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Frammenti dell'inoltrata fanciullezza
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Titolo: Frammenti dell'inoltrata fanciullezza
Autore: Ruferidian
Contatto:
Racconto n° 4616
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Serie di racconti concatenati tra loro, dalla biografia del protagonista della storia, che altro non vuole essere se non la vita immaginaria del lettore stesso della storia; dall'erotismo più puro e semplice a quello più spinto.
L'insieme di questi racconti semindipendenti dal resto è stato estratto dal contesto del Libro: - Un fine settimana incredibile! - di Ruferidian.

Non potevate avere più di otto o nove anni.
Probabilmente doveva essere il fine estate, o magari l'inizio dell'autunno, perché faceva ancora piuttosto caldo ed erano già cominciati i primi giorni di scuola. Stavate gironzolando in esplorazione nel vasto piano di sopra della casa di campagna dei nonni quando siete incappati in qualcosa di nuovo, di interessante e molto promettente. La scala che conduceva in soffitta era stata dimenticata a portata di mano.
La tua cuginetta, manteneva tuttora una certa soggezione del buio e l'antro oscuro lassù in alto appariva come la bocca di una caverna davvero minacciosa. Quatto quatto ti eri arrampicato sino alla cima dello scalone di legno e, senza opporre troppa resistenza, lei ti era venuta al seguito comunque. L'avevi aiutata ad emergere dalla botola, avevi annaspato in cerca dell'interruttore della luce. Una vera e propria camera del tesoro incustodita vi si è presentata agli occhi e non avete lesinato a curiosare dappertutto. Al di là di una quantità di scatoloni polverosi, e al di sotto di un esiguo fagotto di stracci odorosi di muffa, avevate rinvenuto un giornaletto pornografico. Con un solo sguardo d'intesa eravate scivolati immediatamente in missione pericolosa.
Ti eri nascosto la refurtiva nella maglietta. Avevate disceso i pioli della scala come gatti. Ta-dan, ta-dan, ta-dan. Silenziosamente avevate raggiunto il pianterreno, eravate avanzati fino in vista della cucina, ti eri affacciato a cavallo del mistero che conteneva ognuna delle soglie precedenti per controllare, intanto con un braccio la trattenevi dietro di te per proteggerla da qualsiasi evenienza. Avete poi raggiunto di corsa la porta che dava all'esterno.
- Dove state correndo? - .
Non avete nemmeno rallentato per rispondere. Tu eri davanti e lei ti seguiva dappresso, vi siete diretti subito al vostro covo nel fienile.
Un pomeriggio in cui si sentiva particolarmente in vena e disponibile, la Zietta, aveva insistito per aiutarvi a costruire il vostro primo rifugio segreto. Quattro pareti di ballini di paglia formavano le pareti di quella bassa roccaforte. L'ingresso rimaneva orientato contro il muro interno del fienile, così da rendere difficoltoso il passaggio per qualunque adulto ficcanaso. Altri quattro ballini impilati davano origine al rozzo tavolo centrale e gli ultimi due alle relative panche confinanti. Non c'era né il tetto né le finestre, e non risultava neppure grandissimo, ma nella vostra fantasia si trasformava in una fortezza inespugnabile. L'impegno che avevate adoperato per realizzarlo, e la frequenza con la quale vi ci recavate di continuo, era tale che la Zia aveva presto deciso di confezionare diverse coperte su misura, da un paio di vecchie lenzuola, per rivestire il tavolo e le panche, allo scopo di non farvi graffiare le braccia e le gambe; in più, dopo averne assicurato la solidità, tutti gli adulti ci avevano girato intorno per anni per non rovinarlo e distruggerlo.
In giro non si vedeva l'ombra di alcun nemico. Sgattaiolando come scoiattoli in fuga, vi eravate addentrati in fretta nel fienile. Avete richiuso il massiccio portone e vi siete infilati nello stretto corridoio, che solamente a dei bambini avrebbe consentito di spicciarsi in fila indiana, e poi siete sbucati al sicuro nel campo-base. Infine vi eravate appostati al tavolo strategico. Lo ricordi benissimo.
I finestroni permettevano a malapena alla giornata di entrare. Nella fioca luminosità del fienile, avete studiato tutte le immagini incluse nel giornaletto con un misto di fascino e repulsione. Scossi e pervasi al contempo da evidente attrattiva e disgusto, le avete perciò analizzate pagina per pagina una seconda volta. Naturalmente, credevate di sapere ogni cosa sull'argomento, però, ritrovarvi innanzi ai fatti compiuti vi aveva alquanto disorientato. Persi e confusi avete quindi cominciato a fare ipotesi e congetture.
- Dici che si fa sul serio? - .
- No. - .
- Dici che fanno finta? - .
- Mmh - .
- Come nei film dell'orrore? - .
- Sì. - .
Ti eri soffermato per riflettere. Già da allora, tra di voi, poche semplici parole erano indice di un discorso assai ben più ampio: vi eravate compresi perfettamente.
- Fa un po' schifo, ma penso che si fa proprio veramente. - .
- Perché dici? - .
- A volte, di notte, sento dei rumori strani - .
- Anche io! - .
- Dalla camera della mamma? - .
- Sì. - .
- Lo sapevo. - .
Avevi spostato l'attenzione sulla sua figurina, allungata e morbida, che se ne restava ingobbita accanto alla tua. Era ancora un mostriciattolo, sempre goffo e lievemente impacciato nei movimenti, però le sue forme si stavano riempiendo e le sue curve si stavano addolcendo. Un momento era passato e trascorso; non aveva risposto per niente, avevi intercettato il suo sguardo confuso, e con slancio ti eri ripreso dalle tue nuove riflessioni.
- Vuoi che ci proviamo? - .
- Non so. - .
Come riusciva a non crepare dalla voglia di tentare l'impossibile? L'avevi fissata incredulo e stupefatto, mentre le indicavi il giornaletto con un dito.
- Non ti fa neanche un po' curiosa? - .
- Sì, ma, e se non si deve? - .
Ti eri entusiasmato in un attimo.
- E chissenefrega! - .
Si era imporporata sul viso rapidamente, più per la parolaccia che non per altro.
- E se non si può? - .
Ti eri scrollato nelle spalle, le avevi rivolto un sorriso incoraggiante.
- Fa lo stesso. - .
Si era lasciata convincere con estrema facilità, aveva annuito prontamente. Ti eri alzato in piedi, aveva fatto altrettanto. Avevi tirato fuori il gingillo, aveva sollevato la gonnellina che le facevano indossare ormai di consuetudine nei giorni di scuola e si era tolta le mutandine.
- Dove? - .
- Mettiti lì. - .
Si era stesa sul ballino di paglia ricoperto. Eri eccitatissimo: più per l'idea della grossa trasgressione imminente che non per il gesto in sé. Aveva aperto le gambettine, eri avanzato tra le sue ginocchietta. Con le mani si era schiusa le tenere crestine rosa, avevi appuntato il tuo pistolino duro al taglio della sua fessurina. Avevi spinto leggermente.
- No, e, mi fa male - .
Ti eri immobilizzato nello spazio di un millisecondo. Appena la punta del tuo rigido gingillo era penetrata. Ti guardava con gli occhi lucidi, con l'espressione contrita e mortificata. Potevi intuire il suo stato d'animo come dal disegno di un libro a fumetti. Sembrava dispiaciuta, pentita, addolorata, afflitta, triste, come se fosse la causa di chissà quale disagio. Le avevi sorriso in modo rassicurante, le avevi strizzato un occhio e ti eri allontanato un poco.
- Non ti preoccupare, mi sa che sei soltanto troppo piccola. - .
Eri vagamente consapevole che, da quell'esperienza in riva al macero, un qualche ago della bilancia aveva cambiato posizione dentro di lei. Adesso era da te che veniva a chiedere consolazione nelle più svariate occasioni. Non si era messa a piangere e non ti era affatto sfuggito. Avevi raccolto le sue mutandine e gliele avevi porte senz'accennare a smettere di sorridere.
- Forse quando vieni più grande ci possiamo riprovare. - .
Ti aveva concesso un mezzo sorriso tirato, una sola occhiata era stata sufficiente per confermare che non avrebbe detto nulla a nessuno.

Con il tempo, avevate scoperto un'innata passione per la costruzione di rifugi ingegnosi.
Il campo principale si era arricchito di una tenda scorrevole all'entrata e di un vecchio mobiletto in un angolo nel quale conservare i vostri preziosi. Durante la primavera successiva, durante il periodo della potatura, contro il lato del fienile che dava sulla cuccia del cane da caccia e sul suo albero, si era accumulata una grande catasta di legna affastellata disordinatamente. Sottraendo ramo dopo ramo, nel corso dell'estate, a gattoni ci avevate scavato dentro una galleria che culminava in una discreta camera al centro; a mo' di igloo: il campo due, il più complicato. Al di qua dell'albero, sino alla sponda del macero, si estendeva un folto canneto e nelle sue viscere eravate riusciti a tracciare una miriade di sentieri labirintici. Solo alcuni dei più contorti conducevano a pochi spiazzi isolati. Quello del moscone in riva al macero era uno di loro e, piegando e schiacciando ripetutamente le alte canne sotto i piedi, un altro paio di interni li avevate creati voi. Erano questi i campi tre, quattro e cinque; i più introvabili, dove persino i meno piccoli dei cugini non osavano spingersi. Il campo sei era poi addirittura il più segretissimo: e lì custodivate le vostre cose più nascoste.
Di fatto figurava come un magnifico, caldissimo, assolato pomeriggio estivo ed eravate bene intenzionati a giocare a guardie e ladri, fra la relativa frescura promessa dai sentieri tortuosi del canneto ombroso che invadeva l'intera sponda più vicina del macero. Raggirando a debita distanza il raggio d'azione delle mandibole del cane da caccia, legato all'albero centrale dalla catena collegata al paletto che restava conficcato profondamente nel terreno nei pressi della cuccia, di corsa avevate raggiunto l'imboccatura del sentiero che zigzagando si addentrava nel fitto del canneto. Ma l'ingresso del labirinto risultava sbarrato.
Un coloratissimo telo da mare sembrava gettato come un manto sulle spalle delle canne che segnavano l'entrata nel labirinto, barricando così l'accesso di quell'arcata di stoffa spugnosa e vivace, e ciò significava che la Nella rimaneva intenta a prendere la tintarella al campo tre e che non voleva essere disturbata per alcuna ragione. Graziella, la Zietta, era una giovane ragazza, intraprendente e bellissima, apparentemente senza problemi di nessun tipo, quando voi eravate solo dei bambinelli un tantino insofferenti alle regole; la curiosità prima di tutto! Uno scambio rapido di sguardi e vi eravate già capiti.
Siete scappati in direzione del campo-base per recuperare dal mobiletto posto nell'angolo il binocolo, regalo di compleanno dell'anno precedente, e vi siete subito affrettati oltre la zona proibita. Una stretta stradina sterrata correva tra il macero e il canaletto, però, sapevi che Sabrina, la tua cuginetta, da quel giorno in riva al macero, aveva maturato una lieve fobia nei confronti dell'acqua e avevi perciò rallentato per porgerle la mano. L'aveva cinta immediatamente e con riconoscibile gratitudine istoriata sul viso e negli occhi, vi eravate sospinti innanzi e vi eravate sbrogliati all'interno dei numerosi frutteti della campagna.
Avanzi in silenzio come un pensiero che nasce, mentre lei facile e contenta, lenta e un po' goffa, cauta e circospetta, fiduciosa e titubante, diffidente e sorprendente, remissiva e sottomessa, ti segue ricalcando le tue stesse impronte con suggestione quasi eccessiva. Dunque, siete risaliti lungo i filari fino a portarvi dalla parte opposta del macero. L'avevi aiutata ad issarsi sull'albero da frutto maggiormente frondoso, le avevi passato il binocolo e ti eri arrampicato al suo fianco, avevi allungato le dita per scostare le fronde e mettere entrambi in grado di sbirciare. Ecco il moscone incagliato nell'acqua della riva, ecco lo spiazzo isolato che si apre nelle canne come un ventaglio, ecco la Zietta completamente esposta ai raggi ultravioletti dell'astro dei cieli. Si presentava distesa sull'erba, supina, seminuda, indossava soltanto il pezzo inferiore della biancheria.
Avevi puntato il binocolo e messo a fuoco la vista. Avevi spostato lo sguardo sulla sua pelle color di rosa, per cercarle le tettine. Che strano! Non comparivano affatto come quelle rappresentate nel giornaletto. Il torace della Nella si mostrava piatto e dei rigonfiamenti molli trasbordavano lateralmente, i suoi ciccioli erano nerissimi e non si ergevano sul petto ma si trovavano sulla cima delle piccole masse laterali. Avevi dato il binocolo a Sabrina per curiosare, intanto, abitualmente, con un braccio la trattenevi per la vita per impedirle di cadere giù dall'albero.
Aveva ritirato il binocolo e avevi lasciato ricadere le fronde. Avevi sollevato la magliettina per guardarti il busto e lei aveva fatto lo stesso. Avevi rialzato gli occhi per studiarla. Sporgenti puntine rosa, appena accennate, facevano capolino all'altezza del suo seno. Avevi proteso la palma di una mano per tastarle e la tua cuginetta ti aveva imitato spontaneamente. Che strana cosa: si sarebbero dette riempite di qualcosa come il pongo, parevano dilatarsi in modo elastico al tocco, frattanto i capezzoli di ambedue andavano irrigidendosi vicendevolmente. Nel frattempo, qualcosa ancora s'inturgidiva in mezzo alle gambe con impellente fastidio. L'innocenza dell'infanzia era svanita da un pezzo e quella della fanciullezza stava svanendo un po' per volta.

Il giornaletto pornografico, ben custodito al sicuro nel campo sei, stava diventando sempre più qualcosa di non molto diverso dalla versione scandalosa di una Bibbia tutta personale. Gli adulti o non sapevano o non volevano rispondere, e certe domande esigevano delle vere risposte, quindi non vi restava alternativa se non cercare e trovare da soli qualche soluzione.
Grazia, la Zia, figurava come una gran bella donna, tollerante e responsabile, che si occupava di chiunque senza sosta, quando eravate ancora dei piccoli bambini smoccolosi; e di recente aveva preso l'abitudine di ritirarsi in bagno per lavarsi presto, prima di mettere in tavola tutti quanti per la cena. A passo spedito la Nilla si era recata fuori della cucina. Vi eravate guardati negli occhi intensamente.
¬¬Il formidabile legame che fin da piccolissimi vi univa in modo indissolubile risultava in voi già fortissimo e ormai quasi vi consentiva di comunicare liberamente con il solo uso dello sguardo. Avevi accennato in direzione della porta con un'occhiata agli altri impercettibile. Aveva compreso al volo, aveva annuito appena. Eri scattato e ti eri precipitato all'esterno, la tua cuginetta ti aveva seguito immediatamente.
- Non allontanatevi che tra un po' si mangia! - .
Era il momento dorato della sera, quando il sole è calato e ogni cosa restituisce la luce che ha assorbito durante il giorno. Avete traversato il prato, e vi siete avviati sul sentiero lastricato e diretti verso il fienile, dove, in risposta al tramonto d'ambra e porpora, le ombre stavano crescendo e aprendo i petali, come fiori notturni. Ai piedi della campagna, i terreni pianeggianti erano costellati di frutteti scuri e ricoperti di campi ormai inariditi che, alla luce del giorno, apparivano biondi e soffici come la barba del granoturco. Ma il tramonto stava risucchiando tutti i colori e l'erba scintillava in ondate oscure, immersa nel declino e presa dal fluire di una dolce brezza.
Sotto la cupola il cielo notturno era come in trappola, e la luce aumentava tra le stelle. Sulle prime erano le nuvole che parevano cristalline, nuvole dal complicato disegno verde, azzurro e violaceo che scivolavano l'una sull'altra, dispiegandosi. Poi venne un enorme scarabocchio di forme geometriche, matematica al neon dal cielo. Gomitoli di colori attraversarono le stelle come spinti per gioco da gattini giganti, volute di luce scesero ruotando a prendervi entrambi al laccio, fiori geometrici sbocciarono e si chiusero e sbocciarono ancora. Poi le forme presero a susseguirsi troppo rapide per descriverle, così rapide che avete dovuto distogliere l'attenzione da quella coltre di lana trapunta per non inciampare. La promessa di una nuova avventura vi eccitava da giorni, di corsa avete recuperato il binocolo dal campo-base e raggiunto il valico del canaletto dietro casa.
Un'asse rimaneva gettata a cavallo del canaletto fangoso che sonnecchiava, onde evitare di compiere inutili distanze per oltrepassarlo. Quasi nel buio avevi poggiato un piede sulla sua precaria superficie, eri subito balzato dalla parte opposta. Avevi ritrovato l'equilibrio, ti eri piroettato su te stesso per allungarle la mano. Poche dita d'acqua si frapponevano fra il fondo e l'asse del pigro ponticello, però, indugiando nella densa penombra, avanzava centimetro dopo centimetro, esitante e tentennante, con la testa china e gli occhi fissi come sul baratro di un abisso immenso e pericoloso: sapevi che Sabrina aveva paura di cadere e di farsi male, spesso questo suo comportamento diffidente la rendeva assai più goffa del solito, e nonostante tutto, pur di farti contento, se le tenevi la mano e le restavi al fianco, sapevi che non c'era ostacolo o timore che non fosse pronta a superare.
- Non guardare giù che sennò cadi. - .
Aveva sollevato il volto, era avanzata di un altro passettino, le avevi sorriso per incoraggiarla, le avevi afferrato anche la seconda mano. Aveva riabbassato il capo e, infatti, proprio in ultimo era scivolata. L'avevi cinta per la vita e te l'eri tirata contro, l'avevi stretta per rassicurarla. Avete raccolto un paio di cassette predisposte allo scopo e vi siete incamminati nell'oscurità che s'infittiva veloce fra gli alberi del frutteto. Vi siete appostati al riparo delle vaghe frange di un albero. Avete posato le cassette e ci siete saliti sopra.
Ti eri fatto spazio tra i rami e avevi puntato il binocolo. C'erano tendine appese alle finestre principali della facciata posteriore della casa, ma la finestra del bagno si presentava spalancata e la tendina non impediva la vista. Avevi perciò girato la rotellina e messo a fuoco ambedue i cannocchiali. Nemmeno la Nilla si dimostrava come nel giornaletto. Le bomboniere penzolanti apparivano ancor più grosse di quanto già non sembrassero sotto i vestiti, e una ricciolosa foresta di rampicanti schiumosi si aggrovigliava sulla zona bassa del ventre, mentre la Zia, svelandosi in piedi nella vasca da bagno, si stava innaffiando e risciacquando abbondantemente con il doccino.
Erezioni impellenti cominciavano a tormentarti, nonché a esigere considerazioni sempre maggiori. Domande senza risposta continuavano a moltiplicarsi, iniziavi a perdere fede nella vostra bizzarra Bibbia. Le avevi passato il binocolo per controllare, trattenendola a te per consuetudine. Infine l'avevi aiutata a smontare dalla sua cassetta e, commentando e congetturando, vi siete riavviati indietro.
- Però a me mi stanno un po' venendo. - .
- Ah sì, e, ma, davvero? - .
Ti eri fermato sul posto e con il pollice ti eri staccato l'elastico dei pantaloncini dall'addome.
- Prova. - .
Ti aveva infilato una mano nelle mutande e aveva tastato e palpato.
- Li senti i peli che spingono sotto la pelle? - .
- È vero! - .
Naturalmente non lo era.
- E tu invece? - .
- Io no. - .
Aveva risposto con un soffio di voce, aveva scosso la testa per accompagnare tutte le fasi del suo discorso; sin da allora, in certa misura, eri stato consapevole che le tue parole si manifestavano legge per lei, anche quando queste volevano suonare solamente come semplici suggerimenti.
- Fammi sentire. - .
Aveva scostato pantaloncini e mutandine dalla pancia e ci avevi intrufolato dentro una mano. Ricordi bene il tocco delle dita sulla sua pelle liscia e morbida, ricordi benissimo il contatto dei polpastrelli con le sue sporgenze intime: erano caldissime, erano tenerissime, erano umide. E poco a poco, l'innocenza è svanita nel nulla.