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Frammenti della pubertà
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Titolo:
Frammenti della pubertà |
Autore:
Ruferidian |
Contatto:
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Racconto
n° 4629 |
Altri
racconti dello stesso Autore:  |
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Serie di racconti concatenati tra loro, dalla biografia del protagonista della storia, che altro non vuole essere se non la vita immaginaria del lettore stesso della storia; dall'erotismo più puro e semplice a quello più spinto. L'insieme di questi racconti semindipendenti dal resto è stato estratto dal contesto del Libro: - Un fine settimana incredibile! - di Ruferidian.
Con la pubertà si è svegliata, notevolmente, ed è sbocciata come una farfalla dalla sua crisalide. La quinta elementare era finita e passata. L'autunno e l'inverno erano ormai trascorsi. I genitori della Cocca avevano trasferito altrove il domicilio durante l'estate precedente e non frequentavate più nemmeno la stessa scuola. Ma non avete perso i contatti né smesso per nulla di vedervi. Il vostro legame era troppo grande, e la casa di campagna dei nonni rimaneva un luogo familiare, libero e franco, accessibile e comune per entrambi e per chiunque. Inoltre, di tanto in tanto, non mancava l'occasione di condividere insieme piacevolissime e spensierate vacanze in diversi periodi sparsi nel corso dell'anno. Dapprima e da qualunque prospettiva, Sabrina, continuava a mostrarsi ancora esitante, vergognosa, reticente e tentennante, nonché fifona e timorosa, ma non smetteva di dimostrarsi poi irriducibile e fiduciosa, sorprendente e vulnerabile nel medesimo tempo e si rivelava davvero a te soltanto, apertamente e come non mai prima di allora. Rammenti per un lungo istante in qual modo adorante, venerante, idolatrante, remissivo, sottomesso, arrendevole, docile e asservito, rispettoso e assoggettato, dimesso e soggiogato la sorprendevi a fissarti e rammenti quanto risultasse facilmente contagiabile dal tuo entusiasmo. Con tutta l'ingenuità possibile, si presentava pronta a tutto pur di non darti dispiacere; e quando non riusciva a farti piacere, non poteva che non sentirsi in colpa per questo semplice e sciocco fatto. Ricordi benissimo quell'espressione, contrita e mortificata, così tipica sul suo visetto nella vostra memorabile fanciullezza. In conclusione, studiarvi e riscoprirvi stava diventando una missione santa, un gioco morboso e pazzesco, una vera ossessione reciproca. Il legame che vi univa figurava onnipresente. Era questi un legame eterno, che dividevate e si sviluppava sin dall'infanzia. Il vostro non era il genere di legame che esiste fra una marionetta e il burattinaio; era un vincolo speciale, sacro. Il vostro legame si traduceva in qualcosa di unico, tanto da rendere spesso inutili le parole: uno sguardo furtivo, un minimo cenno del capo, un fugace sorriso, un'alzata di spalle accennata appena, non occorreva molto altro per comprendervi al volo. I semi della malizia instillata dagli adulti iniziavano a sbocciare ora nel profondo del pensiero e nella sua mente. Riuscivi a leggerglielo sul volto chiaramente, senza sforzo nessunissimo. Emozioni incontrollabili, fantastici e fantasiosi sogni ad occhi aperti, e talvolta passioni assai difficili da gestire, si spandevano e traboccavano da lei ininterrottamente. I suoi repentini exploit si stavano facendo sempre più frequenti.
Il campo-base perdurava negli anni, ma era diventata dimora fissa dei cuginetti meno ciroli e pertanto si rendeva inutilizzabile per la maggior parte del tempo. Il campo due era sorto e crollato nel giro di qualche mese; e sempre di nuovi ne prendevano il posto durante il ciclo di tutte le stagioni successive. Il campo tre era una sorta di spiazzo naturale che richiedeva ben poca manutenzione, invece, per quel che riguardava il quattro e il cinque provvedevate al rapido ripristino nello scorrere di ogni singola e calda estate. Però il più segretissimo rimaneva tuttora il campo sei. Da un pezzo avevi già finito di mangiare e Sabrina sarebbe arrivata a momenti. Nugoli di rondini volteggiavano nel cielo azzurrissimo, il sole risplendeva come per incanto sulla cima dei numerosi frutteti in fiore, la campagna figurava chiazzata di campi pettinati dolcemente. Razzolando insieme ai polli, nel rusco che si ammucchiava dietro il fienile, alla ricerca dei vari tipi di tesori che talvolta vi è capitato di rinvenire, hai recuperato una scassata e vecchia macchinetta fotografica. Te la sei infilata in tasca. Hai aguzzato le orecchie: qualcosa ha destato la tua attenzione. Il rumore delle ruote di una macchina che sopraggiungeva scarrozzando lungo lo stradone che conduceva costeggiando il canaletto fangoso. Ti sei avviato innanzi a casa. I nonni abitavano nell'edificio principale che svettava al centro della massiccia costruzione in pietra nuda, una seconda abitazione diroccata si ergeva dallo stesso lato dell'imponente albero che guardava sul fienile, magazzini e garage si protendevano verso lo stradone che laggiù in fondo si diramava a gomito per affiancare il canaletto. La più eccellente delle cuginette stava smontando dal sedile dell'auto, quando, finalmente, hai messo piede nel cortile che si estendeva di fronte alla porta di casa. La Zia Nilla teneva d'occhio un paio di piccolini, che giocavano rincorrendo la palla nel prato, e se ne restava piegata sul finestrino aperto per scambiare alcune chiacchiere con i suoi genitori. Saluti e convenevoli. Quasi subito dopo, Grazia, si raddrizza e la macchina riparte poi in retromarcia. Una miriade di raccomandazioni. Incroci gli occhi della tua cuginetta e un raggio di luce le brilla sul viso, non avevi mai notato prima il modo in cui i capelli le si arricciolavano sulle spalle. In silenzio e senza parlare, le mostri le cinque dita della mano sinistra e il pollice della destra. Annuisce e ti rivolge un sorriso di tutta comprensione. Il senso del messaggio era stato inequivocabile; ci ritroviamo all'entrata del campo sei. Si gira e scatta di corsa in direzione dei garage. La osservi per un istante: uno scoiattolino in gonna e camicetta, in fuga che correva. Ti volti e ti precipiti dalla parte opposta. Ignorando i latrati eccitati del cane da caccia legato all'albero, raggiri il lato diroccato della costruzione di campagna dei nonni. Ti sei acquattato al riparo del pozzo nell'angolo, hai atteso che Sabrina ti raggiungesse. - Di qua non c'è nessuno e di là? - . - No. - . - Devo farti vedere una cosa che ho trovato, vieni. - . Hai forzato appena la porta fatiscente che permetteva di entrare dal retro dell'edificio in rovina e cadente, in fretta vi siete intrufolati al suo interno. Fiaschi e damigiane, sedie rotte e cianfrusaglie di tutti i generi si pigiavano sopra e sotto a mobili pericolanti. Ragnatele preistoriche e polvere di secoli appestavano dappertutto, di tutto si presentava cosparso sul pavimento e non un solo centimetro quadrato risultava sgombro. Come sempre, la Cocca ti si stringe al braccio. Hai richiuso la porta sgangherata per quanto possibile. Aiutandola ad avanzare, per puro istinto ti sei fatto largo tra cocci e bottiglie, infine sei riuscito a trascinare entrambi ai piedi dello scalone di legno rinsecchito e screpolato. Evitando gli scalini rotti e marci, e senza reggervi alla ringhiera traballante, vi siete portati al piano superiore. Sapevate che, probabilmente, quello scalone marcescente non avrebbe retto al peso di un adulto e perciò il vostro nascondiglio si dimostrava il migliore custodito; sapevate anche che il posto era quello maggiormente proibito, ma, proprio a causa di questo, si rivelava pure il luogo più adatto per un campo segreto. Neppure il più audace dei cuginetti più grandi e coraggiosi vi si sarebbe spinto nemmeno se invitato. Il piano superiore era spoglio, le pareti apparivano scalcinate e, gli scuretti scardinati si richiudevano in malo modo o mancavano totalmente, i pavimenti di parecchie stanze si ripiegavano nel mezzo come una grossa pozzanghera asciutta. La prima volta che vi ci siete addentrati, in cerca di avventure che non vi hanno mai tradito, la zona si è svelata sicura e perfetta. Lasciava il privilegio di sbirciare ovunque, attraverso le finestre disastrate, e forniva la minaccia del fascino misterioso di un rifugio di prim'ordine. Stagliata contro la parete come una farfalla su uno spillo, c'era una figuretta terrorizzata che si muoveva mano nella mano con la tua. Strisciando di piatto lungo il muro scrostato e malridotto, avete raggiunto l'ultima camera. L'unica a possedere il pavimento diritto e dall'aspetto palesemente solido e robusto. Lo scheletro della rete di un lettino arrugginito pareva abbandonato in un angolo, assi scheggiate e fantasmi di stracci sembravano gettate in un altro, due sedie logore e malandate si scorgevano fra voi e la finestra, una cassetta ribaltata per la lunga faceva da tavolino. Decisamente, quella stanza si manifestava il campo più accogliente e funzionale. Ti sei avvicinato alla finestra e lei ti ha seguito spontaneamente. Ti sei premurato di controllare all'esterno e poi hai estratto dalla tasca la macchinetta fotografica per mostrargliela. Le hai raccontato come e dove l'avevi trovata: è rimasta con la bocca spalancata per tutto il tempo, gli occhi fissi sulla scatoletta scassata che tenevi in mano, quasi che le avessi mostrato un gioiello di valore inestimabile. - Ti va di giocare alla Fotomodella? - . Il volto le si illumina immediatamente, lo sguardo le si è colmato di scintillante meraviglia. - Sì! - . Per sicurezza e con somma cautela , ti sei affacciato nuovamente ai battenti della finestra. Uno scuretto ricordava il disegno di una storica colonna abbattuta, e piegava all'indentro precariamente, il secondo non era in condizioni molto migliori. Per meglio consentire al chiarore di quell'assolato pomeriggio di penetrare più facilmente nella camera, hai scostato ulteriormente il meno peggio di quegli scuretti cigolanti. Ti sei poi diretto al mucchio di vecchie assi affastellate alla rinfusa nell'angolo in fondo della stanza, hai pescato dal mezzo una sportina che butti sulla rete del letto dimenticato alle tue spalle. La Cugina per eccellenza ne estrae una coperta che distende con cura sul letto. Frattanto, ti chini sulle ginocchia e sposti di lato diverse assi, smuovi e rimuovi dal pavimento alcuni mattoni, metti da parte il giornaletto pornografico e raccogli da sotto il voluminoso catalogo di acquisti di abbigliamento per corrispondenza. Ti rialzi e vai a sederti accanto a Sabrina sulla rete del letto ricoperto e rifatto. Per un po' avete sfogliato e commentato le pagine del catalogo. Clic, Clic, Clic, Clic, Clic; per un bel po' siete sprofondati nei recessi del vostro gioco. Lei in piedi, seduta, inginocchiata o sdraiata che cambiava posa incessantemente, e tu che le volteggiavi intorno per immortalarla nella fantasia, inquadrandola da tutte le angolazioni possibili, finché la moda dell'estate non è giunta al termine: vi siete ritrovati nella luce della finestra, seduti sulle sedie instabili e fruste, con il catalogo aperto sul tavolino all'indice della biancheria intima. - Mi piacerebbe fare queste - . - Mmh - . - Lo so che non si può, ci vorrebbe uno dei cosi della Nella - . - Ce l'ho! - . - Che cosa? - . - Sì, insomma, il reggipetto, ce l'ho indosso. - . - Davvero, veramente? - . - Sì. - . - Allora le facciamo. - . Solo adesso sembra accorgersi e si imporpora sulle guance. - Vuoi scherzare, mica ti vergognerai? - . Le hai rivolto un sorriso incoraggiante, e tanto bastava per farle accantonare qualsiasi dubbio. - No. - . Solleva il mento e comincia a sbottonarsi il più in alto della fila dei bottoncini sul davanti della camicetta. Poi si slaccia i polsini delle maniche e qualcosa sul di dietro della gonna. Si rialza dalla sedia, e senza farle toccare il polveroso pavimento, si sfila la gonna prima da un piede e poi dall'altro. Indecisa, sceglie di andarla a ripiegare sulla coperta distesa sulla rete del letto. La segui e ti ci siedi sopra, con la scatoletta rotta tra le dita, mentre un groppo ti si stringe nello stomaco. Innocentemente passionale, raddrizza la schiena , finisce di sbottonare la camicetta ed esitante se la toglie. Le innumerevoli corse, e le folli arrampicate della vostra fanciullezza, le hanno forgiato l'aspetto del corpo: la struttura ossea allungata e delicata, la muscolatura solida e levigata. Il cuore ti fa un balzo improvviso che lo porta dalle parti del pomo d'Adamo. Si era tolta i vestiti del giorno di scuola: ora, davanti a te, indossava soltanto un piccolo reggiseno bianco e gli slip. Avevi l'impressione di non avere mai visto niente di così chiaramente delineato: le spalle rosate dal sole con qualche efelide dorata sulle braccia e sul petto, la curva rosa-arancio del seno sotto la bretellina, i capelli lunghi che le scendevano sulle spalle, come una macchia arricciolata di luce illuminata da dietro, la curva aggraziata delle sue ciglia quando batté gli occhi... Cercasti di non rimanere a bocca aperta come uno sciocco quando passasti lo sguardo sulla curva del suo fianco e sulla coscia piena, sulle caviglie sottili con ancora i calzini bianchi... Si scosta un ciuffo spiraleggiante dalla fronte, spensieratamente, meccanicamente, mette la camicetta sul fagottino della gonna e ti sorride. Un brivido sfrigolante ti si diffonde dagli intestini fin nella corteccia cerebrale. Riprendere il gioco non è stato facile, però nulla al mondo avrebbe potuto impedirti di saltellarle attorno come il cavalluccio della giostra di un carillon. Clic, Clic, Clic, Clic, Clic; sei rimasto affascinato dal riquadro di schiena formato dal cinturino del suo reggiseno e dalle bretelline, dalla forma arrotondata delle sue scapole all'interno di quello spazio di pelle rosa-arancio, dal serpentello della spina dorsale che si srotolava giù per la sua vita snella; sei rimasto spiazzato dalla cintura di quelle mutandine ridotte che le cingevano il bacino, dalla stoffa candida che le avvolgeva i suoi glutei minuti, dalla linea longiforme delle gambe, dalla curva armoniosa dei polpacci; sei rimasto sconvolto dall'estensione lunga delle cosce, dal triangolo bianco degli slip osservati da vicino, dagli elastici affondati morbosamente nell'inguine, dall'ombreggiatura evidente all'altezza del suo pube; sei rimasto stravolto dall'ombelico incantevole e dal suo ventre liscio, teso ed elastico, dal modo seducente con il quale le sue tettine appena accennate riempivano le coppettine del reggiseno, e dal modo in cui la punta rigida dei suoi capezzoli premeva con forza contro il tessuto che veniva tirato all'insù, mentre si tratteneva i capelli sulla cima della testa con le mani: il pene doleva tremendamente, le palle minacciavano di scoppiare, eppure avresti voluto spingerti oltre dannatamente e furiosamente, quando avete esaurito le immagini da simulare del catalogo. Ti fissava con gli occhi ricolmi di affettuosa benevolenza, con lo sguardo traboccante di ingenua speranza. Ormai sapevi bene di potere esercitare un tale ascendente su di lei da renderla disponibile a tutto. Un semplice sorriso, una piccola rassicurazione verbale o poco più, e saresti riuscito in qualunque intento, indubbiamente, ma, ormai sapevi anche con certezza quanto fosse fiduciosa e completamente dipendente da qualsiasi tua decisione e (ciononostante) non volevi abusare della sua fiducia incrollabile. Forse, è chiaro che non volevi assolutamente rischiare di incrinare il formidabile rapporto che vi stava legando come una cosa sola sin dall'infanzia. Una manciata di secondi era trascorsa. Ti osservava in silenzio, tentennante e con amore, si stringeva nelle spalle, si mordicchiava il labbro inferiore della bocca, si capisce che qualcosa le rodeva sulla punta della lingua. Ma non si sarebbe pronunciata se non stimolata. - Dimmi. - . - No, insomma, pensavo solamente che, se vuoi, possiamo... - . Il lamento rumoroso di una macchina scarrozzante che avanza sullo stradone che accompagna il canaletto fin dietro casa vi salta alle orecchie e la interrompe. - Chi è che arriva? - . - Credo che sono la mia mamma e il mio papà, che mi sono venuta a portar via - . Vi fissate negli occhi per un attimo. Recuperi al volo il catalogo dalla cassetta-tavolino, intanto che lei si riveste frettolosamente, rimetti tutto nel nascondiglio e lo riassesti alla buona, ficcate coperta e macchinetta nella sportina e la getti nel mucchio, la prendi per mano e tornate dabbasso con una frustrante cantilena che ti ronza nella mente come un disco rotto. La prossima volta, la prossima volta, la prossima volta, la prossima volta, la prossima volta. Stavate crescendo e vi stavate smaliziando.
Non c'era affatto nulla di strano nel vostro comportamento eccessivamente intimo. Basti pensare che sin da sempre, la Cocca, nutriva la paura di ciò che non si vede e da quando avevano iniziato a spegnere le luci e vi avevano confinati ognuno nel proprio lettino, nella stessa camera della Zietta, avevi dovuto stringerle la mano nel buio per rassicurarla, sinché non si addormentava, e lo avevi fatto regolarmente e con piacere fin quasi alla pubertà. Quindi, il vostro morboso bisogno di uno stretto contatto fisico veniva scambiato per innocuo amore fraterno. Era un sabato sera. La Zia stava trafficando al secchiaio e qualcun altro se ne restava stravaccato sul grosso divano dalla parte opposta. La comoda poltrona nell'angolo vicino alla porta che dava accesso in cucina, invece, figurava spesso come il ritaglio di spazio di un nido tutto per voi. Il tavolo al centro della stanza risultava un po' troppo ingombrante, per ottenere una visione ottimale, ma andava bene lo stesso. Alla televisione trasmettevano un film di paura che ci tenevi a vedere e, naturalmente, se lo volevi vedere tu, lo voleva vedere anche lei. Un gomito rimaneva poggiato sul bracciolo destro della poltrona e con la palma della mano ti sostenevi la testa pesantemente, mentre le gambe rimanevano gettate in direzione della porta a cavallo del secondo bracciolo. Sabrina, presentandosi nel suo migliore pigiamino rosa, seduta e raggomitolata nella protezione del tuo grembo, si stringeva al mento le ginocchia con le braccia. Si faceva piccola-piccola contro di te, abitualmente, quando solo qualcosa la turbava appena, e si faceva ancor più piccina sul tuo petto quando l'audio del televisore diventava inquietante o spaventoso. Rammenti il gesto di come, subito e per istinto, si chiudeva gli occhi per nascondersi la faccia nelle mani di continuo. Sostanzialmente, non deve avere visto nemmeno un quinto del film, peraltro neanche tanto pauroso, pubblicità compresa; nel frattempo, e in apparenza con fare distratto, non lesinavi di carezzare la seta arricciolata dei suoi capelli castani-biondi con le dita libere della mano sinistra. Ora della fine della serata ti si era annidata talmente addosso da farti dolere le costole, però, almeno da che ricordi con chiarezza, la stretta vicinanza del suo corpicino allungato non è mai stata una vera scocciatura da sopportare. Inoltre, già sin dalla tarda fanciullezza, l'esile corporatura della sua morbida figuretta dimostrava tenere sembianze che meritavano di essere sfiorate in tutti i modi possibili. Infine quella sera era trascorsa. - Forza, adesso in bagno e poi di fila a letto! - . Tre lettini occupavano la camerata della Nella. In origine si manifestava la stanza delle sorelle, ma, al momento, il lettino della Zietta veniva adoperato dal cirolo di un cuginetto che sonnecchiava profondamente, gli altri due erano ormai di diritto il tuo e quello della Cugina per eccellenza. Una lunga testata a cassettoni collegava i lettini e comodini applicati li distanziavano. Il cuginetto dormiva della grossa, restando accovacciato nel giaciglio più in fondo, immobile e girato verso il muro, tu e Sabrina vi eravate coricati da meno di un minuto: tu nel tuo posto di mezzo e lei nel suo accanto alla porta. Avevi come percepito il peso di uno sguardo mortificato che ti cercava, ti sei voltato sul cuscino per guardarla. Infatti, una sagoma infagottata nelle coperte ti fissava ammutolita e tesa, aveva gli occhi cupi e spaventati, sembrava uno scoiattolo terrorizzato nella forte penombra della camera da letto. - Cosa c'è? - . Le hai chiesto in un bisbiglio, e con tono dimesso ti ha risposto in un'altra domanda. - Mi dai la mano? - . Lo immaginavi. Hai incrociato le sue dita a metà strada fra i vostri letti. Un bagliore fioco filtrava dalla porta lasciata in spiffero apposta, un esiguo riquadro di stelle scintillava dalle tendine tirate della sola finestra, il respiro pesante del cirolo acciambellato nel letto della Nella si manteneva lento e regolare, il tocco della presa della tua cuginetta si rilassava progressivamente, intanto pensieri impuri tornavano a galleggiare nella mente e ti tenevano ardente compagnia. Una calda mezz'oretta era passata. Il film dimenticato. La sua piccola mano delicata ancora cinta nella tua. Leggero frusciare di lenzuola. Ti si sono drizzate le antenne immediatamente. Sospetti ciò che poteva significare e in un istante frammenti di impressioni riprendono ad affiorare in superficie, ti senti riportare indietro. Risale e riaffiora a galla il ricordo di come si masturbava spesso, e in qualsiasi occasione, con l'innocenza dell'infanzia, ogni qualvolta gliene venisse voglia; in nessun modo potrai dimenticare il succo di quell'episodio lontanissimo in cui avevi cercato di chiederle spiegazioni: non ti scorderai di come si trastullava con indifferenza, innocentemente, per il solo fatto che le dava piacere, e senza prestare la minima malizia al fatto che tu ti trovavi lì con lei nel letto. Trattieni il respiro. Un brivido ti si diparte dalla spina dorsale, come nevischio disciolto lungo la vetrata di una finestra. Le sue dita si sono contratte piano nelle tue e qualcosa raddoppia le sue dimensioni già non indifferenti. Frusciare lieve e costante. Intrufoli una mano nelle mutande. Silenzio. Il pene ritto e dolorante. Una nuova contrazione di quelle dita vellutate ti raggiunge. Ricambi debolmente. Rumore di una testa che ruota sul cuscino. Volgi lo sguardo alla tua destra. Gli occhi le rilucevano nella semioscurità della stanza. Silenzio. Qualcosa fa una capriola nella pancia, qualcos'altro ti si avvita nelle budella. Una sinfonia leggerissima di seta di lenzuola fruscianti prende vita in un concerto melodioso dal suo letto. Ti osserva esitante. Contrazioni delle dita. Brancicando nel buio più assoluto, incominci a muovere la mano istintivamente. Occhi che luccicano nella penombra irrequieta e densa. Il coro rumoreggiante della vostra musica che sussurra tutt'intorno, aumenta e si espande, cresce e si innalza, infittisce e si eleva di un ottava frenetica. L'aria crepita di energia erotica, che ti avvolge e circonda, che ti spinge e possiede, ti senti accendere i nervi come lampade al neon. Sacri misteri vaginali impazzano nel cervello come Demoni furibondi, quasi non senti il contatto della mano che scivola come mercurio sull'asta possessa, frattanto correnti dell'ignoto fluttuano nel sangue in riflessi adombrati, un desiderio anelante ti pompa adrenalina direttamente nelle vene, una ciclopica sensazione di strozzo ti coglie nel cuore e rapida si diffonde nelle viscere, un'emozione totalizzante ti paralizza braccia e gambe; percepisci a malapena la sua dolce manina sudaticcia irrigidirsi in spasmi silenziosi nella tua, una smania trascinante ti offusca la ragione e la coscienza, uno tsunami di ormoni incontrollabili ti si scatena nella bocca del profondo dell'inconscio e del ventre, l'anima si riversa nelle palle e si incanala nell'Io dell'esistenza e la vedi e la senti schizzare e scoppiare nel fuoco d'artificio del big bang dell'universo e della Galassia. Rimani annichilito, svuotato, disteso supino sul letto per diversi minuti. La sua mano scivolosa e caldissima sempre cinta nella tua di nuovo lievemente. Lasciando la porta spalancata per la Cocca, affinché la luce della camera precedente inondasse sul suo letto, sei ritornato in bagno. Che strano! Una schiumina, bianca e pannosa, baluginava appena sulla punta della testa del tuo pisello non completamente raggrinzito. Sapevi che prima o poi sarebbe successo, e qualche vano tentativo lo avevi perfino già compiuto, ovviamente, però, vista e considerata l'enormità della faccenda, avresti giurato di aver zampillato molta più roba. Quella stessa notte hai avuto la tua prima polluzione notturna.
Ne avete costruiti moltissimi, di rifugi, nel corso del tempo; il campo-base rimane nel fienile, mentre il due e successivi sorgono all'esterno, dove la legna viene accatastata durante le stagioni della potatura, i campi tre e quattro sono raggiungibili dai sentieri del canneto, il cinque invece no, il sei è quello che si trova al piano di sopra dell'edificio diroccato che si erge a lato della casa di campagna dei nonni. Numerosi altri sono nati e caduti negli anni. In aggiunta, l'immaginazione e la fantasia non vi è mai mancata; e nel tempo la sua fantasia si è sviluppata non meno della tua. Un altro tedioso giorno di scuola se ne era andato. Sabrina aveva già mangiato in precedenza e tu stavi finendo. La Zia trafficava ai fornelli e la Cugina per eccellenza ti sedeva di fronte. Intorno, qualche cuginetto si presentava intento a seguire chiassosi cartoni animati alla televisione. Dall'altra parte del tavolo, alcuni adulti se ne restavano persi nelle loro chiacchiere sul divano. Sollevi l'attenzione dal piatto, per prendere il bicchiere. La ritrovi come a guardarti con gli occhioni di un micio adorante che osserva il suo padroncino con amore incondizionato e venerante. Accenna un sorriso beato, e subito distoglie lo sguardo. Sorridendole di rimando, accantoni gli avanzi degli ultimi bocconi. Il tramestio di pentole e padelle, che si indaffarava alle tue spalle senza tregua, si interrompe e la voce della Nilla ti precede di un soffio. - Hai mangiato abbastanza? - . - Sì. - . - Vuoi qualcosa ancora? - . - No, sono a posto. - . Spingi indietro la sedia e ti alzi, e via alle sue solite raccomandazioni. Circospetti, così vi avvicinate alla soglia della cucina e incroci il brillio degli occhi della Cocca con curiosità. Ti guardava con un timido sorriso fregiato sulle labbra, si capiva che macinava qualcosa sotto la pelle. - Cosa ti va di fare? - . Un po' la scorgi imporporare sulle guance. Indecisa e tentennante, abbassa il mento e poi ti mostra quattro dita della mano destra. Annuisci e le sorridi, un istante e scattate fuori dalla porta come gatti scoiattolanti. Oltrepassate l'androne principale, che va collegando le stanze del pianterreno, e come la fucilata di uno sparo siete all'aperto. Il campo quattro l'obiettivo da conquistare. Non ricordi di esserti mai diretto con lei in nessun posto se non di corsa, e l'abitudine a tentar di evitare che si facesse male si era fatta qualcosa di consueto, nello scorrere della vostra fanciullezza, perciò le hai cercato la mano per guidarla e sorreggerla. Gli occhi stracolmi di sogni e speranza: una leggiadra farfalla che ti volava al fianco. Schizzate come schegge al di là della cuccia del cane da caccia, che abbaiava e tirava la catena, costeggiando il cumolo di rami che si affastellava disordinatamente. - Buono, Ciack! - . Raggiungete in un attimo l'entrata dei sentieri zigzaganti del canneto invadente che soffocava tutta la sponda al di qua dell'albero centrale. Ovviamente, quella si dichiarava per voi una zona vietata, perlomeno se non in presenza della Zietta, ma, insieme, eravate già più che curiosi e avventurosi, ingegnosi e fantasiosi, estremamente operosi, laboriosi, intuitivi, inventivi, alquanto di più che reciprocamente curiosi e spontanei, oltremodo coraggiosi, inarrestabili, e nulla al mondo avrebbe potuto frustrare l'istinto formidabile che ormai vi accomunava strettamente. Imboccate il tortuoso percorso che andava addentrandosi nel fitto del canneto labirintico. Mantenendovi a debita distanza dal sentiero che si apriva a ventaglio sullo specchio oleoso del macero in disuso, procedete a zigzag fra le mura parallele delle canne che svettavano altissime. Superati parecchi incroci criptici, svoltate sulle tracce nascoste che conducevano nel primo spazio spianato sotto il cielo. Infine siete sbucati nel campo quattro, uno degli spiazzi più introvabili. I caldi raggi del sole piovevano quasi perpendicolari nello spiazzo ovale, un alito di brezza increspava appena il tetto delle canne, la volta del pomeriggio risplendeva di un meraviglioso celeste nontiscordardimé, piccolissime macchioline nere di rondini si stagliavano contro i batuffoli bianchi delle nuvole, il gracidio delle rane figurava come un richiamo costante, lo spirito benigno della campagna frusciava sul crine dei campi e sulle chiome addobbate dei frutteti. Percorri a passo di marcia il perimetro delle mura di cinta del canneto, per ostacolare la natura che, anno dopo anno, tentava invano di riappropriarsi del terreno circostante. Sabrina, la tua cuginetta, ti aspettava immobile al centro di quello spazio erboso. - E allora, che cosa avevi in mente? - . - Mmh - . - Coraggio. - . - Ecco, io, pensavo... - . Silenzio. Si fissava i piedi, esitante e reticente, si crogiolava nell'incertezza. Porpora sulle guance. Forse, è chiaro che aveva una sorta di segreto da confessare. Un guaio di scuola? Un brutto sogno che riteneva stupido? O cosa? - Lo sai che puoi dirmi tutto. - . Le allunghi un sorriso incoraggiante, e con noncuranza ci aggiungi un'alzata di spalle. - No, niente... pensavo solo che, sì, insomma... - . Si avvicina ulteriormente, si sfila la maglietta dalla testa, si scrolla ciuffi spiraleggianti dagli occhi. Capelli arricciolati nella luce del vento. Lo stomaco ti si chiude immediatamente. Si direbbe indugiare prima di riprendere, ferma e diritta in gonna e reggipetto, puoi distinguere anche meglio il rossore sulle sue guance e sul suo collo. La postura irrigidita, la voce un sussurro, il respiro leggero, la maglietta penzolante sul fianco. - Pensavo che possiamo... guardarci... - . Si avvicina ancora; avresti potuto abbracciarla, se le tue braccia non si fossero rifiutate di muoversi. Ti passa la punta della mano fresca sulla guancia rovente. Il calore del suo viso si avvicina ancora; ti sei accorto che ti diceva qualcosa. - Come? - . Chiedi, e subito ti penti d'aver parlato troppo forte. Per un momento raddrizza la testa e tende le orecchie sensibili, si paralizza e pare in procinto di spezzarsi come una statuetta di cristallo fragilissimo, e solamente poi sembra rilassarsi un poco. Adesso, il respiro della Cocca riusciva davvero impercettibile. - Dicevo... che se ti togli la maglia, ecco, insomma, anche io mi posso togliere qualche cosa d'altro - . Recuperi l'uso delle braccia e ti sbarazzi della maglietta in un lampo. - Adesso tocca a me - . Bisbigliava in un filo di voce, frattanto che si piega sulle ginocchia per distendere la sua maglietta sull'erba. Eri sicuro che si volesse levare di dosso le scarpe, o magari la gonna quando la vedi rialzarsi, ma si porta le mani dietro la schiena e (con un gesto che, per la sua stranezza e la sua femminilità ti fece rimanere senza fiato) si sbottona il reggiseno, che cadde a terra in mezzo a voi. Non riesci affatto a evitar di guardare in basso, e noti che Sabrina aveva gli occhi chiusi o socchiusi e che batteva le lunghe ciglia frangiate. I suoi seni erano morbidi e di un rosa-arancio piuttosto omogeneo, le areole non s'erano ancora indurite. Con un braccio, la Cugina per eccellenza si copre i piccoli seni rotondi, come per un pudore improvviso, e solleva il viso e la testa verso di te. Con un giramento di testa, comprendi che intendeva baciarti, e che tu avresti dovuto restituire il bacio, ma che avevi la bocca e le labbra asciutte come pezzi di legna secca. Sabrina accosta le labbra alle tue, tira indietro la testa e ti guarda con aria interrogativa, poi ti bacia di nuovo. Senti le sue labbra umide, senti il profumo del suo respiro sulla lingua, percepisci l'intensità e l'affanno, quasi come se i ricordi fossero tuttora in fase di sviluppo. Il calore sorto tra voi, l'abbraccio e il bacio che pareva continuare per sempre, l'eccitazione provata nelle viscere, l'irrigidimento contro gli slip e la cerniera dei jeans, l'enormità dell'eccitazione che Sabrina ti restituiva con piccoli movimenti dei fianchi e delle cosce: tutto questo apparteneva a un universo assai diverso da quello delle fantasie e dei peccati solitari di cui spesso, ormai e senza scampo, di frequente ti macchiavi nella penombra della camera da letto. Era un'esperienza completamente diversa da ogni altra, e lo avevi compreso con una parte della coscienza, mentre ogni tuo pensiero era sommerso dalle nuove sensazioni che ti giungevano e mentre, dopo avere interrotto per un istante il bacio (molto poco romanticamente) per riprendere fiato, e avere di nuovo accostato le labbra alle sue, Sabrina ti appoggiava la mano sul petto e ti accarezzava e tu le passavi le dita sulla perfetta curva della schiena e delle reni, sulle piccole scapole arrotondate. Vi inginocchiaste sul cuscino dell'erba verdissima, senza perdere il contatto. Quando il bacio s'interruppe per un secondo, riesci persino a ricordare che la tua cuginetta ansimava piano, e ti meravigliasti della bellezza della curva con cui la guancia le si univa al collo e al mento. Ricordi la pressione del suo corpo contro la pelle e capisci che non c'era mai stato nulla, in tutta la tua vita precedente, a prepararti per un'emozione come quella, tanto intensa da darti il capogiro. Poi ricordi il solletico dei suoi capelli spiraleggianti sulle labbra, li spingesti delicatamente di lato e apristi gli occhi. - Aspetta... - . Rimani ammaliato nell'osservarla. I capelli scompigliati, gli occhi speranzosi, il sorriso sognante, il musetto da scoiattolo, l'ovetto del mento, l'essenza vulnerabile del suo aspetto, e le puntine rosee dei suoi capezzoli. Le porgi le mani, quindi, afferrandola per le piccole mani carezzevoli l'aiuti a tirarsi su. Raccogli magliette e reggipetto da terra, ti dirigi nel punto più distante dallo sbocco di quel sentierino nascosto che vi ha dato adito allo spiazzo ovale. Scosti una bracciata di canne dalla parete della muraglia altissima che vi circondava frusciando e le fai cenno di raggiungerti e passare. - Vieni! - . L'aiuti a transitare dall'altra parte e le dici di aspettare ancora. Ti sposti di un metro circa, per non lasciare segni del passaggio di nessuno, ti crei un minimo varco e ci passi attraverso. Vi ritrovate sulle tracce di un percorso poco battuto, che si affianca per tutta l'estensione del campo quattro. Aprendole la strada, per facilitarle il cammino, vi addentrate nel vivo del folto del canneto. Siete poi arrivati. Le orme vaghe del percorso a malapena abbozzato continuano, per concludersi in seguito in un vicolo cieco e tronco, però, voi sapete con precisione dopo quanti svincoli cercare il determinato segnale che sarebbe spiccato anonimo per chicchessia. Infatti, ancora pochi passi e, sulla destra, semi ricoperto dalla fitta vegetazione, intravvedete un masso largo e piatto. Un grande sasso muschioso, assolutamente identico a ciascuno di quelli che rimangono disseminati dappertutto lungo le sponde del macero. Vi fermate e voltate sulla sinistra. Le divarichi un nuovo passaggio e la fai saltellare oltre. Ti mantiene dischiuso il grosso fascio di canne e la imiti con un facile balzello. Penetrate in uno spazio circolare, di non vaste dimensioni (un pozzo luminoso che, aprendosi in verticale come un paletto conficcato nel cuore del canneto, utilizzate di tanto in tanto per coricarvi e scambiarvi storie e segreti sotto il cielo); il campo cinque, il più introvabile dei tre. Depositi al suolo gli indumenti. Ti porti davanti a lei e le sfiori le spalle e le braccia. - Vuoi che andiamo avanti? - . - Ecco, sì. - . Ti allontani un poco e ti cavi le scarpe, e lei fa lo stesso. Ti sfili i jeans e lei si toglie la gonna. Ti levi calzini e mutande e con la coda dell'occhio la vedi fare altrettanto. Ti siedi e ti accucci sullo strato erboso, soffice e cedevole al tatto delle dita, ritirandoti, sprofondando, nell'osservarla radunare e ripiegare con cura tutti i vostri vestiti. Resti impietrito, smarrito e più che mai confuso sul bilico dell'orlo fra passato e presente. Le hai visto bene le tettine nude, rammenti, e erano piccole e tonde con una puntina rosa, e alla base del ventre, rammenti, aveva quel mucchietto di peli castani-biondi, una cosa che non avevi mai visto bene così da vicino, e poi ti ha voltato la schiena e hai visto il suo culo, rammenti, le più splendide e dolci e paffute e arancio-rosa chiappe che avessi mai osservato, con quelle incantevoli fossette proprio in cima, e in mezzo quella deliziosa fessura ombreggiata che... Un brivido freddo come ferro ghiacciato ti scuote fin nel profondo, e un altro giro di vite ti si strizza nelle budella. L'hai vista crogiolarsi nell'indecisione per brevi momenti, l'hai vista persistere nell'insicurezza ancora, nell'immediato dopo ha contraccambiato il tuo sorriso con entusiasmo e in fretta e con slancio è venuta a sdraiarsi al tuo fianco. Le passi la palma di una mano sulla pelle vellutata del corpo allungato e morbido, ti intrattieni a massaggiarle la sottile peluria sulla montagnetta del ventre, con le labbra le baci le labbra del volto. Ipereccitata, altamente emozionale, nel pieno del fuoco della passione, la senti ricambiare con istintivo trasporto e delicatezza innata. Senti il tocco urticante connaturato nelle sue dita scivolare e strusciarti addosso dolcemente. Ricordi tuttora la carezza del monticello arricciolato di venere. Senti ancora il tocco della mano stretta sul tuo membro. Il movimento deciso del polso all'altezza delle gambe. Il contatto umido delle sue sporgenze intime sotto i polpastrelli. Capriole nella pancia. Affondi la lingua nella sua tenera bocca dischiusa, e la senti irrigidirsi e sciogliersi in spasmi irregolari e silenziosi, qualcosa di colloso ti riscalda le dita della mano che accarezza: un formicolio si impadronisce di te, paralizzandoti braccia, gambe e cervello. In abbondanza le hai schizzato e zampillato tra le dita della mano che stringe. Era già molto di più di una semplice alleata; era un'accolita preziosissima, un'adepta da proteggere, una proselita da motivare, una discepola da condurre, una devota fida e leale, una seguace fiduciosa e disponibile, e con il tempo sarebbe diventata una complice perfetta. Vi siete ripuliti le mani sull'erba e siete rimasti un pezzo distesi al sole per smaltire i residui dell'imbarazzo transitorio che era sopraggiunto inaspettatamente. Da allora, non ci sono più stati veri limiti e lei si è rivelata in tutto il suo splendore. Accogliente e spensierata, sorprendente e fantasiosa, innocentemente spudorata, ingenuamente trasognata, piacevolmente svagata e morbosamente interessata e interessante. La compagna idilliaca con cui affrontare le necessità insite nei disagi della preadolescenza.
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