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Scarpette rosse
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Titolo:
Scarpette rosse |
Autore:
Moemi |
Contatto:
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Racconto
n° 452 |
Altri
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Da bambina sognavo spesso di acquistare un paio di scarpine da punta in raso rosso. Ci penso all'improvviso, strizzando gli occhi per difendermi dai lampi di luce che mi assaltano da ogni lato. Poiché non sapevo danzare, desideravo semplicemente possederle, per poterle ammirare, ed indossare qualche volta, quando nessuno poteva vedermi. Sin dai primi mesi in cui avevo frequentato la scuola di ballo, mi fu chiaro che non ero portata per la danza. Goffa, sgraziata come un buffo anatroccolo: nonostante gli incoraggiamenti di mia madre che mi vedeva come una principessina, fasciata nel tutù bianco, mi muovevo come un pezzo di legno. A dispetto dell'evidente inattitudine alla danza, non rinunciai subito: avevo un obiettivo, dovevo arrivare ad indossare quelle meravigliose scarpette rosse, che avevo notato nella vetrina del negozio di articoli per la danza. Furono i primi dolorosi esercizi per la spaccata a convincermi che dovevo arrendermi, se non volevo finire "spaccata" sul serio. E da quel momento in poi, i miei timidi suggerimenti per i regali di compleanno restarono ignorati del tutto. "A cosa ti servono le scarpette da punta se non sai ballare?" rispondeva mia madre, pratica e razionale come sempre. "Ma sono così belle..." Insistevo debolmente. Alla fine ci rinunciai: la ragazzina pratica che era in me prese il sopravvento, e cominciai a pensarla come mia madre. In fondo, a cosa mi servivano un paio di scarpette da punta in raso rosso? Crescendo, non ho certo acquisito delle movenze da ballerina, ma sono più sciolta nei movimenti, e credo di dovere il merito di questa sicurezza alla scoperta del sesso. Tra le mani dei miei amanti, del tutto rilassata, mi sciolgo come cera bollente e inarco il mio corpo, fino a quel momento dritto come un fuso. E non mi servono esercizi per la spaccata per divaricare bene le gambe, vanno da sole, libere, quando sanno che possono accogliere lingua, mani e sesso. Non ho il senso del ritmo, forse? Ma so regolarmi bene quando sento i gemiti dei miei amanti e lo schianto del loro ventre quando si schiaccia contro il mio. Sono una brava allieva, ascolto le richieste e mi lascio guidare, fino all'estasi, concludendo la danza dei corpi con il rullo di tamburi che mi batte nel petto. E pur senza le scarpette rosse, mi sento appagata, oh, sì...molto più che appagata. Anche in questo momento, con il sudore e le lacrime che scorrono libere sul mio volto, mi sento appagata. I braccialetti di metallo mi impediscono di tergermi la pelle per bene, così le lascio scorrere, insieme al mascara sciolto che mi disegna righe nere sulle guance. Lui diceva che le mie lacrime disegnavano arcobaleni nel suo cuore: questo arcobaleno è nero e stavolta al suo cuore non arriverà mai. L'ho amato dal primo istante. Quella sua aria sfuggente, gli occhi scuri e penetranti, hanno fatto subito breccia nel mio cuore. Sono capitolata del tutto quando ho scoperto che i suoi silenzi nascondevano un anima timida e sensibile. Amavo leggere le sue poesie, sempre accompagnate da musica dolcissima o allegra e mi sembrava di poter danzare davvero, leggera come una nuvola, io... il buffo anatroccolo! Mi dicevo: "Ha scelto me...anche solo per una notte" e volteggiavo per la stanza abbracciata ad un cuscino, piroettando come una trottola per la gioia di un suo semplice Buongiorno. Che strano... mi gira la testa anche adesso che sono ferma, immobile su questa scomoda panca, in attesa che mi dicano cosa devo fare. Perché nessuno ti spiega mai cosa devi fare? Quando hai un problema, quando ti capita qualcosa che non ti era mai successo ed hai bisogno di essere guidata...quando ti capita qualcosa che ti è capitato mille volte e non vuoi ripetere di nuovo lo stesso errore. Quando pian piano le sue telefonate si diradano e cominci a svegliarti senza il suo buongiorno, ad andare a letto senza la sua buonanotte, e tu sai che si sta allontanando, ma nessuno sa dirti se devi parlargli chiaramente, con il rischio di perderlo, o lasciar correre la cosa, silenzio contro il silenzio, sperando che sia solo un momento, un istante...una breve pausa del tuo ballo. E poi lo spettacolo è finito, e come doveva essere, sono uscita di scena. E' subentrata un'altra a danzare sul suo cuore. Mi ha detto che è solo un rapporto di amicizia e crede resterà tale, ma così dicendo ha già svelato la sua segreta speranza. Come potevo accettarlo. Come ho potuto, così, semplicemente, recarmi al botteghino ad acquistare un biglietto per il balletto di quella sera e recarmi a teatro in abito lungo, con gli occhi bistrati, neri come l'abito che indossavo. E sedermi lì, in prima fila, a guardare danzare quella donna, la sua nuova donna, ornata di veli bianchi tanto quanto io lo ero di seta nera. La guardavo muoversi sul palco, leggera come un soffio, con i polsi incurvati a dare risalto i suoi passetti raffinati e mi sentivo dura, lignea. Persino distendere le gambe mi era diventato difficile. Guardavo quel corpo tonico, allenato, e lo immaginavo contorto in posizioni a me impossibili, a letto con lui. A quale altezza avrebbe alzato le gambe per allacciargliele dietro al collo? Come avrebbe mosso il bacino, gli addominali ben istruiti, per cavalcare il suo sesso? E i gemiti? E il respiro? Avrebbe saputo controllarli come le brave ballerine sanno fare. In ogni gesto, ogni movimento, sarebbe apparsa delicata ed elegante. Come l'avrebbero divorata, i suoi occhi! Come doveva desiderare quell'angelo bianco, il mio amore! Questo pensavo, mentre, con i denti serrati e il nero degli occhi che già cominciava a sciogliersi, tentavo disperatamente di muovermi, di alzarmi e muovere pochi passi. Mi sembra tutto così lontano, eppure sono passate poche ore. Siedo del tutto abbandonata sulla sedia, floscia, malleabile, e mi sembra impossibile aver dovuto penare tanto per portarmi sotto il palco e spararle... una, due volte. Non credevo di avere una così buona mira. Non sapevo che uscisse così tanto sangue. Ha macchiato di rosso tutto il suo bel tutù bianco, persino le scarpette, che subito si sono scurite. E mentre le guardie mi circondavano per disarmarmi, le guardavo i piedi e pensavo alle scarpette rosse che desideravo da bambina. Cosa? Cosa mi hanno chiesto? Se voglio chiamare il mio avvocato? Non saprei... quello che desidero adesso è quel paio di scarpette da punta, in raso rosso.
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