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Titolo: Giochi magici
Autore: Malu
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Racconto n° 4532
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Avevo così tanto desiderato quella vacanza solitaria che quando mi si presentò l'occasione decisi di godermela. Carla, la mia compagna, aveva deciso di partire con un gruppo di vecchie amiche di scuola per una rimpatriata di un lungo weekend. Non potevo spezzarle le ali ma per la verità avevo proprio voglia di aprire le mie!
Giunsi nel paese che avevo prescelto, sulla litoranea, ovviamente, e scelsi un hotel a caso. Ero solo e non mi fu difficile trovare un posto per dormire.
Quando mi fu chiesto se preferivo una singola o una matrimoniale non dubitai un istante: la singola! Ero fedele e così tanto desideroso di liberarmi di pensieri, angosce, insicurezze, anche legate alla mia storia del momento, che ero deciso a fuggire da qualsiasi cosa che avesse le sembianze della femminilità.
La prima notte trascorse insonne. Assorto in mille pensieri non feci che recriminare contro ogni cosa ed al mio risveglio mi persuasi che il silenzio della stanza era un toccasana per il gran daffare della mia mente. Dopo una doccia interminabile che cancellò ogni traccia dell'insonnia, mi concessi una ricca colazione, quindi decisi di incamminarmi per il bagnasciuga. Non ero intenzionato a starmene fermo sulla spiaggia, per altro deserta: avrei finito per annoiarmi o, peggio, per riprendere i miei pensieri negativi, volutamente interrotti con il sorriso del mattino. Avevo deciso di risvegliare in me i migliori propositi, dunque, non c'era cosa migliore di una passeggiata nella sabbia.
La giornata si preannunciava calda, troppo, se si considera che si era in giugno ma l'acqua del mare che lambiva i miei piedi era ancora fresca. Avrei potuto fare il bagno, in mare non c'era anima viva. Ero davvero solo, come avevo desiderato ma malgrado ciò, il corpo si rifiutò di muoversi in azioni di cui non avevo piena convinzione.
In lontananza, una serie di grossi massi di pietra. Immaginai che servissero per separare un lido dall'altro o forse fungevano solo da frangi-flutti: al di là una corrente di acqua sorgiva mi ghiacciò letteralmente i piedi.
Faticai a riprendere il cammino. Mi fermai su uno di quegli scogli. Avevo i piedi talmente freddi che tutto il mio corpo divenne inerme.
Mi guardai intorno.
Non ero solo.
Una donna, sola, assorta forse nei pensieri, ad una decina di metri da me.
Mi incuriosì perché se ne stava distesa sul lettino a prendere il sole indossando un costume succinto. Lo slip, molto sgambato, evidenziava la linea sottile della vita. Il seno, piccolo, abbronzato in maniera uniforme. Non potevo guardare altro, dal momento che il tetto del lettino le copriva viso e collo. Non sapevo se aveva i capelli lunghi o corti, se era bruna o bionda o rossa e non potevo scorgere altro. Dovetti contentarmi di quello che mostrava: il corpo seminudo ed abbronzato, che ancora si lasciava accarezzare dai raggi del sole buono del mattino.
Improvvisamente mi sorpresi di arrossire. Mi ero ripromesso di essere fedele, avevo cercato una vacanza solitaria, avevo deciso di star lontano da una donna ed invece, che facevo? Passavo il mio tempo ad osservare una sconosciuta che neppure si curava di me...
Distolsi lo sguardo. Mi vergognai di tanta incertezza. Credevo di essere leale e, ironia della sorte, proprio io, che nelle ore della notte precedente avevo imprecato contro la totale indifferenza della mia compagna che di tanto in tanto preferiva la compagnia di altri alla mia, mi stavo comportando da vero idiota.
Un elicottero volò basso e per seguirne la traiettoria il mio sguardo si soffermò ancora sulla donna stesa al sole.
Quella volta mi fermai ad osservarla.
Con i polpastrelli delle dita, delicatamente, si accarezzava i fianchi, disegnando figure che potevano essere uccelli, nuvole, onde...
Seguire con lo sguardo quei movimenti mi mandò letteralmente in estasi. Non capivo come potesse essere possibile. La donna non aveva davvero nulla di attraente e per altro non avevo ancora scoperto che faccia avesse. Il fisico era troppo secco per destare il mio interesse sessuale, tanto vero che non fosse per quei movimenti delle dita, mi sarei allontanato riprendendo il mio solitario cammino.
Invece mi fermai ancora a guardare. E mi fermai perdendo la cognizione del tempo e dello spazio. Più guardavo quelle dita e più mi accorgevo che il mio pene aumentava le sue dimensioni. Incredibilmente, senza rendermi conto, chiusi gli occhi e presi ad immaginare quelle mani e quei movimenti, delicati, quasi eterei, su di me, sul mio petto ad accarezzare i miei capezzoli, turgidi, e via a scendere, a solleticare l'ombelico, i fianchi, il pene, i testicoli. Potevo avvertire il calore del tocco, ed uno dopo l'altro, brividi inconsueti mi percorsero la schiena.
Le dita si muovevano ancora, e sorprendentemente, il corpo della donna sussultava, come percorsa da brividi, proprio come me! Ero tentato di avvicinarmi, sollevare il tetto del lettino, scoprire l'identità della donna e mostrarle il mio stato di euforia, in segno di vivo ringraziamento. Il suo modo di fare mi aveva dato più di quanto mi avesse dato nel tempo ogni forma di rilassamento. Perfino più delle pratiche yoga, che avevo abbandonato perché non ero mai riuscito a dare un colpo di spugna alle tensioni.
I tuoi giochi magici mi hanno salvato – le avrei detto! Ma bisognava che la guardassi in volto: capelli, occhi, sguardo, lineamenti del viso, bocca, collo lungo. Mi ritrovai improvvisamente interessato ed ansioso di conoscere ogni dettaglio, ed il nome, non meno importante.
Non può che chiamarsi Tiziana....rossa, rosso, il colore della passione, che mi ha comunicato senza accorgersene.
I pensieri che avevano acceso il mio cuore sarebbero volati se non avessi fermato il tempo, se non avessi dato un nome ed un volto a quella donna, dea inconsapevole, guaritrice del mio male d'amore. Conoscevo un solo modo per interrompere i miei pensieri e renderli fruttuosi. Sollevare il tetto e guardarla oppure avvicinarmi, sederle accanto...
Poteva una donna restare impassibile alla vicinanza di un uomo? Le avrei detto tutto, raccontando per filo e per segno perché ero lì, come ci ero finito e quale miracolo aveva compiuto.
No, non può restare inerme. La pregherò di muovere ancora le dita e disegnare sul mio corpo ancora come fantasiosamente aveva fatto su di sé, poi le chiederò di seguirmi in camera...oh Dio sa cosa le mosterò!
Nulla di quanto avevo fantasticato era stato necessario: improvvisamente il tetto fu spostato e la donna sollevò il capo. Aveva delle cuffie alle orecchie ed il viso nascosto da una benda nera!
Uau! Una benda nera sugli occhi! E mi ritrovai ancora più eccitato. Il pene pulsava e se non mi muovevo avrei finito per gocciolare prima che quella donna portasse a compimento i suoi giochi magici.
Aveva i capelli corti, appena mossi. Con espressivi occhi nocciola mi guardò e sobbalzò. Non si era accorta che la stavo osservando. Appena accennai un sorriso, a sua volta mi regalò uno sguardo dolce.
Con un cenno acconsentì perché mi avvicinassi. Le porsi la mano e mi presentai.

Sotto le lenzuola mi regalò tutta la magia di cui era capace: si lasciò penetrare in ogni posizione e quando, in ultimo, le piegai la schiena in avanti, mi volse lo sguardo e mentre con i polpastrelli mi accarezzava ancora – non aveva mai smesso – la lingua mi sfiorò il viso. Sentii il calore dell'orgasmo che ci aveva colto insieme e pronunciai con la stessa magia, il suo nome, Eva.