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Frammenti dell'Infanzia
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Titolo: Frammenti dell'Infanzia
Autore: Ruferidian
Contatto:
Racconto n° 4606
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FRAMMENTI DELL'INFANZIA

Serie di racconti concatenati tra loro, dalla biografia del protagonista della storia, che altro non vuole essere se non la vita immaginaria del lettore stesso della storia; dall'erotismo più puro e semplice a quello più spinto.
L'insieme di questi racconti semindipendenti dal resto è stato estratto dal contesto del Libro: - Un fine settimana incredibile! - di Ruferidian.

Naturalmente eri troppo piccolo per conservare frammenti precisi, ma qualche brandello di ricordo lo rammenti lo stesso. Ad esempio ricordi le sue membra rosa-bianchicce, non dissimili dai tentacoli disarticolati di un polipetto, quando si aggrappavano al collo di un adulto per farsi consolare e coccolare. Un vero e proprio mostriciattolo. Ricordi chiaramente che ti stava sempre fra i piedi, dovunque stavi tu c'era lei. Insopportabile. Poi, con il tempo, avete finito per diventare inseparabili. Lei era la timidina, reticente, fifona e paurosa, sempre il piccolo-brutto essere scimmiottante dalla lacrimuccia facile, che, però, ti guardava sempre con pura venerazione adorante negli occhi; mentre tu eri lo spericolato, talvolta incosciente, che prendeva tutte le decisioni e lei finiva col cedere tutte le volte.
In particolare, rammenti con precisione un singolo episodio. Eravate ancora molto piccoli: c'era una camerata, forse era quella dell'asilo, e si doveva dormire perché semplicemente era giunta l'ora del pisolino quotidiano del pomeriggio. Da che ricordi, non hai mai sopportato di dover fare per forza il sonnellino pomeridiano. Lo stanzone rimaneva in penombra, e tu non eri il solo a non avere sonno, questo lo ricordi bene, ma si doveva restare in silenzio comunque, altrimenti sarebbe entrata una maestra ad esigere che nessuno si muovesse e che tutti se ne stessero sdraiati e silenziosi. Qualcuno strisciava sotto i letti, in cerca di mistero e di avventura, ricordi vagamente di averlo fatto spesso, e questo veniva concesso purché non si disturbasse gli altri. Ma non quella volta. Il lettino della Cocca era vicino al tuo, a quei tempi tutti i nomignoli erano già stati affibbiati da un pezzo, ma, come sempre malgrado la testa le ciondolasse dal sonno, se non dormivi tu si rifiutava di farlo anche lei. Rammenti che allora non capivi, allora non sapevi, ancora non potevi comprendere, però qualcosa di innato già c'era, evidentemente, perché ricordi che volevi giocare al dottore. E lei alla lunga si è sempre dimostrata succube di ogni tua decisione.
Se ne restava coricata a pancia sotto, con la guancia sul cuscino e un dito in bocca, immobile, probabilmente con gli occhi chiusi. Sicuramente si trovava sul bilico del dormiveglia, a un solo passo dall'addormentarsi. Le avevi calato i calzoncini del pigiamino e le mutandine fino a poche dita più in giù del sederino. Rammenti il riflesso bianchiccio della tenera curva dei suoi glutei nella fitta penombra. Ricordi di aver pensato: e adesso? Da lì in poi eri stato costretto ad improvvisare. Avevi raccolto una scarpetta e avevi cominciato a pasticciarle sulla pelle, come per stendere il cemento con una cazzuola; e ciaf! Le avevi assestato una piccola scarpettata sulle chiappettine e lei si era messa a piangere.

Ti sopraggiunge un altro ricordo.
Non c'era assolutamente nulla di insolito nel ritrovarvi reciprocamente nudi. L'immagine di voi due che sguazzavate nell'acqua sulla riva di una spiaggia, senza alcun costumino addosso, ti veleggia nella mente e, d'altronde, avete poi continuato a starnazzare nella stessa vasca da bagno sin quasi all'età di sei anni. Era estate, in campagna, dai nonni. Rammenti il caldo, il verde, il frinire degli insetti, il senso di libertà che ti vibrava nelle vene. La nonna chiamava ad alta voce il vostro nome e vi stava cercando, ma voi eravate intenti a giocare agli agenti segreti in fuga, o a qualcosa del genere, e vi eravate nascosti dietro al fienile. Il cane abbaiava e tirava la catena, i polli razzolavano in mezzo al rusco. Rammenti benissimo anche questo.
Con un braccio la trattenevi all'indietro, per nasconderla, per proteggerla, intanto con le dita scostavi alcuni viticci rampicanti dell'uva selvatica dall'angolo della parete per sbirciare la situazione. La nonna si dirigeva decisa verso il retro della casa, seguendo i latrati eccitati del cane da caccia legato all'albero, che, però, non puntava affatto su di voi. Bene. Avevi lasciato ricadere il grosso viticcio rampicante che sostenevi con la mano libera, eri arretrato di un passo e ti eri girato per fissarla negli occhi, per decidere la prossima mossa e quindi comunicargliela. Avevi compreso immediatamente, dalla sua espressione contrita, che c'era qualche dettaglio fuori posto. Ti viene in mente che già da allora, Sabrina, non diceva mai nulla, se prima non le si rivolgeva almeno una parola di incoraggiamento. Ricordi ancora di aver sorriso al suo sguardo mortificato.
- Cosa c'è? - .
- Ho la pipì. - .
Aveva risposto con un fumo di voce.
- Beh, falla, ma fai piano sennò ci scopre. - .
Avevi sbirciato una seconda volta, ti eri scostato ulteriormente dall'angolo del fienile, e poi avevi ripreso.
- Ssst, ce l'ho anch'io! - .
Ti eri abbassato i pantaloncini e ti eri impegnato a innaffiare il muro. Lei ti aveva guardato con interesse e stupore.
- Cosa c'è, non l'hai mai fatto? - .
Le avevi chiesto mentre finivi di spruzzare tutt'intorno e sulle radici della vite selvatica. Con un dito ti aveva indicato il pistolino e aveva scosso la testa, avevi subito riconosciuto la confusione sul suo viso. Perciò ti era sorto il dubbio talmente spontaneo che, in effetti, prima di allora, non ti era nemmeno venuta l'idea di porti il problema in nessun momento.
- E tu come fai? - .
- Così. - .
Si era sollevata la gonnellina nuova, aveva abbassato le mutandine, si era accosciata e aveva fatto la pipì. Rammenti di averla osservata con meraviglia: era stato strano, curioso, affascinante, e repellente allo stesso tempo. Non ricordi per niente il resto della giornata, ma quella era stata una cosa insolita, era stata un'esperienza particolare che ti era rimasta impressa.

Un sorriso ti sale sulle labbra.
Solo molti anni più avanti avevi scoperto che la masturbazione femminile è un fenomeno che può facilmente iniziare già dalla tarda infanzia. Prima, il perché lei venisse ammonita così spesso dalla sua mamma, e quasi contemporaneamente consolata da qualcun altro, era rimasto un mistero del tutto irrisolto. Rammenti che, Sabrina, tendeva a cercare nuovamente e ripetutamente la stimolazione manuale fin da piccolissima, persino dopo essere stata rimproverata con imbarazzo da un adulto, e lo faceva senza pudore, con la curiosità innocente tipica degli infanti e nei più disparati e diversi momenti sparsi nell'arco della giornata. Ti resta un vividissimo ricordo di quella volta che le avevi chiesto spiegazioni.
Avevate da poco finito di fare il bagno e vi avevano appena infilati nel lettone della camera sopra la cucina. Dabbasso giungeva l'eco ovattato delle voci degli zii che discutevano e giocavano a carte. Ormai eravate dei bimbi grandi, e tutte le luci avrebbero dovuto rimanere spente, ma era non so che ricorrenza e vi trovavate al primo piano della casa di campagna dei nonni e la Cocca aveva ancora paura del buio; pertanto l'abat-jour sul cassettone rimaneva accesa e la camera veniva rischiarata fiocamente, apparendo rassicurante in un'ombra non particolarmente densa. Era sera inoltrata e fuori dalle finestre si intravvedeva luccicare le stelle. Sapevi che la tua cuginetta si stava strofinando con le dita sugli slip, lo sapevi perché sentivi le lenzuola frusciare e la scorgevi muoversi lievemente nell'altra metà del letto. Ti eri girato di lato e ti eri sollevato su un gomito.
- Perché ti hanno sgridato prima? - .
Aveva voltato la testa per guardarti, però, non aveva smesso affatto di toccarsi.
- Non lo so. - .
Avevi abbassato lo sguardo e valutato come le coperte si muovevano all'altezza del suo inguine.
- Ma ti fa male? - .
Non aveva capito e non aveva risposto. Avevi intuito immediatamente la sua confusione dal suo prolungato silenzio e dal fatto che si era fermata, se non altro temporaneamente, qualunque cosa stesse facendo là sotto. Avevi sfilato il secondo braccio dalle lenzuola e con un dito le avevi indicato la zona del basso ventre, per aiutarla a riflettere.
- Lì, dove ti tocchi sempre! - .
- No. - .
Aveva subito ripreso a massaggiarsi e trastullarsi laggiù in basso.
- Allora perché lo fai? - .
- Mi piace. - .
Ti eri sdraiato sulla schiena e ti eri cipollato il pistolino per qualche minuto.
- Io non sento niente. - .
Aveva scrollato le spalle, aveva sbadigliato e aveva chiuso gli occhi. Frattanto, pensieroso e con indifferenza, avevi insistito a cipollare parecchio con le mani. Da che ricordi, all'incirca da quel giorno in poi, i suoi genitori avevano cominciato a instillarle nella mente i soliti tabù degli adulti. Questo si deve e non si deve fare, questo è lecito e quello è illecito. Da quel giorno in poi avete iniziato a crescere veramente, da quel giorno in poi avete davvero cominciato il lungo cammino nel lento percorso dell'età della fanciullezza.