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Frammenti della tarda fanciullezza
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Titolo:
Frammenti della tarda fanciullezza |
Autore:
Ruferidian |
Contatto:
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Racconto
n° 4622 |
Altri
racconti dello stesso Autore:  |
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Serie di racconti concatenati tra loro, dalla biografia del protagonista della storia, che altro non vuole essere se non la vita immaginaria del lettore stesso della storia; dall'erotismo più puro e semplice a quello più spinto. L'insieme di questi racconti semindipendenti dal resto è stato estratto dal contesto del Libro: - Un fine settimana incredibile! - di Ruferidian.
Il piccolo mostriciattolo poco loquace di sempre, stava pian piano cedendo il posto a un'esile esserino sgattaiolante. Sabrina, la tua cuginetta, si rivelava ancor più arricchita e fiduciosa, adorante e venerante ogni giorno che trascorreva. In principio, continuava ad apparire indecisa ed esitante, reticente e riluttante, ma, essenzialmente, fin dall'infanzia non occorreva che un pizzico del tuo sfrenato entusiasmo per contagiarla, e ben presto la curiosità prima di tutto è diventato il motto principale di entrambi. Ha quindi cominciato a mostrare i primi segni di una mente sognante e traboccante di sogni. Ormai ti idolatrava punto e basta, senza alcuna remora: eri diventato la sua protezione costante, eri diventato ai suoi occhi una leggenda vivente, eri diventato il suo eroe personale, stavi divenendo il centro di una spirale sempre più stretta. In pratica, tu rappresentavi il suo mondo intero, lei era divenuta la tua luna orbitante. In lacrime e singhiozzi ti veniva a cercare quando si faceva male, tremando ti chiedeva la mano e se possibile ti si stringeva addosso quando aveva paura, sonnecchiante si raggomitolava e addormentava fra le tue braccia quando aveva voglia di coccole, bisbigliando e sussurrando si confessava e ti domandava spesso consiglio. In breve, si è come soggiogata a te spontaneamente, con amore e devozione quasi fanatica. Per giunta, la sua linea si stava aggraziando e le sue fattezze si stavano modellando velocemente. Insieme avete coltivato un'inventiva già spiccata in partenza, insieme avete sviluppato una fantasia immensamente smisurata, insieme avete passato innumerevoli giornate avventurose nei dintorni della casa di campagna dei nonni. Solamente lì poteva esprimersi appieno il vostro potenziale, soltanto lì vi sentivate realmente liberi e spensierati, in nessun altro luogo come in quello prendevano vita idee e pensieri di qualsiasi forma, solo lì riuscivate a realizzare i vostri progetti migliori, a plasmare in fatti concreti le casualità delle circostanze; nonché a dar sfogo ai vostri istinti innati e incontenibili. Inoltre, lì non c'erano né mura né catene capaci di frustrare sino in fondo i recessi più ingegnosi e laboriosi della vostra immaginazione smodata. Il film della tua fanciullezza si svolge rapidamente davanti a te: i fiori di campo, il ronzio degli insetti, il crepitio dell'acqua, il gusto delle noci, delle more dei gelsi, delle pesche e delle prugne che il fertile terreno della campagna vi offriva generosamente; i colori del glicine e il profumo della mimosa che tutte le primavere fiorivano nel cortile davanti alla porta; l'esterno in pietra della casa e l'interno accogliente; il fuoco nel camino d'inverno, la frescura delle grandi stanze dai soffitti altissimi in estate, la soffice tranquillità dell'autunno che si rifletteva sui divani e sul mobilio; tutte queste cose sfilano rapidamente davanti ai tuoi occhi. Questo film nel quale senti gli echi ovattati delle voci degli zii che festeggiavano e giocavano a carte, e poi i sussurri della voce di Sabrina sempre tenera e carezzevole, e l'abbaiare di Ciack, il cane da caccia di qualcuno, frammisto alle grida dei cuginetti che vi chiamavano dal giardino per giocare; le missioni segrete, le avventure della tua infanzia, compagne di gioco dei migliori momenti della tua vita, questo film cui assisti senza aver titolo di cambiare, questa proiezione di una lanterna magica accesa nella tua mente dal tuo inconscio, colma di una dolce emozione che si mescola in questi ricordi scuciti di una calda nostalgia che rimane in attesa del salto verso il gran buio dell'avvenire. Un collage di impressioni disordinate ti passa davanti agli occhi in rapida successione. Gli entusiasmi di corse folli, l'eccitazione di giochi inventati, il brivido di cose proibite, i forti sentimenti scatenati dagli avvenimenti, le vicende piene di imprevisti ed emozioni ritrovate nella tarda fanciullezza. Rammenti le molteplici penitenze di fine gioco, ancora un po' stupidine da parte della Cocca, che, però, con il tempo si sarebbero conformate alle tue. Chissà quali assurdi percorsi da compiere a Zoppo Galletto, furtivi bacetti sulle guance delle zie o sollevamenti delle gonne delle stesse, avrebbero presto ceduto il posto a fugaci visioni reciproche e a tastatine e palpatine di nascosto. Sorridi al ricco pensiero dell'incognito del futuro.
I periodi che ricordi con più affetto sono quelli delle festività. Di consueto, tutti quanti si riunivano per festeggiare le ricorrenze a casa dai nonni. Gli zii erano già di per sé un reggimento e la casa dei nonni è sempre stata un po' come un porto franco, luogo libero di ritrovo per chiunque, quando solo si ritrovavano per caso durante la settimana. Per di più ognuno di loro, o quasi, figurava sposato e con figli. Di conseguenza, una schiera di cuginetti era solita frequentare la vasta casa di campagna e un esercito chiassoso si raggruppava per le feste. Quindi una moltitudine di parenti si raccoglieva per Natale o per pasqua. Tavoli e tavolacci venivano messi insieme frettolosamente, per formare la grande tavolata che occupava la maggior parte dell'androne principale che collegava tra loro tutte le stanze del pianterreno. I fornelli cuocevano dalla mattina alla sera e tutti portavano qualcosa di pronto. Il cenone si svolgeva in un tale baccano che nessuno sarebbe riuscito a comprendere quel che si diceva all'altro capo del tavolo. Risa e schiamazzi s'infrangevano dal di qua al di là, come uno tsunami in una vasca da bagno, e cugini e cuginetti contribuivano ad alimentare la confusione generale rincorrendosi a gattoni sotto i tavoli. Generalmente, dopo mangiato e dopo il caffè, gli uomini si ritiravano in cucina per discutere e giocare a carte, mentre le donne facevano altrettanto nella sala. Dall'antibagno, una rampa di scale saliva al primo piano e lì di solito i bambini si radunavano per giocare fino a tardi, perlomeno finché i genitori corrispondenti decidevano di intrattenersi dabbasso. Chi sembrava e chi si rivelava non abbastanza grandicello per gironzolare senza controllo al piano di sopra, se ne restava in salotto con le mamme. Fra tutti i piccoli e piccolissimi, tu e Sabrina risultavate decisamente i più grandi. Perciò, da allora e per te soltanto la tua cuginetta è diventata la Cugina per eccellenza. Il gioco che andava per la maggiore era Mosca Cieca al buio: un ibrido di vostra invenzione. Le regole erano istintive e semplici, facili da capire per tutti, peraltro si verificava lo svago preferito perché eravate proprio voi a proporlo; e voi venivate collettivamente ritenuti i comandanti in capo, i giudici supremi, un po' come il Re e la Regina da ciascuno degli altri. Innanzitutto si barricavano le finestre, chiudendo e serrando scuretti e tendaggi, sino a ottenere l'oscurità più totale: il piano superiore si dimostrava vasto quanto quello inferiore e tutte le camere si presentavano intercomunicanti. Si faceva la conta per stabilire il Cacciatore e si correva a nascondersi. Per un paio di ovvie ragioni, tutte le luci dovevano rimanere spente e le porte rigorosamente aperte, tranne alcune che separavano la camera che fungeva da pianerottolo dalle altre. La prima delle due ragioni era per impedire alla luce di filtrare dalle scale, la seconda era per evitare che i ciroli piombassero di sotto inavvertitamente. Lo scopo del sorteggiato era di dare la caccia a qualcuno, per poi riconoscerlo dopo averlo acchiappato. Se ci riusciva, i ruoli si scambiavano e il gioco riprendeva immediatamente, senza interruzioni e senza bisogno di ricominciare daccapo. Poche altre regole completavano il quadro della situazione, e in ogni modo a voi spettava l'ultima parola su qualunque controversia. La Cocca conservava ancora un certo timore del buio ma lassù eravate in molti e, tra chi borbottava e chi gridava, fra chi sbatteva e chi s'imbalzava, le proteste degli adulti che giungevano dal basso risultavano quasi un richiamo costante e nulla poteva intaccare la reverenziale fiducia che nutriva nei tuoi confronti. La sua infantile goffaggine stava migliorando a vista d'occhio, però, la tua protettiva vigilanza si era fatta un'abitudine e ormai per puro istinto continuavi a trascinartela appresso con somma cautela e precauzione. A dispetto di chi rimaneva in movimento, malgrado la voglia di impazzare nell'oscurità, stavi scoprendo una nuova natura e di gran lunga preferivi condurla a rifugiarsi in qualche posticino comodo, per stringertela contro e accarezzarla dappertutto, giacché lei manifestava palesemente la chiara intenzione di seguirti ovunque senza protestare minimamente. Raramente i Cacciatori tentavano di acchiapparvi intenzionalmente, tuttavia quando accadeva subito ti frapponevi tra questi e Sabrina per essere preso in sua vece. Con relativa facilità, ti allontanavi e ti recavi in un'altra stanza, con semplicità agguantavi qualcun altro e lo riconoscevi ad alta voce, e poi tornavi a cercarla con calma. In tutta tranquillità, perché nessun giocatore avrebbe potuto venir riconosciuto due volte consecutive comunque. La ritrovavi, cambiavate nascondiglio, e con il favore e la scusa della tenebra vi tastavate a vicenda per accertarvi dell'identità reciproca; guarda caso, era la zona delle tettine che la distingueva maggiormente da qualsiasi cirolo. Non mancavi occasione di riscontrare in lei una sorta di cambiamento evidente: alla ricerca di una mano, le sue dita indugiavano in mezzo alle tue gambe più del necessario e sempre più spesso. Si stava svegliando, si stava sviluppando, si stava trasformando. Non dimenticherai mai l'intimità del miraggio della miriade di carezze rubate nel buio. Con la mente ritorni a quella volta della tarda fanciullezza.
Avevate dieci-undici anni al massimo e non oltre. Fuori dalle finestre si intravvedeva un cielo bigio, una giornata uggiosa faceva capolino nella sala del camino, era infatti un piovoso pomeriggio d'autunno; i lampi si inseguivano nel cielo, bianchi e contorti come scheletri in corsa. Dalla cucina, al di là dell'androne principale che correva per tutta l'ampiezza del pianterreno della casa di campagna dei nonni, giungeva l'eco smorzato del televisore: sapevate che se solo un adulto avesse appena aperto la porta della cucina il volume della televisione sarebbe schizzato alle stelle improvvisamente. Inoltre quel giorno non c'erano altri cuginetti in giro, pertanto potevate godere di una certa sicurezza. L'esserino scoiattolante che sgaiattolava insieme a te nel buio ha poi finito col cedere il passo a una bambinella affettuosa, arrendevole, benevola, comprensiva, delicata, gaia, ingenua, istintiva, spensierata, sempre stupita e un po' sconclusionata. La sua figura si è allungata, braccia e gambe si sono piacevolmente rimpolpate, ora più che mai ti appariva vulnerabile e sorprendente. Una pioggia impudente tamburellava sui vetri delle finestre, schegge traccianti di luce bianca accecavano il cortile innanzi alla porta di casa di tanto in tanto. Cosa fare? Eri ormai abbastanza grandicello per scegliere come vestire, almeno così credevi, e non gradivi affatto di vestirti a strati; naturalmente, Sabrina voleva imitarti in tutto. Tu indossavi scarpe, calze, pantaloni, mutande e un maglioncino leggero, se veniva freddo avresti sostituito gli indumenti con semplici gemelli più pesanti, mentre lei si differiva da te solamente per la gonna. Avete deciso di giocare a Cava in Camicia. Ovviamente, spogliarsi completamente non era possibile, ma concordare e stabilire una serie di nuove varianti del suo regolamento non è stato difficile. Avete recuperato un mazzo di carte. Avete preso posto al tavolo della sala, avete distribuito le carte e vi siete messi a giocare immediatamente. Hai scoperto la prima carta: un asso. Lei ha subito risposto con un due. Hai cavato dall'alto del tuo mazzetto un secondo asso e la Cocca ha perso la mano con un sette. Hai raccolto le carte e le hai infilate di sotto. È stata una piccola vincita facile e veloce, quindi ti spettava un'occhiatina fugace. Sabrina, ha scostato la sua sedia dal tavolo e si è alzata e riabbassata il maglioncino con troppa rapidità. Eppure qualcosa cominciava a stuzzicarti in mezzo alle gambe. Avete ripreso a giocare. Tu ne hai ricavato un fante e lei ha contraccambiato con un tre. Le hai regalato un quattro, un sei e un cinque, e le cose si sono invertite. Le hai ricambiato la furtiva visione precedente e poi ha tirato fuori dal suo mazzetto un sette. Cavallo, sette, sei, re, quattro, due; sei e cinque: aveva incassato un bel gruzzoletto. Ti sei sollevato in piedi, hai schiuso la patta e calato i pantaloni fino alle ginocchia, hai contato sino a nove e ti sei ricomposto in fretta. Rammenti bene la sensazione imbarazzante del pisello duro che spingeva contro il tessuto delle mutande. Asso; cavallo: aveva vinto di nuovo, però, aveva guadagnato un niente di carte. Ti sei rialzato in piedi per mostrarle il pisello per pochi istanti. Sei, re, tre; re, re, fante. Non era grave, c'era ancora tutto il tempo di rimediare: si è conquistata altre sei carte, ti ha perciò insinuato una mano nel maglioncino per tastare e palpare per la durata di una mezza dozzina di volte. Ti sembra di rivivere l'accaduto, quasi ti sembra di percepire l'estrema delicatezza del tocco delle sue dita sulla pelle del tuo petto. Intanto il pisello s'ingrossava, assai più di quanto ritenevi probabile e plausibile, e si tramutava in un cardo dolorante. Due; quattro, fante. Risultava carica al massimo, tutte le carte giocavano a proprio vantaggio. Ti sei raddrizzato sulle gambe, hai riaperto la patta e la Cugina per eccellenza ci ha fatto scivolare dentro la punta della mano destra per accennare a qualche toccatina delicatissima. Le budella ti si sono aggricciate nello stomaco istantaneamente, e qui avevi dovuto volare in bagno per la primissima volta. - Aspettami che mi scappa, guarda non ti muovere che torno subito! - . Sei scappato al gabinetto. Che strano: hai estratto il cardo insofferente, puntando in basso quella cima febbricitante, e piegato sulla tazza del water hai atteso un paio di minuti, ma, nonostante la forte impressione che avevi avuto di fartela addosso, non una sola gocciolina di pipì era uscita dalla sua testa gonfia e rossa. Quando perplesso sei tornato nella sala, l'hai trovata eccitatissima e pronta a riprendere il gioco. Il temporale perdurava a bussare alle finestre con insistenza, nulla di diverso si presentava nell'eco spento che arrivava dalla cucina, un concerto di flash persisteva a chioccare al di là dei vetri e sul cortile. Vi siete seduti a tavola, Sabrina ha girato la sua carta con entusiasmo, e avete continuato da dove si era interrotto. Quattro, cavallo, cinque, sette, tre; asso; asso; due; cavallo, tre; asso; due; sette: hai esaurito le carte a tua disposizione e, pressappoco, in questo modo clamoroso hai pure perduto la prima delle vostre fantasiose giocate. Vi siete portati in un angolo della stanza, al riparo da qualunque sguardo indiscreto, ti sei alzato il maglione e per un buon minuto del quadrante dell'orologio che rintoccava sulla mensola del camino si è assicurata il diritto di una vittoria schiacciante. Incerta ed esitante, ti ha carezzato e sfiorato il petto con le sue palme calde e morbidissime, indugiando lievemente attorno e sui capezzoli con il pelo urticante dei suoi teneri polpastrelli. Frattanto, un sordo fastidio ingigantiva e troneggiava laggiù con esigenza a dir poco crescente.
Il temporale infuriava fuori dalle finestre, l'eco del televisore borbottava dalla cucina, la pioggia picchiettava inesorabile contro i vetri, il brontolio del tuono rumoreggiava in lontananza, fulmini e saette lampeggiavano innanzi a casa. Vi siete riaccomodati al tavolo. Avete rimescolato il mazzo e lo avete suddiviso in parti eguali, all'incirca. Tu avevi iniziato la prima partita, a lei toccava cominciare la seconda. Sei, asso; re: hai incassato subito qualche carta. Si è sollevata il maglioncino e stavolta se lo è trattenuto all'altezza del mento per più del necessario. Hai voltato un'altra carta e avete continuato il vostro gioco fantastico. Fante, re, due; sette, sette: hai gioito di una consecutiva e facile mano vincente. Si è raddrizzata in piedi, circospetta si è guardata intorno, con cautela ha piegato il collo e allungato le orecchie, e poi si è alzata l'orlo della gonna per una manciata di momenti. Non c'era molto da vedere, ma, il tempo era stato giusto sufficiente per notare l'ombra insolita che traspariva dal bianco delle sue mutande ed eri rimasto affascinato dal modo in cui l'elastico sprofondava nelle pieghe del suo inguine. Un tormento formicolante dilagava ormai in spasmi dal ventre, quando Sabrina si è abbassata la gonna e si è rimessa sulla sedia. Cavallo, cinque, sette, quattro, cinque, due; due; tre; sei, cinque, quattro: ti sei spinto all'indietro lentamente, ti sei sollevato il maglione in tutta tranquillità, hai contato per lo spazio di undici volte inspirando ed espirando senza premura, e pertanto non ti è mancata l'impareggiabile opportunità di rilassarti. Quattro, re, fante, asso; tre; fante, tre; asso; ssette: ti sei abbassato i pantaloni per una decina di secondi, il tuo cardo fremeva ora sporadicamente. Asso; cavallo: questa non ti giungeva nuova affatto. Avresti dovuto mostrarle il pene fugacemente, però, prolungando i tempi e l'azione, ti sei attardato nel farlo perché ti era apparsa confusa, interessata, stupita più del solito. Quattro, sei, cinque, re, tre; cavallo, cavallo, re: hai indugiato con l'ultima carta in mano, immobile e fermo nell'atto di posarla. - E... mi sono sbagliato, non ho girato le carte. - . - Io ho fatto così sempre. - . - Beh, non fa nulla, vuoi che ricominciamo? - . - No che non voglio, e, si può se continuiamo così da qui? - . - OK. - . Avete ripreso, incuranti di aver saltato una lieve penitenza. Due; asso; fante: si è rialzata la gonna e calata le mutandine tutt'altro che in fretta. I pori della pelle si dilatano all'improvviso, qualcosa ti si è aggrovigliato nella pancia. Sei, sei, sette, quattro, sette, cinque, due; sei, tre; re, fante, fante: era felicissima, possedeva quasi il mazzo intero. Si sporge in avanti per infilarti una mano sotto il maglione, le sue dita sono come urticanti sulla pelle del petto. I serpenti nel tuo stomaco si direbbero contorcersi con fare divorante, un brivido ti si diffonde su tutta la pelle del corpo come un esantema terribile quando ti pizzica la punta di un capezzolo, delicatamente, fra il pelo del pollice e dell'indice. Due; asso; due; due; cinque, quattro: salvato in corner. Hai esultato, uno sguardo di rapida delusione le è passato sul viso brevemente. Ti sei sporto verso di lei per infilarle una mano sotto il maglioncino, e le hai accarezzato le tettine. Morsi nel ventre! Raccogli le carte sul tavolo e le ribalti, e per un soffio non si fa sfuggire il suo grosso mazzetto dalle mani. Talvolta capita, le mani sono piccole, le carte sembrano enormi e troppo grandi. Incoraggiante le sorridi, frattanto che recupera alcune carte da terra e le mette di sotto. Due; asso; asso; tre; due; fante, asso; due; fante, re: non tutto era perduto, la situazione precedente non si stava ripetendo. Si è raddrizzata sulle gambe con calma, titubante si è intrufolata una mano sotto il tessuto della gonna per scostarsi di lato le mutandine e le hai sondato il pube con la punta dei polpastrelli. I crampi nello stomaco si sono moltiplicati a dismisura e, in ultimo, non puoi che precipitarti in bagno per la seconda volta nell'arco di quella tetra giornata piovosa. Che fatta cosa! Il pomeriggio avanzava morbosamente, il temporale turbinava vorticando nel cielo, rombi di tuoni lontani si attardavano e rincorrevano tra nuvoloni di metallo, giochi di luce lampeggiante si scorgevano dalla finestra del bagno, il vento impietoso spazzava e si accaniva sulla cima degli alberi e sul resto della campagna che si estendeva a profusione dietro alla casa dei nonni. Ti sei intrattenuto a lungo nel gabinetto, inchiodato al davanzale della finestra, con il cardo puntato nel water, ma la tanto pressante pipì non si è fatta sentire e infine hai convenuto che non si sarebbe neanche presentata all'agognato appuntamento. Quando sei tornato nella sala, aveva l'aria indubbia di voler confessar qualcosa. Riconosci immediatamente la sua tipica espressione, contrita e mortificata, che le aleggiava sul volto come uno spettro. Sapevi che non dice mai nulla, nemmeno ciò che le passa per la testa, se prima non le si rivolge almeno una parola, e per questo le hai rivolto la più spontanea delle domande. - Cosa? - . - C'era un tre per terra - . - Mio o tuo? - . - Mmh - . - Pazienza, mettiamolo da parte per dopo. - . Ricambi il suo timido sorriso d'intesa e vi rimettete a giocare. Cinque, quattro, quattro, cavallo, re, asso; fante: non stava più nella pelle per la smania di vincere. Per poco non ti senti esplodere dentro, mentre scivola con le dita sull'asta rigida del tuo pene tormentato, e le gambe come grappoli di bustine di tè si sono contratte, quando ti ha cinto i genitali ancora prematuri con la mano. Sei dovuto ritornare di corsa al gabinetto. - Aspetta, debbo correre sennò me la faccio addosso. - . Non ti sei neppure riabbottonato la patta, durante la precipitosa fuga verso il bagno, perché l'impellenza della tua necessità risultava urgentissima, ma la traditrice pipì non è arrivata per niente e quel bisogno frustrante si è pian piano come dissipato. Quando hai fatto ritorno nella sala del camino l'hai vista più che mai imporporata sulle guance, aveva gli occhi stranamente luccicanti ed era prontissima a riprendere il gioco. Re, due; cavallo, cavallo: ti ha mostrato il petto per ben più di quattro secondi e non hai potuto evitar di notare come i suoi capezzoli figurassero turgidi e rosei. I brividi ti formicolano nelle ossa come insetti brulicanti e zampettanti, il sangue gorgheggia nelle vene come acquavite che scende a piombo giù per la gola secca e dolorante. Asso; tre; fante, due; re, cinque: ti ha mostrato le mutandine, hai assaporato meglio le tenere pieghe dell'inguine e come l'elastico rimanesse inghiottito nell'attaccatura delle sue già solide gambe. E l'incantevole ombreggiatura che s'intravvedeva al centro delle sue bianche mutandine... Un vuoto senza tempo ti colma il cervello e in un lampo ti senti ottundere la mente. Tre; sei, quattro, fante: il tuo mazzetto si stava rimpolpando e ricostituendo. Ti mostra la sua fine lanugine castana chiara, assai chiara, quasi di un biondo scuro, e un brivido rotolante ti scuote e solletica fin nelle radici dei capelli. Asso; fante: le hai palpato una tettina e cipollato un capezzolo. Nella fretta di riprendere il gioco per poco il mazzo non le sfugge di mano. Raccoglie un paio di carte e le mette di sotto. Asso; tre; due; sei, cinque: le hai a malapena sfiorato la fine peluria sulla montagnetta del pube che ha subito rilasciato l'elastico delle mutande. Cavallo, sette, cavallo, quattro, due; sette, sei: ti mostra le tettine ma si dimostra alquanto impaziente di continuare. Re, sei, cinque, sette, re, cinque, due; sette, cavallo: ti mostra di nuovo le mutandine. Fante, fante, tre; asso; asso; re: si cala la biancheria dabbasso e le creste sporgenti della sua fessura intima ti appaiono lucide. Il tuo respiro si ingrossa, i serpenti ritornano a mordere nelle budella, il suo faccino pare triste e sconsolato. La sorte le si rivelava avversa, il suo mazzetto si stava esaurendo. Fante, cavallo, quattro, quattro, sei, quattro, tre; cinque, re, due; fante, asso: ha finito le carte e hai vinto, più o meno. Vi siete ritirati nell'angolo più imboscato della stanza, le hai sollevato il maglione sino al mento, l'hai osservata liberamente e con meraviglia, e per un minuto abbondante si è sostenuta il maglione in posizione fino alle ascelle. Hai ottenuto una vittoria memorabile, ti spettava del tempo supplementare. Le hai fissato intensamente la forma rotonda delle piccole mammelline, gliele hai tastate voracemente e con fervore, e proprio alla fine le hai passato un dito sulla corolla dei capezzoli. Ti sentivi ardere come un arco voltaico, qualcosa nell'addome sembrava in procinto di schizzare. Sei dovuto volare in bagno nuovamente. Porcaccia, che due maroni! Ti sei persino seduto sulla tazza del gabinetto per facilitarti nel compito, però, fantasmi isolati d'immagini fluttuanti persistevano a galleggiarti davanti agli occhi e non una sola stilla di pipì era fuoriuscita dalla testa del tuo cardo ritto e paonazzo. Ricordi e quasi rivedi l'abbozzo del seno, i capezzoli rosei, l'accenno di peluria fra le gambe della tua cuginetta.
Il temporale autunnale si prolungava e non accennava a diminuire minimamente, e un firmamento di scintille negli occhi si irradiava dal suo viso nella stanza, quando frustrato e abbastanza perplesso hai fatto di nuovo ritorno nella sala. Ti sei seduto al tuo posto. A chi vinceva spettava la ricompensa di vedere e toccare, a chi perdeva toccava la pena di fare le carte, perciò l'inizio del gioco rimaneva a rotazione e non al vincitore della partita precedente. La Cugina per eccellenza ha mischiato e distribuito le carte in fretta e furia. Due; cinque, sette: hai incassato la prima mano ripetutamente, portava fortuna o sfortuna? L'hai vista appoggiarsi di peso allo schienale della sedia, l'hai vista afferrarsi l'orlo inferiore del maglione e sollevarselo fin sotto alla gola contratta. Il colorito ora rosa-arancio della pelle dei suoi piccoli seni rotondi sfumava e degradava in quello più marcato della corolla dei suoi capezzoli di un roseo intenso e scuro. Qualcosa ti si rimescola nella pancia e non puoi farci nulla, ti fa lo stesso effetto tutte le volte che ci pensi. Si riabbassa il maglioncino dopo pochi secondi e recupera il mazzetto velocemente. Due; re, tre; quattro, quattro, sette: ha ritirato dal tavolo la sua vincita, eravate praticamente alla pari. Hai posato le carte sul tavolo e ti sei sollevato il maglione sino al collo, un brivido viscerale ti percorre lungo gli intestini al tocco avido del suo sguardo eccitato. Conti ad alta voce per il tempo necessario e ti riaggiusti sulla sedia. Riprendi le carte e vi rimettete a giocare. Sette, sei, quattro, fante, asso; fante: incassa e vince nuovamente. Ti scosti dalla tavola e ti alzi, ti sbottoni la patta e cali i pantaloni con calma fasulla e trepidante. Il pene rabbioso intanto spingeva e pulsava in un tormento piuttosto ansioso e morboso. Aspetti e conti ancora una volta per lo spazio di una mezza dozzina di momenti, prima di riassettarti e sederti. Cinque, sei, cavallo, asso; cavallo: hai vinto ed eravate di nuovo, grossomodo alla pari. Scosta un po' la sedia e si alza, si fa scivolare le palme vellutate sul tessuto della gonna, stringe le dita sul bordo della cucitura in basso e se la solleva fino in vita senza nessuna esitazione. Un'ombra incantevole spiccava e si scorgeva nel mezzo di quelle bianche mutande, ghiotte pieghe di carne ingurgitavano gli elastici nel suo inguine, una macchiolina forse di pipì attraeva il tuo sguardo all'altezza della sua fessura intima e sporgente. Senti i pori della pelle dilatarsi in un ansito faticoso, i pensieri nella mente iniziano a turbinare vorticosamente. Finisce di contare sulle dita di una mano e si rigoverna i vestiti, si siede abbrancando al volo il proprio mazzetto per continuare. Sette, re, asso; cinque: ritiri la vincita e metti le carte di sotto. Sabrina torna a sollevarsi sulle gambe e si rialza la gonna, infila i pollici tra i fianchi e l'elastico della cintura delle mutande per calarsele giù alle ginocchia. La peluria sottile e morbida sul suo pube scintilla, il cicciolo della fessura barbaglia, le sue creste esterne si direbbero lustre e collose. I serpenti nello stomaco tornano ad aggrovigliarsi e contorcersi, mentre rapida conta qualche numero ad alta voce. Si china poi e si riassetta, si rimette seduta e riprende le carte frettolosamente. Quattro, cinque, fante, sei, tre; re, cavallo, cavallo: vinci e incassi un'altra volta. Ti genufletti ai suoi piedi come un innamorato che chiede in sposa la sua amata, e la cosa non sembra dispiacerle. Ti sorride e ti rivolge uno sguardo giulivo, frattanto che allunghi una mano verso di lei, si apre un varco nel maglioncino per permetterti di insinuarti nel calore e nell'agevolezza. Con le nocche le sfiori il ventre irrigidito e teso, rigiri le dita e con la punta dei polpastrelli le palpeggi le tettine polpose ed elastiche, nel ricordo le trastulli un capezzolo turgidissimo. Morsi terribili nella bocca dello stomaco. Eh no, basta! A costo di pisciarti addosso, non ti saresti precipitato al gabinetto per non sai più neanche qual numero di falsi allarmi consecutivi. Sottolineando e rimarcando la sua fiducia incrollabile e la sua disponibilità pressoché assoluta, aveva inarcato la schiena e socchiuso le palpebre, e non aveva nemmeno contato, lasciando a te il merito di non abusarne. Un paio di toccatine di troppo ci sono scappate, lo rammenti benissimo. In ultimo, ti distacchi dall'aria sognante che la circonda, ti rimetti seduto al tavolo e la vedi come accalorata e riscossa. Recuperate i mazzetti e riprendete a giocare con rinvigorito e fresco entusiasmo. Tre; tre; asso; fante: hai vinto per l'ennesima volta di seguito. Vi alzate entrambi dalla sedia e ti accosti al suo corpicino allungato, infila una mano al di sotto della gonna per spostarsi da parte le mutandine, la cingi da un fianco e ti pieghi in avanti per intrufolarti con gentilezza. Le passi la palma sulla montagnetta del sesso e la soffice lanugine risulta umida, con il polpastrello del medio le percorri il cicciolo della fessura che ti si presenta attaccaticcia e viscida. Un gemito sommesso le sfugge dalle labbra e, laggiù, una contrazione inattesa le fa lisciare le creste sporgenti sul tuo dito. Qualcosa dentro si spacca, si lacera, pare rompersi ed implodere, almeno questa è l'impressione che ti si smuove nelle viscere. Hai dovuto sbrigarti per raggiungere il bagno. - Non muoverti che vado e ritorno di corsa! - . Sporadici lampi persistevano a schioccare nel cielo, pigri brontolii tonanti non smettevano di rincorrersi di tanto in tanto, pesanti nuvole grigio peltro vorticavano lassù in alto, e il picchiettio costante di una pioggia torrenziale continuava a cadere sul cortile e sulla campagna circostante. Non era possibile. Un tormento di sofferenza assillante si gonfiava e sgonfiava nelle palle, l'uccello ritto e arrabbiato non voleva sentirne affatto di calmarsi, l'insopportabile pipì non si scomodava neppure di mostrarsi in una sola e misera gocciolina. Vacca boia! Infine ti allontani dal vetro della finestra che sormonta il water, iperteso e sempre più frustrato sei tornato nella stanza del caminetto. Ti stavi sedendo alla tavola del salotto quando la porta della cucina si schiude e il volume del televisore schizza e rimbomba nelle orecchie. - Volete fare merenda? - . La guardi per sapere quel che ne pensa. - No. - . - Sicuri? - . - Sicuri! - . Raccogliete le carte e la porta si richiude e si riapre. - Tenetevi pronti che fra un po' si va a casa. - . Vi guardate negli occhi e subito la più semplice delle domande giunge in un'eco comune. - Perché? - . - Perché di sì. - . - Ma, non possiamo restare? - . - Non oggi! - . Disarmati recuperate i cocci delle vostre emozioni e, finché c'è tempo, pian piano riprendete il gioco con rinnovato slancio. Sei, re, due; sette, quattro: incassi e vinci. Posa le carte e si solleva il maglione, e la temporanea sconfitta inflitta dalla porta della cucina era sì bastata a lenire la tensione che evidentemente gravava su ambedue, però, un rapido scorcio dei semini rosa sull'abbozzo delle sue mammelline è stato più che sufficiente per farti torcere le budella in modo esasperante. Quasi contemporaneamente impugna le carte e si tira giù il maglione. Due; quattro, tre; sette, cinque, due; re, due; cavallo, asso; fante: hai vinto di nuovo, e il suo mazzetto iniziava a scarseggiare. Si raddrizza sulle gambe e si solleva la gonna. Brividi insofferenti ti si sparpagliano nelle ossa. Scosta di qua e sposta di là, gli elastici del fondo delle mutande le si sono intrufolati nella fessura e le sue sporgenze intime vi si aggrappano, strettamente, come un bimbo spaurito che abbraccia per il collo il suo orsacchiotto. Ciuffetti sparsi di peluria rorida le fuoriescono dai bordi abbrancicati nel mezzo. Il pene richiedeva attenzione con urgenza, i genitali urlavano in cerca di sollievo, le unghie che si conficcavano nelle palme, le mani che si muovevano in preda a un prurito folle. Rilascia la gonna e si lascia piombare sulla sedia. Cavallo, asso; sei: vince e si esalta immediatamente, contava in una rimonta pari alla tua. Sposti la sedia e ti raddrizzi sulle gambe, riapri la patta e ti abbassi pantaloni mutande in un sol colpo. La testa paonazza del tuo uccello beccheggiava nell'aria in lievi scatti irregolari e rabbiosi, gli occhi della Cocca si sgranavano nell'osservarlo. Nel frattempo, una sofferenza esigente impelleva e tiranneggiava nelle palle dolorosamente. La tua conta mentale si è protratta ben oltre il limite, ti sistemi e riprendi posto al tavolo. Fante, cinque, quattro, cinque, sei, asso; sette: appoggi il grosso mazzetto sulla vincita distrattamente. Ti si leva innanzi e si avvicina, risolleva la gonna e se la schiaccia e trattiene sull'addome con una mano. Con le dita della seconda si cala le mutande, faticosamente, prima da un lato e poi dall'altro. Vedi distintamente gli elastici imprigionati nel sesso della sua fessura tendersi e cedere dall'abbraccio delle sue creste imberbi, osservi con affanno la sua fine lanugine in apparenza rugiadosa e castana-bionda. Il respiro veniva a mancare, i polmoni dolevano per lo sforzo di inspirare, le dita prudevano per la voglia di allungare le mani. Si riaggiusta gli indumenti e si risiede dopo parecchio. Re, sei, sette, asso; cavallo: giubila e vince. Posi le carte e ti inalberi, portandoti di fronte a lei in un lampo, schiudi una breccia nel maglione per facilitarle il passaggio delle mani e cominci a contare. Uno-due, le sue palme come ortiche sulla pelle, tre-quattro-cinque, le sue dita come ghiaccio bollente sui capezzoli. Ritira le mani in una carezza delicatissima, ti risistemi e ti tuffi di sedere nella sedia. Cavallo, cavallo, cavallo, re, asso; tre; sette, sei, re: hai vinto definitivamente. Si trattava di una vittoria non particolarmente eclatante, ma trenta o quaranta secondi di tempo ti spettavano comunque. Sulla mensola del camino al centro della parete esterna della sala la pendola scandiva ogni singolo istante, fuori la pioggia rintoccava a goccioloni sui vetri delle finestre, fulmini e tuoni distanti fungevano da metronomo. Avete raggiunto l'angolo più strategico della stanza. La tua cuginetta si è rialzata la gonna e si è abbassata le mutandine. Le hai passato la palma di una mano sulla giovane peluria inspiegabilmente umida e bagnata. Le hai fatto scorrere le dita sul cicciolo del clitoride e sulle sporgenze delle piccole labbra crestate e sbrodolanti. La zona bassa del ventre ha preso a ondeggiarle ritmicamente, automaticamente, istintivamente, inconsapevolmente, involontariamente, spontaneamente, regolarmente, voluttuosamente sui tuoi polpastrelli. Un delirio fumigante ti sale al cervello e nel profondo qualcosa vuole assolutamente esplodere e schizzare. Una manina dolcissima ti struscia la patta, una lievissima vena di audacia stava fiorendo appena in lei. Sei dovuto scappare in bagno ancora una volta.
Quando hai fatto ritorno nel clima ipereccitato della sala, le sue mani sono scattate da sotto il tavolo immediatamente. L'intensità del temporale che gravava sulla campagna di quell'uggioso giorno d'autunno cominciava a diminuire sensibilmente, e tuoni e lampi si rincorrevano ormai lontanissimi e di rado, ma la pioggia sempre tamburellava sulle trasparenze delle finestre e il vento ancora spazzava cielo e terra ininterrottamente. Ti sei seduto al tavolo. Aveva composto un paio di mazzetti da venti carte ciascuno, carta più carta meno. Avevi proposto qualche alternativa per accelerare i tempi e prolungare la durata del momento e, Sabrina, subito si era mostrata entusiasta e d'accordo all'idea. A lei scoprire la prima carta. Due; cinque, sei: aveva ottenuto una vincita modesta, avete concordato per venti o trenta secondi. Vi siete sollevati in piedi. Vi siete avvicinati. Ti ha sollevato il maglione rispettosamente, te lo sei tenuto stretto all'altezza delle spalle. Con mani esitanti, frementi, umidicce, forse sudaticce, ti ha carezzato l'intera superficie scoperta sul davanti del busto. Gli occhi scintillanti, le piccole mani vellutate, le palme calde e morbidissime, l'ortica insita nel tocco delle dita, i suoi polpastrelli dolci e delicati, e il pelo tenero e urticante che si spostava piano sul tuo petto. Un brulichio mordace ingigantiva frattanto nel ventre, un eritema pruriginoso ti si diffondeva nel corpo e nel sangue. Infine, la tortura giunge al termine e ti ricomponi. A lei pure la seconda mossa. Cavallo, quattro, tre; cinque, fante, asso; cavallo: avevi guadagnato una vincita soddisfacente, non poteva che spettarti almeno un minuto pieno a disposizione. Hai accostato la tua sedia alla sua. Le hai sollevato il maglione lentamente, gentilmente, e se lo è mantenuto fermo con il mento e con le mani. La schiena abbandonata contro lo schienale della sedia, la bocca e le palpebre socchiuse, le guance minute e paffutine accalorate ed imporporate, la forma rotonda dell'abbozzo delle tettine, il colore rosa-arancio della pelle, quello intenso e marcato delle corolle lievemente più scure del resto, e la punta rosea dei suoi capezzoli. Protendi le grinfie per tastare la consistenza pongosa, polposa, elastica delle sue mammelline, e la rigidità di quelle sue puntine rosa sulla cima. Hai faticato parecchio per non scoppiare in una pisciata tremenda nelle mutande e la cosa iniziava a farsi preoccupante. Si è poi sistemata e ti sei riportato al tuo posto. A te il principio della terza mano dell'ultima partita. Sei, re, quattro, sei, sette, asso; due; fante, due; quattro, tre; cavallo, cavallo, re: ti eri conquistato una vincita magistrale, ti toccava per forza un buon minuto e mezzo di tempo e perfino oltre. Vi siete raddrizzati sulle gambe, vi siete scostati un po' da parte. Le hai sollevato la gonna, si è tirata di lato le mutande. Le hai intravvisto a malapena la peluria luccicante, fine e sottile, arricciolata e castana-bionda sulla montagnetta di venere. Rilassi gli artigli e ti allunghi verso la sua lanugine morbida e soffice, bagnatissima. Gliela hai palpata appena per un paio di volte, quando l'eco soffocato del volume della televisione che gorgheggiava dalla cucina schizza alle stelle all'improvviso. La Cugina per eccellenza si è ricomposta in un istante. - Allora, siete pronti che si va a casa? - . Protestare non è servito a nulla. - Su, su, lasciate lì tutto che se non ne approfittiamo adesso che è calata la pioggia... - . Battito di mani nell'androne al di là della porta. - Dai-dai, correre. - . Un solo sguardo era stato più che sufficiente per sapere che la cosa sarebbe rimasta tra di voi. E non molto tempo dopo avevi scoperto che non era affatto la pipì ad urgere di schizzar fuori con prepotenza.
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