|
|
|
Zabaione
|
|
|
Titolo:
Zabaione |
Autore:
Siruos |
Contatto:
|
Racconto
n° 4507 |
Altri
racconti dello stesso Autore:  |
|
|
Finalmente la settimana lavorativa è finita: ci aspetta un venerdì sera con una coppia di amici, per una cena in un buon ristorante. E poi il dopo cena a casa, in terrazza.
Il clima ancora lo consente; sono le giornate che mescolano i riti e i gusti dell'estate che sta scemando e dell'autunno che irrompe. La terrazza, vera chicca di casa nostra, gode di un magnifico paesaggio sulla città; una oculata disposizione delle piante garantisce la pressoché assoluta privacy, specie nei fine settimana, quando gli uffici nei palazzi di fronte si svuotano. Spesso, in estate, ne approfittiamo per cenare, non di rado per prendere il sole in libertà.
Arrivo a casa un po' trafelato, ti trovo in cucina che lavori uova e zucchero: stai preparando la crema allo zabaione freddo secondo la ricetta di tua nonna. Sai che mi piace, mi ingolosisce, con l'aroma del Marsala forte che scalda il cuore e non solo. Mi lancio in bagno, doccia veloce mentre sei in camera che ti stai cambiando e truccando, esco, mi vesto anch'io e ti raggiungo in cucina. Mi fai assaggiare la crema intingendo un dito e passandomelo sulle labbra – buonissima! – prima di riporla in frigorifero.
Guardo abbagliato il tuo abbigliamento di stasera: la camicetta, seta rosso cupo, tesa dai tuoi seni prorompenti, a malapena contenuti nel reggiseno dalle tinte nere e dalle trame sottili e un po' trasparenti; il filo lungo di perle che si insinua malizioso, incapace di trovare spazio per sé, impegnato dalle tue forme generose; i bottoni maliziosamente slacciati mostrano il dovuto in misura oltre che sufficiente, le asole di quelli allacciati sono tese. La gonna nera poco sopra il ginocchio e le scarpe nere con il tacco alto slanciano la tua figura, in questi ultimi anni maturata in rotondità sulle cui curve mi perdo.
Di corsa al ristorante, la caccia al parcheggio, il cellulare squilla, gli amici si scusano, contrattempo, la cena a quattro salta. Basta uno sguardo per capire che non c'è rammarico: cena a due, dunque, a base di pesce e Fiano di Avellino alla temperatura giusta: scende che è un piacere e prende la testa.
Usciamo dal ristorante, tu col passo un po' incerto per l'ultimo bicchiere di vino; una tua risata richiama l' attenzione di tutti nel ristorante, con gli uomini che poi da altro di te vengono attratti (sento la loro invidia invadere l'aria); ti do il mio braccio per raggiungere l'auto, torniamo a casa. Mentre saliamo con l'ascensore, mi trovo a spiare il tuo seno nello specchio, e mi scopri a spiarti. Sorridi maliziosa guardandomi nel riflesso, con le dita prendi e giochi con la collana di perle, che scorrono rotolando, tonde sulle tue rotondità.
Entriamo in casa, la terrazza ci aspetta. Mi dirigo, preparo le seggiole ed il tavolino, due scodelline, i cucchiaini; tu mi raggiungi, reggendo la coppa dello zabaione a due mani, il cucchiaio di legno intinto, sotto braccio il rotolo di carta a strappo.
Sarà colpa del vino, dei tacchi alti, del rotolo sotto il braccio, del gradino per venire in terrazza ... perdi l'equilibrio, inciampi, poco manca che cadi a terra. Eviti la caduta appoggiandoti pesantemente sul tavolino, sul quale la coppa sbatte rumorosamente, per fortuna non si rompe. Molto zabaione si versa: sul tavolo, sui miei pantaloni, copiosamente sulla tua camicetta.
Tempo di recuperare l'equilibrio e scoppiamo in una gran risata. Mi piego per raccogliere il rotolo di carta, ne strappo un pezzo per togliere la crema dai pantaloni, alzo lo sguardo, e ti trovo mentre, dopo esserti seduta, passi due tue dita sulla camicia, per poi leccartele. Alzi lo sguardo e vedi che ti sto guardando, di nuovo le due dita sulla camicetta, questa volta me le porgi, sorridendo, le fai scivolare sulle mie labbra, spalmandovi la crema.
Lecco le tue dita e le mie labbra. L'aroma forte del Marsala stordisce. Prendo a due mani il tuo polso, mi offri le dita tese, lecco e succhio e ti guardo, mentre prima mi sorridi e poi ti fissi a guardare le tue dita e la mia lingua. Adesso sono io a raccogliere la crema dalla tua camicetta: indice e medio, a mo' di spatola, con particolare attenzione lì dove il tuo capezzolo si manifesta, e raccogliendo un tuo sussulto quando ne stimolo l'acme attraverso la camicia e la trama del reggiseno, per poi dipingere il mio arabesco sulle tue labbra.
Ti alzi sorridendomi, mi vieni in braccio, le tue mani pettinano i miei capelli, le braccia dietro il collo; ti appoggi a me e mi baci, e anche la mia camicia bianca si chiazza dello zabaione. Io passo le mani sotto la camicetta, sento la pelle vellutata, mi perdo sui tuoi fianchi rotondi e incisi dal profilo della gonna, sui quali appoggio la mano aperta, per tastarne la soda consistenza. Mi baci sempre più forte, io con le mani salgo: una mano corre lungo il filo della tua schiena che si inarca al mio passaggio; l'altra sul tuo seno sente l'umido della crema. Il vento, lieve e tiepido, ci accarezza e stimola la nostra pelle.
Incrociamo le braccia tra di noi, come in un passo di danza sconclusionato, per slacciare i bottoni delle camicie, l'un dell'altra. Ridendo, finisco prima io, rovescio la tua camicia oltre le spalle, liberando così i tuoi seni, ora dunque contenuti dalle sole coppe morbide del reggiseno su cui rotolano gioiose le perle. Mi getto a capofitto, le perle mi accarezzano la guancia mentre tu ancora litighi con l'ultimo bottone frugando negli spazi stretti tra me e te, ulteriormente compressi dal mio turgore.
Alla fine anche tu mi liberi, passi le mani sul mio petto e poi le fermi. È un messaggio: mi fermo anche io. Ti volti, sempre seduta su di me e intingi le dita nella coppa dello zabaione. Ne raccogli in quantità, e, sorridendomi maliziosa, lo fai gocciolare sui miei capezzoli, attorno ai quali poi lo spalmi con la punta di un dito. Io cerco di leccare le tue dita, allungando il collo e la lingua, ma allontani la mano, in un gioco. E poi corri con la bocca sul mio petto, mi lecchi, mi succhi.
Non riesco più a stare seduto; tu su di me, il mio turgore, la cinghia ai pantaloni, tutto mi serra in modo insopportabile: ti faccio alzare, io in piedi a liberarmi degli abiti, mi risiedo per levarmeli, tu subito tra le mie gambe aperte, ginocchia in terra, verso il mio membro, ora libero e orgogliosamente innalzato, nella sua posa preferita con te. Te ne impossessi con le mani e la bocca.
E allora faccio come hai fatto tu: affondo una mano nella coppa dello zabaione, l'altra nei tuoi capelli per farti voltare il viso, e lascio gocciolare la crema sulle tue labbra e sul mio membro. Mi guardi sorridendo e con bramosia raccogli ogni goccia che cade, con cura passi la lingua sulle tue labbra e raccogli la crema sulla guancia con le dita per spalmarla sul mio membro e poi ancora inghiottirla.
Sento il bisogno del possesso che cresce in me; ti porto in piedi, faticando a distaccarti dal mio membro, e ti faccio appoggiare con i gomiti sul tavolino, gambe dritte e slanciate sui tacchi, col sedere che spinge la gonna; la collana cade nella coppa. Le mie dita corrono alla cerniera della gonna per liberare i tuoi fianchi: la gonna cade, a nascondere le scarpe e mi mostra il tuo magnifico sedere rotondo, corposo, morbido e allo stesso tempo sodo, mia perdizione, disegnato dalle tue mutande in pizzo leggero che esaltano ogni parte che coprono di te.
Intanto tu ridi della tua collana nella coppa; me ne accorgo anche io, la sollevo, annodandomela su un dito, affondo l'altra mano nei tuoi capelli e ancora giro il tuo volto, perché tu mi offra la tua bocca, la estremità intinta della collana sopra di te. Inarchi il collo, per poterla prendere mentre io te la lascio lentamente cadere dall'alto; la accogli, le gocce di zabaione scorrono sulle perle e cadono sulle tue labbra e la tua lingua le insegue, fino a quando la collana non è tutta in te; poi chiudi la tua bocca, e io allora comincio a tirare, snocciolando le perle dalle tue labbra, una alla volta, fino a svuotarti. L'altra mia mano tocca pesantemente il tuo sedere.
Col cucchiaio di legno, verso un filo di crema lungo la tua schiena; sussulti, ne prendo un'altra cucchiaiata, ne verso il contenuto tra le fossette della tua schiena perché coli nel solco tra le tue natiche. Con la bocca corro sul tuo filo della schiena, con la lingua raccolgo la crema.
Scendo lentamente, mentre sento il tuo respiro affannarsi, tanto più quanto più io scendo. Abbasso le tue mutande, ormai fradice di ogni cosa, e mi sorprendo (mi sorprendo?) nello scoprire le tue dita che già frugano a fondo. Col colmo del cucchiaio, sferzo le tue natiche: ad ogni colpo, uno schiocco nell'aria e sulla tua pelle, residui di crema schizzano, tu sussulti e gemi, e ti tocchi ancor più forte; continuo così, fino a quando le tue natiche prendono il colore della passione, nascondendo il segno dell'abbronzatura e del costume.
Mi inginocchio dietro di te, con le mani apro il tuo solco, guardo ogni parte di te e mi ci affondo. Con la lingua raccolgo ogni goccia di ogni crema, la mia lingua litiga con le tue dita, per impossessarsi del tuo clitoride. Quando finalmente lo faccio mio, le tue dita, invadenti, cercano una strada nella mia bocca, gelose delle attenzioni che gli prodigo, perché non vogliono recedere, e vogliono essere loro, le uniche padrone di te.
Libero il campo alle tue dita, e concentro la mia attenzione nel gorgo tra le tue natiche, in cui frugo. E quando spingo la mia lingua, hai altri sussulti, e le tue dita corrono ancora più veloci.
La foga si impadronisce di me, velocemente mi rialzo in piedi, con forza afferro i tuoi fianchi, con impeto mi faccio strada in te. Mi accogli calda, piena dei tuoi umori, e subito inizio la mia danza in te, con colpi ampi e profondi, che ritmicamente affondo e ai quali rispondi non più gemendo, ma gridando ed ansimando. Sento le tue dita che continuano la loro corsa, gioiose padrone assolute del campo.
E poi vengo al mio dunque: porto il mio membro nel gorgo della mia passione, e mi faccio strada in te, ancora chiusa ma non più serrata, umida di suo, di tuo e della crema: nel tuo stretto pertugio affondo con decisione. Ancora un tuo urlo: - Bastardo! - le tue ginocchia si piegano, il tuo seno schiacciato sul tavolo, le mani che ne afferrano il bordo, e poi urla e gemiti ritmati coi colpi sempre più profondi, in sequenza; le tue dita tornano a strapazzare furiosamente il tuo clitoride e poi si fanno strada in te, io tuo padrone assoluto ti stantuffo con forza e le sento in te, che si allungano, ad affondare nella tua carne e a sentire il mio turgore che impegna le tue viscere.
E così si continua fino a sentire le urla del tuo orgasmo e il mio godimento esplodere in te. Riempio il tuo corpo, spingendo a fondo, ti marco mia mentre le tue ginocchia cedono, sfiancata, e io, svuotato di ogni forza, cado mollemente sulla tua schiena.
Restiamo così per qualche minuto, fino a quando il battito cardiaco scende a ritmi meno forsennati e io posso scivolare fuori da te senza fatica.
La notte si è fatta avanti; il buio ci circonda. Sfiancati, raccogliamo i vestiti e ci portiamo in casa. La doccia per lavare i corpi da ogni crema.
Di notte mentre dormi nuda al mio fianco ti abbraccio, sento il tuo profumo e, nei tuoi capelli, quello dello zabaione.
|
|
|
|