ed avvolgermi mentre mi accoglieva nel suo ventre. Lasciai la camera da letto per ultima. Le sue pantofole attendevano accanto al letto, mi inginocchiai per raccoglierle e le strinsi forte, immaginai il ritorno di Martina, i suoi piedi affaticati dalla giornata che abbandonavano i tacchi e si rifugiavano nelle pantofole. Le baciai con devozione e mi spogliai, come se mi stessi preparando ad un rito ieratico al cospetto della mia Dea. Poi mi infilai sotto le lenzuola, per sentire sul mio corpo nudo il tepore e l'odore di quello di Martina, nella vana speranza che la mia pelle potesse assorbirlo, restando sempre su di me. Mi addormentai avvolto in quelle lenzuola che avevano cullato i suoi sogni, cercando di farli miei mentre respiravo avidamente il suo cuscino. Martina era su di me, la sentivo ansimare mentre la penetravo strappandole gemiti di piacere. Sentivo il suo corpo fremere col mio nell'abbraccio che ci univa. Mi dissetai sulla sua bocca mordendole le labbra, succhiando la sua pelle umida di piacere. Potevo sentire il suo orgasmo travolgermi e fondersi col mio, potevo sentirlo nelle nostre carezze, nel suo respiro, sulla mia bocca. Lei era lì, ed i miei sogni danzavano con i suoi, s'intrecciavano come dita, avvinghiati come i nostri corpi sudati e affamati. Quando riemersi dal mio sonno, la luce del giorno era affievolita, del sole era rimasto solo qualche riflesso rossastro. Avevo perso la cognizione del tempo, ma dal colore della luce che entrava dalle finestre, potei intuire che ora fosse. Martina sarebbe rincasata a momenti, forse era già davanti al portone del palazzo. Dovevo sbrigarmi. Balzai fuori dal letto e mi rivestii in fretta. Poi mi guardai intorno, per essere certo di non aver lasciato tracce, ma non avevo molto tempo per controllare, così come non ne avevo per continuare a perdermi in quel mondo, tra le cose di Martina. Guardai l'orologio in cucina, erano quasi le diciannove, mancava poco al suo rientro, ma potevo stare tranquillo, sarei riuscito senz'altro ad uscire di casa prima che lei arrivasse e l'indomani sarei potuto tornare ad amarla nell'intimità del suo appartamento. Tutto era andato bene, nel migliore dei modi. Giunto davanti alla porta d'ingresso mi guardai allo specchio e sorrisi soddisfatto prima di uscire. Il grido di terrore che lanciò Martina vedendomi uscire dal suo appartamento, ancora oggi risuona nelle mie orecchie.
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