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Frammenti di una vacanza della preadolescenza
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Titolo: Frammenti di una vacanza della preadolescenza
Autore: Ruferidian
Contatto:
Racconto n° 4647
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Serie di racconti concatenati tra loro, dalla biografia del protagonista della storia, che altro non vuole essere se non la vita immaginaria del lettore stesso della storia; dall'erotismo più puro e semplice a quello più spinto.
L'insieme di questi racconti semindipendenti dal resto è stato estratto dal contesto del Libro: - Un fine settimana incredibile!

Era un giorno dell'inizio di un autunno che si protraeva lungo il corso del periodo di un'estate spettacolare. L'anno scolastico aveva già aperto i battenti a classi di flotte di studenti, ma uno o due giorni in più o in meno di frequenza non avrebbe fatto grande differenza. Nello svolgersi del calendario di tutti gli anni del passato, non si mancava mai di trascorrere almeno qualche giornata di festa in montagna.
Sabrina, indossava una maglia leggera, una minigonna non particolarmente corta, calzettini e scarpe da ginnastica. Come tu stesso, del resto, naturalmente, se non per la gonna. I suoi capelli si sono schiariti nella luce del sole dell'estate, e presto la sua pelle ha riacquistato una delicata sfumatura rosa-arancio. Veramente adorabile, incantevole! Un po' d'incoraggiamento, un sorriso, un suggerimento, generalmente, era tutto ciò che bastava per convincerla; un intuito formidabile vi accomuna e vi lega da tempi immemorabili, l'inventiva e la fantasia non vi è mai mancata, e la tua parola è sempre stata legge per lei, anche quando questa voleva solo suonare come un suggerimento.
Non ricordi granché della rimanenza del posto di residenza, però, nel cortile davanti alla porta, rammenti benissimo, c'era stato un tempo un grande abete piangente, venti o venticinque metri, forse addirittura trenta, che curvava verso terra rami drappeggiati in eleganti scialli di merletto verde scuro. D'estate, il fulgido fogliame era come una vetrina per la luce del sole, un po' come i cuscinetti di velluto di una gioielleria che esaltano lo splendore delle gemme; i rami erano spesso adorni di immateriali ma splendenti catenelle, grani di rosari, collane scintillanti, lucenti diademi ingioiellati composti di sola lucentezza. In inverno, la neve rivestiva l'abete piangente seguendone la forma particolare; se la giornata era bella, l'albero sembrava un officiante natalizio... ma se il tempo era grigio si trasformava in una prefica cimiteriale, incarnazione del dolore e della tristezza.
Il lucido pomeriggio si trascinava velocemente. L'abete indossava uno dei suoi abiti luttuosi. Qualcuno preparava il fuoco della griglia per cucinare la carne ai ferri. Frattanto tu e Sabrina, insieme ad alcuni ciroli (tra i cuginetti più indipendenti e grandicelli) e ad altri nanerottoli ancora, in aggiunta a qualche altro rantolo del luogo, avete optato per giocare a nascondino: nell'uso classico del regolamento. La base del tronco dell'abete fungeva da tana. La conta si era svolta e qualcuno stava contando ad alta voce: con la testa fra le braccia e le braccia incrociate contro la corteccia dell'albero. Tutti si sono dispersi rapidamente.
Hai preso Sabrina per una mano e a tutta birra te la sei portata via. Una via di mezzo tra una farfalla e uno scoiattolino libero e spensierato; in volo, in corsa libera, in fuga al tuo fianco. Le spirali rimbalzanti sulla sua testa, una risatina rasserenante che va disperdendosi e svanendo nell'aria. Avete svoltato l'angolo di un edificio, e vi siete diretti verso il bosco. Senti la stretta della sua mano farsi più solida nella tua, la senti rallentare e restare indietro. Ti fermi e ti giri per osservarla da vicino, per capirla meglio, per scrutarla negli occhi, per carpirne fino in fondo i segreti dell'anima. La sera stava calando; guardava con diffidenza le ombre che andavano infittendosi nel sottobosco. Le hai sorriso per farle coraggio, hai accennato in direzione degli alberi.
- Vieni - .
Immediatamente, ha compreso che qualcosa bolliva in pentola. La curiosità codificata nei vostri geni più profondi, l'istinto radicato nel cuore dell'alba di un tempo lontano, il legame quasi medianico che vi univa. Annuisce e s'illumina, si eccita di nuovo entusiasmo e subito ti segue spontaneamente, meccanicamente, ciecamente. A velocità stellare vi siete spinti e siete penetrati nel bosco. Vi siete addentrati per una dozzina di passi: sprazzi di cielo né bigio né limpido, nubi sfilacciate fra le chiome degli alberi, un pennacchio di fumo dalla zona delle griglie, la penombra densa del sottobosco, felci e grovigli selvatici sparsi dappertutto. Vi siete acquattati in una macchia fitta di cespugli.
- Tu fai la guardia. - .
Avevi bisbigliato e la tua cuginetta, la Cugina per eccellenza, aveva annuito in risposta. Con la testa in un cespuglio e le palme a diretto contatto del suolo umido; ambedue inginocchiati a gattoni per terra. Ti sei spostato dietro di lei. La sagoma allungata in avanti della sua figuretta carponi... è davvero irresistibile. La linea aggraziata del suo corpo è provocante, le sue curve sono dolci, le sue fattezze sono morbide, le sue forme sono esaltanti e pienamente, essenzialmente, fisicamente paragonabili al tratto del disegno meraviglioso di un architetto Divino. La silhouette del suo fondoschiena oltremodo invitante, la tenera curva delle sue minute rotondità esposte all'insù, evidentemente, morbosamente, palesemente... e il chiarore di un triangolo di mutande tra le gambe. Le sollevi la minigonna sin sulla vita, le abbassi le mutandine fin nella piega delle ginocchia.
Un brivido mordace ti attanaglia nella bocca dello stomaco. La schiena inarcata all'ingiù, voluttuosamente, le mezze sfere piccole e paffutelle del suo culetto, l'ombra del buchetto posteriore al centro delle natiche, e la tumescenza della fessura, il clitoride rigonfio, le piccole labbra crestate e sporgenti: il bolide della tua libido si scatena, estrai l'arma e la impugni come la clava di Polifemo. Accarezzi e massaggi specialmente le zone erogene esterne della sua vulva, incominci a lisciare l'asta rigida della tua mazza, schiudi e cipolli con le sue grandi labbra, delicatamente, ti intrattieni a premere quel punto sotto il clitoride che le fa scattare il bacino tutte le volte che lo sfiori appena, dolcemente, entri a penetrare l'apertura della vagina con l'indice, gentilmente, intrufoli dentro entrambe le giunture delle nocche, cautamente, gradualmente, senza smettere di muovere il pollice sul clitoride, il - bottone - più erogeno del suo corpo. Il groviglio inestricabile nello stomaco si torce, intensamente, intanto che percorri avanti e indietro, con la mano il tuo sesso, con il dito il suo sesso, regolarmente, ritmicamente, ondate su ondate di scosse le scuotono la spina dorsale, abbondantemente, silenziosamente, mentre schizzi di linfa il verde muschioso del sottobosco. Quella volta, rammenti con chiarezza, hai buttato fuori una scarica di megavolt da non dimenticare facilmente.

Il cielo era straordinariamente limpido e pulito, il sole si mostrava abbacinante e le nuvole si presentavano scarse e di panna, l'aria di montagna rasentava il fresco frizzantino di un'estate da poco trascorsa, il sentiero che conduceva (in lunghi e lenti tornanti) si innalzava pigramente davanti a voi come un gigante da un sonno profondo. Cinque ore di cammino distanziano il rifugio dal punto di partenza. Nel tuo zaino, panini e bottiglie di plastica, nel suo zainetto, coperta e salviette per il picnic: il resto dell'occorrente lo portavano gli adulti sulle spalle. Giovani, energici, inseparabili, irrequieti, avete lasciato gli altri e siete andati avanti sin dall'inizio. Almeno tre quarti di strada è stata macinata sotto i piedi, sicuramente, e se non altro un'oretta abbondante di vantaggio si suppone di aver guadagnato rispetto a chi state precedendo.
- Sei stanca? - .
- Sì, no, beh, insomma, ecco, è solo che debbo fare la pipì - .
Sabrina, il visetto adorante, lo scoiattolo insito nel musetto, gli occhioni veneranti, l'espressione sognante, le narici dal disegno delicato, la bocca semiaperta, una punta di lingua fra le labbra, i capelli raccolti alla meglio sulla testa, le spirali arricciolate in ciuffi biondi-castani che le discendono con amore sulla conchiglia delle orecchie piccoline e sensibili, che le fregiano e le orlano, che le danno maggior risalto ai lineamenti cordiali e gentili; la tua cuginetta, porta una maglia a maniche lunghe, leggera, la solita minigonna non troppo ridotta, calzettini bianchi e scarpe da tennis. Adorabile, incantevole, irresistibile. I suoi discorsi sono sempre stati un po' sconclusionati, e sebbene dal canto dell'iniziale timidezza progressi sostanziali non li abbia davvero compiuti, seppure particolarmente eloquente non lo sia mai diventata, ciononostante, le sue parole (audaci e decise nei momenti più disparati) si sono sempre concretizzate nel modo giusto al momento giusto.
- Mi fai vedere? - .
La fissi negli occhi, per capirla nell'anima. Aggrotta la fronte lievemente, arcua le sopracciglia appena, il nero delle pupille si ritira, il marrone delle iridi si dilata, in fretta batte le ciglia un paio di volte e cade dalle nuvole. L'istantanea della sua mano nella tua palma, la stringi e le cerchi anche le dita dell'altra mano. Si mordicchia il labbro inferiore, scorgi il potere ipnotico del flusso in movimento del suo pensiero ingarbugliato che si slegava, una breccia di capire le si fa largo nella mente e la raggiunge, ti rivolge uno sguardo di tutta comprensione, una luce istoriata le risplende sul viso, e le sue guance quasi non s'imporporano nemmeno. Lo smarrimento si è disperso in un attimo. Poi sorrise, e fu un sorriso di un calore avvolgente. Disincantata, spassionata, appassionata. Vi siete già capiti, qualunque fosse il punto della situazione.
- OK, va bene - .
Conducendola nel folto del sottobosco, la cingi dal fianco per impedirle di inciampare nelle radici del terreno in forte pendenza. Fiumi di sudore grondavano a causa della camminata spedita, sostenuta, che vi ha trasportato fino a lì senza sosta. Vi addentrate nel verde autunnale, facendole largo tra felci, liane e rami bassi, sin quando nulla più traspare del sentiero tortuoso, ozioso da cui siete venuti.
- Qui può andare... - .
- Sì. - .
Si leva lo zainetto e, posandolo alla base del tronco di un albero, ne segui l'esempio. La luce del sole filtrava come cristalli d'ambra fra le fronde, che, nell'attesa del pieno ambrato dell'autunno, a malapena ingiallivano sulle prime di una stagione incombente. Si allontana da te, cautamente, mettendo una certa distanza tra di voi. I suoi occhi marroni erano spalancati, speranzosi, sognanti, e il bianco delle cornee era adesso dello stesso giallo dorato della sua pelle. La strana lucentezza riflessa dalla vegetazione le colorava anche l'arricciolamento dei capelli e la maglia, tanto da farla sembrare un idolo d'oro, l'immagine di una dea del di sotto del bosco, indorata e immensamente bella, con occhi di un magico, luccicante quarzo morione. Sabrina, la Cugina per eccellenza, ti osserva e si solleva la minigonna fin sopra la cintola della vita. Tira di lato il bianco-dorato della biancheria intima, ruota la cintura delle mutandine, incastra gli elastici in una piega dell'inguine. La tua gola come un'antica pergamena, come sabbia egiziana, secca, prosciugata. Schiude le gambe, appoggia la nuca e le scapole alla corteccia di un albero, si divarica le grandi labbra della vulva e sporge innanzi il beccuccio del clitoride. Un brivido uncinante si rincorre lungo la schiena, qualcosa di dentellato si contorce nello stomaco, un'erezione disintegrante ti ottenebra il cervello: non c'è spazio per nient'altro. Vedi un fiotto dorato che si distacca dalla punta del pistillo dei petali della sua vagina, distintamente, lo vedi inarcarsi in un arcobaleno di scintille dorate, incessantemente, lo vedi allungarsi nelle stille brillanti di una pioggerella dorata, ininterrottamente, lo vedi precipitare e schizzare in uno spruzzo di goccioline dorate, intensamente, vedi il rivoletto d'oro liquido scorrere sopra e sotto a foglie e rametti; in seguito il flusso dorato rallenta e riprende più di una volta, per poi interrompersi definitivamente, morbosamente. Una mano ti scivola sulla patta e il resto si confonde nel nulla.
Passando dalla fiamma della lucidità alle tenebre dell'incoscienza, ondeggiando fra le due come una falena, ti sentivi sempre più debole, sempre più perso, inesorabilmente, avevi le idee sempre più confuse, avevi sempre più caldo. Ti ritrovasti con una mano a terra, piegato sulle ginocchia, quasi seduto sui talloni, Sabrina in piedi davanti, fradicio di sudore. Avevi i capelli incollati alla testa, gli occhi che ti bruciavano per i rivoli salati che ti colavano dalla fronte e dalle tempie. Gocce di sudore ti cadevano dalle sopracciglia, dal naso, dalle orecchie, dalla mandibola e dal mento. Sembrava che avessi fatto il bagno vestito. Fossi stato sdraiato su una spiaggia della Florida, non avresti sentito lo stesso calore, perché questo veniva soltanto da te; avevi dentro una fornace, avevi un sole ardente imprigionato nella tua gabbia toracica. Quando riprendesti coscienza, eri ancora caldo, scottante, ma tremavi anche in modo incontrollabile, sentivi caldo e freddo allo stesso tempo. Il sudore era quasi al punto di ebollizione quando sgorgava, ma sembrava che a contatto della pelle si raggelasse all'istante. Perlomeno, questa è la sensazione del succo, del prima e del dopo, se non altro, questa è l'impressione di base di quel ricordo.
Ti sei rialzato, Sabrina a pochi centimetri di distanza. Premette le morbide labbra sulle tue, e ti schiuse la sua bocca, e tu ricambiasti il bacio con ardore. Una nuova sensazione mai provata prima: le vostre lingue si cercavano e si fondevano al punto che non distinguevi più la sua dalla tua. Infilasti le mani nei suoi magnifici capelli (di un meraviglioso biondo grano cosparso di chiarissime zone d'ombra castane, il tutto soffuso di una luce magica d'oro riflesso, e disfacendo alcune spirali della sua precaria acconciatura), te li lasciasti sciogliere fra le dita. Se la luce solare si fosse potuta trasformare in filamenti freschi e serici, e l'avessi toccata, avresti provato la stessa sensazione. Le toccasti il volto, e la grana della sua pelle ti dette un nuovo brivido. Facesti scivolare le mani in giù, lungo il collo, tenendola per le spalle mentre i vostri baci si facevano più profondi, e infine le posasti sul seno appena accennato sotto la maglia.
Dal momento in cui si era avvicinata per darti il primo bacio non aveva smesso di tremare. Sentivi che non erano tremori di aspettativa erotica, ma segni di incertezza, di imbarazzo, di timidezza e di timore di essere respinta: di uno stato d'animo forse irrazionale e tuttavia non dissimile da quello in cui ti trovavi tu stesso. Ora, bruscamente, rammenti, un brivido più intenso la scosse. Si allontana un poco da te, esitante, reticente, e ti apre la patta; pantaloni e mutande scendono alle ginocchia. Ti avvinci a lei, dolcemente, gentilmente, con l'erezione intrappolata tra di voi. La tumidezza del suo sesso che strofina sui genitali, il soffice della peluria che struscia sul filetto, la tua mano che le palpa il petto. Vi baciaste e accarezzaste con un ardore che cresceva sempre più, ma con la determinazione di assaporare a fondo ogni fase di quegli istanti. Si accomoda il membro nell'incavo delle cosce, rammenti, la sporgenza delle piccole labbra che scivolano sull'asta. Rammenti le sue ciglia sulle tue labbra, le dita che frugavano dappertutto.
Anche nella penombra cristallizzata dell'ambra, in quel bosco di fronde giallo-verde, lei continuava a restare la figlia prediletta dal sole e adesso ogni raggio di quello splendore di seconda mano sembrava puntato su di lei. Il bagliore solare faceva risplendere la sua pelle e accentuava squisitamente i piani e le curve, le convessità e le concavità del suo corpo impeccabile. Le mani esploravano, le palme sfioravano, le dita toccavano, i polpastrelli urticavano. Eros in una piega fluida di oro e carne: la curva levigata della schiena, la sfera dorata delle natiche minute, sode e paffutelle, perfettamente delineate dal tocco del tatto, una spolverata come di ambra che aderiva alla seducente muscolatura di una coscia; il pelo pubico leggermente rorido, rugiadoso, arricciolato e solleticante, che si muoveva piano sul pube; la concavità del ventre, chiaramente percettibile al di sotto dell'elastica minigonna tirata all'insù, che si spostava con grazia sull'addome, che poi tornava a sporgere nella piccola pongosità delle tettine; e (oh, sì) la turgidezza dei suoi capezzoli che premevano, che spingevano contro il tessuto del reggipetto e della maglia. Una luce dorata, di cristalli d'ambra lucente, come di platino risplendeva sulla stoffa delle strette, eleganti e lisce spalle, seguiva la linea delicata della gola e lambiva gli orli e le pieghe fragili di un orecchio simile a conchiglia.
Sabrina ti si avviluppava addosso come un'entità celeste, come un'indorata divinità scesa da una grande altezza, come la musa dell'amore in carne e ossa, con pura e lenta delicatezza, e si abbandonò completamente nelle tue braccia. L'amasti con le mani, con le labbra, con la lingua, e non pensasti neanche di penetrarla veramente, perché la cosa era già perfetta così. Pareva proprio che il vostro sesto senso comune vi consentisse di sapere in anticipo che cosa desiderava l'uno dall'altra, che cosa sarebbe piaciuto reciprocamente. La solidità delle morbide cosce chiuse intorno al pene, la tumescenza del clitoride che sbrodolava, la fessura che lisciava, l'abbraccio delle tenere creste esterne, la carezza della peluria, l'ortica delle dita, la morbidezza della bocca, il profumo dell'alito sul collo, i semini delle mammelline che pungevano. Il momento iniziale dell'accostamento fu della solita e irrilevante meccanicità, ma quando vi uniste nell'estasi del bacio del corpo l'esperienza smise di essere usuale, banale, si innalzò dalla meccanicità al misticismo, e voi diventaste non semplici giovani-cugini-amanti ma un solo organismo che istintivamente e irriflessivamente cercava di raggiungere un'indefinita, misteriosa, ma disperatamente desiderata apoteosi della carne e dello spirito insieme. Le sue - risposte - sembravano medianiche al pari delle tue. Mentre era stretta a te, rammenti, non fece mai un movimento sgraziato, non mormorò mai una parola sbagliata, rammenti, in nessun modo disturbò il ritmo piacevolmente intenso e stranamente complesso della vostra passione, ma rispose a ogni flessione e controflessione, a ogni spinta e controspinta, a ogni pausa da brivido, a ogni fremito e a ogni tocco, rammenti, finché raggiungeste e poi addirittura superaste una perfetta armonia. Il mondo si allontanava. Eravate uno; eravate tutti; eravate i soli.
In quel sublime e quasi sacro stato, l'eiaculazione sembrava quasi un affronto: non la naturale conclusione del vostro quasi simbiotico accoppiamento, ma una rozza intrusione della volgare biologia. Ma era inevitabile. In effetti, non era soltanto inevitabile, ma anche molto prossima. Eri nell'incavo delle sue cosce da quattro o cinque minuti, quando sentisti l'eruzione crescere dentro di te, furiosamente, rabbiosamente, e capisti con un po' d'imbarazzo che era incontenibile. Cominciasti a ritrarti per non sporcarla, ma lei ti avvinse ancora di più, cingendoti con le braccia e le gambe snelle, il suo sesso che aderiva caldamente al tuo; si irrigidì e si contorse, a lungo, in silenzio, arcuò il corpo contro di te, un epicendio di sensazioni, e fu scossa da un secondo orgasmo, schiacciandoti il petto contro il torace, fu colta da tremori, e d'improvviso ti lasciasti andare, e lunghi, fluidi filamenti di linfa si liberarono da te dipanandosi lungo le sue cosce.
Vi occorse un po' di tempo per riacquistare il senso del mondo attorno a voi e ancor di più per separarvi. Rammenti un bagno di sudore, il fiatone e la stanchezza, rammenti i vestiti appiccicati alla pelle, l'affanno e il respiro pesante della Cocca, la tua cuginetta, la tenerezza, rammenti la linfa che cola sull'interno delle gambe. Infine, però, vi distaccaste e ripuliste con le salviette saponate che teneva nello zainetto; ormai, stavate in silenzio perché, adesso, tutto ciò che doveva essere detto era stato detto senza bisogno di dover ricorrere alle parole. Anche se eravate rimasti avvinti lì nel sottobosco per non più di cinque o dieci minuti, sembrava che fossero passate delle ore, pressappoco, sembrava che fosse passato un giorno intero. Vi siete ripresi per mano e nonostante tutto, stanchi, sudati, esausti, avete raggiunto per primi il rifugio sperduto in quella limpida giornata d'autunno.

Un carosello di immagini ti passa davanti agli occhi della mente.
La gita al lago, la carne allo spiedo, i giochi e le corse sull'orlo dell'acqua. Sabrina, sparuti gomitoli di nuvola che ruzzolavano sul mare del cielo riflesso nello specchio dell'acqua del lago, le voci degli uccelli che cantavano. Sabrina, intrecci di fronde, la vita del sottobosco, multispecie di insetti, rovi e cespugli, flotte di uccellini, l'acqua freddissima a ridosso delle nodose radici degli alberi. Sabrina... La giornata era chiara e luminosa, il cielo una cupola azzurra, completamente sgombra, a parte qualche piccola nuvola dai contorni sfilacciati.
Ricordi benissimo l'incisione sull'albero. Sopra di voi, il sole era alto nel cielo, una sfera rovente che bruciava succinta tra spiragli di rami ancora carichi. Ricordi la lama del temperino mentre affonda la punta nella corteccia di un grosso tronco appartato; la forma del cuore sembrava un po' troppo esplicita, inoltre il disegno di un cerchio simboleggiava meglio il - per sempre - : all'interno due chiare C, Cocca e Cucco, i vostri nomignoli. L'aria che veniva dall'acqua portava con sé l'odore frizzante del giallo dell'ambra che incombeva sui primi autunnali della montagna; il sole del pomeriggio scintillava sulla superficie del lago come su metallo. Ricordi lo scoiattolare di Sabrina, e il cielo del più puro azzurro che avessi mai visto. Foglie verdi, foglie gialle. Ragazzino, ragazzina, ragazzini, insieme, entusiasti, felici. Sabrina, la tua cuginetta, raggiante e gioiosa, come una farfalla che passa in rassegna un campo di fiori in un caldo pomeriggio estivo.
Il giorno scivola velocemente e ti ricordi dei lunghi giri in barca. Ricordi un po' delle numerose volte che siete rimasti lì a guardare la scia che s'allungava verso la terraferma. Il sole ormai stava calando e faceva un nastro di riflesso nell'acqua e la scia lo rimescolava in tanti pezzettini d'oro. Quando era più piccola, le dicevi che era oro davvero e che certe volte salivano dal fondo le sirene a prenderselo. Forse, è chiaro che usavano quei pezzetti rotti dal sole del tramonto per abbellire i loro castelli sotto lo specchio del lago. Sabrina, la tua cuginetta, non distaccava mai gli occhioni da quella striscia di pezzettini dorati sull'acqua, stava sempre attentissima nella speranza di veder affiorare l'ombra di una sirena e per un altro paio d'anni non ha avuto dubbi che non fosse vero, perché glielo avevi raccontato tu stesso. Ti senti scivolare via come un sospiro.
Un giro di ruota ancora, e come specchietti che riflettono frammenti di vetro colorato, il caleidoscopio dei ricordi si rimette a fuoco. La baraonda in festa, le alte lingue di fiamma del falò, che scottavano sulla pelle, le lucciole che punteggiavano nel buio. Sabrina, sempre cordiale, incantevole. L'intuito formidabile che vi legava come una cosa sola, l'istinto e la fantasia, il vostro legame permanente e indissolubile. Sabrina, benevola e disponibile, come assogettata al tuo volere, quasi asservita di propria iniziativa, deferente e sottomessa, idolatrante e vulnerabile; ha sempre preso per legge ogni tua singola parola, ma da quel giorno in riva al macero si è come soggiogata a te spontaneamente, fisicamente (con amore e devozione assoluta e cieca, e in tal misura da rasentare talvolta il fanatismo): Sabrina, la tua luna orbitante, la tua Galassia personale, l'universo mondo del perno del cosmo della tua creazione. Sabrina, la Cocca, la tua cuginetta. Disincantata, che vede le cose come sono; spassionata, che dice il vero, sincera; appassionata, che esprime grande passione, che segue ogni cosa con interesse ed entusiasmo. Talora smarrita e confusa... sempre affettuosa e amorevole. Riesci perfino a cogliere nell'aria lo scorcio del bisbiglio di una sua risata musicale, rasserenante. Adorabile! Grandi e piccoli si agitano ai margini della luce del fuoco, l'aria è calda e immobile, la notte si direbbe ammantata negli schiamazzi delle risa e nella serenità di una paziente attesa.
All'improvviso qualcosa sbuca dall'oscurità e ti si stringe al braccio.
- Ah, chi cosa... - .
Sobbalzi e scatti di lato.
- Scusa - .
La voce di Sabrina, spuntata dall'oscurità, ti fece vergognare. Era dimessa, quasi timida, ma non la avevi sentita né vista avvicinarsi, perciò ti aveva spaventato.
- Ma no, e dai, ero soltanto io che ero sovrappensiero. - .
- Mmh - .
Le sollevi l'ovetto del mento, delicatamente, gentilmente, le sorridi e lei remissiva ricambia debolmente, dolcemente, generosamente, voluttuosamente. Era il brillio del fuoco del falò che le danzava negli occhi? Ti avvicini per sussurrarle nella conchiglia sensibile di un orecchio.
- Ti va di provare una cosa? - .
- Sì. - .
- Non vuoi neanche sapere prima di che si tratta? - .
- No, voglio dire, cioè di sì, ma, insomma, ecco, in effetti, beh, è solo che mi fido - .
- Vieni. - .
La cingi dal fianco per condurla, per aiutarla, per guidarla nel buio del sottobosco. Inosservato, svincoli nell'oscurità notturna e te la porti via. Le fai largo tra felci e cespugli, raggirando rovi e pozzanghere stagnanti, e vi ritrovate nei pressi del tronco dell'albero dell'incisione del pomeriggio. Un luogo appartato quanto basta, piuttosto distante dal resto, isolato a sufficienza dal caos.
- Sai, ho visto un film... - .
- Mmh - .
- No, non è quello, è più una cosa con la lingua - .
Ti si stringe addosso ulteriormente, un soffio di voce sul lobo di un orecchio.
- Capisco, e guarda che non mi sono preoccupata per niente - .
- Allora lo facciamo? - .
Frattanto stracci sottili di nuvole passavano sullo spicchio di luna, che argentava i loro orli merlettati, filigranando il cielo notturno.
- OK, dove mi metto? - .
Un sassone semicoperto di muschio si ergeva dal suolo come la gobba di un gigante pietrificato.
- Mettiti lì. - .
Si alza la minigonna, si scosta da parte le mutandine, si distende sulla schiena e ti aspetta. Anche al buio, in quel bosco oscuro, lei continuava a essere la figlia del sole (la luce della luna non essendo altro che un riflesso della luce solare) e adesso ogni raggio del suo bagliore argentato pareva di nuovo puntato su di lei. Lo sfavillio lunare faceva luccicare la sua pelle ed esaltava sensualmente le forme e le curve, la lunghezza e la snellezza del suo fisico longiforme, di una bellezza a dir poco commovente. Eros in una linea morbida di nero e argento: le fattezze armoniose dei polpacci, la curva madreperlacea delle ginocchia, la piega solida delle gambe levigate, perfettamente stagliate nell'oscurità, una pellicola come di ghiaccio che istoriava sulla come non mai così tanto seducente muscolatura delle cosce piene, sode ed elastiche; il pelo pubico lievemente arricciolato e lucente, sfiorato da un barbaglio d'argento; la concavità del ventre, curvato dal tocco perlaceo della luna nella levigata sacca d'ombra degli indumenti, che poi tornava a sporgere nello splendore opalino prima di raggiungere l'oscurità sotto il piccolo seno; e il suo seno, rivolto all'insù morbosamente, vistosamente a forma di un cuore minuto, l'erezione turgida dei capezzoli che spiccavano (per metà argentei e metà neri) attraverso lo spessore aderente del reggipetto e della maglia. Una luce lattea, di neve candida, di oro al bianco splendeva e sembrava provenire dall'interno del tessuto, si spandeva sulla stoffa piena di grazia delle lisce e strette spalle, risaliva il collo fragile e delicato, raggiungeva quelle orecchie di conchiglia e poi si disperdeva nella confusione spiraleggiante dell'intrico dei suoi capelli.
Sabrina, la Cugina per eccellenza, si manteneva scostata la biancheria intima, con la bocca semiaperta e le palpebre socchiuse. Compulsivo, trepidante, ti chini su di lei e ti pieghi sulle ginocchia, le dischiudi le gambe e ti spingi nel tenero sodo delle sue cosce. Un afrore penetrante, acre ma per nulla di nulla sgradevole, ti solletica le narici tuttora impercettibilmente. Sabrina si raddrizza sui gomiti e ti fissa dall'alto, rammenti, intanto punti di domanda senza nessun significato ti si affollano nel cervello. Dapprima sondi la tumidezza della fessura con la punta della lingua. La consistenza era quella dell'impasto di una pagnotta di pane giunta allo stadio ultimo della lievitazione. Piacevole. Titilli le creste delle sue piccole labbra, rammenti, che risultano molli come la polpa delle lingue mature del frutto di un caco giapponese. Un fremito le percorre il corpo e un sospiro spossante le fuoriesce dalla gola, rammenti, quindi ritorna a coricarsi abbandonandosi a te totalmente. Azzardi una slinguata sulla protuberanza del clitoride, che si presenta tumescente, rigonfio, colloso, cedevole, attaccaticcio come zucchero sciolto. La senti irrigidirsi e contrarsi in risposta, rammenti, e procrastinare oltre non serve. Affondi la lingua nelle delicate sporgenze delle sue labbra. La fragranza del nettare ti colma immediatamente i sensi. Rigiri la lingua dentro di lei, le cosce ti si stringono intorno alla testa, le budella ti si annodano nello stomaco. Il sapore era caldo e liquido, il gusto non era dolce ma salato, però, rammenti, la sua viscosità sulle labbra, la tua eccitazione era tale da farlo diventare come ambrosia al tuo cospetto. Non avevi mai creduto che un simile profumo potesse esistere. Se lo avessi immaginato, ne saresti andato in cerca da tempo.
Ritiri la testa, succhi il medio per insalivarlo ben bene, introduci pian piano l'interezza del tuo dito nell'ardore della sua vulva. Incominci a bellicare dappertutto e ti soffermi specialmente sul clitoride, allungando in avanti le dita della mano libera per stuzzicarle, leggermente, meccanicamente, per stropicciarle un pochino la puntina di un capezzolo. Infili la punta della lingua sotto il beccuccio del clitoride e risucchi la puntolina del pistillo fra le labbra. Le sue ginocchia si chiudono di scatto, le sue mani ti scivolano sui capelli, un gemito sommesso, gorgogliante e strozzato, si leva da lei con indecisione e trasporto.
- Mmh - .
- Cosa? - .
- No, fallo ancora... Sì, non smettere - .
Un orgasmo cosmico le squassò i muscoli a ondate continue, facendola sussultare come una marionetta. Qualcosa fiottò in bocca e il cicciolino ti sfuggì dalle labbra per un attimo, ma lo recuperasti in un batter di ciglia e continuasti a succhiare. La sua figuretta si sconquassò a lungo, in modo silente, cauto e silenzioso, per quanto possibile contenuto e misurato, e, madido dei suoi umori, non avresti saputo distinguere l'inizio dalla fine dei successivi orgasmi, se più di uno o due ce n'erano stati. Istintivamente, voracemente, non mollasti più la presa sinché il suo corpicino ora scombussolato non tornò immobile, affannosamente, faticosamente, squisitamente, nuovamente tranquillo e rilassato.
- È andata meglio, penso, ti è piaciuto? - .
- Sì, direi proprio di sì, ma, però, lo voglio fare anch'io - .
A malapena il calore delle labbra e in quantità ti sei sfogato per la maggior parte nella sua bocca.