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- Più non mi appartengo -
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Titolo: - Più non mi appartengo -
Autore: Baby
Contatto:
Racconto n° 4585
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Ho conosciuto Dario in un giorno di settembre, quando le foglie ingiallite cadono dagli alberi come in una danza. In quel viale che profumava di umido e quiete, quell'uomo dal colletto della giacca alzato, si avvicinò a me con fare delicato ma deciso. Il suo sorriso, un sorriso che nasceva dagli occhi, mi colpì immediatamente e da quel giorno mi fu sempre più difficile non pensarlo.
La nostra storia iniziò così, all'improvviso.
Tanta era la tenerezza, il desiderio di trascorrere momenti felici, la passione.
Si, la passione per quell'uomo mi prendeva alla gola al sol pensarlo. Lui sorrideva ogni volta che gli dicevo - Più non mi appartengo da quando ti conosco! - .
Ed in silenzio ogni volta mi rispondeva passando il suo indice sui contorni del mio viso fino ad accarezzare le mie labbra. Ma mai una parola.
Quella che provavo era una sensazione nuova, che non riuscivo a gestire, a controllare. E lui, invece, sembrava consapevole di avere quel gran potenziale su di me e mostrava così tanta sicurezza come se tutto ciò fosse quasi scontato.
Le nostre giornate trascorrevano serene e allegre. Lui proponeva attività per riempirle: cinema, teatro, ristorante, lunghe passeggiate, shopping. Era molto allegro di carattere ma a volte non proferiva parola per ore e ore. Quel silenzio mi turbava ma non osavo interromperlo.
Era proprio dopo quei lunghi silenzi che lui mi amava con estrema passione, forza ed irrazionalità. Ed io ne morivo.
Una notte, mentre facevamo l'amore, mi confessò che avrebbe voluto prendermi su di un tappeto di pelliccia nero disteso su un manto di neve ed è per questo suo desiderio che l'indomani saremmo partiti per la montagna.
La villa era grande, di pietra e legno fuori, finemente arredata all'interno, stile barocco.
Ovunque candelabri, poltrone e specchi. Arredamento insolito per una villa di montagna, così come insolito era l'atrio di quella villa, quasi una enorme sala da ballo da cui sorgeva una scalinata che portava al piano superiore.
Arrivammo alla villa in tardo pomeriggio. Un maggiordomo ci venne ad aprire e sistemò i bagagli nella nostra stanza. Dopo un bagno caldo fummo avvertiti che la cena era servita.
La serata era strana. Dario era serio, quasi pensieroso. Cenammo e poi prendemmo il caffè seduti a terra, davanti il grande camino acceso. Dario mi abbracciava ma era taciturno. L'unica frase che mi disse non sembrava tanto una comunicazione quanto un ordine - Questa notte dormirai sola nel grande letto dorato, nuda. - Mi diede un bacio sulle labbra e mi invitò con un cenno ad andare a dormire.
Non comprendevo perché quel comportamento, non capivo perché quella decisione strana di non voler dormire con me. Ma qualcosa in tutto ciò mi eccitava... forse la luce nei suoi occhi.
L'indomani mattina mi svegliai riposata ed ancora eccitata. Desideravo quell'uomo che si era sottratto, vietato a me quella notte, lo desideravo con tutta me stessa.
Sul letto trovai una vestaglia di seta nera ed un biglietto - Questo è il mio abbraccio, tienila sulla tua pelle per tutto il giorno - .
Sorrisi, anche con un po' di malizia ad esser sincera, e la indossai.
Scesi nella sala da pranzo; il maggiordomo mi attendeva per la colazione. Poi sparì.
Non sapevo cosa fare in quella casa enorme. Dario non c'era; nemmeno il maggiordomo c'era. C'ero solo io ed il silenzio.
Girovagai per le stanze. Tutte finemente ed elegantemente arredate. Poi mi avvicinai alla finestra per godere del panorama e vidi distesa sulla neve una coperta di pelo nera, la stessa coperta che Dario aveva tanto descritto.
Sulla coperta una rosa rossa ed un biglietto. Uscii fuori, lasciando cadere dal mio corpo la vestaglia di seta e mi diressi verso la coperta nera.
Mi sdraiai su di essa, odorai la rosa e lessi il biglietto - Le tue carezze sono per me un invito - .
Il canovaccio di quei fotogrammi che stavo vivendo Dario me lo aveva raccontato minuziosamente le notti precedenti. Io sapevo perfettamente cosa fare. Iniziai a passare leggermente le mani sul mio viso, tra i capelli, sul mio collo, il mio corpo, i miei seni.
Avevo la sensazione che lui lì, da qualche parte, mi stesse guardando e sentii la mia eccitazione salire. Le mie carezze si facevano sempre più audaci, sempre più desiderose.
Prendevo i miei seni e li stringevo, li annusavo, li baciavo. I miei capezzoli si erano inturgiditi, fremevano, volevano essere baciati, morsicati.
Il mio ventre si contorceva e la mia vita voleva essere cinta.
Aprii le mie gambe e cominciai a sfiorarmi lì dove l'ardore si concentrava. Sentivo i suoi occhi addosso, pesanti e vogliosi e questo mi eccitava, mi faceva dedicare a quelle carezze con sempre più passione.
Ovunque sulla mia pelle c'erano caldi brividi, ovunque desiderio di lui. Avrei voluto urlargli ancora una volta - Più non mi appartengo da quando ti conosco - ma la sua voce calda spezzò il silenzio. - Tu mi appartieni - mi disse e si posò su di me, sul mio corpo, sul mio desiderio, sulla mia passione per cibarsene ed appagarsi.
Mi prese in mille modi, insaziabile e passionale. Ovunque mi baciò. Ovunque mi penetrò, instancabile.
Ogni mio orgasmo, benché forte, non era altro che un preludio al successivo ed ognuno meno intenso del precedente.
Poi cademmo sfiniti sulla coperta di pelliccia nera, ansimanti, svuotati e pieni.
Dario mi fissava e col suo indice delineò ancora una volta i contorni del mio viso fino alle mie labbra e mi disse - Un bagno bollente e profumato è pronto per te, con cibo e bevande. Poi andrai a riposare - così mi invitò ad alzarmi e ad entrare in casa.
Mentre mi allontanavo sentivo il suo sguardo posato su di me che ancora mi accarezzava e mi eccitava.
Il bagno caldo fu così rilassante che poco dopo sprofondai in un sonno rigenerante.
Mi svegliai che era già buio e sul letto questa volta non un biglietto ma una maschera veneziana dorata con un grande pennacchio nero e delle decolté nere di quelle che si allacciano finemente alla caviglia.
Indossai la maschera e le decolté e iniziai a scendere la grande scalinata.
Con enorme stupore, meraviglia ma anche tanto timore vidi che il grande salone era ricoperto da innumerevoli gigantografie in bianco e nero, fotogrammi minuziosi di quanto accaduto nella mattinata.
Le mie mani che mi accarezzavano, le sue posate su di me, i miei baci, i suoi, le penetrazioni, i godimenti.
E a guardare quelle immagini molte persone a coppia: gli uomini osservavano con attenzione le immagini alle pareti ed ognuno accarezzava e baciava la donna che le era accanto.
Gli uomini vestiti in tait e le donne, bellissime donne, tutte in decolté e tutte con la stessa maschera veneziana, dorata e con un piccolo pennacchio.
Al centro del salone il tappeto nero di pelo e di fronte Dario seduto su di una poltrona dorata rivestita di pelle nera.
Quando mi vide apparire si avvicinò ad attendermi ai piedi della scalinata ed allungò la sua mano per invitarmi a scendere. Poi con fare elegante, come quello di un gentiluomo che invita la sua dama a ballare, mi accompagnò a distendermi sul tappeto nero mentre lui tornò a sedere sulla sua poltrona.
Era chiaro che il copione della mattinata si doveva ripetere, così iniziai ad accarezzarmi sotto lo sguardo di Dario, sotto gli occhi di tutti.
A turno gli uomini presero per mano la propria donna e la portarono al cospetto di Dario il quale le osservava e le accarezzava, una per una.
Poi fu il turno di una bellissima ragazza rossa, slanciata, perfetta. I riccioli ribelli le cadevano su seni sodi. Dario si soffermò molto ad osservarla, accarezzarla. Le prese i seni, le sfiorò il ventre, accarezzò le natiche sode, le passò la mano tra le cosce. Sembrava molto attirato da quella donna. Poi fece un cenno all'uomo che l'accompagnava.
Così l'uomo diresse la rossa verso il tappeto nero, verso me. Lei si mise in ginocchio e cominciò ad accarezzarmi. Ovunque mi accarezzava, mi baciava.
Dario osservava compiaciuto ed interessato, come il resto degli uomini e delle donne presenti nella sala.
Il mio timore lasciò presto spazio all'eccitazione. Dario aveva scelto per me la donna che avrebbe dovuto darmi piacere sotto i suoi occhi.
E quella donna il piacere me lo diede. Le sue mani, la sua bocca, non erano solo le mani e la bocca della donna che Dario aveva scelto per me ma anche le mani e la bocca di Dario che tramite lei voleva darmi piacere.
Un piacere assoluto, penetrante, vibrante. Insinuò le sue mani e la sua lingua ovunque, ed ovunque si accendevano fremiti nascosti e desideri inaspettati.
Oramai anche io rispondevo a quei baci, a quelle carezze. Fu allora che compresi pienamente la luce negli occhi di Dario.
Dario si accostò alla donna, le accarezzò la schiena, le natiche e le fece cenno di alzarsi.
Lui prese il suo posto ma non con baci, non con carezze, ma con una penetrazione possente, dolce e violenta allo stesso tempo.
Mi penetrò a fondo, come volesse entrare completamente dentro me col suo sesso turgido, col suo essere, col suo sguardo.
Un orgasmo unico il nostro, profondo, intenso. Mi sentii inondare e riempire dal suo godimento e svuotare della mia anima.
I miei occhi ancora una volta gli dissero - Più non mi appartengo da quando ti conosco - , mentre i suoi mi rispondevano - Tu mi appartieni - . E il suo indice sfiorava i contorni del mio viso fino alle labbra.