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Black out
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Titolo:
Black out |
Autore:
Gala |
Contatto:
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Racconto
n° 4645 |
Altri
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Le porte si riaprirono restituendoci al mondo e allo sguardo dei colleghi che ci sorridevano risollevati. La strana luce che brillava nei nostri occhi era perfettamente giustificata dalla situazione: eravamo appena usciti da un incubo, ancora provati e accaldati. Quella mattina, uscendo di casa, ero stata investita da un'ondata di afa; era molto presto ma s'intuiva che col pasare delle ore la caligine che avvolgeva la città sarebbe diventata rovente. Fui contenta di raggiungere il mio ufficio, sedermi al PC e lavorare con il ronzio di sottofondo del condizionatore e le finestre chiuse, le tende a metà per schermare la luce pallida e violenta. Erano gli ultimi giorni di luglio e molti dei miei colleghi erano già in ferie. In ufficio regnava un clima di tranquilla efficienza, tutti eravamo stanchi ed agognavamo al meritato riposo, ma c'erano le ultime incombenze da sbrigare prima della pausa estiva. Durante la mattinata mi era venuta in mente, per l'ennesima volta, la pratica che avevo lasciato nell'archivio al primo piano, dopo averne fatto le copie. Dovevo assolutamente recuperare l'originale, erano giorni che me ne dimenticavo. Più tempo passava, più rischiavo di non ritrovarla al suo posto, o peggio di non ritrovarla affatto. Non potevo permettermi una simile leggerezza: il capo mi avrebbe fatta a pezzi. Dopo la pausa pranzo mi decisi, scesi nell'archivio e cercai con gli occhi la cartellina gialla. Non la vidi subito e immediatamente pensai alle terribili conseguenze della scomparsa, poi la scorsi: era finita sotto una pila di documenti accantonati l'uno sull'altro. Risollevata, mi chiusi l'archivio alle spalle e attraversai il corridoio deserto, richiamai l'ascensore per tornare al mio piano e, mentre aspettavo, arrivò l'impiegato nuovo che pure doveva risalire al suo ufficio ancora più in alto: un rapido cenno di saluto, l'avevo già incrociato un paio di volte e mi era anche stato presentato, ma non ne ricordavo il nome. Mentre l'ascensore risaliva lo sbirciai meglio, aveva l'aria giovanile, ma le pieghe agli angoli della bocca lo tradivano; non era esattamente un ragazzo e la sua espressione mi sembrò velata di tristezza. Non era neppure un campione di socievolezza dal momento che non accennava ad alcun tentativo di conversazione. Mentre pensavo a tutto questo l'acensore si bloccò con un sussulto. Si fece buio, poi si accese la triste luce di emergenza. -Siamo bloccati- fu il laconico commento del mio compagno di risalita. -Speriamo che duri poco- dissi, e, nel frattempo, diedi un'occhiata allo specchio che ci stava di lato nell'ascensore: rifletteva i nostri profili così come eravamo sistemati l'uno di fronte all'altra. Mi irritava l'idea di dover stare chiusa lì dentro per un tempo indefinito. Avrebbe fatto sempre più caldo, ci sarebbe mancata l'aria, la situazione sarebbe diventata intollerabile. Mi augurai di non sentirmi male e di nuovo mi sforzai, inutilmente, di ricordare il nome del mio compagno di sventura che, intanto, sembrava del tutto tranquillo. -Si tratterà di pochi minuti, come le altre volte- Il suo ottimismo suggeriva una calma saggezza. Era già successo in quella settimana: il sovraccarico dovuto all'uso indiscriminato dei condizionatori stava mettendo a dura prova i generatori ma, per fortuna, questi black out erano sempre durati pochi minuti. Appoggiai la schiena alla parete metallica, ne sentivo il fresco attraverso il vestito leggero e intanto stringevo al petto la cartellina gialla. Decisi di liberarmene, poggiandola a terra, addossata alla parete sotto lo specchio. Mentre compivo questo movimento lo vidi, sott'occhio, avvicinarsi e, rialzandomi, me lo trovai davanti mentre mi cingeva la vita con un braccio. La naturalezza di quel gesto generò in me un misto di stupore e di imbarazzo. Quale significato attribuirgli? La sorpresa mi bloccò e, solo qualche istante più tardi, considerai che lo conoscevo troppo poco, anzi per nulla, per potermi dare una qualsiaisi spiegazione logica; del resto poteva trattarsi di un maniaco, di un violento o semplicemente di uno un pò fuori di testa. Tutte le ipotesi si affacciarono alla mente in rapida successione, ma nessuna si fermò, nessuna mi sembrò plausibile. Il mio sguardo, chissà perché, si era appuntato sul piccolo alone di sudore che stava cominciando ad allargarsi sulla sua camicia, sotto l'ascella. Cosa avrei potuto, o dovuto dire? Mi rendevo conto che, in fondo, questo fuori programma non mi dispiaceva, anzi m'intrigava, mi affascinava anche l'inusuale parsimonia di parole, e poi il suo aspetto era gradevole. Mi sforzai di spostare lo sguardo sul suo viso: le pighe agli angoli della bocca erano state smussate da un quasi sorriso, gli occhi luminosi erano talmente chiari che, pensai, non potevano nascondere nulla. I nostri corpi erano a contatto, sentii la sua erezione contro la mia pancia, si muoveva con lentezza e fui colta, mio malgrado, da una dolce sensazione, qualcosa che veniva dalla profondità di me stessa, che già esisiteva e che aveva avuto bisogno di lui per riaffiorare. La situazione stava scivolando piacevolmente dall'improbabile al pericoloso, in un felice connubio di eccitazione e di gusto per la trasgressione. Affondò il viso nel mio collo, aspirò l'odore dei capelli. Un'ondata di calore, tutt'altro che sgradevole, mi pervase. Mentre spostava il viso dall'altro lato del collo, guardai da vicino la testa bionda, i lineamenti sottili, le labbra colorite. Ebbi voglia di stringerlo. Portai le mani sul sedere e lo spinsi ancora di più verso di me, sentivo il suo membro diventare più grosso, e le ondate di piacere che mi facevano sentire l'umido tra le cosce. Mi lasciai andare al ritmo del suo movimento divenuto più ampio e deciso. Mi sollevò la gonna, fece scivolare una mano sul sedere, s'insinuò con le dita nello slip. Stava scoprendo la mia eccitazione, le sue dita bagnate mi accarezzavano, mi aprivano e poi si soffermavano sul clitoride facendomi gemere di piacere. -E se l'ascensore si rimettesse in moto? Se le porte si aprissero all'improvviso?- pensai. -Non ora!- pregai mentalmente. Godevo del suo piacere, grondavo di sudore ma non m'importava, avrei potuto passare tutta la vita nella penombra di quel cubo metallico, senza desiderare altro che godere con quel biondo sconosciuto di cui non riuscivo a ricordare il nome. Abbandonati del tutto qualsiasi ritegno e qualsiasi incertezza, presi a slacciargli la cintura e la cerniera dei pantaloni, mi soffermai con le dita sul tessuto teso dello slip e poi tirai fuori l'uccello dal suo nido, era caldo, con la punta umida, un giocattolo elastico e vivo tra le mie mani. Me lo infilai tra le gambe facendolo scivolare avanti e indietro e un dsiderio folle, incredibilmente vitale, mi colpì con violenza inaspettata: lo volevo dentro. Girando lo sguardo vidi la nostra immagine riflessa nello specchio e questo mi eccitò ancora di più. Guardai il movimento concitato dei nostri corpi e soprattutto vidi quella rara versione di me stessa che, gioiosamente, perdeva il controllo e inseguiva soltanto il suo piacere. Di colpo mi girò e mi piegò in avanti, il membro duro spingeva tra le natiche. Mi voltò di nuovo. Allora mi chinai e posai le labbra su una goccia trasparente che era posata sul glande e la stemperai sulle labbra. Cominciai a leccarloin tutta la sua lunghezza e lo infilai in bocca piano mentre lo sentivo ansimare. Continuai a leccare e a succhiare e mi sembrò di non aver mai compiuto tali gesti con tanta generosità e tanto appassionato desiderio. Mi lasciò fare per un pò, poi riprese a muoversi con più forza e mi penetrò tutta spingendo in fondo alla gola. Ero piena di lui mentre una silenziosa esplosione di piacere mi inondava. Il ritmo rallentò, continuai a leccarlo ingoiando gli ultimi residui. Stringevo di nuovo la cartellina gialla mentre salutavo il mio compagno di ventura e mi riavviavo verso l'ufficio con il gruppetto dei colleghi. Eravamo stati accolti quasi come degli eroi, come se avessimo superato una grande prova. Avevamo bisogno di riprenderci dal trauma e per questo ci furono offerte tutte le possibili bevande energetiche e dissetanti, compreso un infuso d'erbe rilassante. Rassicurai i colleghi: stavo bene, veramente bene, mai stata meglio. Eravamo rimasti prigionieri per venticinque minuti: così ci dissero. A me era parso un tempo straordinariamente breve, ma evitai ogni commento in proposito. L'incubo era finito e non potevo confessare quanto, invece, fosse stato simile a un sogno. Come in tutti i sogni qualcosa restava sospesa e inafferrabile: ancora non riuscivo a ricordare il suo nome.
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