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La corona della schiava
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Titolo: La corona della schiava
Autore: FleurDeLis
Contatto:
Racconto n° 4298
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Ho dovuto allontanarti da me, liberarmi da quelle catene che avevi stretto intorno ai miei polsi: le tue lusinghe, il tuo odore, il tuo sapore.
Ormai eri diventato il mio tutto, la mia ossessione, l'inizio e la fine di ogni mio respiro.
Da alcuni mesi non sei più nella mia vita, o almeno nella sua facciata: quella che offro agli altri, quella che mi permette di vivere in questa città. E di avere se non altro una parvenza di equilibrio.
Certo le mie giornate sono andate avanti bene, anzi, meglio probabilmente.
Sono riuscita a ricucire rapporti, sono totalmente concentrata sul lavoro, nessuna bolletta arretrata, e ho persino ripreso qualche chilo.
Ma in quell'esistenza che davvero è mia, fatta di sensazioni, attimi, lunghe attese, sei sempre rimasto. Feroce, graffiante, spietato amore mio.

Mi hai presa con una forza sottile, raffinata, di caldi vini e squisite pietanze. Di spezie audaci e libri indecenti. Hai intuito la mia fragilità, e solleticando curiosità, hai sapientemente lasciato che dalla mia pelle essudasse il desiderio: in un gioco ambiguo di ingannevoli carezze e serpenteschi baci mi hai condotta al limite del mio essere donna, al confine tra la beatitudine e il martirio.
Per mesi mi sono interrogata, accusata, e infine ripudiata per aver provato piacere e disgusto in un attimo solo. Per averti concesso di ferirmi, umiliarmi, vendermi. Per averti donato il mio corpo come non fosse più parte sensibile di me, ma solo strumento per raggiungerti in quell'estasi che come una voragine mi inghiottiva, ogni volta che entravi in me. E che io bramavo sopra ogni cosa.

E anche tu non mi hai più cercata. Sapevi perfettamente che da quando ho capito che non sei mai stato e mai sarai solo mio (questo è il timore più grande per una sottomessa: che il padrone si annoi, perda interesse, trovi un'altra preda da dominare), finalmente affrancata da quel delirio di unicità, non avrei più accettato l'insostenibile rischio di esser un tuo possedimento solo fino a che tu me l'avessi concesso.
No, sapevi che senza nuovi stimoli, senza un motivo abbastanza suadente per espormi al pericolo di una tua tentazione, non sarei mai tornata.

E allora quel messaggio. - Ti propongo un gioco. Una donna. Sarà tua, potrai farne ciò che vorrai. -
Come mi conosci, come sai stuzzicarmi: un gioco, il gusto di una sfida. Sai bene che da questo non mi tirerò mai indietro. Sono così da sempre: schiava per scelta, ma pur sempre una ragazzina impertinente e viziata. Una donna nelle mie mani? Quelle stesse mani che tu hai legato, stretto con lacci e manette..sì..
In mio potere? Quello stesso potere che più volte ho deposto per puro piacere, per il gusto di essere tua..sì..sì..!
Assolutamente, inevitabilmente sì.

Per te sono sempre stata io la schiava, ho esaudito ogni tuo volere, e ho goduto nell'esserlo.
Ma se con te divento una bimba arrendevole e docile, in me c'è anche una donna orgogliosa, altezzosa come una regina, superba e vanitosa. E tu lo sai.
E così, ora che la schiava è riuscita a scappare, tu hai sedotto la mia lussuria, il mio matriarcale capriccio.

Comunque, aldilà di ogni mio vagheggiamento, anche se riconosco il tuo potere su di me, non credo tu possa convincere un'altra donna con la stessa facilità.
Sarà un trucco: un sagace tranello per provocare la mia vanità. Quando arriverò da te troverò i soliti vecchi profumi, i canti ammaliatori, le seriche stoffe e i calici sanguigni. Tutte cose che già conosco.
Poi la rete: in breve, sarò nuovamente in tua balia. E i ruoli saranno ristabiliti.
Così, rassicurata da una promessa di logica prevedibilità, accetto.

Decido di vestirmi di nero: il colore delle tenebre, dell'assenza, del nulla che divora il tutto.
Voglio nascondermi, ma allo stesso tempo inghiottirti nell'oscuro abisso delle mie paure.
Pantaloni attillati di velluto: una stretta alla mia femminilità, un miserabile tentativo di ostacolare la tua conquista, ma anche un morbido mantello su cui farti scivolare.
Sopra un golfino sottile, con bottoncini minuscoli: potresti strapparlo via con un morso se solo volessi.
Ecco la mia contraddizione: mi ribello, rifiuto di concederti una vittoria facile, e contemporaneamente invoco la tua ferocia, il tuo brutale dominio.
Ai piedi stivali neri, il tacco piuttosto alto: tu mi superi di parecchi centimetri, e ho sempre adorato anche questo tuo vantaggio, fisicamente mi sovrasti.
Ma questa sera voglio guardarti negli occhi. Voglio che sia un gioco alla pari.

Così arrivo a casa tua, consapevole del mio bisogno di essere nuovamente dominata, ma anche del tuo di possedermi. E poi cibarti delle mie lacrime.
Inaspettatamente però, davanti alla tua porta, sento salire in me un calore nuovo, un'eccitazione quasi fanciullesca: covo l'illusione che possa realizzarsi il tuo gioco.
Una donna per me.
E furtivamente sorrido.

Quando apri, il tuo profumo mi assale. Eleganza e voluttà, audacia e virilità: limone, bergamotto, fiore d'ulivo, mandorla e vaniglia. Accenti aromatici, sensazione di morbidezza intimamente latina.
Per un attimo mi sento confusa, stordita. Vacillo. E' sempre così con te: tu assali, investi, aggredisci.
Vorrei potermi aggrappare a te, cingerti con forza, con le braccia, le mani, le dita. Per non cadere, e ritrovare la tua pelle come risposta sicura alle mie incertezze.
Ma mi trattengo. Non voglio arrendermi così. Voglio esitare, spasimare, soffrire.
Cadere solo quando non avrò più la forza di lottare.

Mi dai un bacio nuovo, non ancora provato: malizioso, elettrico, complice. Mi destabilizzi.
Mi inviti ad entrare: una musica avvolgente, canzone di donna, mi viene in soccorso come sirena al navigante sperduto.
Togliendomi il cappotto, all'orecchio, con una voce sottile e insolitamente innocente dici:
- Era tutto uno scherzo, non c'è nessuno di là. Era solo una scusa per farti venire qua. -

Qualcosa nel tuo tono, nel tuo sussurrare, stona. Non riesco a capire.
Ma in fondo, lo sapevo. Nessuna donna si sottoporrebbe a questo, neanche per te.
Sono soltanto io che sono malata. Di te.
Confortata, o forse, rassegnata, delusa mi avvio verso la stanza da letto.
Luce soffusa, calda, arancione.
Sento il respiro farsi sottile. Poi sgomento.

Eccola.
La tua offerta. Il tuo trofeo.
Distesa sul tuo letto, terreno della tua signoria, scenografia del tuo delirio.
Una donna.
Bella.

E così vera che sento la sua presenza sopraffarmi, infrangersi contro il sottile vetro delle mie illusioni, del mio perbenismo, delle mie piccole certezze.
E' nuda.
Totalmente, meravigliosamente nuda.

Le hai tolto la possibilità di vedermi, coprendole gli occhi con una piccola mascherina di stoffa.
E nelle orecchie auricolari, così che non possa neanche sentirmi.

Ma appena entro nella stanza lei si muove di scatto. Ha sentito il mio profumo.
Rumore di acciaio. Manette. Catene.
Il freddo di quel suono mi raggela, e mi eccita terribilmente. Evoca in me un bisogno atavico di punizione ed espiazione.

Noto immediatamente che alla testa del letto non c'è più l'arazzo che raffigurava - Il bacio - di Klimt.
Troppo sentimento forse, troppo coinvolgimento.
Ora c'è solo un muro pieno di libri e candele, su scaffali inchiodati a liste di legno duro.
Lei è a pancia in giù, legata con le braccia distese sopra la testa, ma con una corda sufficientemente lunga perché possa muoversi. Il piacere di vedere la vittima che si dimena, si contorce.

Non riesco a intuire la sua età, ma capisco che è più giovane di me di qualche anno.
Nei pochi istanti in cui ho osato sperare di trovarla qua, ho temuto che potesse trattarsi di una donna superiore a me in femminilità e consapevolezza. E che io sarei stata infine la vera preda di due felini esperti, complici ed affamati.
Ma ora che la vedo, così giovane, piccola, esile. Così indifesa. Ora mi sento io un felino in calore.
La sua androginia e la sua giovinezza torbidamente mi inebriano i sensi. Amo l'ambiguità, il confine sottile tra femminile e maschile, lecito e illecito.

Rido, ti guardo e ti dico che sei matto. Ma tu invece sei compiaciuto, fiero. Vittorioso.
Non ho mai provato una sensazione così intensa. Un piacere così antico, istintivo.
Sento d'improvviso calare su di me tutta la ferocia, l'avidità, l'abiezione di secoli di maschia dominazione.
Tu, mio signore e mio predatore, hai fatto questo, hai cacciato per me, tua schiava e tua preda.

Anche i piedi sono legati, con due cavigliere di raso nero ancorate alle gambe del letto, con corde piuttosto corte in questo caso, in modo tale che le gambe restino necessariamente aperte.
Il suo sesso. Esposto al mio sguardo, alla mia vergogna, alla mia fame.

Non ho mai visto una cosa altrettanto bella in tutta la mia vita.
Ed è lì. Per me.
Potrei morire in questo istante.

Non so quanti uomini ho visto nudi: i loro piselli, i loro cazzi, le verghe del loro dominio.
Nulla in confronto alla perfezione e alla insostenibile contraddizione di quella vagina.
Così acerba, ingenua, candida. Eppure così viziosa, oscena, impertinente.
Se ne sta lì, spalancata, indifesa. Potrebbe essere accarezzata, baciata, ma anche deflorata, stuprata.
E lei se ne sta lì. Pronta a tutto questo. In attesa di godere o di farsi irrimediabilmente violare.

Mi siedo tra le sue gambe.
Inizio ad accarezzarle le caviglie sottili, i piccoli piedi. Le gambe affusolate.
Sento che il suo respiro si fa più profondo. Non è spaventata, anzi. Sembra che sia finalmente giunta alla fine di una lunga attesa. Sento la curiosità, il desiderio di capire se le mani che percorrono il suo corpo siano veramente di donna. Io ho le mani piccole, ma le unghie corte. E forse questo potrebbe confonderla.
Mi inginocchio, e piegandomi verso di lei, le sfioro i fianchi, la schiena.
Pelle morbida, diafana, evanescente.

Gira la testa da un lato e si piega lievemente verso di me, con un movimento lento, calmo, flessuoso.
Nonostante la mia voglia di toccarla ed esplorarla in ogni piega e respiro, temo ancora che possa bloccarsi, infastidirsi, ribellarsi forse. E così cerco di trattenere il mio istinto. Di farmi strada nel buio dei suoi sensi e nella costrizione dei suoi movimenti senza turbare le sue percezioni.
Riesco a intravedere le sue labbra. Piccole, rosse, umide. Leggermente aperte, quel tanto che basta per non trattenere il respiro. Vorrei avvicinarmi, ma ancora non oso. Temo che lei stia sopportando tutto questo solo per compiacere il mio stesso padrone.

Così continuo ad accarezzarle la schiena, le spalle, mentre le mie gambe, avvolte nei jeans stretti, sfiorano la sua pelle con la calda sinuosità del velluto. I nostri corpi entrano in contatto.
Fremo. Quasi barcollo sopra quel corpo minuto.
Un'inattesa percezione mi prende di soprassalto: complicità. Ecco cosa sento.
E' come se lei sapesse, intuisse la mia stessa esitazione, e allo stesso tempo, la sua stessa voglia di continuare, andare avanti, percorrere questa fantasia divenuta realtà.
Come a volermi invitare ad andare più a fondo nel baratro del desiderio, inarcando leggermente la schiena, solleva un poco il pube, obbligandomi a indietreggiare, e facendomi ritrovare nuovamente in ginocchio, al cospetto del suo sedere. Due piccole lune, perfette, splendidamente rotonde. Tese e sode. Da ragazzina.
Mi prende un'irresistibile voglia di stringerle, spremerle, giocarci.

Non mi è mai capitato con un uomo. Non mi ha mai eccitata il culo di un uomo.
Ma il suo sedere sì: è così morbido, succulento, appetitoso. Le stringo e le rilascio le natiche, iniziando così a intravedere anche la fessura della sua vulva. Sottile, stretta, invitante.
Lei discosta un poco le gambe e mi offre così una tentazione a cui non posso resistere. Senza neanche accorgermene, mi ritrovo a baciarla. La sua fica. Il suo sedere. Tutti i suoi buchi.
Un gusto squisito. Delizia. Ora capisco la perversione maschile per questo minuscolo tesoro.
Capisco la perdizione che può provocare.

Inizio a leccarla, mordicchiarle le chiappe, per poi tornare a succhiarla.
Tu mi guardi. Mi lasci fare. Godi di questo spettacolo. Non so come tu abbia potuto sapere che mi sarei comportata così. Che non avrei provato remore. Che avrei saputo assaporare questo piacere.
Ora capisco quanto tu sia riuscito a penetrare nei miei pensieri, nelle mie voluttà, molto più a fondo di quanto abbia mai osato io. Ora capisco perché ti amo. Tu sei in me.
Mentre lascio che la mia lingua goda di quella carne rosea, calda, polposa, gustando la squisitezza del suo nettare, ti guardo. Disteso al suo fianco, mentre tocchi il tuo sesso duro.
Ammirazione nel tuo sguardo, compiacimento, approvazione. Da quando ti conosco, è forse la prima volta che ti vedo così soddisfatto.
E allora continuo, doppiamente esaltata. Sento la mia e la tua eccitazione nello stesso istante.

Ma ora ho bisogno di sentire la sua lingua. Devo capire. Devo sapere.

Mi distendo su di lei, la ricopro totalmente. Contatto. Mi avvicino al suo viso e finalmente ne sento il respiro. Ha ancora le auricolari e gli occhi bendati. Ma appena sente il mio viso che si avvicina si protende verso di me, cercandomi. Per le catene ai polsi però non mi può raggiungere e così mi avvicino io.
Penso di baciarla delicatamente, per saggiarne la reazione.
Ma lei si avventa su di me come fossi fonte d'acqua per un assetato. Le sue labbra calde, umide, vibranti di voglia e piacere. La lingua voluttuosa si lega alla mia in un lungo abbraccio gaudente.

Dio che bacio. Dio cosa mi son persa fino ad oggi. Non smetterei più di baciarla.

Mi sento come una ragazzina al primo bacio, come un cucciolo sul seno materno. Anche questo è ancestrale, naturale, innocente. Non c'è nulla di sporco in questo bacio. Solo sensualità, emozione, grazia.

Tu ti avvicini, ti stendi al suo fianco, così vicino che la avvolgiamo completamente. E' tutta nostra.
Vuoi partecipare anche tu di quel godimento e inizi a baciarla. Baci me. E nuovamente lei. Tre bocche unite in un unico, dolce, vibrante bacio.

Lei si muove, cerca di girarsi. Probabilmente le braccia iniziano a sentire un po' di torpore.
Mentre io mi spoglio, deponendo tutte le mie difese e i miei limiti, tu allenti ancora un po' la corda che le tiene tirate le braccia e sleghi i lacci che le bloccano le caviglie.
Lei si gira sulla schiena.
Mi offre così lo spettacolo del suo ventre, piatto, con un piccolo ombelico che sento subito la necessità di baciare e stuzzicare.
E i suoi seni. Piccoli ovviamente. E compatti. I capezzoli già inturgiditi dal desiderio. Li stringo tra le dita, ma immediatamente sento la voglia di morderli. Con la punta della lingua disegno cerchi sempre più stretti, fino ad addentarli.

La purezza del mio gesto mi sconvolge.
Nulla, assolutamente nulla di ciò che sto facendo questa notte mi sa di peccaminoso.
E' tutto naturale, delicato, gentile.

Tu inizi ad accarezzarmi. Percorri, baciandomi, tutta la linea della mia schiena, fino ad arrivare al mio sedere. E mentre tu scendi, anch'io mi allontano dai suoi seni, per ritrovarmi tra le sue cosce.
I suoi peli sono morbidi, sottili. Mi diverto a solleticarmi le labbra.

Poi, appoggiandomi sulle ginocchia, con i gomiti le apro le gambe, così da potermi distendere al loro interno. Con le dita inizio a titillarle il clitoride. Minuto, carnoso, prelibato.
Con l'altra mano allargo le labbra e con la lingua ricerco il suo aspro, dolce succo.

Sento che tu ora sei in piedi dietro di me.
Amo immaginarti in quella posizione. Ti vedo così possente, pronto a dominarmi.

Sento che ti stai toccando, ti stai masturbando, guardandomi mentre addento la tua preda.
Con l'altra mano mi stuzzichi il clitoride, e ogni tanto infili le dita nella mia fica per prepararmi, per sentire quanto sono bagnata. Quanto ti voglio.
Sei sempre stato incredibilmente abile in questo. Riesci a portarmi al limite, al punto di non ritorno, al momento in cui tutto il mio corpo, il mio cuore, la mia mente, non desiderano altro che te.

Presa dall'irresistibile voglia di essere violata anch'io, di essere posseduta, infliggo a lei questa delizia e le infilo anch'io due dita nella vagina.
Inizio con movimenti lenti, mi apro la strada bagnandola con la lingua, con delicatezza.
Ma quando sento che i muscoli sono completamente rilasciati, che è pronta a godere, che mi vuole, infilo le dita più a fondo, rigirandole, mischiando il suo seme alla mia saliva.

Tu, da dietro, con il cazzo ormai pronto, mi stringi i fianchi e con la maestria di chi ormai conosce il mio corpo a memoria, entri in me e ti muovi con colpi decisi, ma ancora sinuosi.
Il movimento del tuo sesso dentro il mio e delle mie dita e della mia bocca nel suo, si armonizzano, si fanno tutt'uno. Godiamo tutti e tre dello stesso movimento.
Tu dirigi questa orchestra di respiri, sospiri e gemiti.
Tu decidi quando e come far risuonare i nostri istinti. Quando e come farci godere.

Lei inizia a fremere, si tende, i seni si fanno più tumidi, floridi, e io sento che il suo clitoride è sempre più colmo, promettente.
Sono sempre più eccitata, ardente, ti cerco, interrompo il tuo ritmo per importi il mio.
Ti voglio. Voglio essere di nuovo, finalmente, tua.

Così, aprendomi le gambe con un gesto deciso, brutalmente entri in me, e possedendo il mio sedere e spingendo sempre più a fondo mi apri completamente. Con gesti ferini, selvaggi, mi scopi.

Lei sente la mia lingua e la mia bocca sempre più vogliosa, le mie dita sempre più a fondo, più veloci, finché viene, finalmente, senza più catene o costrizioni.
Tu, sicuro del tuo dominio su di lei, sferri gli ultimi spietati colpi dentro me e godi dello spettacolo di due donne estasiate dal tuo essere maschio predatore e signore.

Ma ovviamente, non sei sazio.

Così ti allontani da me, mi dici di slegarla, di toglierle la benda. Vuoi guardarci negli occhi nel momento in cui verrai.

Ti sdrai tra di noi e mostrandoci il tuo pisello duro ci chiedi di baciartelo.

La mia lingua e la sua iniziano una danza languida, felina, su tutto il tuo sesso.
A turno, come se seguissimo una coreografia perfetta, lo ricopriamo con le nostre labbra e mentre una ti succhia in tutta la lunghezza, l'altra ti lecca alla base, sfiorandoti i testicoli.

Ti aduliamo, ti vezzeggiamo con le nostre lingue.
E' il nostro modo per ringraziarti del piacere che ci hai regalato.
Per aver capito e soddisfatto la nostra sete.

E ora noi beviamo di te. Ci dividiamo il tuo nettare.

Questa notte il tuo letto, un tempo scena della mia umiliazione, tomba del mio orgoglio, è diventato culla della mia voluttà, palcoscenico della mia vanità.

Terreno di una lotta fra eguali, campo di gioco per due complici amanti.

Ora so perché non ho potuto mai abbandonarti.

Perché ti ho tenuto nascosto in fondo alla mia anima.

Perché non potrai mai più uscirne.

Tu sei parte di me.

Le tue catene sono strumenti della mia libertà.

E se anche questa notte sono stata incoronata regina, sotto la corona sarò sempre la tua schiava.