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Fantasia e realtà.
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Titolo:
Fantasia e realtà. |
Autore:
Ermete |
Contatto:
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Racconto
n° 4583 |
Altri
racconti dello stesso Autore:  |
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Fantasia e realtà.
La vedevo quasi tutti i giorni, quando non pioveva e non era particolarmente freddo, attardarsi dopo pranzo fumando una sigaretta, nel vialetto prospicente lo stabile dove lavoravo. Alberi, aiuole e siepi colorate erano la cornice ideale dentro il quale guardarla; la femminilità che emanava era in completa armonia con la natura.
Dalla mia finestra al piano terra potevo guardarla senza essere visto, soffermarmi con lo sguardo su di lei senza che il mio osservarla influisse sul suo comportamento.
Vestiva in modi diversi, dai jeans e maglietta a vestiti più femminili, ma sempre consoni ad un luogo di lavoro; tutti indossati con un'eleganza sobria, solo a tratti più espressiva di un erotismo consapevole, come quando indossava una gonna alta un po' sopra il ginocchio, né troppo corta nè troppo lunga, giusta a dimostrare di saper mostrare il proprio corpo ma non a metterlo in mostra.
Tutto in lei era erotico. O perlomeno io, vittima dell'alchimia dell'attrazione, ero eroticamente stimolato da tutti i suoi atteggiamenti: parlare con le mani in tasca, guardarsi le unghie, portare la sigaretta alla bocca e sbuffare via il fumo, anche il gesticolare per accompagnare discorsi che non potevo ascoltare, anche il solo stare ferma senza fare niente con lo sguardo fisso lontano mi faceva sentire il desiderio di everla vicino, di poterla abbracciare.
Ogni volta che c'era mi fermavo a guardarla e ogni volta la mia mente cominciava a fantasticare.
Immaginavo di essere io lì a parlare con lei; l'avrei guardata sempre negli occhi e non avrei perso occasione di dirle le emozioni che provavo. Le avrei accarezzato il volto con dolcezza, scendendo con la mano verso il collo e poi verso la nuca, per trasmetterle le vibrazioni che mi provocava quel gesto. Le avrei preso le mani, cercando nel suo sguardo la mia stessa voglia di baciarla; l'avrei fatto, anche lì, in pubblico, incurante delle conseguenze. Stringendola a me avrei certamente sentito il calore del suo corpo avvolgere il mio; il sentire le sue labbra sulle mie avrebbe invaso la mia mente, rendendomi sempre più prigioniero delle sensazioni che la consapevolezza di essere con lei mi avrebbe dato. A volte la immaginavo in altre situazioni. Da soli, in una camera d'albergo, come due amanti consapevoli, a baciarsi abbracciati, ancora in piedi, appena entrati nella stanza; nell'immaginarmi con lei provavo veramente le sensazioni che ero convinto mi avrebbe dato quella situazione. E seguendo quelle sensazioni immaginavo di tirarle via la maglia, facendole alzare le braccia, di sbottonarle la camicetta mentre abbassava pudicamente lo sguardo; immagivano di baciarla all'improvviso, per rubarle quell'espressione di innocenza. Le avrei chiesto di continuare a spogliarsi da sola e lei lo avrebbe fatto, questa volta con aria di sfida, senza nascondere la sua voglia.
Mi sarei seduto a guardarla mentre il suo corpo piano piano si scopriva e tutta nuda me lo avrebbe mostrato. Immaginavo il suo sguardo nell'ascoltare le mie richieste di toccarsi il seno, i capezzoli, il sesso; di avvicinarsi a me con atteggiamento spudurato, come una prostituta di strada tenta di accalappiare un cliente, come una donna che usa il suo corpo per altri interessi; e una volta vicina a me l'avrei catturata cincendole il corpo alla vita e inziando a baciare la sua pelle, senza più fermarmi, seguendo la strada segnalata dalle sue reazioni.
La guardavo dalla finestra, mentre lei parlava con i suoi colleghi, fissando le parti del corpo che le avrei stimolato; sì, il collo sicuramente, baciandolo e mordendolo, mentre il mio braccio le cingeva le spalle e la mano le stimolava il sesso; poi il seno, con la punta della lingua a girare intorno al capezzolo per poi baciarlo e morderlo; poi la bocca, avidamente violata con la mia lingua in cerca della sua; l'avrei presa in braccio, per farla sentire mia, e l'avrei stesa sul letto per poterla eccitare con la lingua in ogni punto che attirasse la mia attenzione. Non sempre c'era e quelle volte mi assaliva la paura che non l'avrei mai più rivista e quella paura aumentava il desiderio di averla per me; e quel desiderio crescente mi faceva immaginare situazioni sempre più spinte. Nella mia mente la vedevo guardarmi con distacco, con indifferenza e allora ecco che nella stanza d'albergo immaginavo di prenderla e baciarla con forza, di legarla per non farla scappare, per poter disporre di lei senza chiedere. La immaginavo sul letto con le corde che le tenevano le braccia e le gambe allargate, bendata nella consapevolezza di poter essere violata anche contro la sua volontà.
Capitava spesso che guardando la televisione in casa qualche donna che le somigliava mi riportasse in mente lei. Subito ricominciavo a fantasticare immagiando il suo corpo, la sua figura stagliata davanti e me, avvicinarsi e baciarmi. Nessuna mi aveva mai provocato un tale fervore. Le fantasie che creavo mi coinvolgevano fino al punto di eccitarmi fisicamente, portanto il mio sesso ad indurirsi; il toccarmi mi faceva scivolare ancora di più nell'illusione di stringere il suo corpo, di baciarla sulla pelle, tra le gambe, di farla godere per assaporare il gusto del suo piacere, di sentire le sue labbra avvolgere il mio sesso in un crescendo di sensazioni che sfociano in un orgasmo esplosivo, che nella mia mente la coglieva in ginocchio davanti a me, nell'atto di esprimere la consapevolezza del piacere che mi dava.
Ogni volta, al termine delle mie fantasie mi domandavo come fosse in realtà; quale fosse il suo senso dell'erotismo, quale mio gesto l'avrebbe eccitata e quale ferita nell'anima; se per lei la paura e il dolore potessero essere alimento della passione o se solo la dolcezza provocasse in lei il desiderio di godere. Mi domandavo se mai avrei capito quali segrete fantasie nascondesse e se sarei mai riuscito a renderle vive, per il suo ed il mio piacere.
Un giorno me la ritrovai in una riunione di lavoro.
Potevo ascoltarla ora. La sua voce era come avrei potuto immaginarla: dolce e sicura, con una tonalità che si armonizzava col suo aspetto. Mi guardava solo quando ero io a parlare e per quanto cercassi di capirlo, non riuscivo a carpire nessun pensiero su di me che non fosse freddamente legato con il lavoro.
Anche in quella situazione la mia immaginazione si inerpicò sul suo corpo e questa volte la sentivo mentre mi diceva come le mie mani l'eccitassero nel toccarle i seni e le mie labbra le provocassero dei brividi sulla pelle che sfioravano. L'averla così vicina, interloquire con lei, mi dava la sensazione di non aver più tempo, di non poter più resistere al desiderio di dare realtà alle mie fantasie. O comunque di andare oltre. Di uscire da quel limbo nel quale vivevo quella che era diventata una storia fantastica.
Decisi che al termine della riunione sarei stato spudorato come mai nella mia vita. Anche senza che avesse un reale senso le avrei chiesto se avessimo potuto vederci a cena per approfondire gli argomenti di cui avevamo parlato. Lei mi avrebbe guardato perplessa, fisso negli occhi, per poi forse sorridere scomprendo il mio maldestro approccio.
Avrei potuto farlo ma non lo feci. Qualcosa dentro di me mi portò a salutarla con sincera simpatia, come si saluta un imprevisto e piacevole compagno di viaggio. Qualcosa dentro di me non voleva privarmi del piacere che mi davano le fantasie su di lei; qualcosa che non ha voluto che la realtà, prima o poi, seppellisse la fantasia.
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