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White Room
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Titolo: White Room
Autore: Klimt
Contatto:
Racconto n° 4573
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..Silver horses run down moonbeams in your dark eyes..
- White Room - dei Cream aveva iniziato da poco a risuonare nell'impianto, a un volume per fortuna non troppo alto. Lei non amava molto il genere di musica che piaceva a lui, ma questa canzone, con il giro di basso che portava sempre più giù, non le dispiaceva.
Erano le 4 del mattino ed il cielo fuori dalle vetrate era nero. Avevano viaggiato tutta la notte per raggiungere quel rifugio, lontano, sperando di lasciarsi pensieri, assilli e una parte di sé stessi indietro in una qualche piazzola dell'autostrada.
Soffiava un vento leggero, fresco. Non c'era totale silenzio nella casa che avevano affittato per quei brevi tre giorni; il volume della musica non era fastidioso.
Si alzò dal divano dove si era accoccolata per un breve momento, allungò le braccia e stirò ancora una volta i muscoli della schiena, provati dalle lunghe ore del viaggio. Lui era al piano di sopra ad aprire finestre ed imposte per far entrare l'aria, sentiva i suoi passi sul pavimento di legno.
Il piano terra era occupato sostanzialmente da un'unica stanza, a parte servizi ed un ripostiglio. Ampia, con una veranda collegata, pochi mobili assai moderni su larghe assi di legno chiaro a far da pavimento, oggetti esili di metallo disposti qui e là in apparente disordine come complementi d'arredo, illuminazione discreta, non lampadari ma appliques ed un paio di piccoli fari, uno soprattutto che si rifletteva discretamente sul basso tavolino centrale in pesante vetro con sfumature verde chiaro.
Passò accanto ad una delle due colonne che scomponevano lo spazio della stanza, colonna che reggeva un alto e stretto specchio.. si guardò.. aveva gli occhi stanchi, le sarebbe piaciuto stendersi al sole e spegnere la mente, da lì a un po', ma forse per dormire sarebbe stato meglio godere dell'oscurità, per quanto artificiale.
La casa, di soli due piani complessivi, compreso quello di terra, era a mezza costa su una bassa collina che finiva in piccole dune e poi sulla spiaggia. Cinquanta metri di altezza, non di più. Era inizio giugno, l'estate era esplosa con un po' di anticipo e viaggiare di notte era l'unico modo sopportabile, anche se la temperatura, anche in quel momento, alla fine della notte, era ancora di almeno ventisei, ventisette gradi.
Chissà come fa un cavallo d'argento a scivolare su un raggio di luna.. si chiese pensando al verso della canzone... sempre rimanendo davanti allo specchio. La sua mente cosciente, il consueto nugolo di pensieri simile ad api impazzite intorno ad un ramo, la stava forse finalmente lasciando per fare posto ad un tiepido vuoto, riposante.
Nella penombra continuò a guardarsi. Aveva depositato sul divano la leggera casacca estiva, rimasta abbandonata già prima sul sedile posteriore dell'auto. La canotta nera pareva assorbire la poca luce, era inopportuna in quella penombra, la sfilò e la lasciò cadere.
Ripetè il gesto di sollevare le braccia, ma questa volta più lentamente e non le tese, ma le piegò all'indietro con le mani dietro il capo. Sfumature di grigio perla colavano sulla sua pelle, adornata di tatuaggi. Respirò profondamente socchiudendo gli occhi. Percepì vagamente il legno del pavimento sullo sfondo di odore di mare; poi, forse, era leggermente sudata.. riaprì gli occhi e notò l'indurirsi dei suoi capezzoli.
Li sfiorò leggermente, ciascuno con la - sua - mano giusta e vide la punta di un sorriso restituitale dallo specchio.
Si chinò, solo con la schiena, tenendo le gambe ritte, a slacciarsi i sandali, che si sfilò e accostò alla base della colonna, di lato.
Chinandosi aveva notato la sua ombra sul pavimento. Muovendosi leggermente, la seguì, dirigendosi verso la veranda. Camminare sul legno fresco le piacque.
.. I'll wait in this place, where the shadows run from themselves...
La canzone continuava.. lei si chiese come potessero le ombre scaturire da altre ombre.. la sua mente ormai libera iniziava a vagare attendendo un'idea o un'immagine con cui cullarsi e quella era lì a disposizione.
La sua ombra ora era tutta visibile sul pavimento e terminava proprio all'inizio della vetrata della veranda.
Si appoggiò di schiena allo stipite della porta interna tra salone e veranda, piegò la gamba destra e risali col piede appoggiandolo a mezzo metro di altezza. Ora la sua ombra aveva questo curioso triangolo, che per essere creato aveva avuto bisogno che il movimento della gamba sollevasse e ritirasse anche la minigonna.
Il suo braccio destro rimase coperto dall'ombra, mentre la sua mano scivolava lentamente, raggiunse l'orlo della gonna , sfiorò quello delle mutandine leggerissime. Guardava l'esterno con il capo leggermente reclinato ed appoggiato anch'esso allo stipite, con le dita della mano, passandole gentilmente sul leggero velo di tessuto, si accarezzò il clitoride e poi scese sino a sfiorare il caldo umido del suo sesso.
- Ecco, mi sto toccando e dalla mia ombra non si vede - .. pensò guardando di nuovo la sagoma sul pavimento. Si sentiva nascosta, protetta.. sorrise..
..sorride come una bambina, pensò lui che la stava guardando da un minuto, essendo ridisceso senza far rumore, mentre le ultime note della canzone ne coprivano i suoni.
Lei lo percepì senza sentirlo e scostò le dita e la mano dal suo sesso, almeno un po'.. Lo guardava, ma i suoi occhi nell'ombra non erano visibili. Lui, che lo sapeva, rimase nell'ultimo cono di invisibilità e le chiese semplicemente - Ti piace qui - ?
- Si.. -
Le si avvicinò; anche gli occhi di lui erano stanchi; la guardava direttamente, le fu di fronte, non disse una parola e la carezzò in modo lievissimo sulla guancia e poi sul collo, con la mano destra.
Lei chinò il collo a baciare la sua mano.
La sinistra di lui scese a prendere la destra di lei e la riaccompagnò in basso, tra le sue gambe, invitandola a riprendere il lento movimento di prima. Lei lo seguì docile.
Mentre le dita di entrambi iniziavano ad essere inumidite, lui le sbottonò la gonna. Cadde a terra, seguita subito dalle mutandine.
La fece girare su se stessa e la fece appoggiare al muro della veranda, foderato anch'esso di legno, avendola ora di schiena. Prese nella sua mano destra entrambi i suoi polsi tenendole le braccia bloccate. Si stupiva sempre di quanto fossero sottili le sue articolazioni. La sua mano sinistra era tutta per lei. Le sue tre dita lunghe le massaggiavano con movimenti ampi e costanti dal clitoride alle labbra sottostanti, insinuandosi sempre un po' più al loro interno. Lei non emetteva suoni o parole, ma il respiro le si era accelerato.
La luce di una lampada della veranda fece brillare un lungo, sottilissimo filo liquido di umore che scese dal suo sesso e si allungò sino a toccare una tavola di legno del pavimento.
- Guarda - , le disse lui, - è un raggio di luna sceso fin qui - .
Lei guardò, ricordò in un angolo della mente il verso della canzone e colse che avevano sentito le stesse parole e vissuto lo stesso pensiero; fu bello accorgersene mentre il suo corpo ormai sfuggiva al suo controllo; voltò il capo all'indietro sorridente e ricevette il suo bacio.
La inumidì con sé stessa, scendendo con il suo arto sulla delicata zona inferiore rispetto al sesso e poi bagnando l'ano di lei, che sfiorò con la punta di due dita.
Lei tremò leggermente sulle gambe. Ora la pelle della sua schiena iniziava, anch'essa, a sudare. La veranda non aveva finestre aperte, l'aria ristagnava .
Quando la sentì completamente rilassata spinse due dita lunghe all'interno del suo sesso, lentamente, massaggiandole le pareti con movimento circolare. Lei non riuscì questa volta a trattenere un suono.. lui allora finalmente le lasciò i polsi, lei semplicemente appoggiò le palme delle mani alla parete. Nello stesso istante il pollice di lui penetrò delicatamente l'ano di lei, che per un attimo si strinse, ma per rilassarsi immediatamente.
Iniziò in quel modo a tenerla, con quella presa nell'intimo, alternando i movimenti, le spinte ed il ritrarsi. Lei lo seguiva col ritmo dei suoi respiri e dei suoni, delle mezze parole che tentava di pronunziare.
Lui si avvicinò al suo orecchio e, mentre continuava a manipolarla, le raccontò della stanza al piano di sopra, di quel che custodiva, di metallo e di fuoco, di specchi nei quali avrebbe potuto vedersi come non era abituata a fare, mentre provava sensazioni anche di raffinato e scrupoloso dolore.
Le parlò poi di come avrebbe anche massaggiato e stimolato in profondità il suo ano con oggetti lunghi ed arrotondati, lungamente, con ritmo e infinita pazienza, per farle provare un piacere che avrebbe potuto godere del tutto solo se avesse deciso davvero di abbandonare il suo corpo alle sue reazioni.
Ascoltandolo e sentendo la presa che la ghermiva doppiamente, lei ebbe il primo orgasmo, che la fece gemere e quasi piegare su se stessa. Il sudore ricopriva ormai completamente il suo corpo.
Senza darle tregua, lui la fece sistemare sul divano della veranda ed accostò le sue labbra e la sua lingua al suo sesso già arrossato, immergendosi ed assaporando il succo che continuava a sgorgare, mentre riprendeva con due dita il veloce ed instancabile lavorio sui lati e sulla sommità del suo clitoride.
Il cielo da nero era divenuto grigio scuro e così la veranda, sempre rischiarata da due fonti di luce laterale. Omaggiandola in quel modo, le procurò altri due orgasmi, dopo il secondo dei quali, tremando, lei scostò la mano di lui dal piccolo organo che l'aveva appena saziata.
Si distesero accanto sul divano. Carezze più lente e reciproche consegnarono a ciascuno dei due il corpo caldo e umido dell'altro, con lui che assaporava il suo delizioso sudore, fino a che, semplicemente, si unirono.
Lei lo accolse nella sua carne già stanca, in preda ad uno squisito sfinimento, che voleva prolungare ancora. Fu una dolce agonia semplice e diretta ed era leggero, quasi trasognato, il bacio che lei gli stava regalando quando sentì che stava ricevendo il suo sperma.
Rimasero distesi mentre il grigio scuro schiariva; poi, mentre lui, come amava sempre fare, indugiava con le dita e le labbra sul suo avambraccio sinistro segnato dai residui di un vecchio tatuaggio ormai incomprensibile, stimolandole la superficie delle vene e forse pensando alla vita che vi correva dentro, nell'uniformità lattea ormai indistinta della stanza bianca, che riprendeva l'alba di fuori, lei ebbe la sensazione di aver capito meglio il senso della strofa della canzone.
- Le ombre fuggono da loro stesse e lasciano solo luce, ecco quel che voleva dire.. - . Ebbe l'intenzione di dirlo a lui.
Si addormentò su quel pensiero.