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La cena
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Titolo:
La cena |
Autore:
Shaara |
Contatto:
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Racconto
n° 431 |
Altri
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Lo stanzone era lungo una ventina di metri, a destra le pareti di un metallico color bronzo violaceo, riflettevano le finestre di vetro oscurante da cui si vedevano le vetrate degli altri grattacieli; al centro un immenso tavolo ellittico da congressi di un troppo lucido color mogano. In fondo al salone, si ergeva dietro la scrivania una poltrona che sembrava un trono di cattivo gusto, girata di spalle. La porta dietro di me si chiude sordamente, pesantemente, mi volto appena un secondo a guardarla. Odo una musica in sottofondo, ma talmente celata in quell'ambiente privo di passionalità che non riesco a percepirne la melodia. Il trono si gira, Lui mi appare come un Bhudda incastonato in una montagna, la distanza è tale che malgrado i suoi centocinquanta chili, riesce a confondersi nell'ambiente circostante. Un attimo prima di incamminarmi, noto il marmo verde del pavimento; sarà costato un cifra e tenerlo cosi pulito sarà lavoro di squadra. I miei passi si diffondono nel locale e i miei tacchi a spillo sembrano i martelli di una grossa campana. Giro intorno al tavolo dalla parte della parete senza vetri, ho paura della sensazione di vuoto che mi procurano le grandi vetrate dei grattacieli. Mentre avanzo, scivolo le dita della mano sinistra sulla spalliera metallica, fredda, delle sedie, una ad una, sino a quando la curvatura dell'enorme tavolo piega decisa a sinistra ed io, mi ritrovo in mezzo al vuoto e privata di appigli. Mi fermo di nuovo e cerco di eliminare questo senso di inquietudine che mi porto appresso ogni volta che vengo chiusa in gabbia, seppur d'oro. < Vieni avanti, avvicinati! >. La sua voce mi scuote e alzando lo sguardo, riprendo a camminare. Quell'uomo, di razza giapponese, l'ho conosciuto ad una festa tenutasi tre mesi fa in una antica villa vittoriana, li, vestito di bianco e illuminato dal sole, sembrava un individuo completamente diverso e forse, è per quello che accettai il suo invito. Sembrava diverso da come lo vedo ora, sembra il boss irraggiungibile di qualche potente organizzazione. Il suo nome, Sihijo Kogon è famoso tra i meandri dell'alta finanza, ed anche per le sue manie di grandezza e alcuni non meglio identificati vizi.
Improvvisamente mi sentii libera a sfrontata. Evidentemente il mio carattere, riesce a mascherare bene certi disagi. Tirai fuori dalla mia ventiquattrore di pelle nera, un fascicolo e lo lasciai cadere con noncuranza sulla scrivania, sopra le sue carte. Il suo sguardo cercò di colpirmi ma un grande sorriso prese il posto dello sdegno.
: < Ogni parola è debito ma, non abbia fretta di liberarsi di me. Non crederà che io mi privi cosi facilmente della sua bellezza. Il nostro amico in comune, mi ha rivelato della sua abilità in certe cose e ... non vorrei perdere una occasione cosi ghiotta. Ovviamente sarà riccamente ricompensata.> < Quello che gli avrà rivelato quel povero deficiente, non è detto che risponda a realtà e comunque, sono abituata a gestire personalmente le mie ...attività!>
Ero furiosa, certi amici, definirli tali non è neppure esagerazione, è blasfemia. Il signor Kogon, sembrava divertito mentre sfogliava il fascicolo poi, serio, mi dice di un party in un vecchio castello, che avverrà tra quattro giorni, in cui non potevo assolutamente mancare. Mezzo milione di dollari il compenso ma, non ne avrei dovuto parlare mai con nessuno, il party era per pochissimi e facoltosissimi intimi, gente di alto lignaggio; generosi e implacabili all'occorrenza. Avrei risposto che avrei fatto sapere la mia decisione, ma lui, con voce decisa, mi dice che mi passerà a prendere una macchina che mi accompagnerà al castello e che io,..sarei stata la merce principale. Mi voltai, feci tre passi poi volgendo solo di poco il capo dissi: < Un milione ! > . Attesi solo un attimo la sua asserzione e ripresi il cammino verso l'uscita, questa volta dalla parte della vetrata.
La Rools Royce nera, salii le colline residenziali con disinvoltura e l'elegante chauffeur non mancava di sorridermi ogni volta che i miei occhi si posavano sullo specchietto. La lussuose ville, o meglio i loro parchi recintati, i loro mega cancelli, si susseguivano al ritmo di un paio di chilometri l'una dall'altra; accostammo ad un cancello gigantesco che sembrava fosse lui a sorreggere il muro di cinta, non il contrario. Si aprii con la delicatezza della perfezione e l'angel of estasy, la mitica statuetta che troneggia sul lungo cofano, affonda le sue argentee ali tra il verde di betulle gigantesche e prati delicati come un tessuto di alcantara. Il castello si mostrò dopo almeno cinque minuti di strada lastricata, il suo colore grigio scuro, quasi di pietra ammuffita, rende la sua linea slanciata nelle guglie, più pesante e lugubre di una petroliera abbandonata negli abissi. All' arrivo, un grosso omone in divisa, si avvicina allo sportello e mi fa cenno di seguirlo. L'ingresso del castello è monumentale, la grande sala d'accesso, si ergeva su quattro colonne tornite e lavorate, con marmi e alabastri, capitelli e vasi Ming giganteschi. Una bella signora sulla cinquantina, con indosso un lungo abito nero, si avvicina e mi da la benvenuta e mi accompagna in una saletta addobbata con arazzi e tende di broccato. Al suo battito di mani, tre ragazze giovanissime e nude arrivano veloci e in tutta fretta mi spogliano e mi portano in un bellissimo hammam per un bagno purificatore. A parte i capelli vengo completamente depilata, poi il vapore e l'acqua dona alla mia pelle una porosità e una morbidezza tali da farmi ringiovanire di dieci anni. Nel bagno turco il tempo sembra passare lentamente e quando mi accompagnano fuori scorgo dalla finestra alcune limousine già parcheggiate davanti all'accesso al castello. Vengo accompagnata in cucina, ove un cuoco di origine indonesiana in tutta fretta mi ordina di indossare una mise di cuoio e catene cromate in perfetto stile sado e poi, mi indica di salire a pancia in sotto su di un enorme vassoio d'argento; un giovane cuciniere, mi spalma addosso dell'olio freddo con un pennello poi ne versa il rimanente nel vassoio mentre altri mi incatenano saldamente alla pietanza usando le catene e degli anelli fissati ad essa. L'odore di porchetta è forte e mentre cerco di capire, da dietro mi addossano sopra un maiale arrostito e caldissimo,sta in piedi sulle sue zampe, ma mi tocca ugualmente i glutei e le spalle; maschero il dolore a fatica e per non rischiare le mie urla, mi spingono in bocca una mela. Per un milione di dollari, si possono accettare parecchi sacrifici, certo che però non mi sarei mai aspettata di diventare una vivanda.
Il vassoio, appoggiato su di un carrello, viene spinto verso la sua destinazione. A tavola i commensali, all'arrivo della portata, battono le mani, riesco a vedere i loro visi soddisfatti, sono una decina, quasi tutti giapponesi, alcuni con i loro grossi occhiali neri ed il sorriso libidinoso stampato in volto. Mi fermo a capotavola, vengo presentata come una vivanda rara e succulenta, il cuoco inizia a tagliare il maiale a piccoli pezzi e li appoggia intorno al mio corpo, mentre un altro li irrora di olio. A volte sento la lama del coltello lambirmi la schiena e ad ogni mio sussulto, gli astanti parlottano e sorridono compiaciuti. Alfine, vengo portata al centro del tavolo a forma di ferro di cavallo in modo che i commensali possano servirsi da soli. Il banchetto ha inizio, le forchette a volte pizzicano la mia carne, le mani di quegli squallidi individui, si intingono ed intingono a loro volta pane e verdure nell'unguento tra le mie membra. Il rito va avanti per una buona mezz'ora e infine la carne del "vero" maiale giunge al termine. Quando l'ultimo pezzo viene preso, un caloroso applauso di mani unte, si leva nella grande sala. Guardano tutti alle mie spalle e non riesco a vedere cosa accade ma poi, sento il vassoio scuotersi, qualcuno tenta di salire tra le urla dei presenti, sul mio giaciglio. Mi volto istintivamente e col terrore negli occhi mi accorgo che un enorme lottatore di sumo lotta con la forza di gravità per salire sopra di me. Sento la sua pancia scivolare sulla schiena ed il suo pene guizzare tra le mie cosce completamente unte di olio; cerca il pertugio, invano; la mano di un "distinto" signore, lo indirizza nella giusta direzione ma purtroppo è quella più dolorosa. L'energumeno sentendo la pressione delle mie natiche spinge più a fondo e aiutato dall'olio entra completamente e il dolore è talmente grande da farmi sputare la mela e urlare con tutta la forza. Sto per svenire ma il dolore è cosi lancinante che mi tiene continuamente in tensione. Il bestione non accenna a pietà o cedimenti; man mano che trascorrono i minuti, il dolore sembra farsi più lieve ma una nuova mossa e l'altro pertugio penetrato da quell'enorme membro, rinnova le mie urla di dolore e con esse quelle di piacere degli spettatori. Infine il vincitore dell'impari lotta, inondandomi le viscere scende esausto dal campo di battaglia e se ne va accompagnato dagli applausi. Dolorante ed esausta vengo definitivamente presa di mira, ad uno ad uno, dai commensali, che per nulla schifati dall'olio e dai liquidi miei e del mostro, si spogliano e abusano di nuovo della carne su quel vassoio argenteo.
Il mattino successivo, mi sveglio in una stanza costellata di dipinti orientali, il mio basso ventre e le mie gambe, sono completamente indolenziti, in compenso non ho più olio addosso e tento di alzarmi. Più tardi, seduta su di una comoda sdraia sulla terrazza del castello, vengo raggiunta da Kogon che soddisfatto mi porge un assegno della cifra pattuita, con una smorfia di disappunto prendo quella stupida carta e la metto nel mio reggiseno. Mi fa le congratulazioni e si complimenta per lo spettacolo e mi dice che quando vorrò andare, una automobile mi accompagnerà a casa. Non rispondo e non lo guardo mentre si allontana.
Stranamente la Rools, è più rumorosa in discesa che in salita.
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