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Al fiume
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Titolo: Al fiume
Autore: Laila
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Racconto n° 4362
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AL FIUME
Era decisamente stanco e annoiato nel suo studio a leggere i soliti conti. I fattori quest'anno si erano limitati a contestare ogni sua pretesa e avevano reso decisamente poco con il loro lavoro. Inoltre il clima umido e piovoso della trascorsa stagione aveva reso difficile il raccolto e abbattuto il suo umore, riducendolo decisamente taciturno e solitario.
Con l'arrivo dell'estate, le lunghe cavalcate fino al confine dalla sua terra riuscivano a frenare la sua rabbia e il suo malumore. Correva veloce al galoppo per i campi fin lì, lì fino al capanno a ridosso del fiume dove sapeva di trovarla ... instancabile, vogliosa, tormentata dal desiderio di lui, obbediente e puntuale, pronta ad appagare ogni sua vanità e frenesia. Nelle sue mani lei sapeva sciogliersi e divenire creta da plasmare. Come ipnotizzata lo assecondava, schiava e serva di ogni suo capriccio. Lei era al tempo stesso amante sottomessa, complice silenziosa, tentatrice audace e sua devota adepta nel gioco del sesso.
L'aveva conosciuta quand'era ancora di nessuno e fatta sua nel segreto per sempre. L'aveva educata e addomesticata al piacere, drogata e viziata di lui, tanto da renderla dipendete da quelle labbra da cui pendeva. Tanto che anche lui, drogato della sua carne, in lei si era annullato. Dal primo giorno, dalla prima ora, dal primo minuto del loro incontro quel carosello di piacere non aveva più cessato di girare accompagnato dai gemiti di lei e dai singhiozzi di lui.
L'aveva vista bagnarsi al fiume in uno dei tanti giorni in cui, irato, era salito in groppa al cavallo per rilassarsi nella corsa. L'aveva osservata mentre lei, forse per il caldo o forse per la noia, guardinga ma intrigata dal fresco tepore dell'acqua si era spogliata e lentamente calata al di là della sponda ....Lui, sceso da cavallo, l'aveva a lungo spiata da dietro un cespuglio: le spalle dritte, le scapole evidenti, i lunghi capelli accarezzati dal vento tiepido della stagione, la pelle candida e immacolata, la vita stretta sui quei fianchi morbidi e i suoi glutei sodi appena sfiorati dall'acqua ...
Stette lì, nascosto dietro la siepe, mentre lei indisturbata si ricreava del fresco, godeva di quella falsa solitudine e senza vergogna pareva chiamare nella sua mente l'inaspettata compagnia. Quando ne vide il volto, seppe ciò che voleva e che nulla glielo avrebbe impedito. Uscito dalla siepe le urlo - Cosa fai qui! - suscitando in lei paura, sussulto e imbarazzo perché nuda davanti al suo inflessibile sguardo. Con un gesto istintivo si era coperta velocemente il suo bel seno, aveva occultato i capezzoli inturgiditi dai brividi dell'acqua e aveva abbassato il capo arrossendo in volto.
- Sei entrata nelle mie terre, qui tutto mi appartiene, non ti conosco, chi sei? - , le si rivolse con tono autoritario e fiero. - Alza il capo a fatti guardare - , le urlò sentendo di essersi tradito con la furbizia nello sguardo. - Vieni qui! -
Intimorita, ingenua e bella come una sirena, prese ad avanzare verso riva, abbracciata a se stessa per la vergogna del momento. La voce tremante, per dire - Avevo caldo ... non pensavo ci fosse qualcuno ... la prego non dica a nessuno che ero qui ... mio padre mi punirebbe - .
Doveva essere la figlia di uno dei suoi fattori, subito intuì: bene così, meglio così.
Anche lei l'aveva riconosciuto. Non l'aveva mai visto prima, ma tanto ne aveva sentito parlare. E poi, con quell'abito elegante e quell'accento straniero poteva essere solo - il padrone - . Da piccola sognava che lui l'avrebbe portata via e amata, ora nuda al suo cospetto avrebbe solo voluto sprofondare.
Lui raccolse un telo da terra e le si avvicino alle spalle. Lei lasciò che lui l'asciugasse. Oltre la stoffa lui sentiva il suo corpo morbido, il seno giovane, turgido e abbondante fra le mani e poi i fianchi sui quali grondava l'acqua dei capelli.
Nessuno l'aveva mai toccata così. Non seppe parlare, quasi perse il respiro e lo lasciò fare. Il suo fiato sul collo, caldo e avvolgente, le stava sciogliendo ogni pudore; l'odore acro del suo corpo, le ammaliava i sensi; quel fuoco dentro che partiva dalle viscere fino ad arrivare in gola, le bloccava ogni istinto di difesa mentre le mani di lui seguivano con leggerezza il profilo del suo corpo.
Sentendola così arrendevole, lui la sdraio sull'erba: con una mano le teneva il capo accompagnadolo verso la terra e, con l'altra, le accarezzava il pube. Le disse - Guardami - , con un sussurro, e la baciò sulle labbra con una leggera pressione. I suoi occhi supplicarono ancora, mentre nelle sue gambe, soavemente, tutti i muscoli andavano sciogliendosi.
Bella, sotto i raggi di quel sole sovrano e prepotente, lei era lì in balia del tumulto di un inatteso piacere.
La sua lingua esploratrice le riempiva la bocca, la sua mano fra le cosce ad allargar le gambe, le dita a sfiorarla - come finora solo lei stessa aveva fatto - fino a farle arcuare la schiena dal piacere.
La voleva tutta: voleva toccare, leccare e succhiare ogni centimetro della sua pelle, infilarsi in ogni angolo e sentire la consistenza di ogni muscolo di quell'adorabile corpo ... fino a sedurla nell'anima.
Ne ingoiò il sapore, ne inalò l'odore scendendo e risalendo quelle morbide colline abbandonate al sole: si soffermò a baciarla lungo il compiacente collo, succhio a lungo i suoi capezzoli stringendole i seni rigonfi fra le mani, sfiorò i suoi dolci addominali e il sue ventre caldo, baciò il suo ombelico fino a sentire un fremito sotto la pelle e giunse dove voleva giungere ...
Le allargò le gambe e si soffermò a guardarle la fica per qualche istante: rosa, pulsante, bagnata dei rivoli del suo stesso godimento. Ne ingurgitò il sapore come acqua nel deserto, facendo un sol boccone del suo clitoride gonfio e sbocciato. La sua lingua sapeva muoversi intorno ad ogni inesplorato percorso, entrava e usciva, si allargava e si stringeva al ritmo dei suoi sospiri. Le baciava le labbra e, con dei leggeri morsi, le faceva sentire talvolta anche i denti. Le sue mani ormai avevano il totale controllo dei suoi glutei, che spontaneamente sembravano indurirsi e ammorbidirsi per assecondare il piacere in una danza ritmata.
Ormai era sua, era sedotta, era lasciva, era trepidante e arresa. Le sollevo da terra e la mise a sedere su di lui, infilandosela addosso per dondolarla con le sue spinte, svenevole dal piacere e sopraffatta dal calore del suo membro. La voleva ancora e, quando sentì di avere rotto la sua diga e sopra di lui scorrere il suo totale godimento, la giro di spalle. Lei inarcò il sedere in un gesto spontaneo e, da dietro, sentì prendersi con una mano il ventre mentre il suo cazzo duro la sodomizzava fra piacere e dolore.
Un colpo, un altro, scandivano urla di godimento che parevano suppliche e preghiere. Si sentì gonfio, pieno, pronto ad inondarla e le venne dentro con un sonoro respiro, per accasciarsi poi su di lei, ancora tremante.
Nessuno parlò per circa mezz'ora, solo si sentiva il vento fra le foglie e lo scorrere dell'acqua. Poi lui la baciò sul ventre e sulla bocca e, vestendosi per andarsene, le disse: - Domani verrai al capanno a questa stessa ora, mi aspetterai lì nuda, come ti ho conosciuta oggi ! -
Da quel giorno tutte le sue corse ebbero come solo traguardo il suo ventre ...