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Pelle di luna
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Titolo:
Pelle di luna |
Autore:
El Moreno |
Contatto:
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Racconto
n° 438 |
Altri
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Il mattino alle 8 avevo deciso, non mi andava di andare al lavoro. Era maggio, un maggio fantastico, con l'aria tiepida e profumata di mille essenze e quel mattino ancora più degli altri giorni respiravo un'aria di libertà. Avevo chiamato in ufficio alle 8,10 e all'altro capo rispose un suo collega. - Andrea, sono Marcello per favore mi passi il boss. - Ciao Marcello, ancora non arriva, che c'è? - Ahh.meglio almeno non sento la sfuriata, non posso venire in ufficio ho un impegno urgente e devo partire per Roma. - Ok ...allora riferisco io appena arriva, ma non vorrei essere nei tuoi panni quando torni. - ed emise una risatina da iena. Il boss era famoso per le sue sfuriate ma sinceramente non me ne poteva fregare di meno. - Ti ringrazio - dissi con tono gentile ad Andrea anche se di essere gentile con lui non m'importava. Così terminai la telefonata e mi recai in camera per preparare un borsone con qualche maglia due pantaloni ed una serie di slip e calzini buttati alla rinfusa. Avevo infilato in quella borsa solo cose comode di quelle che quando le indossi puoi trovarti anche sul Nepal ma ti fanno sentire a casa tua. Chiusi casa e scesi per le scale senza aspettare l'ascensore, era quasi una fuga. Ultimamente le cose non andavano troppo bene, Laura mi aveva lasciato per un altro, un direttore di banca, uno pieno di boria e forse anche di soldi. Era venuta ad un appuntamento e mi aveva detto - Marcello è finita, tra di noi non può continuare. - E perché???- avevo chiesto io come un cretino senza pensare che non c'era un perché. Mi lasciava e basta, per un altro.
Con Laura era durata due anni, due anni di scopate stupende e forse niente altro. Infilai la chiave nella serratura dell'auto, aprii la portiera e mi sedetti. Mentre mettevo in moto mi accorsi che non avevo deciso dove andare. Pensai a Napoli, ma poi dissi tra me e me che era troppo vicino allora misi in moto e puntai a Nord. Sulla A14 in direzione Bologna il traffico era intenso ma fluido e affondai il piede sull'acceleratore. Bologna..Venezia....e mi ritrovai a Trieste. Non pensavo dove andare , correvo e basta fino ad arrivare alla frontiera e passai in Istria. Come d'incanto, davanti ad un mare azzurro ed una spiaggia bianca come il latte mi fermai. Non avevo più fretta di correre, non sentivo più la frenesia ma solo un dolce appagamento di fronte a quel mare. Scesi dall'auto e mi incamminai sulla spiaggia, tolsi le scarpe e camminai senza pensare. Respiravo a pieni polmoni e mi sedetti su di un masso. Poco più in là due bambini facevano il bagno nonostante l'acqua non dovesse essere caldissima. Che strano pensai due bambini piccoli da soli, in acqua e non mi accorsi che dietro di me un'ombra sottile copriva a tratti i granelli di sabbia. Con la coda dell'occhio la vidi scivolare silenziosa come un felino verso i bambini e quando mi fu di fianco vidi la persona che la creava. Una ragazza nera bellissima, alta e slanciata con i capelli raccolti in mille treccioline, immerse i piedi nell'acqua e con un cenno richiamò i due bambini che senza dir nulla uscirono dall'acqua. Lei li asciugò con cura, tolse loro i costumi e li cambiò. Poi li distese al sole e lei, di fianco a loro seduta con le gambe incrociate portò il capo indietro inarcando il busto. Il suo corpo era perfetto, il seno rotondo tendeva la camicetta bianca di lino fino a farla aprire tra le asole, le gambe erano in vista perché nulla poteva coprire una gonna tanto corta. Non mi resi conto che la fissavo e quando lei se ne accorse mi rivolse lo sguardo dritto negli occhi. Vidi allora il suo viso, la fronte era alta e liscia, le sopracciglia sottili e lunghe il naso perfetto divideva due occhi neri che brillavano come la sabbia di quei fondali cristallini. Le labbra erano sottili ma ampie e quando sorrise io mi ripresi da quell'espressione inebetita che sicuramente avevo. Lei si alzò e, presi i bimbi per mano sparì dietro ad un gruppo di alberi e cespugli che a macchie coloravano quella spiaggia. Come un automa mi alzai anche io e la seguii. C'era una piccola casa , povera a vedersi da fuori, lunga e stretta con la porta che dava sulla sabbia. Sparì dentro lasciando la porta aperta da dove intravedevo una specie d'altarino e tanti lumini. Mi sedetti, anche se non sapevo perché. Non avevo da aspettare nulla, non sapevo chi fosse, non mi aveva incoraggiato e neppure guardato se non per un attimo ma la sensazione mi diceva di attendere. Arrivò presto la sera, il sole tramontò dietro il mare e l'aria assunse il colore di un caldo arancione. Una brezza sottile si alzò spazzando la mia pelle dal sudore del viaggio. Dovevo puzzare non poco, non mi ero lavato. Ad un tratto sentii alle narici un profumo d'incenso e appena mi voltai la vidi dietro di me. Senza parlare mi fece capire di seguirla in casa.
All'interno si vedevano due sole stanze, una delle quali era quella piena di lumini rossi, questa volta accesi. Mi avvicinai ad un tavolo e lei mi invitò a sedermi sempre con un cenno della mano. Alla luce delle fiammelle la osservai. Era vicina che potevo odorarne la pelle, mi fissava mentre si infilò tra me ed il tavolo sedendosi sul bordo ed appoggiando i piedi ai pioli della mia sedia. Per fare questo aveva piegato le gambe scoprendo le mutandine bianche. Non persi tempo e le passai le mane lungo le cosce, accorgendomi che erano più lisce dei completini intimi di seta che indossava Laura. Le mie mani andavano su e giù lungo le gambe, prima all'esterno fino ad arrivare ad i fianchi, poi giù all'interno fino a toccare le ginocchia. Lei non parlava ma sembrava gradire ed io allora mi alzai in piedi e cominciai a baciarla sulla bocca. La mia lingua cercava la sua e le salive si mescolavano calde in un mix di sapori eccitanti. Le toccavo il seno, duro e tondo sembrava fatto di quel marmo nero di cui non saprei dire il nome. Lei mi poggiò una mano sulla verga già dura da tempo ma che per fortuna respirava nei miei pantaloni larghi di cotone leggero. Con la mano andai tra le sue gambe a toccare quelle mutandine che racchiudevano un bocciolo di fiore già umido di rugiada. Allora mi chinai mentre lei scivolava sul tavolo con la schiena. La mia bocca fu subito tra le sue gambe ed iniziai a leccarla, avido di umore, con i pollici quasi a contatto le allargavo le grandi labbra e con la lingua entravo dentro,infine tanta era la voglia che mi aprivo la strada con il naso per entrarle tutto dentro. Lei gemeva , appena un mugolio come un soffio di vento che si infila in una porta. Poi incalzai le con le leccate, sempre di più, bagnandomi le gote come un orso nel cavo di un albero alla ricerca di miele. Slacciai i pantaloni che scesero a terra e dalle mutande la mia verga scattò fuori. Ingrossato e nerboruto, leggermente ricurvo era sovrastato dal glande che sembrava ormai esplodere. Era una verga invidiabile, che dava piacere solo a guardarla, proporzionata. Lei se ne accorse e volle sincerarsi di persona. Scese dal tavolo, si chinò e lo prese in bocca facendolo sparire d'un sol boccone. Mille pensieri come strade s'intrecciarono ma la via maestra che io seguivo era il piacere della calda bocca e della saliva che mi inondava il pene. Ansimavo mentre a ritmo le infilavo il pene in bocca. Poi sentii i muscoli tendersi e tutto il mio corpo sembrò concentrarsi in quei centimetri di verga, anche la mia anima uscì da lì insieme al mio seme. Le riempii la bocca e lei la chiuse per non perderne neanche una goccia, avidamente.
Adesso mi sorrideva solo con gli occhi, alzando le palpebre in alto ma senza tirare fuori la verga dalla bocca. Mentre continuava a leccarla con la mano manteneva il resto che non entrava in bocca e lo menava su e giù, con leggere roteazioni. Subito fu di nuovo pronto, dritto e duro sembrava una quercia in un prato, solenne e solitaria. Girai la ragazza e lei, inteso le mie intenzioni si chinò sul tavolo appoggiando le mani con le braccia larghe, Le allargai un poco le gambe per farmi strada e senza neppure sorreggerla con la mano introdussi la verga nella sua passera d'un sol colpo, la sfondai senza attendere il suo tacito consenso, con una violenza maschia e rude. Lei gemette e si contrasse tutta, sentii le pelvi stringersi attorno al mio membro. Affondai di nuovo con animalesca bramosità, poi divenni più dolce ed iniziai a pomparla con ritmo. Lo portavo quasi fuori del tutto per poi sentire il piacere della sua carne scorrere sulla mia. Lei iniziò a disegnare sulla sua vulva cerchi con le dita ma ben presto smise perché stavamo per arrivare entrambi. L'avevo presa per i fianchi e la sbattevo forte a me, lei spinse in basso il ventre e portò il culetto in alto per favorire la penetrazione. Io allora non mi fermai più fino a quando non la sentii godere sotto di me. Le appoggiai il cazzo tra le natiche ed aspettai ansimando di riprendermi. Lei allora sentendosi libera dalla morsa delle mie mani si girò e piegate le gambe prese di nuovo a succhiarmelo. La saliva e lo sperma si mescolarono nella sua bocca. Andò avanti tutta la notte così....
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