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La tela e il ragno
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Titolo:
La tela e il ragno |
Autore:
HariSeldon |
Contatto:
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Racconto
n° 4470 |
Altri
racconti dello stesso Autore:  |
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Io sono solo il pretesto, anche se loro non lo sanno. Credono di farlo perché ci sono io, credono, si sforzano di credere, si convincono che cedono a me, al maschio, all'abitudine, al solito, alla normalità. Quando poi se lo racconteranno, faranno finta che erano con me, solo con me, che, in quella penombra, in quel letto, su quei cuscini, ero io che le prendevo. Ricorderanno le mie braccia, i miei baci, le mie mani. Vedranno ancora il mio sorriso, come in uno sfumato rallentatore, sentiranno la vertigine, l'aprire le strade alla penetrazione, sentiranno gli occhi chiudersi, abbandonarsi al calore del cadere, respireranno ancora il frusciare della seta mentre scende a coprire i loro sguardi. Le loro parole saranno per me. Frasi per immaginare memorie. Ma i loro corpi no. I loro corpi senza ricordi sanno, l'hanno sempre saputo, i loro corpi sapevano che c'eri tu. Annusavano il tuo respiro, percepivano il tuo odore che riempiva la stanza anche quando ti nascondevi e uscivi solo nel vederle bendate, ornate di quella seta nera che avevi conosciuto così bene. I loro corpi sentono ancora vive le tue mani che li esplorano, ancora assaporano il brivido delle tue labbra che soffiano piano sulla pelle, che lasciano delicate scie di saliva a disegnare la promessa d'inflessibili attese che solo una donna riesce a mantenere. Le loro parole come potrebbero ammettere il fremere disordinato del sapersi in balia del proprio desiderio, stando sedute davanti a quel loro rassicurante amante banalmente impaurito dalle sue stesse voglie. Con lui chiuso a difendere flebili erezioni senza poesia, come potrebbero rivivere l'ondoso disagio del respiro nel sentirsi scoperte e viste e indifese davanti a chi le ha accompagnate nella parte in ombra della loro casa. Quali le parole per raccontare a quegli occhi sbiaditi quella sensazione di uscire dalla pelle per andare incontro al contatto, ai baci, ai colpi. E come raccontare quel tremare alle frasi sussurrate e sconosciute che le risucchiano, vortici che le afferrano, mani guantate che artigliano la nuca, sotto i capelli. Come dire del freddo dell'attesa e il tremare elettrico che si spalma addosso mentre sono sbucciate dai vestiti come un frutto maturo, come confessare il sentire quel tessuto madido di eccitazione che scivola ancora per qualche attimo prima di cadere rimbombando nelle tempie un rumore solo immaginato. Come condividere quell'urlo di libertà che nasce nell'essere strette, schiacciate sul letto sino all'anima, nell'essere divorate da mani e bocche voraci, felici di essere mangiate, toccate, consumate. I loro corpi riconoscevano la regia, fotogramma dopo fotogramma, componevano nello spazio del buio le immagini, indovinavano la trama, vedevano il film, spettatrici e oggetti di scena, e aspettavano. Aspettavano l'inevitabile, aspettavano la resa, aspettavano di sentire il calore e la rabbia che avrebbe agitato i loro pugni, il piacere che le avrebbe avvolte a rapirle e proteggerle. I loro corpi sapevano che eri tu a dirigere, regista sconosciuta, nascosta, che eri tu a guidare le mie carezze per costruire arabeschi di brividi nella loro carne, che eri tu a dosare le mie assenze, il vuoto, l'attesa che le faceva tendere, fremere, svenire. L'attesa dei miei baci, del contatto del mio corpo sul loro, delle mani che le coprono, le riscaldano, muovendo braci nascoste, il contatto che accoglie l'ansia di quella benda, di quel respiro affannoso, di quel nero che lasciava trasparire nella trama sgranata le sagome indistinte dei loro desideri, delle loro mute inconfessate voglie. Eri tu a riempire di sorpresa l'attesa del tuo inatteso tocco, mani diverse, mani delicate, unghie. E loro, in un attimo di stupore, perdevano equilibrio, sincopavano respiri, roteavano gli occhi nascosti a cercare, era l'istinto di dimenarsi, quasi fuggire, ma bastava poco, solo riavvicinare la loro schiena al mio petto, solo afferrare con delicata decisione i loro polsi, niente forza, solo presenza, solo calore, un breve sussurro vicino al collo, l'invito a sentirsi al sicuro, a godere di quel tocco, la promessa di prendersi cura di loro, solo una carezza in più per far svanire quel breve momento di lontananza. Le parole dette poi nasconderanno, senza mentire, solo scivoleranno oltre, non si soffermeranno, non esporranno. Lasceranno cadere silenzio su quel buio, su quel bruciare, su quell'offerta, su quel'altare che sono diventate. Veleranno il sacro, com'è giusto che sia, per nasconderlo alla vista di chi non partecipa di quel tremore, di quel timido timore dello sguardo numinoso. I loro corpi hanno origliato le mie e le tue parole, i miei e i tuoi sospiri, respirati vicino alle loro orecchie, assieme, in un concerto, un'armonia di promesse, di baci lasciati appesi ai lobi, di morbidezza, una nuvola di parole ascoltate con la carne, parole che hanno morsi i seni, parole che hanno esplorato le profondità, parole che hanno spogliato, parole che hanno lasciato segni, scie, su di loro, su ciascuna di loro, segni sui corpi, segni sulle anime. Sapranno e custodiranno, i momenti, custodiranno i nomi che non conoscevano, i visi solo intravisti, gli odori, i sapori, le magie, i desideri, le voglie. Saranno solo loro, apparterranno solo a loro, luce nell'anonimo trascorrere dei giorni, spiraglio di loro stesse riflesse nello specchio delle nostre carezze. Sapevano che tu le conoscevi, lo capivano subito, capivano che tu le avevi viste come loro nemmeno s'immaginavano, come nemmeno osava credere di poter essere, lo vedevo nei loro visi, in come sospiravano, in come si mordevano le labbra, in come muovevano il collo, in come lo offrivano, in come offrivano la loro intimità, che qualcuno finalmente ne approfittasse senza timore, senza ritegno, senza timore di tirarne fuori la selvaggia forza che le brucia dentro. Sapevano di potersi liberare, di poter naufragare, senza paura, ancorate al loro piacere nel loro essere legate, immobili, ferme, mentre le premevo, mentre pesavo su di loro, mentre ero dentro di loro. Sentivo nascere il loro nascosto, velato potere e pulsare nelle vene avvolte attorno a me, avvertivo la tensione scorrere, tensione per far sbocciare le labbra, per inghiottire i miei respiri, tensione per aprire, per rilassare il ventre per accogliere nelle profondità più trascurate. Ho dentro di me le immagini di ogni istante del loro abbandono, sento il sapore sulle labbra, sulle dita, annuso l'odore del loro piacere, del loro sudore rilucente come rugiada guaritrice che sale dal mio corpo. Ricordo come tutto si mischiava al conosciuto gusto di te, riconoscevo ogni essenza sulle labbra ormai umide del noi che eravamo diventati. Rivedo lo stupore, la sorpresa di sentirsi persi in un corpo più grande, rivedo i sorrisi, accennati nel lento ondeggiare del viso sotto i colpi, rivedo il disordine dei corpi e rammento come coglievi quel piacere, come lo mangiavi, come un frutto, come un succo e come ti nutrivi del dono che donavi. Ho presente nelle mani che hanno camminato su di loro, la consistenza di ogni singola pelle, il ritmo del respiro mentre le baciavi, prima di sparire di nuovo, lasciandole a distendersi su di me, a frugare i miei peli, a cercare il mio petto come uno scoglio a cui aggrapparsi, per non scivolare via, e capisco. Capisco che io sono la tela, ma tu sei il ragno.
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