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Daria
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Titolo:
Daria |
Autore:
Comando |
Contatto:
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Racconto
n° 4605 |
Altri
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Se il destino fosse scritto nei nomi quello di Daria sarebbe stato ritrovare se stessa, ritrovare l'essere in cui la vita, come in un lento bossolo, l'aveva avvolta tessendo attorno a lei quell'unico filo che la aveva imprigionata strato dopo strato. Vi è chi ne trova il capo e lo dipana lentamente, chi lo strappa repentino sino a che la luce, che colpisce con dolore gli occhi ed il piacere del corpo che si distende alla consapevolezza del sole, è antitesi a quel dolore.
Lei uscì in una notte ma non per questo lenito fu il suo dolore, un viaggio come tanti, bello, verso luoghi affascinanti con la sua famiglia, un luogo magico nel deserto.
Erano giunti da alcuni giorni, lei, il marito e la figlia, una vacanza attraverso la Libia con altri gruppi, centinaia di chilometri percorsi attraverso zone selvagge, loro guide due Tuareg ed un poliziotto. Uomini blu' li chiamano, dai corpi statuari che vivono nel deserto, sono parte del deserto ove da stirpe ne hanno imparato a conoscere ogni segreto, perché lui è come una donna fatale, non ammette errori, ti prende e ti avvolge ma se sbagli ti distrugge.
Quella notte si accamparono nei pressi del lago Um el Ma nascosto dalle dune, dalla sabbia fine ed impalpabile, attorno a se, come a circondarlo in un abbraccio, a cornice i palmeti il cui verde spiccava violento in contrasto con il cielo azzurro ed il deserto. Era la notte del risveglio ma Daria ancora lo ignorava quando, stanca, salutò tutti andando a dormire, non sapeva che l'alba del giorno dopo avrebbe accarezzato con i suoi raggi una donna nuova.
Delle due guide ve ne era una molto giovane, Ahmed, sui 30 anni, uomo fatto, temprato da quella terra natia ed inospitale con cui lei, fungendo spesso da traduttrice con il suo inglese fluente, aveva legato molto sino ad instaurarsi, complice il bianco sorriso di lui e gli occhi che sembravano ridessero, un feeling che serpeggiava ignorato da tutti nel loro parlare.
Si svegliò all'improvviso, nella chiara luce della luna piena che si rifletteva sulle chete acque del lago, un bisogno fisiologico la condusse verso il punto adibito a tale funzione e nel silenzio generale, camminò in calma quasi a non voler spezzare l'incanto che la avvolgeva. Così facendo passò poco distante dalle guide ed il suo sguardo quasi accarezzò Ahmed che dormiva profondamente sotto quel cielo stellato senza altro riparo. Improvviso un desiderio irrefrenabile la avvolse, la sconvolse, infilarsi in quel giaciglio insieme a lui, sentire il calore del suo corpo, il suo odore e le forti braccia stringerla. Era pazzia, era istinto, era la crisalide ormai pronta che iniziava a voler volare, la mente si fece smania, il corpo fremeva ma la ragione si fece peso e a malincuore la ricondusse al suo giaciglio.
Quella notte non riuscì subito a riprendere sonno, mille emozioni che cercava di capire, come immagini colorate di un caleidoscopio, si agitavano in lei cambiando forma mentre la sua anima eterea volteggiava in punta di piedi, sfiorando le immobili acque, sotto i raggi della luna. Lei era lì correva al centro del lago, in una danza eterna prigioniera di quel posto incantato. Al mattino, ancora presa da tali turbamenti cercò di non far trasparire ciò che era accaduto ma fece un gesto che nessuno comprese, che nessuno capì. Si accovacciò alle sue rive vi immerse la mano, sentì l'acqua scorrerle fra le dita, sentì la sua anima fluire, quasi un patto tacito fosse scritto.
I giorni trascorsero ma ormai la crisalide, tramutata in farfalla aveva dischiuso le sue ali ai caldi raggi del sole, nessuno intuiva il cambiamento, nessuno fuorché Ahmed che sentiva qualcosa che era cambiato in lei anche se nulla fu detto o fatto prima della partenza ma gli occhi e la voce parlano nei silenzi più della voce più forte che grida. Il giorno prima di uscire dal deserto lui le donò una collana tuareg.
-Indossala per sette giorni e quando sarai in Italia il nostro legame non si interromperà.
Al rientro le prese una strana sensazione, come un qualcosa che le strappasse le visceri, la rivoltasse tutta, sentiva dentro di se di aver lasciato indietro qualcosa di incompiuto e gli scrisse, mail, chat, telefonate, come un torrente gli si aprì rivelandogli ogni suo pensiero, emozione, desiderio, voglia di essere sua, di immergersi fra le sue braccia scure sino ad esserne avvolta completamente. Tutto questo non passò inosservato a casa, il marito percepiva che qualcosa non andava e lei, in un impeto di onestà, cercò di spiegare, nella illusione di essere compresa, per quanto lui si sforzasse però non riusciva a capire. Era ormai un punto fisso nella mente di lei, voleva, con la stessa intensità in cui si cerca l'aria quando si è sott'acqua ed i polmoni bruciano alla sua ricerca, voleva almeno una volta essere di Ahmed. Le fu proibito di tornare in Africa ma ormai entrambi volevano chiudere il cerchio e lui dopo un anno e mezzo, con enormi sacrifici giunse a Roma. In quel periodo lei non poteva abbandonare la sua casa ma ormai poche centinaia di chilometri la dividevano ed non esitò neanche di fronte la minaccia, che una volta che ne fosse uscita, non vi avrebbe potuto più farne rientro.
Usci che era buio, le sembrava, quel mattino, che si chiudesse una porta della sua vita per schiudersene una altra, fatta di incognite e desideri ma sapeva dentro di se che non avrebbe voluto o potuto non attraversarla. Quando lo vide, tra la folla al terminal, in un attimo le affiorarono tutti i ricordi, come se il vento del deserto giungesse sin lì sino ad avvolgerla ed i suoi colori a riempirle gli occhi. Sulla navetta gli strinse la mano, grande in confronto alla sua, forte ma delicata e non gliela lasciò, sino a giungere all'albergo. In stanza lui si pose in un angolo, rivolto alla Mecca a pregare, lei ascoltava il suo sommesso bisbiglio sino a che si alzò, la strinse a se, la baciò mentre sentiva il suo corpo aderirle poi, scusandosi, entrò nel bagno mentre lei iniziava a spogliarsi.
Era come vivere un sogno. Sentiva l'acqua della doccia scorrere con fare rumoroso, quasi una piccola cascata poi il silenzio, la porta si aprì ed Ahmed, statuario, apparve nella sua maschile bellezza. Completamente glabro, con un lieve sorriso in cui gli spiccavano i denti bianchi ed il corpo dalle mille goccioline che
scorrevano sulla sua pelle, non si era asciugato, le si pose a fianco sul letto ancora bagnato. Le sue mani presero a sfiorarla, quasi cercassero conferma agli occhi, percorse il suo corpo mentre le labbra si posavano dolcemente sulla sua pelle giù, sino alle cosce.
Lei lo lasciò fare, si schiuse a lui piegando le ginocchia sino ad allargarle inarcando il bacino ad offrirgli la sua umida femminilità, sentì quella lingua accarezzarla, intingersi nella sua profondità sino a coglierne il suo sapore ed abbeverarsi di lei. Daria gli prese i capelli, li tirò, li accarezzò mentre guidava il ritmo del suo capo come un direttore di orchestra, ora più forte in un crescendo, ora più cheto sino a comporre la sinfonia del piacere in uno spartito che non avesse mai voluto aver fine. Arcuava il corpo mentre un tremore la scuoteva sino ai capezzoli duri, sporgenti dai piccoli seni, racchiusi dalle mani di lui che vi si protendevano quasi ad aggrapparvisi.
Momenti in cui la parola tempo e spazio persero significato per lei come immersa in una nebbia, un limbo impalpabile che la avvolgeva, soffice e caldo da cui non sarebbe mai voluta emergere. I pensieri si fecero da parte mentre ogni senso fu partecipe di tanto desiderio. La baciava, la stringeva, la sua pelle scura faceva contrasto con quella di lei, una mora bianchissima, quasi a risaltare ed unire due mondi in un arcobaleno di emozioni e carnalità. Le entrò dentro quasi con dolcezza, temendo di farle male, il membro turgido la riempì completamente sino a che fu il corpo di lei ad adattarvisi in una inesauribile danza che la lasciò quasi spossata.
E poi ancora, ancora per ogni istante che da quel giorno li aveva divisi sino ad essere completamente piena di lui. Il cerchio si era chiuso, ciò che era nato su quelle calme acque del lago in quella notte magica aveva avuto il suo compimento. Tre giorni rimasero insieme, sino a che venne il momento della partenza, fu tristezza, fu gioia, tasselli che prendevano il loro posto e la crisalide era divenuta ormai
farfalla. Non fu malinconia a casa, anzi, ogni ricordo fu cosa dolce ed altre conoscenze, altre esperienze, la avrebbero fatto volare distendendo le ali al cielo.
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