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Frammenti d una vacanza della preadolescenza
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Titolo:
Frammenti d una vacanza della preadolescenza |
Autore:
Ruferidian |
Contatto:
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Racconto
n° 4655 |
Altri
racconti dello stesso Autore:  |
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Serie di racconti concatenati tra loro, dalla biografia del protagonista della storia, che altro non vuole essere se non la vita immaginaria del lettore stesso della storia; dall'erotismo più puro e semplice a quello più spinto. L'insieme di questi racconti semindipendenti dal resto è stato estratto dal contesto del Libro: - Un fine settimana incredibile! - di Ruferidian.
Sin dall'alba del mattino, si presentiva una giornata bigia e una pioggerella uggiosa cadeva di tanto in tanto. Era inverno, era un giorno di carnevale, era un tardo pomeriggio del compleanno del rantolo di un cuginetto. In molti della Famiglia si erano già riuniti nella casa di città del festeggiato. Il pomeriggio trascorreva rapidamente e la sera calava ancor più in fretta. Le luci del paesello si fusero tutte assieme mentre la strada si tuffava nel buio. Non era proprio come viaggiare nell'oscurità della notte e non solo perché si era appena sui primi del crepuscolo. Il buio sembrava più fitto di quello notturno, e in qualche modo più vicino: era come venire congelati lentamente nel ghiaccio nero, pensasti. Quando raggiungeste la sommità di un dosso, fu come se il buio (dietro di voi) si chiudesse contemporaneamente da tutte le parti, persino sull'orizzonte. Non impiegò molto a diventare davvero buio, le nuvole iniziarono a ritornare, trascinandosi da ovest. Riuscisti solo a cogliere barlumi di esse attraverso l'ombra della fitta vegetazione, che affiancava sul ciglio della strada, ma potesti immaginare come avrebbero incalzato il tramonto. Eravate passati da casa di qualcuno per prendere Sabrina e vi apprestavate a raggiungere il resto dei parenti. Sabrina, gentile e disponibile con tutti, gentilissima e disponibilissima nei tuoi confronti. Sabrina, una contraddizione in termini: ingenua nei più disparati momenti, tuttavia assai più sveglia di quanto non sembri... disincantata e smarrita allo stesso tempo; a volte maldestra inevitabilmente, eppure leggiadra nella rimanenza delle circostanze; fifona e paurosa per le cose più assurde, ciononostante coraggiosa, audace e valente nelle occasioni giuste; risoluta quando occorre, ugualmente timorosa di tanto in tanto, sconclusionata per la maggior parte del sempre e comunque. Sabrina, la tua cuginetta, cordiale, gentile, tenera e delicata, sempre straordinaria e vulnerabile. Conserva sempre l'accenno di un sorriso fregiato sulle labbra, per chiunque, indipendentemente dalla situazione. Peraltro, siete praticamente cresciuti insieme e tra di voi si estende un legame che rende spesso superflue le parole, che talvolta le rende assolutamente inutili; uno sguardo, un cenno, un sorriso, di solito è tutto ciò che occorre per comprendervi al volo: la sua fiducia incrollabile nasce dal fatto che sei sempre stato pronto ad aiutarla, in qualsiasi momento e in qualsiasi occasione. Sabrina, la Cocca, la tua cuginetta. Un minuto e via. Siete arrivati a destinazione e siete ripartiti quasi immediatamente per la pizzeria. La Nilla stava riprendendo la Nella, a causa del suo costume da coccinella, un po' troppo sensuale e succinto, un po' troppo aderente e provocante, un po' troppo ridotto al minimo indispensabile per potersi catalogare come costume di carnevale. La maglia rossa a pallini bianchi, gli short rossi a pallini neri, un paio di stivaletti con la zeppa, il cerchietto con le antenne sulla testa, lo zainetto nero e floscio sulla schiena. Una processione di marmocchi strillanti e di nuovo in macchina. Fuori, dalla periferia alla tangenziale, gli edifici della città sembravano dipinti di nero, come se fossero in stile Tudor. Lo spettacolo di tutte quelle strade deserte bagnate dalla luce dei lampioni ti diede l'impressione di annaspare in un'altra dimensione. Durante il giorno strati di nuvole grigio acciaio avevano viaggiato nel cielo, e ora sostavano sopra di voi. Luna e stelle erano invisibili oltre quella barriera. La trappola che si estendeva nel cemento era un ammasso d'ombre: colonne e lastre di oscurità; tetti di nerezza; tende di tenebra appese ad aste di buio su pertugi d'inchiostro; strati su strati di nero in tutte le sue sfumature: ebano, carbone, prugna, fuliggine, nerofumo, nero anilina, blu notte, lacca, carbone, corvino, antracite; porte e finestre scure in pareti ancora più scure. Ti aggrappi alla concretezza fisica di Sabrina seduta al tuo fianco, ti volgi per guardarla nella debole luce del cruscotto. Non scrutava affatto al di là del finestrino, ti stava fissando. Dal nastro che le cingeva la corona dei capelli, fino in mezzo alla fronte, pendevano tre fili di pietre d'ogni colore. Un gioco, una fantasia, che quando si muoveva lasciava intravvedere il tatuaggio azzurro caldo sulla sua fronte. Sorridi di rimando al suo sguardo sognante. A meno di qualche chilometro, un lampo squarciò l'oscurità sfregiando per un attimo la pelle della notte. Istintivamente, la vedi e la senti irrigidirsi rimpicciolendo contro lo schienale del sedile. Il tuono rombò lungo la linea del lontano orizzonte come se il cielo, abbassandosi, avesse cozzato contro la cima del tetto del mondo. Echi dell'urto rimbombarono rumorosamente nelle nuvole, e come un angelo ribelle scacciato dal paradiso, un altro dardo lucente crepitò sopra di voi, esitò sui gradini celesti, diminuendo d'intensità mentre scendeva attraverso i cieli, subito svanendo nell'oscurità sottostante. Tap-tap-tap. Il vento spazzava i finestrini ininterrottamente, e adesso la pioggia tamburellava sul tettuccio dell'auto. Di nuovo il lampo balenò lontano, al margine del mondo. Sopra di voi, i tuoni, come enormi macchine belliche, rombavano sul campo di battaglia. Abbandonasti la tua mano nelle sue, che diventarono una morsa. Forse, è chiaro che era nervosa come uno scoiattolo impaurito. Un lampo lontano balenò al di là del finestrino. Un tuono rombò dal limite dell'orizzonte buio. Il cielo sarebbe tornato chiaro e azzurro, e le ceneri del temporale avrebbero fornito fertile nutrimento a erbe folte e verdi come non mai, e l'aria sarebbe stata ripulita dal crepitare di tutto quel rimescolio. Lo sapevi bene tu, lo sapeva anche lei. E allora? - Che cosa c'è che non va in te? - . Domandasti in un bisbiglio, il cuore che di colpo si metteva a correre come se la punta di una frusta elettrica ti avesse colpito azionando il motore della tensione. - Mmh - . Fu interrotta da un lampo violento e rabbioso. Proprio al di sopra del vostro abitacolo un bianco sfavillio incrinò la volta nera del cielo, come una crepa zigzagante su un vaso di porcellana. L'esplosione del tuono fu così forte che fece vibrare il vetro dei finestrini. Già un altro tuono esplodeva, e sentisti le tue ossa sbattere l'una contro l'altra a dispetto degli strati di carne che le separavano, come il paio di dadi prediletti dal giocatore nella prigione ovattata di un caldo sacchetto di feltro. Chiuse gli occhi e strinse ulteriormente le tue dita nelle sue. Stavi per insistere, ripetendo ancora la domanda se necessario, quando l'automobile si affrettò ad accostare al marciapiede. - Su, su, dai-dai, forza, tutti dentro! - . Una grande insegna lampeggiante, coloratissima, si stagliava ammiccando sull'ingresso della pizzeria. Alcuni goccioloni tagliavano l'aria davanti alla tua faccia, altri ti colpivano con l'impatto di sassolini lanciati senza violenza, altri ancora si abbattevano sulle macchine con un percettibile plop-plop-plop. Vi siete raggruppati all'asciutto, sotto la sicurezza del tendone parasole provvidenzialmente abbassato, mentre gli accompagnatori cercavano parcheggio. Ogni goccia di pioggia si illuminava di mille colori, come se avesse fatto parte di un arcobaleno che si era frantumato in mille pezzi con il calare della sera. Ogni pozzanghera scintillava con i frammenti dell'arcobaleno dell'insegna. L'effetto era disorientante, ma preparava il visitatore a ciò che avrebbe trovato all'interno della pizzeria: i camerieri e le cameriere erano vestiti da clown, fantasmi, pirati, astronauti, streghe, zingari e vampiri e un trio vestito con costumi da orso si muoveva di tavolo in tavolo cantando e divertendo i bambini. I posti erano stati prenotati in precedenza e con largo anticipo. Pertanto, avete preso posto e proseguito senza indugio. Con la coda rossa di quel ricordo a pallini, rincorri la linea flessuosa della Zietta-coccinella che si allontanava da tavola per andare al bagno. Sabrina si girò all'improvviso, e gelò all'istante, sorpresa che le vostre facce fossero così vicine l'un all'altra. Tu stesso eri rimasto confuso dalla sua vicinanza. Il calore scivolava via da lei ad onde, carezzandoti il volto. Potevi quasi percepire la morbidezza della sua pelle... Sbatté le ciglia, il suo battito cardiaco balbettò, e le sue labbra si socchiusero. Si distingueva appena qualcosa, qualcosa di vago nel fondo limpido dei suoi occhi di quarzo, qualcosa che voleva istoriare e dipingere dal centro innocente della sua anima. Una luce di passione, forse, come gocce di oro fuso in un forno ardente, come segreti a malapena celati nel profondo, come pensieri (remoti e disordinati) che brillavano come insetti pietrificati nell'ambra. Distogliete lo sguardo contemporaneamente. Tu lo hai fatto per non destare l'attenzione di nessuno, rammenti, ma lei? Intercetti l'occhiata di rimprovero di Grazia all'indirizzo di Graziella, la sensuale coccinella a pallini bianchi e neri, che, camminando a testa alta, attirava una certa dose di sguardi lascivi su di sé, nel tornarsene a sedere compiaciuta e indifferente. Il viaggio di ritorno non è stato poi molto diverso dall'andata. Via i costumi e poi vi siete radunati nella camera del festeggiato di casa. Nella stanza, un bastoncino d'incenso bruciava, le candele erano state accese e le luci spente, per creare la giusta atmosfera. Ormai da tempo, venivate designati automaticamente a comandanti in capo, spontaneamente e da tutti, per il solo e semplice fatto che eravate i cugini più grandi. Quindi, tu e Sabrina vi siete accovacciati in un angolo e tutti gli altri si sono disposti con le gambe incrociate da voi in tondo, a ventaglio più o meno. La pioggia rigava le finestre e picchiettava sulle persiane in parte srotolate. C'erano candele accese sui comodini. E un paio anche sul cassettone. Le fiammelle tremolanti proiettavano ombre ballerine sulle pareti e sul soffitto. Le storie che circolavano non si sarebbero dette neppure mediocri, d'altronde, Sabrina non pareva convenirne e lo dimostrava largamente aggrappandosi al tuo braccio con la forza tentacolare di un mostro marino. Hai come la sensazione di sentirla tremare affettuosamente, fisicamente, teneramente, tuttora contro di te. Capitolando: sai che non lo fa apposta, è semplicemente il suo naturale modo di essere, ed è proprio questa sua spontaneità che la rende speciale. Ti volti per osservarla. La pura, ingenua innocenza della sua espressione ti diede il desiderio di afferrarla e portarla via da quell'oscura camera da letto dove la fragranza dell'incenso cominciava a divenire insopportabile. La tua mente si era concentrata sulla vostra fuga, e quando riportasti l'interesse su di lei, sulla presenza della tua cuginetta, la sua immagine ondeggiava e i suoi contorni divennero incerti; quasi eterei, quasi impalpabili. Poi tornarono netti e ripresero solidità. Ancora quello sguardo... quello sguardo incognito e trasognato. Stavi respirando più velocemente, il fuoco che ti attanagliava su e giù lungo la gabbia toracica e la gola. E se Sabrina ti avesse immaginato stringere il suo corpo delicato tra le tue braccia? Spingendola stretta verso il tuo petto e per poi prenderle il mento tra le mani? Scostando le spirali arricciolate di quei capelli biondi-castani dal suo viso lievemente imporporato? Tracciando il velo della forma delle sue labbra piene con il tuo dito? Abbassando il tuo volto vicino al suo, dove avresti potuto sentire il profumo del suo respiro sulla tua bocca? Muovendoti ancora più vicino... Reagisce e sbatte la curva aggraziata delle lunghe ciglia. Si mordicchia le labbra e chinando il capo sposta altrove gli occhioni venerabili. Per la notte erano state prese misure estreme. I più ciroli avrebbero dormito nelle camere degli ospiti, insieme ai genitori, i rantoli (troppo grandi per definirsi ciroli, troppo piccoli per definirsi nanerottoli) si sarebbero affollati nella stanza del cuginetto di città, tu e Sabrina, invece, con la compagnia di altri due fra i più grandicelli dei nanerottoli, avreste pernottato nella sala. In pigiama e infine a letto. Dunque, nel letto del divano a due piazze: Sabrina alla tua sinistra, tu nel mezzo, il nanerottolo del cuginetto più grande alla tua destra; e più in là, sdraiato per la lunga sul divanetto, ecco il secondo nanerottolo. Sul tavolino accanto alla Cocca un'applique da salotto spandeva intorno un chiarore tenue, ombreggiando fiocamente l'immancabile bicchiere con la sua bottiglia d'acqua, mentre la statuetta del suo coniglietto fosforescente luccicava nella penombra. La pioggia imperlava il davanzale della finestra poco distante, una gragnuola di tamburelli accompagnava il sottofondo del vento, che soffiava e spirava, inquietando e risuonando debolmente sui vetri. Le dita della tua mano sinistra racchiuse nella presa salda della sua mano destra. Non per ultimo ti ritrovi avvolto nel bozzolo di una nebbiolina aleggiante e dopo parecchio la sonnolenza sopraggiunge. Leggerissimo frusciare di lenzuola. Immagini di frammenti di trascorsi si susseguono vorticosamente nel fantastico dell'incoscienza. Lei che si masturbava con innocenza nell'altra metà del letto, tu che ti trastullavi con febbrile entusiasmo per assecondare la melodia di un certo coro sinfonico e rumoreggiante. Fresco sulla pelle. Una carezza, un brivido. La curiosità spontanea di un'esplorazione reciproca fra le canne sulle sponde del macero, e poi gli stralci dell'enormità dell'istinto ipereccitante del primo vero tentativo di fornicazione fissato profondamente nel vivo del cuore del canneto sotto il cielo. Il suo tocco sui testicoli e lo smanettamento dell'asta. Lo stomaco invia segnali di agonia al cranio. Follia, meccanicità, morbosità, speranza, turbolenza. Il calore di una palla di fuoco ti riscalda la cappella del glande. Il richiamo echeggiò come un colpo di fucile sparato da vicino. Un peso dolce sulla pancia, fiamme divoranti all'altezza dell'inguine. Come che cosa? La prospettiva del presagio di una possibilità sale a galla, fluttuando come la panna nel latte, come l'olio nell'acqua, come bolle di gas fumigante dal catrame ribollente. Ardore liquido. La visione onirica di un desiderio struggente ti ghiaccia il sangue. Brividi mordaci, solletico. Trasecoli e lentamente risali in superficie dal limbo dell'incoscienza. Un suono, un gorgoglio, un risucchio, si impone e rimbomba come un gong nelle orecchie, si percuote e ti raggiunge nel cervello, un po' troppo evidente per dare adito a dubbi. Socchiudi le palpebre per sbirciare con la coda dell'occhio. Ombre nere come le tasche del Diavolo. Il cuginetto alla tua destra ti volta le spalle, quello più in là sta russando sommessamente, ancora più in là la pioggia battente continua a tamburellare sui vetri della finestra. L'aria della stanza diventò pesante, plumbea. Sabrina, la Cugina per eccellenza, se ne resta scomodamente piegata su di te gorgogliandoti piano sul grembo. Le lenzuola scostate di lato, lo scorcio di una massa di capelli scarruffati, la sua testa che altalena, il fuoco che scivola sulla tua erezione monolitica: la cosa ti raggelò, come se migliaia di aghi di ghiaccio si stessero formando nel tuo sangue conficcandosi nelle pareti delle arterie e delle vene; stringi i denti così forte che avresti potuto polverizzare il granito. Devi compiere uno sforzo considerevole per trattenerti, però, malgrado la voglia di toccarla, di accarezzarle le spirali dei capelli solleticanti, interromperla o rischiare di svegliare chicchessia era esattamente l'ultima delle cose che volevi. Trattenesti il fiato finché il battito del sangue nella gola quasi ti costrinse a tossire. La tua forza di volontà giaceva a brandelli, ti sentivi obnubilare la mente, distruggere la coscienza, ottundere i pensieri, smussare e distogliere dalla comprensione di motivazioni che vanno annebbiandosi affondo dopo affondo, vacillare il senso della ragione, togliere la lucidità di pensiero, perdere la punta dell'affilatura della lama dell'autocontrollo. L'irrigidimento, la leggerezza, la pesantezza, la tensione, come un pallone aerostatico che si gonfia, come un missile che si appresta all'obiettivo, come uno shuttle che si avvicina al momento critico del decollo. Quando passasti nella fase del preorgasmo, una sensazione di velocità inimmaginabile assale i tuoi sensi. Voli attraverso l'oscurità stellare, e l'universo mondo si dispiega davanti a te, come un milione di gemme sparpagliate in un mare infinito d'oscurità vellutata. Il tuo corpo fisico si scuote appena, si avvolge come nell'alone dell'abituale silenzio, prudentemente, e tu capisci che questo non è altro che il bozzolo creato (dall'intimità del legame che vi unisce) per proteggervi automaticamente, oculatamente, dal rischio di farsi scoprire accidentalmente, dal gelo infinito della monotonia della vita di tutti i giorni, dalle restrizioni, dalla mancanza d'aria insita nella preadolescenza e nel quadro di questo paesaggio astrale. Non puoi contenere oltre, ti arrendi e lasci sfrenare gli intestini e le budella. Hai sfogato la maggior parte della tua linfa fra le sue labbra. Ti ripulisce per bene con qualcosa di umido e fresco, forse un fazzolettino saponato, forse un tovagliolino di carta bagnata, forse il foglio di uno scottex intinto nell'acqua. Fingi di dormire per non metterla a disagio. Ti ricopre con cura, la senti sputare nel bicchiere e si alza dal divano-letto. Azzardi una sbirciatina di sottecchi. La vedi dirigersi in cucina per risciacquare il bicchiere e la bocca. Quando fosse ritornata, ti saresti stiracchiato un pochino, casualmente, innocentemente, mostrandole poi la tua voglia di sfiorarla gentilmente per compiacerla. Chiudi gli occhi. Sabrina, s'infila come una piuma nel bianco delle lenzuola e il nanerottolo alla tua destra si rigira e sbadiglia. Porca vacca! Non ora, non adesso, dormi cazzo. Aspetti, immobile, nel centro silenzioso del bozzolo di quel giaciglio... e senza volerlo il sonno ti riprende e porta via.
Sogni, inquietudine. Qualcosa da fare, una ragione per aspettare. Buio. Che cosa? Buio, ancora sogni. Dove? Quando? Buio. Sabrina. Sogni. Sabrina, qualcosa da fare. Il barlume di un ricordo, forse di un sogno. Ardore. Buio, desiderio, inquietudine. Buio. Sabrina, il motivo lampante, Sabrina, la ragione di tutto. Ti rigiri nel letto e socchiudi un filino le palpebre. Scampoli improvvisi come strappi di realtà. Il carnevale, il compleanno, il viaggio in macchina, la pizzeria, la casa di città, il pernottamento nella sala. Il cuginetto alla tua destra sembra risprofondato nel suo viaggio onirico, si è raggomitolato su se stesso e ti gira la schiena, respirando rumorosamente, mentre quello più in là continua a ronfare in modo sommesso. La notte si stava togliendo il mantello dalle spalle, la prima pallida luce grigiastra dell'alba si scorgeva a malapena indistinta oltre i tetti del cemento che si estende a profusione in distanza. Le foglie stormivano come le gonne rigide e nere delle streghe. Il vento spirava giù dal cielo della città placcato di nuvole, spingendo fra gli alberi le tenebre di febbraio, facendo dolcemente oscillare i vetri della finestra sfuggente, gemendo, mormorando, picchiettando, sospirando, pregno dell'odore della pioggia battente. Esso raccolse i rumori rintoccanti nella confusione del vicino parco pubblico, li lacerò come se fossero frammenti di un fragile tessuto e li gettò come fili strappati attraverso la tendina che offuscava e velava lo spiraglio del finestrino aperto sulla breccia del tuo dormiveglia. Richiudi gli occhi. A dispetto della voce incessante della pioggia e del vento, puoi ancora udire il suono (come un'eco prolungato e struggente) del gorgogliare debole di Sabrina che va diffondendosi dalla culla di vimini del profondo dell'inconscio. Un brontolio e un risucchio. Qualcosa di liquido. Un rumore che scivola. Qualcosa che ribolle, accompagnato da un crepitare di lenzuola, come da un lieve frusciare cartaceo, come la fiamma che ti arde nel cosmo dell'inguine. Quanto più tentavi di allontanarti dalla sensazione di quel suono, tanto più potevi udirlo e sentirlo con chiarezza. Riapri e richiudi gli occhi pesantemente. Un gorgheggio liquido, un risucchio scivoloso, un calore ribollente. Uno scricchiolio di stoffe leggerissime che frusciano. Fuoco che divampa dabbasso. Ti sentivi leggermente stordito. Girasti lentamente gli occhi della mente verso l'ombra della culla del tuo inconscio, in cerca all'interno del tuo io più profondo, e ti sforzasti di spingere i tuoi pensieri in un'altra direzione. Qualcosa di orribile, di orrificante. Qualcosa di terrificante. Qualcosa di sconvolgente, qualcosa che ti avesse aiutato a rinsavire dai fumi dell'incoscienza. Insomma, qualcosa di spaventoso. Luna piena. Nebbia e luna piena. E un cimitero. Alla luce della luna il cimitero ha una certa bellezza spettrale. Vi è un'aura di triste serenità che circonda le tombe cadenti che, con il passare del tempo, si sgretolano in polvere e scompaiono portando con sé i segreti ricordi di un altro secolo. La nebbia si disperde, le tombe si scoprono. Corpi seducenti si levano da bare foderate di petali di rosa. Non ci siamo! Voci eccitanti di un coro melodioso, movimenti accattivanti di una moltitudine di membra voluttuose. No. Sicuramente era la tua immaginazione. Non avresti potuto udire gli echi invitanti (di quei richiami orgiastici) al di sopra del tambureggiare dell'acqua che batte. Chiudi come il rubinetto del flusso della tua fantasia. Per un momento il sonno parve riempirsi di un silenzio assolutamente perfetto, sepolcrale. Eri in collera con i risvolti di quell'immaginazione sensuale, della tua immaginazione smodata, ed eri in collera con te stesso per esserti lasciato condurre in quella fantasia a luci rosse. Sapevi comunque che si trattava di un sogno. Doveva per forza trattarsi di un sogno. Desideravi svegliarti (svegliarti e risalire e fare qualcosa), ma per fare che cosa? Sabrina. Sabrina che dormiva, forse... forse che si fosse addormentata? Risali e rinsavisci bruscamente e spalanchi gli occhi. Ti sentivi fiacco come il cielo invernale, grigio scuro e cupo, plumbeo al di fuori della finestra, e più inconsistente delle barbe irsute che penzolavano dai volti sinistri di guerrieri e mostri, che un occhio fantasioso poteva scorgere nelle nubi temporalesche. Il vento della notte spalmava le goccioline della pioggia sui vetri, il tenue lucore dell'alba imminente traspariva appena laggiù in lontananza. I due nanerottoli stanno dormendo sonoramente e sai che il resto della massa del grosso dei cuginetti è stato dislocato un po' dappertutto al piano superiore. Ti rivolti quanto più silenziosamente possibile nel mezzo del giaciglio del divano-letto. Il coniglietto fosforescente di Sabrina continuava a luccicare nella penombra del salotto vasto e spazioso, l'applique sul tavolino continuava a soffondere tutt'intorno il suo chiarore fioco. Ti accomodi sul fianco sinistro. Sabrina si direbbe dormire profondamente. Anche se i suoi capelli non sembravano più biondi-castani ma castani-corvini nella semioscurità della notte, lei era sempre una ragazzina d'oro, la figlia prediletta del sole, così come ti era apparsa quando l'avevi stretta nel bacio del corpo per la prima volta nei primi d'autunno di quell'assolato giorno in montagna. Appariva ancor più bella nel sonno: la massa dei capelli (scarruffati e contorti) disegnava una grande ombra scura contro il cuscino candido. Le ombre rubavano il colore dalla sua pelle, malgrado ciò la fronte liscia come il velo della panna sul latte conserva tuttora il caldo ricordo del tatuaggio azzurro della festa della sera precedente. Ti intrattenesti a osservarla per un poco. Il faccino spensierato, innocente e vulnerabile, indifeso nell'angelico riposo che va accentuando squisitamente il suo musetto da scoiattolo. Le labbra lievemente dischiuse, il respiro lento e regolare, la curva del collo armonioso. La delicata struttura delle sue ossa, il sottile rivestimento della sua scolorita pelle, come seta distesa sul vetro, incredibilmente soffice e facile da distruggere. Eri davvero certo che stesse dormendo? Tra il tuo corpo e il suo sentivi ronzare ora il calore di una quantità di elettricità, una tensione impalpabile che andava raccogliendosi. Il suo corpicino... allungato e supino sotto le lenzuola, come ghiaccio ardente rivestito di seta, spaventosamente friabile; delicato... fragile e delicato. Un pensiero peccaminoso ti sconvolse. Accarezzarla sarebbe stato come accarezzare una bolla di sapone senza farla scoppiare. Cerchi di squadrarla nella prospettiva di una nuova angolatura: Sabrina, la quintessenza dell'innocenza e della passione. Come che fosse, non è affatto la stupidina che generalmente sembra al primo impatto; non è una cima, ma non è né persa né svampita, perlomeno non lo è fino in fondo, di sicuro non lo è completamente. Ti accosti alla sua figuretta distesa, rilassata nell'Eden del sonno. Il calore sembrava addolcire il profumo che la circonda, rigenerando appieno l'accumulo delle tue riserve. Le budella s'infiammarono di voglia, il fuoco ancora fresco e intenso perché l'avevi desiderata troppo a lungo e per troppo tempo. Allunghi una mano nervosamente, le dita rigide come bastoncini di legnetti secchi, cercando di ignorare le farfalline nello stomaco, mentre il respiro si faceva sempre più trafelato. Il sedere più stretto della mano di un politico chiusa su una mazzetta di banconote, il curaro e l'adrenalina in circolo nel sangue in pari misura. Paventavi il disastro di una sola mossa falsa, protendendo le grinfie al di sopra del suo addome, stando bene attento a non sfiorarla accidentalmente, e avevi come l'impressione di muoverti nella fanghiglia, intanto una vocina magniloquente si faceva spazio nelle tue cervella. E se si fosse svegliata? Il cuore esulcerato nel petto, la trepidazione crescente nelle viscere, il sentore della bile nella gola, il peso dello sforzo, i muscoli del braccio destro dolorante. Una porta si apre e si richiude al piano di sopra. Serpenti di ghiaccio che si srotolano nello stomaco. Nulla di più e nulla di meno. Un brivido divorante ti cementa nel nano del giro di un attimo. Fu come versare colla in un ingranaggio ben funzionante. Immobile. Bloccato. Impietrito sul posto. Dieci, venti, trenta secondi... e poi un minuto pieno. Frattanto, una tempesta di neve ti soffiò nel perno dell'anima. Le stelle del tuo personale universo mondo diventarono nere e ti ritrovasti imperlato da piume di cristalli di sudore congelato. Lo sciacquone dello scarico del gabinetto. La porta che si riapre e chiude di nuovo. Dieci, venti, trenta secondi... e via un altro minuto intero. Non si era mossa. Il respiro della tua cuginetta sempre lento e regolare. La tua mano sospesa su di lei, il lenzuolo che si appesantiva sull'avambraccio, i muscoli doloranti della spalla. Sul primo piatto della bilancia la voglia incontenibile, sul secondo il coraggio vacillante. Dire che ti sentivi esagitato sarebbe stato solamente un eufemismo. Non sei costretto a farlo; la voce della coscienza conteneva una sfumatura di cortese disprezzo, come se ti avesse rivelato la cosa più ovvia del mondo. Di tanto in tanto le tue dita si piegavano come se stessero premendo a vuoto i comandi di un cannoncino. Vederle ti avrebbe innervosito, fisicamente, notevolmente, se non fossi già stato teso quasi al punto di scattare come la molla sovraccarica di un antico orologio. Ti trovavi in una impasse, di fronte a un problema inestricabile, alle prese con un'impresa perniciosa. Indeciso e tentennante, confuso. Infine l'audacia di un istinto soverchiante viene in tuo soccorso. Azzardi ulteriormente e pieghi la prima falange del mignolo per sfiorarle il ventre del pigiama con la punta del polpastrello. Non si è spostata di un palmo, non ha contratto nemmeno un muscolo, ne desumi che stava ancora dormendo. Una gloria effimera per il tuo orgoglio ferito e febbricitante. Quindi la toccasti anche con l'anulare e con il medio. Nessuna reazione. In seguito e con gentilezza, le appoggi la pianta della palma sul fregio degli addominali. Musica di tamburelli sui vetri. Come un pioniere impenitente, oculatamente, voracemente, introduci i rametti rinsecchiti delle dita nel cotone della sua maglia del pigiama. Mentre ti godevi la consistenza morbida e calda della sua pelle, le curve eleganti del suo piccolo seno, il movimento meccanico del torace, la scoperta di angoli aggraziati esattamente nei punti in cui gli angoli erano desiderabili, la saldezza dei muscoli, i movimenti fluidi di ossa e muscoli, avresti potuto essere un cieco che usava le mani per descrivere la propria visione interiore della bellezza ideale. Il respiro si fece boccheggiante. Le spingesti un dito nell'incavo delle cosce, lo facesti scorrere su e giù nel taglio della vulva, incurvasti il dito ad artiglio e sentisti la cucitura del pigiama entrarle nel sesso, teneramente, morbosamente, insieme con l'unghia del indice e con la stoffa delle sue mutandine. Ha cominciato a gocciolarti addosso un'oscurità spessa e pesante. Ti sei sentito serrare la gola. Dunque, una pulsione paranoide si elevò al vertice del parossismo e ti esplose nella testa. La stavi toccando intimamente, spezzato in più parti, segmentato. Un bisogno tangibile ti si torse dentro, l'autocontrollo sul filo del rasoio, la mente ridotta a brandelli nel vento, la tua ragione sgangherata fuoriuscita dai cardini del tutto. I nervi a fior di pelle, il cervello in poltiglia. Ti sentivi adesso saturo di aspettativa in ogni pollice quadro del tuo essere: esasperato, esasperante, ipereccitato e bramoso. Manovrando, manipolando costantemente, delicatamente, le infili le dita nella cintura del pigiama e gliele insinui sotto l'elastico della mutandina che veste per la notte. La notte che schiariva nel grigiore dell'alba, la mano che accarezzava nel soffice della sua peluria. Sospira. Dormiva. Non lo avrebbe mai fatto altrimenti. Fai diversi circoletti sulla tumescenza del clitoride e, per riflesso, forse, le sue gambe si divaricano di un altro pelo. Un fremito che si diffuse in ogni fremito del suo corpo ti assalì di colpo, quando premesti quel puntolino speciale che rimane seminascosto dalla punta del pistillo del suo prepuzio clitorideo. Con il medio percorri il solco fra le sue piccole labbra attaccaticce, collose, sporgenti. Una luce stroboscopica ti guida come all'ancoraggio di un porto tranquillo nella burrasca della tormenta. Affondi il polpastrello nell'ingresso bagnatissimo della sua vagina, e quando oltrepassasti con la nocca quella resistenza cedevole nell'imboccatura della sua fessura, il suo bacino reagì immediatamente, accentuando la tua penetrazione. La scarica del lampo di un flash ti obnubila in parte la memoria, ma riesci a ricordare vividamente il brivido che era corso attraverso lei come una corrente elettrica quando sprofondasti nel suo corpo entrambe le giunture delle nocche. Un bozzolo di silenzio vi avvolse e v'innalzaste nella stratosfera che stava albeggiando, i suoi fianchi dondolavano in un ritmo altalenante, e con piccole oscillazioni rotatorie della palma la trascinasti e cullasti nell'estasi di un orgasmo sonnambulo. Quando siete scesi di lassù, ti sei riscoperto un po' ansante. Incantato, come perso e smarrito, l'hai contemplata con adorazione. Un angioletto! Hai ritirato la mano e ti sei messo il dito in bocca, per assaporare l'ambrosia del suo piacere. Sabrina, la Cocca, la Cugina per eccellenza, dolce e preziosa. Aprì gli occhi e ti sorrise.
Sabrina. Ripercorri e ripensi. Rammenti e quasi ti sembra di rivedere come fosse sempre stata goffa e fifona (fin dai primi della vostra fanciullezza), ma, sotto la tua protezione, se incoraggiata e guidata con il massimo dell'entusiasmo, era sempre pronta a farsi trascinare e coinvolgere in tutto, senza riserve e senza obiezioni; il cucciolo di un angioletto-mostriciattolo adorante e venerante. Ragionando: in ogni tuo gesto si nasconde sempre un atto di gentilezza nei suoi confronti, e con il tempo da questi comportamenti premurosi si è sviluppata la sua fiducia incrollabile. Peraltro, assai da prima delle prime esperienze concrete della pubertà, avete compreso le necessità della cautela, istintivamente, del silenzio e della segretezza, perfettamente, prudentemente, quindi solo negli ultimi tempi i vostri giochi si sono evoluti in audaci e rischiosi, eccitanti e pericolosi, però, l'autoconservazione, la familiarità di compierli in modo silente, quanto più cautamente e silenziosamente possibile, è perdurata a lungo e negli anni, consentendo così di superare indenni il divario del tempo. Quando è successo che vi siete scambiati di ruolo? Cerchi di ricordarlo e non ci riesci. No. Parlare di personalità invertite non sarebbe corretto. Piuttosto, sarebbe stato meglio dire che, pian piano, il carattere, il comportamento, il temperamento, l'identità più profonda di ambedue, l'essenza del vostro essere, ha fatto sì da farvi fondere in un'unica entità. Il caso, il destino, l'innata complicità, la stretta vicinanza, ogni cosa insomma, ha contribuito e favorito a rendere inevitabile la metamorfosi. Con medianica sintonia, in simbiotica armonia, come parte essenziale di te stesso. Il grosso dei cuginetti era rincasato nel grigio cenere del pomeriggio, altri avevano lasciato la casa di città durante il piombo del dopo cena, altri ancora se n'erano andati nel corso piovoso della serata. Folclore. Ormai da secoli era tradizione, per te e la tua cuginetta, condividere insieme i periodi delle vacanze, dapprima con i genitori dell'uno e poi con quelli dell'altra. Perciò, tu e la Cocca, al più tardi sareste rientrati nella solita routine con la sua mamma e il suo papà. Fuori, la pioggia piange le sue lacrime sui vetri delle finestre di tutta la città. Dentro, la sala è stata rigovernata e stirata a lucido. Di sopra, il rantolo del cuginetto di casa (causa del raduno per il festeggiamento del suo compleanno) probabilmente sta sonnecchiando, un paio di ciroli d'avanzo gli tengono sonnolenta compagnia. Di sotto, gli adulti rimangono intenti, assorti e sprofondati nel chiasso del televisore: chi seduto in poltrona, chi accomodato nel divanetto, chi spaparanzato sul divano-letto riassemblato e richiuso e rifatto. I dettagli del suddetto dipinto a grandi pennellate si accumulano. I vetri rigati dalla pioggia di fronte, lo schienale rigido del divanetto alle spalle, il puzzle incompleto sul pavimento, l'applique da salotto sul tavolino nell'angolo che permette appena di scrutare nella luce bassa che filtra tra il divanetto e la finestra. Entrambi accucciati per terra. Tu con le ginocchia accostate e strette al petto, lei con le gambe incrociate lì vicino. La scatola del puzzle davanti ai piedi, Sabrina alla tua destra, il coperchio della scatola contro il muro. Sin da quando avete intrecciato gli occhi nel debole chiarore albeggiante di quella giornata pallida (più o meno confusa e piovosa), presentivi nell'aria la forte sensazione del crepitio di una ricca promessa di nuova vita e di nuove possibilità, e sentivi la tensione crescere furiosamente, morbosamente, quantunque non si fosse presentata affatto l'occasione giusta per schiudere e sfiatare correttamente la valvola di sfogo intrinseca con i disagi della preadolescenza. Raccogli un pezzetto da un mucchio e lo incastri nel tutto. Il potere medianico del suo sguardo magnetico e meditabondo, ti indusse a voltar la testa nella sua direzione per fissarla; l'aria interrogativa, il piglio riflessivo, le sopracciglia arcuate, il labbro inferiore trattenuto tra i denti, le tracce vaghe del tatuaggio del compleanno-carnevale del giorno precedente sulla fronte aggrottata. Fece una faccia strana, sicuramente ripensando agli exploit della notte da poco trascorsa, quando vi siete sorpresi a vicenda nel bozzolo del sonno e dell'incoscienza. Strana e bellissima. Squisitamente bellissima. O piuttosto solo squisita. Lo sarebbe stata, visibilmente, notevolmente, se fossi stato davvero capace di distinguerla. Apprezzarla dietro il divanetto, distinguerla con chiarezza nella fioca penombra delle luci abbassate. Non stava migliorando. Erano passati giorni e mesi, giorni e mesi di astinenza, giorni e mesi sperduto nella vuota landa del quotidiano, ma non eri più vicino alla libertà rispetto al momento in cui avevi catturato l'odore del suo sesso. Ogni eco dissolto. Se prima il volume del televisore era parso alto e rumoroso, ora il silenzio nella sala pareva diventato assoluto. Un lago di silenzio. Su di voi sembrava essersi acceso un riflettore mentale. Sareste potuti essere anche soli in un cerchio di luce su un enorme palcoscenico. Porpora sulle guance. Quando decifrò l'espressione sul tuo viso, il sangue tornò a inondarle le guance, e diede alla sua pelle il colore più delizioso che avessi mai visto nei fumi di un ricordo. Il profumo era come una nebbia impenetrabile tra i tuoi pensieri. Li articolavi a malapena. Erano furiosi, incontrollabili, incoerenti e sconclusionati. Paradosso. Tenti di farti strada scavando, annaspando nel fondo limpido delle sue pupille, per capirla, per comprenderla; spingesti la coscienza nell'io più profondo dei suoi occhi, per dar senso al suo spirito arzigogolato, stratificato, tuttora difficile da cogliere. Una scintilla di luce le si generò dal centro innocente dell'animo e le divampò nel morione delle iridi: ne presagisti immediatamente il significato. La bocca si dischiuse lievemente, una punta di lingua fa capolino tra i denti, le sopracciglia si distesero, la fronte si rilassò, le lunghe ciglia sbatterono più volte. Subito riconoscesti i segni precursori di una tempesta struggente. Il disegno delle spalle si solleva, il refolo del respiro si accorcia, il battito di farfalla del suo torace si rompe. Poi ti sorrise e con fluida eleganza si protende verso di te, facendo strage nei tuoi processi mentali. La folata del suo respiro accarezzò il tuo viso, dolcissima e profumata. La magia della sua bocca sfiorò la tua. La sentisti aprirsi come un fiore e poi penetrare in te in un intrecciarsi di calore e di lingua, il movimento della luce del sole sulle labbra. Luce umida e tenera e morbida sulle labbra. La magia nasceva da lei, ma non soltanto. Non avresti saputo spiegarlo, ma ne eri certo. Sabrina, nelle tue mani, era una sfera ardente: tu, il sale della terra, lei, il sole della vita; non c'è combustione senza sostanza. Parafrasando: una perla di saggezza nell'enfasi del caos. Il calore aumentava sempre più e la vostra magia si allargava fino ad avvolgervi. Provasti un attimo di terrore, ma lo ricacciasti indietro. Strisciare e scricchiolare di una sedia sulla ceramica del pavimento. La Cugina per eccellenza si bloccò di sasso e tese le orecchie, desti una rapida controllata oltre lo schienale del divanetto. Nulla di insolito nelle ombre. Ti aggiusti e riaccucci al suolo. Sposti la scatola del puzzle, allunghi in avanti le gambe e la prendi tra le braccia. La si sarebbe detta alquanto esitante, indecisa e tentennante, timorosa e diffidente; come persa e smarrita in un frangente pericoloso. Ma reagisti, anche se non all'istante, scagliando contro qualsiasi paura il fuoco della magia: una lama di fuoco vibrante e seghettata, che bruciò la pelle scagliosa del dubbio nonostante la sua ovvia sensatezza e lo scagliò di lato, come una marionetta di cartapesta schiacciata. Le scosti un ciuffo spiraleggiante dal volto, delicatamente, le sorridi incoraggiante, dolcemente, le carezzi il velo della bocca con un dito e si scioglie. Sabrina, una fonte di passione inesauribile. Di nuovo ti ritiri nel tuo universo mondo. Le stelle creavano maestosità, turbinando contro l'universo scuro, una vista meravigliosa. Però, quando guardavi le stelle in quel prezioso cielo, era come se ci fosse un ostacolo tra i ricettori degli occhi e la loro bellezza. L'ostacolo era un viso, un semplice-squisito volto umano, che non riuscivi a togliere dalla tua mente. Il flebile ricordo della calda fragranza di una ragazzina cinta nel tenero fumo di un abbraccio. Ti resta solamente uno scorcio risibile di quel bacio di lingua guizzante. Ma rammenti benissimo il brivido elettrico che era sgorgato dalle viscere quando la sua lingua ti aveva leccato le labbra. Immaginasti di essere a letto con la tua cuginetta e nessun altro, per possederla liberamente, voluttuosamente, e improvvisamente non fu impossibile per te immaginarti in quella situazione. Il tocco urticante di una manina di luce ti si appoggia sul cavallo felpato della tuta da ginnastica. Fioccare di neve sull'anima dell'inguine. Ti senti uncinare nel ventre, gelare lo stomaco, ghiacciare le budella, azzannare e spezzare e frantumare i pindoli di ghiaccio nella pancia, sbriciolare gli intestini, inacidirsi e mancare il fiato nei polmoni. Ti sfila l'erezione del monolito dalle mutande, dalla cintura elastica dei pantaloni di felpa. Non puoi opporti, non ne hai la forza. Ti si abbandona addosso come una bambola di pezza, l'ardore di un'implosione di fuoco liquido ti esplose dabbasso, e, dolorosamente, penosamente, una lama zigrinata ti si conficca lentamente nell'addome. Ti serrava le viscere una sensazione di una tale potenza primitiva da trascendere il puro istinto. Ti sembrava di essere una cavia in un esperimento di laboratorio, con fili elettrici ficcati nel cervello, mentre gli scienziati ti mandavano impulsi di corrente direttamente nei vivi tessuti cerebrali che controllavano il riflesso della paura e generavano allucinazioni paranoiche. Non avevi mai provato niente di simile a questo, sapevi di trovarti sull'orlo sottile del panico, e lottavi per mantenere il controllo di te stesso. Eppure, anche dopo che avete superato il tratto di vegetazione carbonizzata e non si sentiva più l'odore di bruciato, continuasti ad avere nella mente l'immagine di una grande valle di notte, in fiamme da un'estremità all'altra, tra vortici di fuoco rosso-arancione-bianco che turbinavano come tornadi consumando tutto ciò che si trovava tra i bastioni di quelle aride catene montuose. Una gelida, viscida sensazione ti attraversò, e vedesti immagini stroboscopiche di tombe e cadaveri putrefatti e scheletri ghignanti, rapide sequenze da incubo come se spezzoni di un film venissero proiettati su uno schermo dietro ai tuoi occhi. Fermo là, nei bagni pubblici vividamente illuminati, estremamente a disagio nel lezzo di muffa e urina e speranza putrefatta, ti sentisti come in attesa nell'anticamera dell'Inferno del tuo inconscio. E poi l'incubo peggiore: uno degli zii che allungava il collo al di sopra del bordo dello schienale del divanetto per scorgere cosa stava succedendo lì dietro. Ma, stranamente, la reazione che ne ricavasti fu tutto l'opposto della ragionevolezza e della prudenza; rischio sommato a fifa, moltiplicato per tensione e pericolo, uguale ipereccitamento all'infinito. Magia fiammeggiante, poesia in movimento dabbasso. Il fantasma del bianco delle mutandine si intravvedeva dall'apertura spalancata della sua minigonna. Le gambe incrociate, le ginocchia allargate, le cosce divaricate, le caviglie intrecciate. Allunghi una mano fra le sue gambe. Cerchi di infiltrare le dita al di sotto dell'elastico della sgambatura di una coscia, ma la cosa si rivela più difficoltosa di quanto non sembri. Pertanto, ti devi accontentare di dirigere in circolo i polpastrelli sulla stoffa della mutandina. La testa che va su e giù, che va su e giù, il fuoco che scivola, che scivola, le dita che circolano, che si muovono meccanicamente, il centro della sua bocca, caldissima, un vortice bollente e ribollente... la tua gola secca, arsa... il perno centrale dell'esistenza e del cosmo, della Galassia, le comete che cadono, che cadono, la Via Lattea che si condensa, che si condensa, le stelle che si raggruppano nel manto lucente di una supernova abbagliante. Vi ritirate nel vostro bozzolo. L'obnubilazione del passato-presente, come l'ardore della fiamma di un fuoco altalenante, e il desiderio parossistico dei momenti più intensi, più violenti, il terrore dell'anatema dei suoi genitori, della minaccia di scomunica degli adulti, del rifiuto e della conseguenza di rabbia da parte del resto dei parenti. Il suo bacino si contorce in spasmi silenti e non puoi resistere. Hai sfogato una quantità di linfa nella sua bocca. - Sabbi, fammi un favore, per cortesia... - . Merda! Si rialza e ti fissa con le guance rigonfie. Un bicchiere, qualcosa... qualunque cosa. Non ci avete pensato, cazzo, avreste dovuto pensarci. La vedi deglutire. - Sì - . Visto in retrospettiva, il trascorrere di festa di quel sabato e domenica (per emozioni, per qualità e varietà) si è dimostrato paragonabile all'intera durata del protrarsi di una vacanza ricca e piacevole.
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