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Notturno per sorrisi e chaise longue
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Titolo: Notturno per sorrisi e chaise longue
Autore: Diego
Contatto:
Racconto n° 4487
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Mi piace fare il turno di notte: la reception di un piccolo ma elegante hotel di una città di mare.
Dopo una certa ora, quando tutti gli ospiti sono nei loro letti, mi immergo nella quiete del silenzio e di una certa atmosfera... di vedo-non vedo delle poche luci soffuse della hall. Il tempo scivola nella notte, in un modo tutto suo, tra la lettura di un libro e qualche calice del bar.
Fino a quando, prima dell'alba e un paio d'ore prima del cambio, arriva lei: la collega del bar e della colazione per i clienti, una specie di angelo biondo e slanciato, dalle gambe lunghe, capelli a caschetto, occhi come due laghi verdi e un sorriso bellissimo. Sempre. Anche nei primissimi mattini di inverno, di freddo e pioggia. Sempre lo stesso sorriso che mi saluta, accompagnata dal - Ciao caro - di una voce roca che, sola, comunica la sonnolenza residua.
Entra nello spogliatoio del personale e dopo qualche minuto ne esce in grembiule, gonnella e cuffietta bianca, l'autentico ritratto della serveuse da belle epoque, la gioia di un amante del fetish e dei travestimenti. Da qui in poi, per un paio d'ore, siamo soli io e lei, nel silenzio e nella quiete, io di solito finendo di sistemare qualche carta e lei preparando la colazione per i clienti.
Questa è Esther, la collega che scherza con garbo e allegria, che frena le battute e le allusioni dei colleghi maschi con poche parole ironiche e quell'immancabile sorriso...
E' questa la routine del turno di notte.
Fino a quella volta.
In cui tutto si era svolto come sempre.
Ma, a un certo punto, mentre controllo le chiusure notturne e non bado a dove lei sia o cosa faccia, sento quella voce, più calda e profonda del solito, che chiama il mio nome. - Diego - .
E immediatamente, senza sapere perché, entro in una specie di dormiveglia, o sogno, come ipnotizzato da quella voce. Non rispondo neanche, mi alzo e mi dirigo verso il luogo da dove proviene la sua voce, il salottino appartato a fianco della sala colazioni, ammobiliato personalmente dal proprietario dell'hotel, appassionato di arredi di antiquariato, con sedie e poltrone d'epoca.
E la vedo. Seduta sulla chaise-longue, con indosso calze, reggicalze e un reggiseno di pizzo. E niente altro.
Mi sorride (quel sorriso!) e subito porta l'indice davanti alla bocca, sulle labbra di ciliegia, per impormi il silenzio e mi tende una mano che mi invita. Obbedisco come un automa o uno schiavo, in trance, inebetito, dalla gola non riesce a uscirmi nessuna parola. In piedi, di fronte a lei, mi sbottona i pantaloni, senza staccare gli occhi dai miei e, continuando a sorridermi, li tira giù assieme alle mutande, mi spoglia del tutto e, lentamente, inizia a masturbarmi, per poi ingoiarmi il sesso e succhiarlo piano, fino a farlo indurire come il marmo. La lingua come velluto che massaggia il glande, le labbra che spingono fino in fondo facendo scomparire l'attrezzo in quella bocca avida. Mi scappa un sospiro, come una specie di lamento che sento uscire dal fondo del petto e lei subito, ridacchiando in silenzio, smette di succhiare e con un gesto mi intima di nuovo il silenzio. La piacevole tortura dura per un tempo che sembra infinito, finché, non resistendo più, la stacco da me, la faccio stendere sulla poltrona e tuffo la bocca tra quelle cosce, leccandola e baciandola dalla pelliccia bionda fino al buchetto, succhiando a mia volta con avidità il miele della sua voluttà. Mi affonda le dita nei capelli e me li tira, mi stacco da lei e per la prima volta ci baciamo, intrecciando le lingue e spartendoci i suoi liquidi che mi inzuppano la bocca. Il tutto con uno sforzo doloroso per mantenere il silenzio. Quasi non capisco quello che succede tanto mi gira la testa. Finché non la penetro, immergendo la mia carne tesa allo spasmo tra quelle labbra calde come una fornace. Ci muoviamo dapprima lentamente e adesso è il suo turno di ricacciarsi in gola i gemiti, mordendomi una spalla. Le poso le mani sui fianchi e la faccio mettere a pecorina, la sbatto più forte. Lo schiocco delle sue chiappe sul mio ventre è l'unico suono che si sente, intenti entrambi a mordersi le labbra per non gemere. Mi prende una mano e tenendomela con la sua mi invita a carezzarla in mezzo alle gambe. Qualche istante e la sento sciogliersi in un orgasmo che la squassa tra brividi e singulti soffocati, fino ad esaurirsi lentamente. Rallento il ritmo ma la sbatto ancora più forte, le artiglio le chiappe tonde e sode e gliele allargo. Quando sente che sto per godere, si stacca di colpo, provocandomi un dolore che quasi mi paralizza, ma subito mi prende in bocca di nuovo e solo un attimo prima del culmine lo ritira fuori e masturbandomi velocemente si bea di farsi spruzzare il mio piacere sulla lingua, sul viso, a fiotti lunghi e copiosi. Le gambe mi tremano e quasi crollo mentre con una lentezza spasmodica mi lecca dal glande gonfio e violaceo le ultime stille di seme.
Ci accasciamo esausti sulla poltrona, abbracciandoci e baciandoci in silenzio.
E poi, con tranquillità, inizia a parlarmi: di un marito che passa le giornate in palestra, che da tempo non le presta nessuna attenzione e della depressione che aveva iniziato a pervaderla e di come da un po' non si godesse nulla della vita nel tempo libero, una volta fuori dalla quotidianità del lavoro. La nottata, che con il suo sorriso sottolinea come unica e irripetibile, era stata voluta per esorcizzare la situazione, mi spiega, per sentirsi di nuovo viva, e la scelta era ricaduta su di me perché le sono sempre piaciuto (la cosa mi ha lusingato parecchio: chi lo avrebbe mai detto!).
Ridacchiamo assieme mentre la stringo tra le braccia e le carezzo il biondo caschetto, rilassati e piacevolmente abbandonati nel silenzio del salottino.
Poi in piedi, a rivestirsi in fretta prima che arrivi il collega a darmi il cambio e lei a preparare la colazione per i primi clienti mattinieri, come se niente fosse ma sorridendoci in silenzio ogni volta che i nostri sguardi si incrociano.
Da allora quel sorriso è diventato ancora più speciale. Ma solo per me.
Adoro il turno di notte.