I migliori Racconti di RossoScarlatto
Racconto del mese
Autore del mese
RossoScarlatto Community
Frammenti della prima fanciullezza
Biblioteca
Titolo: Frammenti della prima fanciullezza
Autore: Ruferidian
Contatto:
Racconto n° 4610
Altri racconti dello stesso Autore:


Serie di racconti concatenati tra loro, dalla biografia del protagonista della storia, che altro non vuole essere se non la vita immaginaria del lettore stesso della storia; dall'erotismo più puro e semplice a quello più spinto.
L'insieme di questi racconti semindipendenti dal resto è stato estratto dal contesto del Libro: - Un fine settimana incredibile! - di Ruferidian.

Non era granché migliorata nella prima fanciullezza. Appariva come lo stesso piccolo-brutto essere scimmiottante dalla lacrimuccia facile di sempre, che quasi meccanicamente sembrava farsi male in continuazione; era il solito mostriciattolo poco loquace dell'infanzia che puntualmente scoppiava in singhiozzi, però, era il tuo mostriciattolo, non faceva mai la spia, e quindi guai a chi la prendeva in giro. Tuttalpiù, non proprio tutte le volte, quando si faceva male, si precipitava di corsa tra le braccia di un adulto per farsi coccolare e consolare, ma, per quanto si potesse insistere, non diceva mai nulla di nulla. Regolarmente, toccava poi a te tentar di dare qualche spiegazione generale: lei si limitava a piangere e singhiozzare, senza confermare né smentire mai la tua versione dei fatti, mentre cercavi di raccontare l'accaduto o ci andavi girando comunque il più vicino possibile. E questo la rendeva un alleato preziosissimo!
Un alleato da proteggere, un devoto dalla fiducia incrollabile, un fido e leale che al massimo con un minimo di resistenza finiva per rendersi disponibile a tutto. Era l'accolito che ti seguiva ciecamente, era l'adepto da incoraggiare e guidare, il discepolo irriducibile e vulnerabile, il fedele adorante e venerante, il proselito dal visetto rosa-bianchiccio, era il seguace che pendeva dalle tue labbra a qualunque costo.

I semi del cosiddetto - normale senso del pudore - cominciavano ad attecchire nella mente di entrambi e tutti gli insegnamenti, le costrizioni, le proibizioni poste irragionevolmente dagli adulti non facevano che stimolare ed accrescere la tua spiccata curiosità. Cosa c'era mai da nascondere di tanto misterioso là sotto? Dovevi scoprirlo.
La lunga, lunghissima, noiosa, noiosissima mattinata scolastica era finalmente terminata. Il pigro pulmino della scuola vi aveva riaccompagnato lentamente a casa dai nonni, come ogni giorno. Grazia, la Zia, la Nilla, aveva preparato da mangiare per ciascun dei presenti ed eravate in procinto di ultimare il pasto. Fuori dalle finestre la luce del sole risplendeva di un anomalo incanto, il garrito stridulo delle rondini riempiva l'aria di una primavera ricca di promesse. Non aspettavate altro che il via libera per alzarsi da tavola e correre a giocare. Soltanto in seguito, dopo parecchie ciance inutili, nonché di raccomandazioni frustranti, il benestare era arrivato ed eravate scappati all'aperto come scoiattoli.
Il pomeriggio era verdissimo, le piante erano in fiore, un refolo profumatissimo dipingeva la rimanenza del resto del paesaggio della campagna. Tutto il mondo si estendeva e snudava ai vostri piedi, come l'impugnatura ingioiellata di un'arma fantastica che nulla rendeva impossibile, e avevate scelto di giocare a nascondino. Ovvero, tu avevi proposto qualche alternativa e lei aveva risposto quasi a monosillabi. La necessità aguzza l'ingegno, diceva spesso Graziella, la Zietta, la Nella; infatti, ormai, da tempo possedevate alcune varianti personali delle regole di questo gioco: siccome di fatto vi ritrovavate solitamente in due, gli altri cuginetti risultavano ancora troppo piccoli per partecipare attivamente e normalmente quelli più grandicelli mancavano comunque, esisteva perciò più di un modo per dar sostanza al regolamento e per stanare chi doveva nascondersi.
I cambiamenti si verificavano soprattutto in fase di cattura e si dimostravano assai marginali, perlopiù si trattava di un miscuglio con diversi giochi. Il primo, il più classico, che consisteva nell'individuare il nascondiglio dell'avversario e raggiungere la base per dichiararne la posizione, restava sempre valido. Il secondo, il più rapido, consisteva nell'individuare l'avversario in movimento e dichiararlo visto e beccato sul posto. Nel terzo, nel più divertente, non appena individuato il nascondiglio, si ingaggiava una corsa-inseguimento folle verso la base. Per vincere, per chi faceva la conta bisognava almeno toccare l'avversario e dichiararlo tanato e beccato, invece, necessariamente, per chi si nascondeva bisognava raggiungere la base senza farsi beccare per poter dichiarare il tana libera. Lo spazio a disposizione della vostra fertile fantasia sembrava sconfinato. Generalmente, lei preferiva rintanarsi come un topolino in un angoletto, con la testa fra le ginocchia, mentre tu la cercavi con calma. Al contrario, in larga misura, tu preferivi la terza variante e al tuo turno d'imboscarsi optavi per l'inseguimento e la corsa folle. La seconda possibilità si applicava raramente e trovava utilizzo poco meno che in presenza della Zietta, quando decideva di tenervi compagnia e tentava di conquistarsi la casa-base di soppiatto. Ma non c'era quella volta. Eravate soli per quanto possibile.
Sabrina, la Cocca, riusciva lenta e goffa nei movimenti e beccarla o raggirarla veniva facile, però, di tanto in tanto, la lasciavi fuggire o ti facevi sorprendere lo stesso per non togliere entusiasmo alla giornata e per farla contenta. Qualcuno teneva d'occhio un paio di piccolissimi che scorrazzavano allegramente nel cortile di fronte alla porta di casa e che, al pari del cane da caccia incatenato al grosso albero che s'innalzava tra l'abitazione e il macero, esplodevano in schiamazzi eccitati tutte le volte che solamente vi intravvedevano sfrecciare e rincorrere. Ti eri nascosto oculatamente in fondo al fienile. Una catasta di ballini di paglia ti si ergeva innanzi come un muro. La sentivi muoversi con cautela e circospezione. Quando si fosse affacciata per sbirciare oltre la parete di paglia, le saresti sfuggito di sotto il naso in un attimo. Si stava avvicinando. Eri prontissimo. Aveva a malapena infilato la testa che eri già scattato dalla parte opposta. Eri uscito dal varco libero, ti eri lanciato subito in direzione del portone che permetteva la fuga all'esterno. Un tramestio impacciato dietro alle spalle. Ti stava inseguendo. Pochi balzi all'uscita del fienile. Un tonfo pesante. Ti eri bloccato di colpo, ti eri girato di scatto. Lei era distesa per terra, era caduta, eri tornato indietro per assisterla e soccorrerla. Si era fatta male e stava piangendo. I suoi pianti non si esprimevano in grida e sciocchezze, ma in scoppi di lacrime e singhiozzi, presto seguite da una rincorsa precipitosa nelle braccia di un adulto, se ce n'erano a portata di vista. L'avevi fatta rialzare, l'avevi fatta sedere, intanto lacrime luccicanti le inondavano le guance minute e paffutine. Singhiozzava penosamente.
- Dove ti sei fatto male? - .
Aveva indicato le ginocchia, ti eri chinato per controllare. Uno degli onnipresenti cerotti si era staccato leggermente e una gocciolina di sangue fuoriusciva da una vecchia crosticina. Non si era fatta niente, era l'occasione giusta. L'avevi fatta stendere sul ballino di paglia, le avevi detto di rimanere ferma, le avevi tastato le gambettine, le avevi sfilato i sandaletti.
- Prova a stringere le dita - .
Bene. Le avevi massaggiato i polpaccini, le avevi risalito le coscettine, le avevi sollevato la gonnellina, le avevi abbassato le mutandine.
- Adesso prova ad aprire le gambe - .
Avevi guardato intensamente, avevi osservato con attenzione, ma lì non c'era nulla, nulla di nulla; solo una fessurina rosa con due crestine sporgenti nel mezzo.
- Non c'è niente di rotto! - .
Avevi diagnosticato, avevi riattaccato il cerotto, l'avevi aiutata a rivestirsi. Non c'era alcun bisogno di dirle di non dire niente, perché non lo avrebbe fatto in nessun caso. Le avevi preso la mano e vi eravate riavviati davanti casa, dove poi aveva finito di singhiozzare tra le braccia della Zia.

La primavera aveva ceduto il passo all'estate e il primo anno scolastico era trascorso. Entrambi vestivate pantaloncini di cotone, magliettine a maniche corte e sandaletti di gomma, perché non accadeva affatto di rado che uno qualsiasi di voi due si rinvenisse, incidentalmente, con un piede intinto nel fango del canaletto che eravate soliti trafficare dietro casa. Lei era sempre il piccolo mostriciattolo dell'infanzia, però, la sua figurina si stava allungando e la sua pelle, rosa-bianchiccia, andava abbronzandosi giorno dopo giorno. Oltretutto i tempi dell'infanzia erano passati da un pezzettino e non era più tanto comune vedervi e ritrovarvi reciprocamente nudi.
Al centro s'innalzava l'albero del cane da caccia, di qui si vedeva il fienile e di là il canaletto, da una parte si trovava la casa dei nonni e dall'altra il macero in disuso. Il cielo era azzurrissimo, le rane gracidavano forte, l'acqua era tiepida e torpida, un leggero soffio di vento frusciava tra le cime delle canne appena ondeggianti che si ergevano altissime sulle sponde del macero immobile. Un vecchio moscone semiaffondato vi attendeva incagliato fra i sassi lungo la sua riva. Naturalmente, quella risultava per voi una delle zone assolutamente proibite e il divieto di andarci non mancava mai di farsi sentire nel corso delle raccomandazioni quotidiane della Zia, ma, forse proprio per questo, il luogo assumeva ai vostri occhi il fascino di una tappa quasi obbligatoria. In definitiva, in sostanza, si trattava di una non grande imbarcazione a remi, arenata nella sponda più inacessibile del macero, inutilizzata da chissà quanti anni, abbandonata a marcire con una delle sue estremità imprigionata nei massi che circondavano l'ovale dell'invaso d'acqua che si presentava liscio come una macchia d'olio densa e preoccupante. Praticamente, tutta quanta la zona al di qua dell'albero centrale figurava chiaramente da evitare; e pertanto si rendeva irresistibile.
Inoltre, insieme alla Zietta, durante i pomeriggi dell'estate, avevate segretamente riscoperto le tracce di un sentiero che si addentrava nel folto del canneto che invadeva la sponda più vicina del macero. Il sentiero zigzagante si apriva in uno spiazzo, lontano da sguardi indiscreti, dove spesso Graziella si intratteneva per prendere la tintarella. Infatti, pur rimanendo circondato su tre lati da canne fitte e grosse, il posto restava soleggiato sin nel tardo pomeriggio. Di fronte, oltre il perimetro piatto dell'acqua, si estendevano a perdita d'occhio i numerosi frutteti della campagna.
Vi eravate inoltrati nel sentiero segreto. Eravate in fretta sbucati nello spiazzo isolato. Avevate poi raggiunto il moscone, che agonizzava nell'acqua untuosa, che nella vostra smodata immaginazione si trasformava in un veliero imponente sulla cresta di un oceano sconfinato. Intrepidi, incuranti, facendovi largo a saltelli da un sasso all'altro, eravate saliti a bordo di quel bastimento e ne avevate conquistato il possesso. Tu facevi il capitano e lei faceva il marinaio semplice, le assi oscillavano sotto di voi, e con la fantasia avevate affrontato una tempesta spaventosa. La superficie oleosa dell'acqua scintillava nel riverbero del sole, e galleggiando una verde fogliolina si stava avvicinando, un'eccitante scialuppa ricolma di pirati si preparava all'arrembaggio alla vista. Il marinaio si era sporto all'infuori per fiocinare il nemico e lei era piombata in acqua.
Sabrina non sapeva nuotare e tu ancora ci riuscivi con molta fatica. Era riaffiorata per un istante a un metro di distanza, ti eri buttato immediatamente con i sandalini e tutto il resto. L'avevi abbrancata al volo e le avevi tirato la testa fuori dal pelo dell'acqua. Avevi sentito i piedi sprofondare nei sedimenti melmosi del fondo, e lei si agitava come un pesciolino gettato sulla griglia, ma l'acqua non ti arrivava nemmeno al petto: con un braccio l'avevi cinta dal torace, con un braccio l'avevi trattenuta dal bacino, mentre con forza te la stringevi addosso per inchiodarla.
- Stai tranquilla, ci sono io! - .
Si era immobilizzata gradualmente, si era irrigidita poco a poco, singhiozzava, tremava, appariva terrorizzata evidentemente e visibilmente.
- Tienimi. - .
Aveva risposto in uno sbuffo di voce. L'avevi rassicurata ripetutamente e non ti eri scostato da lei nemmeno di un centimetro, finché non si era rilassata contro di te fisicamente. Il suo corpicino rimaneva schiacciato al tuo come una sottiletta alla pellicola. La schiena aderente sul tuo petto, le sue chiappettine spalmate sul tuo inguine. Qualcosa s'inturgidiva al contatto, si rizzava nel solco del suo sederino, spingeva e si dibatteva debolmente, senza scampo veniva intrappolato tra di voi. Erezioni occasionali e spontanee, inaspettate e casuali, per quanto ne sai ne hai sempre avute, perlomeno così sostengono i più grandi, però questa la ricordi come la tua prima erezione intenzionale e cosciente. Arretrando piano e con lentezza, l'avevi trascinata all'asciutto e non avevi smesso di stringerla, sinché non aveva smesso di piangere.
- Non possiamo tornare a casa così. - .
Avevi detto e riflettuto e lei confusa aveva scosso la testa e si era rimessa a una tua decisione.
- Dobbiamo asciugare i vestiti. - .
Aveva annuito e ti eri spogliato per stendere le cose sull'erba. Quando ti eri rialzato e girato, l'avevi ritrovata in piedi e vestita, bagnata e grondante, ancor più reticente ed esitante. Non si era mossa per nulla.
- Dai che ti ammali. - .
Le avevi dato una mano a svestirsi, avevi raccolto tutti i sandaletti, eri andato a risciacquarli nell'acqua. Al ritorno, ti eri fermato a contemplare la sua figurina, non molto differente dalla tua, accucciata al suolo che distendeva con cura i suoi vestitini vicino ai tuoi. Non si sarebbe detta particolarmente piacevole, sembrava perfino lievemente rachitica, eppure si rivelava interessante da osservarsi. Si era sollevata sulle gambettine e si era voltata.
- Via anche quelle - .
Con un dito le avevi indicato le mutandine, imporporandosi sulle guance aveva subito abbassato lo sguardo. Decisamente, le sementi degli insegnamenti degli adulti cominciavano a germogliare e l'innocenza dell'infanzia stava svanendo.
- Cosa c'è? - .
Si era stretta nelle spalle, continuava a cercare per terra, e non aveva neppure accennato a rispondere.
- Ti fa vergogna? - .
- Un po'. - .
- Guarda che da vedere non c'è niente. - .
Ti eri sdraiato al sole con la banderuola al vento, le avevi sorriso, avevi incrociato le braccia dietro alla nuca con disinvoltezza.
- Fai come vuoi, ma non sederti che sennò le sporchi. - .
Si era crogiolata nell'esitazione per alcuni secondi, infine, la spontanea naturalezza dei bambini si era imposta sui tabù seminati dai genitori, si era sfilata velocemente le mutandine e si era sistemata al tuo fianco. Avete passato l'oretta successiva a studiarvi a vicenda con la stessa curiosità innocente di un tempo. Ovviamente, il trucchetto di asciugare i vestiti non aveva ingannato nessuno e, avevi avuto il tuo bel daffare a spiegare come foste scivolati nel canaletto, per di più per anni la tua cuginetta non aveva voluto riavvicinarsi alla riva del macero se non la tenevi per mano.

Era il fine estate o l'inverno successivo? Eravate al mare oppure in montagna? Che foste tutti in vacanza? Non lo ricordi, forse era solo la casa di qualcuno.
Il silenzio gravava pressoché assoluto. Sai che nelle camere adiacenti dovevano trovarsi i vostri genitori, ma nessun suono trapelava da alcuna direzione e la loro presenza si rendeva impalpabile. Polvere di stelle traspariva dai grandi riquadri delle finestre e un'unghia di luna spiccava nitida nel cielo nero come la mezzanotte dell'inferno. Al di là del vetro delle finestre, il paesaggio notturno si presentava soltanto in due colori: il nero e l'argento della luce lunare. Le sagome degli alberi non erano verdi: erano forme scure dalle mille ombre, con gli aghi delle conifere e le foglie che sembravano frange vaghe in controluce. La falce della notte risplendeva fulgida in un lucore quasi spettrale, nulla si muoveva nella stanza.
Una porta figurava come dipinta al centro di una parete. Un barlume dorato si infiltrava dallo stretto corridoio che dava sulle altre stanze. Un alone rassicurante cadeva da uno spiraglio sul vostro letto a castello; tu dormivi di sopra, lei dormiva di sotto, almeno così avrebbe dovuto essere. Al contrario, se non altro in teoria, il resto del mobilio inargentava in modo macabro nel chiarore proveniente dall'esterno. Un rumore. Ti eri immobilizzato, avevi smesso di respirare, avevi aguzzato le orecchie. Silenzio. Solamente fantasmi nel buio. Non osavi muoverti. Inquieto, aspettavi con lo stantuffamento del cuore che rombava e pulsava a pieno regime nelle tempie. Un rumore ancora. Un po' più prolungato, assai più lieve. Questa volta, però, era risuonato troppo chiaro per dare adito a sospetti. Ti eri rilassato immediatamente.
Frusciare appena di lenzuola. Frattanto, frammenti di impressioni andavano riesumandosi e contorcendosi nelle profondità della mente. Ricordi che la tua cuginetta si masturbava senza pudore, sin da piccolissima, prima, durante o dopo mangiato, mentre giocava o quando si annoiava, da sola o in compagnia, in pubblico o nel letto indifferentemente. In effetti, alla lunga, gli ammonimenti costanti della sua mamma a qualcosa erano serviti, perché era già da qualche tempo che non glielo vedevi più fare. Ma sapevi che di nascosto lo faceva lo stesso. Leggerissimo frusciare dal basso. Come voci udite in sogni travagliati, rammenti di quella volta che le avevi chiesto spiegazioni. Avevi poi infilato le mani tra le lenzuola e giusto per solidarietà avevi incominciato a pistolare con il gingillo, aggiungendo un tocco sinfonico al coro melodioso che rumoreggiava nella camera.