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Frammenti dei primi momenti dell'adolescenza
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Titolo:
Frammenti dei primi momenti dell'adolescenza |
Autore:
Ruferidian |
Contatto:
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Racconto
n° 4670 |
Altri
racconti dello stesso Autore:  |
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Serie di racconti concatenati tra loro, dalla biografia del protagonista della storia, che altro non vuole essere se non la vita immaginaria del lettore stesso della storia; dall'erotismo più puro e semplice a quello più spinto. L'insieme di questi racconti semindipendenti dal resto è stato estratto dal contesto del Libro: - Un fine settimana incredibile! - di Ruferidian.
Nell'adolescenza, è fiorita in un angelo soffuso di passione.
Nella pubertà, avete scoperto che il cane da caccia non era così terribile come sembrava, e, con la valida giustificazione di portarlo almeno a passeggio (per fargli sgranchire di tanto in tanto le zampe), lo avete spesso sfruttato come scusa per addentrarvi in campagna. La campagna si presenta splendente nel suo abito primaverile, l'aria è pregna dell'aroma dolcissimo del caprifoglio e del tiglio in fiore. Il cielo azzurro è venato solo da qualche nuvoletta bianca, il sole risulta caldo al punto giusto e c'è una brezza piacevole ad accarezzarvi le gambe. Ciack, tira e strattona in avanti il guinzaglio, Sabrina, un angelo di scoiattolo in cappello di paglia e minigonna, con lo zainetto in spalla, trotterella al tuo fianco come un impeccabile cagnolino da riporto. Nello zainetto della tua cuginetta, una coperta da stendere e tutto l'occorrente per la merenda. La sua palma si direbbe una concentrazione di calore, lievemente umida al centro: puoi sentir pulsare il suo sangue come una farfalla imprigionata nella tua mano. Meditando, avanzate silenziosi come un sospiro di vento sull'erba. Ti ha fatto promettere di non tentare domande in merito alla vostra destinazione, e non riesci a pescare nient'altro di convenzionale da dire. - Allora, pensi di venire promossa? - . - Mmh - . Si interrompe per raccogliere le idee. Era quasi periodo di vacanze estive e, chissà, probabilmente quel pomeriggio qualcosa di succulento ci sarebbe scappato. Solleva un pelo il mento e deliberatamente ti sbircia di sotto in su. E tu vedi il brillio profondo dei suoi occhi sotto la tesa del cappello. E il tocco del sole spalmava come un velo di luce sulle sue labbra. Strizza appena le palpebre... dischiude e richiude le labbra. Impossibile non far nascere sospetti. - E tu invece? - . Soggiunge con uno sbuffo di voce. L'accenno di un sorriso fregiato agli angoli della bocca, un soffio di sarcasmo istoriato nel quarzo morione degli occhi. Abbozzi un sorrisetto, e con nonchalance ci aggiungi un'alzata di spalle. Poco ma sicuro, rimuginava da giorni un suo folle progetto. Te la immagini tuttora scodinzolante, soddisfatta, procedere con solerzia un passettino alla volta; non riuscivi a liberarti dal sospetto strisciante che ti tormentava. Né tu né lei pronunciate più una sola parola a riguardo, mentre il tepore della tarda primavera vi riscalda come una benefica trapunta in sboccio. Avete costeggiato il canale per un paio di chilometri, poi avete tagliato per un sentiero in terra battuta che si inoltra tra i campi di erba medica. Vi siete lasciati alle spalle abitazioni e giardini, ma le fragranze trasportate sul dorso del carezzevole venticello che spira sul verde del paesaggio non sono affatto meno intense. Ciack, non smette di strattonare il guinzaglio a più non posso, cercando di rincorrere tutto ciò che si muove, Sabrina, giuliva si gode il misterioso segreto della sua promessa e ti segue da vicino. Scavalcate più di un fosso per abbreviare la distanza, infine sbucate nel retro del cortile di un casolare abbandonato. Il mondo della natura, sempre mormorante, si espande ovunque e sterminati frutteti vi circondano. La facciata posteriore dell'edificio perlopiù rimane ombreggiata da una rigogliosa edera rampicante, che si espone alla luce filtrata dagli alberi. Tra gli alberi, le cicale intonano la loro canzone ronzante. La brezza accompagna e fruscia fra le fronde, il cinguettio di innumerevoli uccellini si eleva nell'aria e dona in poesia il proprio contributo al coro del canto sonnacchioso e rilassante. In fretta raggirate quelle mura prive di qualsivoglia tipo di infisso. Il pozzo è asciutto e le finestre sono come inquietanti orbite vuote, però, in passato, avete già largamente esplorato il luogo e tutti i suoi dintorni. Quindi, non c'è assolutamente bisogno di avere nessuna paura o timore. Sabrina ti si stringe al braccio comunque, per sicurezza, non si sa mai. Lontano nel tempo: parte dell'aia è stata cintata da uno steccato grigio e logoro, il fienile si scorge di lato della costruzione e quel che sembra la stalla delle pecore si erge di fronte. Uno stradone sterrato affianca lo steccato e conduce fin sulla soglia fantasma dell'antico pastore che vi abitava. Vi apprestate all'ingresso principale. Sul groviglio erboso che spunta nei pressi della soglia i cocci di vetro di una bottiglia risplendono e scintillano come diamanti su un fondo di velluto in una vetrina, gemme parecchio più abbaglianti dei gioiellini che si possono rimirare in un negozio di bigiotteria. Entrate. L'interno è spoglio e polveroso, la temperatura è fresca e molto piacevole. Ti volgi a fissarla, per ottenere ulteriori informazioni. Sorridendo, con il mento e con lo sguardo, accenna alla zona di sopra. Legate il cane da caccia alla balaustra (assai più solida di quanto non sembri) del vecchio scalone che porta al piano superiore. Ti togli dalla schiena lo zaino e ne cavi fuori una ciotola e diverse bottiglie d'acqua. Dovete riempire la ciotola perlomeno tre volte prima che Ciack si ritenga a posto. Colmate ancora la ciotola, ti rimetti il tuo zaino in spalla, salutate il cagnolone con un buffetto e vi avviate su per le ombre dello scalone di quell'antica residenza. Ciack, si accuccia e si apposta subito ai piedi dei gradini con il testone fra le zampe. Un allarme perfetto! Se solo qualcuno si fosse azzardato ad affacciarsi nella stanza, i suoi latrati vi avrebbero avvertiti immediatamente. L'immagine di un santino appiccicata al pilastro in cima alle scale, pareti scalcinate su pavimenti di pietra, e chili e chili di polvere, è la sola roba che si può trovare lì sopra. Sabrina ti guida nell'ultima camera. - Adesso me lo dici? - . Le sue guance si imporporano dolcemente. Si leva di dosso lo zainetto e sfila da una tasca un mazzo di carte nuovo di zecca, ancora avvolto nel suo cellophane. - Insomma, beh, pensavo che ci possiamo riprendere la rivincita a Cava in Camicia, ti ricordi? - .
Riprendere e rifinire una vecchia serie di regole è stata una cosa da niente. Frattanto, Sabrina, distende con cura la coperta sul centro del polveroso pavimento di quel casolare abbandonato. Lassù, la camera si manifesta arieggiata e piuttosto luminosa, quattro finestre si aprono su un paio delle quattro pareti scalcinate che vi ospitano nel momento più sonnolento del pomeriggio. Fuori dalle finestre, l'azzurro del cielo e i colori della campagna si mescolano tra loro come su una tavolozza di acquerelli. Un venticello leggerissimo trasporta con sé la fragranza della tarda primavera... Gli infissi non ci sono. Dabbasso, vigile e sull'attenti, il vostro cane da caccia manteneva la guardia ai piedi delle scale. La casa abbandonata del fantasma di un pastore, isolata e sperduta nel mezzo del nulla, il luogo ideale dove rifarsi liberamente una bella rivincita a Cava in Camicia. Posate zaino e zainetto in un angolo della coperta. La tua cuginetta recupera una clessidra dal suo zainetto, te la mostra, e poi la adagia accanto al mazzo di carte da briscola. Vi inginocchiate sulla coperta l'un l'altra di fronte. Spontaneamente si toglie il cappello di paglia, si allunga e lo poggia sopra la chiusura dello zainetto. Molto bene! Pensavi di dovertelo conquistare. Prendi e svolgi il mazzo dal sigillo del cellophane e, per puro spirito cavalleresco, nonché per ricambiare l'onestà del suo gesto, lo rimescoli e le fai scoprire la prima carta. Asso; sei: vince. Raccoglie le carte, le rivolta e le mette di sotto. Ti lasci cadere seduto all'indietro, ti levi le scarpe senza neppure cercar di slacciarle. Le sposti a portata di mano, vicino a zaino e zainetto e cappello, ti riaggiusti sulla coperta con le gambe incrociate e riprendete il gioco. Aveva vinto il primo giro, e, pertanto, di nuovo spettava a lei cominciare. Cinque, due; cavallo, cavallo: vinci. Raccogli le carte, le rigiri e sistemi in fondo al mazzetto. Si siede di lato, con garbo si scioglie i laccioli delle scarpe a tennis, se le sfila e si protende in avanti per sistemarle al fianco delle tue. Il tuo cuore ne paga il balzello. Si riaccomoda seduta, sempre con le gambe ripiegate di lato, e un triangoletto di virginee mutandine irraggia fiamme di luce tra le sue cosce. Un flash che ti ferisce il cuore e la vista. E tuttavia distogliere gli occhi non è facile. Riportate l'attenzione sui mazzetti e continuate a giocare. Avevi vinto il secondo giro, quindi, ti toccava la prossima mossa. Cinque, due; quattro, quattro: vince. Quasi ti strappi di dosso le calze e le appallottoli dentro le scarpe. A lei la mossa successiva. Re, tre; fante, cinque, fante: vinci. Come il guizzo di un serpente che attacca, agguanti le carte dal centro preciso della coperta e le metti al suo posto. Fin da piccolissima, Sabrina, è sempre stata alquanto goffa, e un po' impacciata nei movimenti, ma è poi cambiata parecchio durante lo sviluppo. Deposita le sue carte sulla coperta. Si sostiene sulle palme e ruota sul bacino. Le ginocchia si articolano con eleganza, le gambe si raddrizzano non poco armoniosamente. Si china innanzi a sé e si leva i calzini. Con grazia ritira le gambe e si rizza diritta. Gli intestini si annodano strettamente. Ripiega i suoi calzini in un quadretto di cotone cubico e si spinge verso di te per metterli in una scarpa. Con una mano si sorregge sulla coperta, con l'altra si estende nel tuo spazio per infilarli nell'imboccatura della scarpa più vicina. L'occhio ti cade nella scollatura a V della sua maglia. Cogli a malapena le piccole rotondità delle sue tettine, riesci a scorgere solamente un effimero brandello del décolleté rigonfio del reggipetto che le contiene. Il cuore in defibrillazione. Si rialza a sedere, abbassi lo sguardo in una rapida panoramica. Il collo del piede lungo e arrotondato, la grazia della gamba piegata, il busto diritto, la mano che si puntella, il triangolino bianchissimo (che ammicca e che spicca assai più in evidenza di prima). Prende il suo mazzetto e si accomoda meglio. A te la mossa. Sei, sette, cavallo, re, re, fante, sei, fante, due; sette, asso; tre; cavallo, asso; tre; quattro, re, sei: vinci. Un bottino coi fiocchi! Recuperi la vincita. Si solleva sulle ginocchia, e con un solo movimento fluido, si svincola dall'impegno della maglia. Una pioggia di spirali di seta biondo grano a galleggio nell'aria. Indossa un reggipetto bianco, piccolo, semplice, spettacolare come le tettine che contiene. Un sorriso di quarzo negli occhi. Rimette in ordine la maglia e la dispone come si deve di fianco a sé. Era aggraziata anche quando restava ferma. Ha alzato le mani con le palme all'infuori, in un gesto curioso come di ali di colomba, e si è ravviata i capelli all'indietro. Le budella legate in un nodo grosso, sempre più stretto. Si lascia ricadere sul sedere, fra le sue caviglie, e si deve reggere con le mani dietro la schiena per non capitombolare con la grazia di un angelo. Le ginocchia riunite, le caviglie allargate, uno spicchio brillante di mutandine come luna fulgida fra le gambe. Subito ritrova l'equilibrio, ritiri la mano che era accorsa in soccorso istintivamente. - Tutto OK? - . - Sì. - . Rimettete mano alle carte. Il tuo mazzetto si direbbe abbastanza grosso, il suo è già sottilissimo. A te la mossa. Tre; asso; cinque: vince. Immediatamente, drizzi le spalle e ti togli la maglietta. L'hai trasferita nella tacita richiesta delle sue mani. La rigoverna, ti sbircia di sottecchi, ne liscia il risultato e lo accosta alla sua maglia con premura. A lei la mossa. Sei, quattro, cinque, asso; due; sette, due; quattro, quattro: vinci. Un altro colpo niente male! Un cliché forse affatto originale e ciononostante sempre sconvolgente. Si solleva in piedi. Innocentemente passionale, ti gira la schiena per mostrarti cosa sta facendo. Rannuvolando, fluttuando, una cascata di seriche spirali ricade e le si arricciola sulle scapole. Si slaccia il bottoncino in cima alla minigonna, si apre la cerniera, e se la cala piegandosi con essa. La sedimentazione del tempo sembra rallentare. Il miraggio lunare della biancheria intima, la curva più che invitante del fondoschiena, gli elastici sprofondati nell'inguine, la traccia di un'ombra sulla cunetta di venere, le gambe lunghe e levigate, le cosce solide e snelle, il tondo dei polpacci ben fatti. Il respiro in iperventilazione, il battito del cuore su di giri, la pressione che cresce nelle arterie, fiamme di fuoco nei polmoni, il flusso dell'adrenalina in circolo, il sangue che diluisce nelle vene, la tensione nelle membra, brividi nel midollo delle ossa, e qualcosa di gelato ti si addensa nella pancia. Distrattamente, morbosamente, si fa passare la minigonna sotto ai piedi e si rialza. Si volta trottolando, e torna a inginocchiarsi. Era squisita, più di quanto non avessi mai davvero avuto modo di quantificare prima, squisita e preziosa. Era come se si fosse tramutata nel dipinto angelico di se stessa. Riordina ben bene la minigonna sulla maglia e ti sorride. Un attimo di confusione, contraccambi, le rimaneva ormai un non nulla di carte. A te la mossa. Sette, tre; cinque, due; asso; cavallo: vince. Accidenti! Posi le carte e ti rizzi in piedi. Sbottoni la patta e abbassi la cerniera lampo dei jeans. Li cali e te li togli meccanicamente. Il cuore che scoppietta nel petto, l'erezione che pulsa nelle mutande. Allunga una mano e ti fissa. Aspetta. Le cedi i pantaloni, senza proferir parola, senza protestare minimamente, quasi come se fosse un'abitudine. Li scrolla e li riordina accuratamente sulla maglietta. Ti siedi a gambe incrociate e la ringrazi. Ricambia, un sorriso nella sua voce. La coda di un occhio puntata sul rigonfiamento immane delle tue mutande, la tua puntata sui minuti rigonfiamenti trattenuti stretti dal reggipetto sul suo torace. A lei la mossa. Cinque, cavallo, sette, re, tre; tre; cinque, due; fante, cinque: vince. Cavoli, resisteva con le unghie e con i denti. Ti rialzi. Infili i pollici nella cintura elastica delle mutande, ti chini in avanti e te le sfili. Ti raddrizzi. Lo sguardo di Sabrina fissato a fuoco sull'erezione monolitica, una palla di ghiaccio nello stomaco. Gli occhi iridescenti che raccoglievano la luce da tutte le direzioni, ciglia sottili come linee d'oro grezzo tracciate in punta di penna. Intrecciate gli occhi per un istante, tentasti un sorriso, e le guance le si tinsero ancora di sangue. Appariva spaesata, persa e smarrita, trasognata, eccitata, desiderosa, interessata e sincera. Come tu stesso del resto. Dato che ti sentivi le ginocchia molli, non tardasti a sederti nuovamente, mentre l'adrenalina defluiva dal tuo corpo come acqua da una tazza spaccata. Butti le mutande sui pantaloni ripiegati. A lei la mossa. Asso; fante: vince. Vi alzate. Tu completamente nudo, lei, invece, vestita soltanto della sua virginea biancheria. Ti porti nell'angolo più luminoso della camera, tra due dei quattro grandi riquadri delle finestre del tutto mancanti. La tua adorabile cuginetta recupera la clessidra e ti raggiunge. Rimani oziosamente immobile nella luce, i pugni serrati e le braccia distese sui fianchi. Posa la clessidra sul davanzale di una finestra e la rovescia, ti cammina attorno libera di studiare a piacimento. Ti si arresta davanti e si piega sulla punta dei piedi per osservare il tuo monolito da vicino. Le sue mani racchiuse saldamente sulle reni, il gonfiore dei piccoli tondelli che spingono con forza contro i bordi del suo reggipetto per uscire. Involontariamente, il turgore monolitico della tua erezione fa un sobbalzo di stizza. Il musetto da scoiattolo si arriccia e le labbra si schiudono appena, esaltando così l'aspetto di eterno stupore del suo viso. Scambio, baratto, permutazione. La palla di ghiaccio diventò pesante come il piombo. La clessidra si svuota e tornate sulla coperta. A lei la mossa. Cavallo, sei, cinque, sette, cavallo, cavallo, sette, re, re, re, tre; fante, sei, fante: vince. Vi rialzate e ritornate nel punto X, laddove non esistono le ombre. Ruoti la clessidra e ti rimetti a sua totale disposizione. - Dimmi, cosa vuoi che faccia? - . - Mmh - . Si interruppe e riprese. Ti parlò fissandoti con uno sguardo celestiale e intenso, la sua voce era caldissima. Ti bloccò letteralmente il respiro. - Sì, insomma, apri un po' le gambe - . Divarichi le gambe e stringi i pugni rigidamente sulla muscolatura laterale delle cosce. Ti si avvicina con la passione germogliante negli occhi. Il tuo monolito eretto, percorso da brividi e spasmi folli, proteso nella tensione del vento come un bastone magico, sembrava coperto di rune di colore rosso vivo, che pulsavano come carboni al calor bianco. Hai chiuso gli occhi. Delicatamente, garbatamente ti sfiora le spalle e le scapole, scivola giù per la tua spina dorsale con le dita di una mano, i suoi polpastrelli si direbbero urticare sulla pelle come la peggiore delle ortiche, intanto un enfisema polmonare tremendo si propaga nel tessuto affaticato di quegli organi spugnosi contenuti nella cassa toracica dolorosamente, spaventosamente. Insinua la manina nel solco dei tuoi glutei, con le dita ti cinge da sotto la borsa raggrinzita dello scroto. Nel petto, il cuore mancò diversi battiti, nello stomaco, la palla di piombo si surriscaldò improvvisamente. Con la seconda mano, ti accarezza sul petto e sul ventre, sul fianco e sul pube, e poi si chiude sull'asta. La minaccia di un'esplosione incontrollabile si agitava dentro di te come ghiaccio in un bicchiere. Inizia a muovere le mani morbide e vellutate, le sue palme sono umide e caldissime. Per un tempo interminabile rimanesti pietrificato come una stalagmite, fermo e pericoloso come un razzo puntato, tentando di non innescare il meccanismo del preorgasmo, cercando disperatamente di tenere a bada la marcia innestata dell'immaginazione, tremante di collera nei confronti della tua smodata fantasia, sentendo la tensione persino nei denti. E nel panico, per un terribile momento, avevi pensato che il fragile guscio della tua sanità mentale si sarebbe spaccato riversando il tuorlo della follia. Però, infine, la clessidra scandisce l'ultimo granello e fate ritorno sulla coperta, se non altro illesi fisicamente. Ora, grazie alle ripetute vincite, i vostri mazzetti si presentavano grossomodo di simile spessore, ma, ragionando, hai presupposto che il suo mazzetto si componesse perlopiù di paccottiglia. A lei la mossa. Tre; due; cinque, due; sette, asso; fante: vinci. Si drizza sulle ginocchia e ti volge la schiena, per farti vedere come funziona. Si porta le dita al gancetto del reggipetto e lo slaccia. Le cinghiette scattano sulla schiena come un elastico che si spezza. Le spalline si rilassano e una le scappa dalla spalla. Si rigira e se lo toglie. Quasi ti dimentichi di respirare, il cuore cessa di battere, il ghiaccio e il piombo perdono di significato, qualunque altra questione si sfuma e si oscura, come un riflesso abbagliato sullo sfondo dell'esposizione di una gioielleria. Le sue mammelline sono cresciute leggermente dall'ultima volta che le hai viste. Quando è stato? La pelle dei tondelli è rosa-arancio, visibilmente, il colorito delle areole è rosa-marroncino, vistosamente, una fascetta ancor più marroncina le avvolge i capezzoli, vividamente, mettendo in risalto quelle sue incantevoli puntine rosa sulla cima. Non avevi mai visto niente di più stupefacente! Con gentilezza non forzata ti porge le carte e il potere taumaturgico del suo sguardo ti richiama alla realtà. Si era seduta con le gambe incrociate e il reggipetto era già sulla sua maglia. Riprendi le carte, e gli occhi precipitano sull'ombreggiatura centrale delle virginee mutandine che veste. A te la mossa. Tre; cinque, asso; cavallo: vince. Raggiungete in un baleno l'angolo luminoso della camera. Una finestra di fronte, una finestra di dietro. Luce dappertutto. Aspetti, esposto come un trofeo di caccia. Sabrina, mise in moto lo scorrere dei granelli della clessidra e si avvicinò. Ti girò intorno, lentamente, sentisti carezzare sulla forma tesa delle chiappe. Ti si ferma davanti ed entra nel tuo spazio vitale. Resti rigido, penosamente, sono le regole. Non devi reagire. Si appoggia con la fronte alla tua, le labbra a pochi centimetri di distanza. Il blocco di piombo surriscaldato, che avevi ritrovato nel basso ventre, si liquefece e gocciolò nelle palle fumigando. Una manina delicata come polvere ti percorre il petto, due dita urticanti e corrosive come acido ti stuzzicano un capezzolo, cinque polpastrelli irritanti come vetriolo si fanno strada sull'addome e sulla pancia, sul pube e nell'inguine, per poi chiudersi sotto ai genitali. Con tutta la tua immaginazione, potevi non soltanto sentire il tuo cuore che martellava, ma anche vederlo, mentre saltava come un coniglio in preda al panico dentro la gabbia del tuo petto. Un'emozione ingestibile si scatenò nel profondo, ti sentisti ottundere il cervello, e il ricordo del passato-presente si fece fuligginoso. Una fitta oscurità eruppe dentro di te come nero petrolio che sgorga da un pozzo. Fosti vittima di spaesamento, prima che l'oscurità si disintrecciasse. Il tempo della clessidra era giunto al termine, spaesato ti ritrovasti febbricitante, come su un piedistallo con la tua cuginetta stretta addosso. Le scosti una ciocca di capelli dal viso, era accaldata non meno di te. Stringendola per un gomito, affettuosamente, l'hai poi aiutata a tornare sulla coperta. A lei la mossa. Fante, asso; cavallo: vinci. Furiosamente ti imponi di restare a braccia conserte, immobile, per resistere alla fortissima tentazione di allungare le mani. Non si può, non adesso, non ancora. Come uno scoiattolo-farfalla si rialza. Si china nella tua direzione per abbassarsi le mutandine. I suoi tondelli penzolano verso il basso come palloncini ricolmi d'acqua, i mirini puntano in giù come siluri di profondità. Si sfila le mutandine di sotto i piedi e si raddrizza. Una folata di brezza tiepida entrò da una finestra, errò per la camera, incrociò la figuretta di Sabrina e fuoriuscì dal riquadro vuoto che avevi alle spalle. Il suo profumo ti colpì come una palla di cannone, come un ariete. Ti rimane tuttora un frammento vivissimo di quell'istante. Ti sentivi come un vampiro, e lei aveva il sangue più dolce che avessi mai odorato nel corso dei secoli. Avresti rastrellato il pianeta intero, per l'afrore del suo sesso. D'un tratto avvertisti vivamente la sua fragranza. Non somigliava a nient'altro: non ai fiori, né agli agrumi, né al muschio. Non c'era fragranza al mondo capace di reggere il confronto. Dilatasti le narici, rabbiosamente, inspirando a pieni polmoni; e il profumo del suo sesso sbocciò in una nuvola irresistibile e ti circondò. Ti stringesti nelle braccia, disorientato, respirando a fondo per goderti il più possibile quel profumo meraviglioso. La Cugina per eccellenza ritorna sulle ginocchia, ponendo le sue virginee mutandine sul reggipetto. Gli occhi cadono dalla visione miracolosa delle tettine al Sancta Sanctorum dell'amore. Una V di peluria si prolungava dalla montagnola di venere. I peli castani-biondi, arricciolati, fini, morbidi come la pelliccia di una gattina. Paralizzato, continuasti a contemplare il panorama di quel ricettacolo della passione finché non si sedette sui talloni. A te la mossa. Tre; sei, quattro, cinque, re, sette, sei, cavallo, sei, cavallo, quattro, sette, cinque, re, asso; re: vinci. Vi spostate nel vivo della luce, e facesti ripartire il conto alla rovescia dei granelli della clessidra. Le ruotasti attorno come una girandola. Le sue chiappettine sono sempre state così... così rassodate e rotonde? Serri i denti e ti afferri per i gomiti, violentemente, per contenerti, per non indurre in tentazione. Guardare e non toccare, questa è la regola. Almeno per adesso, che crudeltà! Non puoi che sentirti intimorito da tanta bellezza. Dopo tutti quegli anni, restavi ancora sorpreso dal fisico allungato e snello di Sabrina, dalla delicatezza eterea della sua struttura ossea, perché quando pensavi a lei la vedevi solida, tonica, levigata, insieme a te indomabile, inarrestabile, e perciò veniva spesso spontaneo scordarsi delle sue ingenue vulnerabilità e di quelle fragilità innocue che, d'altronde, come una presenza impalpabile la accompagnano dovunque. Le efelidi della fanciullezza (le piccole macchie della pelle che le costellavano il petto e le braccia qua e là) sono sparite con l'avvicinarsi dell'adolescenza, lasciandole in regalo un incarnato impeccabile; la sua figuretta, semplice seta su vetro. Ma la tua cuginetta, la Cugina per eccellenza, era di una bellezza ancora più notevole, riluceva di una bellezza eterea: sui quattordici anni, con due luminosi occhi marroni, lineamenti delicati e gentili (incorniciati dai capelli di un biondo grano spiraleggiante), una pelle perfetta come il velo membranoso interno di un guscio d'uovo. Ti appariva come l'incarnazione dell'innocenza, del bene, della purezza... Un angelo precipitato nella fogna dell'esistenza. La vista di lei, immobilizzata e silenziosa, come legata e imbavagliata nello squallore di quell'antica camera da letto, diede nuova potenza alla tua collera e ti fece rinsavire. Il tempo balbetta e singhiozza, si sgretola e sembra rallentare ulteriormente. Sabrina stava nel bagliore bianco-dorato della luce del sole, in piedi nell'angolo maggiormente trafficato della camera. Tu le stavi accanto, come un fiocco di polvere fluttuante, aggrappato a lei con lo sguardo. La luce aveva un'affinità speciale con lei: scivolava in correnti scintillanti tra i suoi capelli arricciolati, accentuava il pleocroismo nel colore dei suoi occhi come i faretti nella vetrina di un gioielliere accrescono la bellezza dei cristalli del morione sul velluto, e dava alla sua pelle una luminosità quasi mistica. Guardandola, riusciva difficile credere che quella luce tutt'intorno non fosse perfino dentro di lei, e che nella sua vita fossi entrato tu come il buio pesto, colmandola totalmente come la notte colma il mondo dopo l'ultimo sprazzo di tramonto. Un angelo dalla pelle rosa-arancio! Il granellare della clessidra giunge agli sgoccioli. La prendesti per mano e la guidasti sulla coperta. Accavallò le gambe di lato, un ciuffo castano-biondo di pelo triangolare le barbagliò all'altezza dell'attaccatura delle cosce. A te la mossa. Due; re, tre; sette, due; fante, sei: vinci. Come un automa meccanico, stordito la segui ciecamente nella luce del sole che inonda dalle finestre nell'angolo. Lievemente intontito, vagamente imbambolato, osservi attonito la sua camminata fluida, spontanea, molto elegante. Si ferma e ti fissa in attesa di una richiesta. Non ci sono più limiti, da qui in poi tutto è concesso. Tutto tranne venire, che resta un privilegio riservato al vincitore. - Tirati su i capelli. - . Ora che potrebbe anche cristallizzarsi, il procedere del tempo acquista vigore e velocità e schizza via. Sabrina, figurava soffusa caldamente di una nuova bellezza celestiale. Il cuore pompa adrenalina allo stato puro e il sangue si trasforma in acqua, il piombo allo stato gassoso nelle palle si condensa e vuole schizzare come un geyser dell'Islanda. Il miracolo dei suoi tondelli levita con le braccia che si alzano, la loro è la stessa consistenza del pongo che ben ricordi. Rammenti benissimo la plasticità del suo corpo, la gommapiuma soffice e spugnosa delle minute mezze sfere del suo sederino. Scuoti la testa, mentre il potere del Vampiro ti scorreva sulle braccia come un'onda gelida, senza che nemmeno tentassi di sfidare l'odore del suo sesso: traboccava e basta. Trattenersi era praticamente impossibile. Ogni singolo granello del vostro segnatempo, però, è già sceso rumorosamente dabbasso. Ti riprende per mano e ti riporta sulla coperta. Il suo mazzetto si stava assottigliando inesorabilmente. A te la mossa. Quattro, fante, quattro, tre; tre; cinque, asso; due; cavallo: termina le carte e vinci definitivamente. Raduni le carte e posi il mazzo da parte. L'aiuti a rialzarsi e non c'è delusione sul suo volto. Mano nella mano, arrancate fino alla coppia dei due riquadri vuoti delle finestre, che, come bocche spalancate, assonnate e stanche, sbadigliano nella luce dell'angolo più importante di quella camera polverosa e spoglia e squallida. E adesso? Ora sai che al massimo con un minimo di resistenza, tuttalpiù con solo un po' di insistenza, potevi e puoi tuttora farle fare qualsiasi cosa. Abbassa il mento, mordicchiandosi il labbro inferiore della bocca, e un velo di sangue le tinge le guance. Gli occhi le si accendono di entusiasmo e un groppo ti si stringe in gola. - Piegati all'ingiù. - . La cosa si direbbe andare a genio (sia a te sia a lei), lo si capisce perché ti dà retta immediatamente. - Così? - . Pensieri pericolosi ti passano nella mente. Ti sentivi annebbiato e confuso. Per non lasciar adito a dubbi, soggiungi subito in modo affermativo. - Sì. - . Con calma apparente, circumnavighi la sagoma di Sabrina, per assaporare la sua mirabile figuretta da tutte le angolazioni. Non c'è bisogno di farsi fretta, ti ripeti nella testa, hai vinto il primo round, hai a disposizione tutto il tempo che ti serve. Il culetto sparato all'insù, le braccia e le gambe diritte, la schiena inclinata a quarantacinque gradi, una massa arricciolata di capelli in caduta, il netto profilo dei tondelli e le mani sul collo del piede. Respiravi affannosamente. Il globo magico del fondoschiena, il buchetto roseo. La cunetta polposa, gustosa, intrisa di colla. Il taglio luccicante e sbrodolante. La fessura semidischiusa e sporgente, come il bocciolo di un fiore delicato. La tumidezza delle grandi labbra roride. Le piccole labbra rugiadose, esterne e crestate, come il colpo di frusta delle ali di un angelo. La tumescenza del pistillo del clitoride untuoso e lustro. Il profumo caldo e penetrante, delizioso. Inebriante! E una spruzzata di pelo le si divulgava dal picco di venere. Scrolli la testa e con la mano sinistra ti aggrappi al monolito. Con la mano destra, accarezzi la gommapiuma dei suoi glutei sferici e plastici e soffici. Le fai scivolare le dita nel solco delle natiche, prosegui in quello della vulva, continui e le spandi il visco sulla peluria. Sovraccarico incominci a smanettare con la mano sinistra, appunti il pollice sull'apertura d'amore bagnatissima, diluviante, arretrando fai perno sul pollice, ruoti con la mano destra e sprofondi. Un attimo di resistenza, e poi la falange del pollice penetra nel tenero della sua vulva come un grissino nella ricotta. Avevi bruciato tutta l'adrenalina. La riserva del tuo corpo era finita. La maratona si apprestava al traguardo e, senti il ritmo del cuore accelerare oltre misura, dannatamente, il sangue si inspessisce nelle vene come melassa, incontrollabilmente, i muscoli si contraggono e il piombo che ribolle nelle palle... Il dito si muove, la mano si muove, ritmicamente, voluttuosamente, il bacino le si scrolla in spasmi silenti, silenziosi, mentre scarichi la linfa ribollente nella polvere (che giace sulla pietra nuda del pavimento). Di seguito, attendi che il suo corpicino si rilassi. - Penitenza! - . Esclami soddisfatto quando si raddrizza. - Uno a Zero, non dovevi venire. - . - Mmh - . Si raccapezza e ti risponde in un fumo di voce, ti senti avvolgere come una carezza. - Beh, fa niente, è lo stesso - . Andate alla coperta e vi indaffarate sul tuo zaino e sul suo zainetto, per cavarne fuori qualche confezione di salviette saponate. Vi ripulite, rinfrescando pure i mattoni del pavimento dalla linfa, ficcate le salviette adoperate in una busta di plastica e spingete busta e confezioni di nuovo negli zaini. Prima di ritornare alla casa dei nonni, vi sareste attardati lungo la strada per gettare la busta in un bidone del pattume. Portando con te una confezione di salviette, ti allontanasti in un'altra stanza per orinare contro il muro. Poi, ruminando e riflettendo sull'accaduto, te lo sgrulli a dovere... e rientri dalla Cocca (la tua benevola cuginetta). Ormai da un bel pezzo, i panni della complice perfetta le calzavano a pennello.
Quantunque persistesse qualcosa d'irraggiungibile nel profondo della sua anima, qualcosa che di tanto in tanto ti faceva quasi impazzire, letteralmente, spuntando come a galla nel corso dei suoi pensieri sconclusionati, a malapena trasparendo dal flusso dei suoi ragionamenti macchinosi, per un attimo assai troppo breve per riuscire a scorgerne il senso, se il barlume di un senso c'era davvero, le porte blindate del forziere dei vostri misteri più intimi sono schiuse e traboccano ormai quanto uno spiraglio nel sigillo del leggendario vaso di Pandora. Ogni cosa in bella mostra alla luce del sole. Il formidabile legame che da sempre vi unisce, quel legame che si è andato consolidando tra di voi nel corso della fanciullezza, a questo punto vi permetteva di riconoscere (interpretare e leggere con disinvoltezza) la maggior parte di quelle sfumature insite nel volto e nell'espressione, il calore e il colore delle molteplici immagini che, come dipinte, sembravano raccontare tutta la storia che tentava invano di nascondersi sotto la superficie di un gesto, di uno sguardo, come un contatto reciproco, come una dote medianica vietata e proibita, come il mito di una leggenda velata alla vista e alla percezione di tutti gli altri. Ogni segreto sulla punta delle labbra. Quattro finestre prive di infissi si spalancano sul pomeriggio della campagna sonnacchiosa e sonnolenta, che indugiava sugli sgoccioli di una stagione primaverile calda e splendente. L'aria viva del mondo esterno sventolava a sprazzi dalle finestre portando con sé gli intensi profumi del verde nel pieno del suo rigoglio. L'azzurro del cielo lassù, l'aroma dei fiori nell'aria, il richiamo costante della natura, il candore di qualche nuvoletta sparsa; molto piacevole, anzi, una vera favola! La camera del piano di sopra di un casolare abbandonato nel nulla, vi accoglie nelle veci di un rifugio sicuro. Le pareti sono spoglie e scalcinate, e, d'altro canto, sono proprio quelle spesse mura a ristorarvi nelle ore più calde della giornata. Non si possono affatto disprezzare. Una coperta si distende sulla polvere nel centro del pavimento, Ciack è di guardia dabbasso, Sabrina ti aspetta immobile sulla coperta. Spostate la coperta nell'angolo maggiormente in luce della camera, tra i riquadri più vicini delle finestre, la stanza si dimostra tutto sommato l'ideale. Gli indumenti accuratamente impilati di lato, gli zaini e il cappello di paglia poco distante. Siete nudi, completamente, e avete appena cominciato a giocare a Cava in Camicia. Il fuoco della passione si è scatenato per ardere e bruciare e consumare entrambi, momentaneamente, ma le fiamme non hanno ancora intaccato il vivo del tronco di quella partita grandiosa e promettente. Il primo round dell'incontro si è concluso con la tua vittoria, il resto restava da scoprire. Ti accomodi sulla coperta con il mazzo di carte in mano, la tua cuginetta di fronte. Vi siete guardati negli occhi. Non c'è bisogno di illustrare le regole una seconda volta: poiché non sussiste un'importanza specifica per chi vince e chi perde, almeno non per le vostre regole, per ciò che riguarda l'inizio del prossimo round, optate per la scelta di giocarvela a Pari e Dispari. Hai perso e, perciò, rimescoli il mazzo e distribuisci le carte. A lei la mossa. Sette, fante, quattro, sette, asso; re: vince. Si alza e ti alzi. Non devi muoverti, devi resistere a qualunque costo. Peraltro adesso è più facile. Adesso, dopo che il rogo dell'orgasmo ha dissipato il fitto denso della tensione. Si volta e ruota la clessidra che attendeva sul davanzale della finestra alla tua destra. Sabrina, adorabile, paragonabile all'aspetto di un angelo incantevole. I granelli scorrono via, si direbbe incapace di decidersi. Passasti al setaccio i suoi lineamenti per capirla, per comprendere in anticipo le sue intenzioni. Che cosa aveva in mente? Cosa stava aspettando? Ma i suoi pensieri andavano e venivano, come foglie secche colpite dal vento. Abbassi lo sguardo sul suo corpicino nudo e impeccabile. La cosa più simile a una dea greca che avessi mai visto, ti si presenta nella luce del sole. La pelle vellutata come una pesca, perfino il colore rosa-arancio lo ricordava. Dai tondelli miracolosi una puntina rosa scintillava, turgidissima. Sulla zona bassa del ventre una pelliccia castana-bionda, arricciolata, rorida, rugiadosa, dolce come una gattina. La tonda silhouette del fondoschiena risplendeva, come il riflesso dorato di un pomolo d'ottone oltremodo invitante. Il mento e le spalle abbassate, chiaramente meditabonda, indecisa e intimorita, una cosa meravigliosa! Si voltò per guardarti in faccia, inaspettatamente, amplificando il potere soprannaturale del cristallo dei suoi occhi di un marrone liquido e divino-magico. Il battito del cuore si ferma, la circolazione del sangue rallenta: nel silenzio assoluto, il suo udito finissimo poteva percepire un lievissimo fruscio, probabilmente, come di colonie di pesciolini d'argento che vanno facendosi strada in uno sconfinato mare di carta. Più di un sistema vascolare secco e prosciugato, arso, inaridito all'improvviso. Il moto del vostro respiro riprese all'unisono. Appariva abbastanza ansiosa, piuttosto desiderosa, eppur tentennante; e la fossetta fra le sue sopracciglia ne è la testimonianza. Solleva una manina leggiadra come una farfalla, uno svolazzo che si innalza verso di te. La pelle delle sue dita era bollente e caldissima, urticante come sempre, ma la traccia che lasciò sul tuo viso era fresca, un'ustione che non provocava dolore. Poi, sollevò le spalle e rose di sangue rosso intenso, come fiori cremisi, le sbocciarono caldamente sulle guance. Il battito del tuo cuore contro il torace si fece udibile, il tuo respiro sembrò essersi incastrato in gola; una sonora pulsione in simbiosi con la sua. Sentivi gli occhi di Sabrina su di te, ma rifiutavi di incrociarli. Guardavi dritto, senza vedere nulla. Le sue dita discendono, delicatissime. La carica della gioventù, la frenesia dell'incoscienza, l'irrequietezza dell'adolescenza. Il tocco leggerissimo della sua manina animata e incandescente, ti si chiude come un forno a legna sui testicoli. Il pene assunse le dimensioni di un grosso pennarello, quando la sua palma umidiccia ci passò sopra scivolando. Era come se ogni terminazione nervosa del tuo corpo sprizzasse elettricità (attingendo da nuove riserve, da fonti che non sapevi neppure di possedere). Il principio di un blocco di cemento ti si rafforza fin nelle membra. Lo ignorasti, chiudesti gli occhi e tornasti padrone di te stesso. Ti sembrava che tutt'intorno l'aria tremasse, scuotendoti a piccole ondate. Infine, il granellio della clessidra smette di scendere e vi lasciate crollare sulla coperta. A lei la mossa. Sei, asso; sei: vinci. Ti rialzi e l'aiuti a rialzarsi. Ruoti la clessidra e lo sgranellare di sabbia riprende. La tua cuginetta immobile nella luce. Bellissima, preziosissima! Ti accosti a lei, prendendo il suo viso tra le mani. Sorrise incoraggiante. La sfiorasti con delicatezza, premendole la punta delle dita sulle tempie, sulle guance, sul profilo del mento. Come fosse un oggetto fragilissimo. Le premesti la bocca sulla bocca. Le sue labbra si modellarono sulle tue, meccanicamente: le tue labbra sulle sue, un pezzo di corteccia di legno rinsecchito contro la calda, tenera seta. Fu questione di un attimo. Rimase senza fiato. Arretri con la testa, allontanandoti lievemente. Sembrasti esitare, ma non in maniera normale. Non come un ragazzino che sta per baciare una giovane ragazza (incerto della reazione e della risposta di lei), non come un semplice-imberbe ragazzo che vuole prolungare quell'istante, il momento perfetto dell'attesa impaziente, che spesso è meglio del bacio stesso. Esitavi per metterti alla prova, per sintonizzare le antenne della tua mente sui suoi pensieri; continuavi a rimandare, perché non eri certo di riuscire a trattenerti, per non correre rischi ed essere sicuro di saper contenere la libido dei tuoi desideri. Poi posasti le tue labbra asciutte, ruvide e rigide sulle sue. Ciò che non ti aspettavi fu la sua reazione. Ti senti tuttora ribollire il sangue e scottare le labbra. Il suo respiro si trasformò in un affanno incontrollabile. Intrecciò le dita nei tuoi capelli, stringendoti a sé. Rammenti di aver dischiuso le labbra per aspirare il suo profumo inebriante. Le tue mani furono tra i suoi capelli, le sue labbra si mossero morbide ma determinate sulle tue, prima di afferrare la situazione. Prima di capire cosa stesse succedendo, prima di considerare lo sbaglio. Non restava tempo per riflettere. Se avessi aspettato troppo, non saresti riuscito a ricordare perché fosse il caso di fermarsi. Già faticavi a respirare. Le tue dita affondavano nelle sue braccia, che ti stringevano a lei; la bocca era incollata alla sua e rispondeva a tutte le richieste inespresse che si sentiva rivolgere. Cercasti un po' di lucidità, un modo per pensare, velocemente, un modo per parlare. Immaginasti di trasformarti in pietra insensibile. L'infinito gorgheggio del tempo parve vorticarti attorno. Con le mani, delicatamente ma senza che potesse opporsi, distaccasti il suo viso dal tuo. Aprì gli occhi e ti vide e ti guardò, diffidente, circospetta, guardinga. - Mmh - . - Mmh, direi che non basta. - . Gli occhi le ardevano, un ciuffo spiraleggiante ricadeva sulla sua fronte aggrottata, si mordicchiava il labbro inferiore, le guance si erano imporporate di sangue, a causa dell'istintiva fiamma di passione che l'aveva travolta. Mantenere un briciolo di contegno fu molto difficile. Trattenere il suo viso a pochi centimetri dal tuo, mentre ti inchiodava con uno sguardo ipnotico, era difficilissimo. Proseguire... quasi impossibile. - Penitenza - . Cade come dalle nuvole, sbattendo le ciglia e rilassando la fronte. La morsa nello stomaco si allenta. - Lo sai vero che fanno Due a Zero per me? - . Aveva compreso. Si era ben parecchio più che lasciata andare alla tentazione, ed era finita in debito di un'altra penitenza. Penitenza da riscuotere con comodo, da quantificare a tua discrezione, da incassare a tuo libero piacimento. Cercò di divincolarsi dalla presa. Non le permettesti di spostarsi di un solo millimetro. Osservi l'eccitazione nei suoi occhi attenuarsi e ammorbidirsi poco a poco. Poi, a sorpresa, sfoderò un sorriso genuino e scrollò le spalle. - La clessidra... - . Palesemente soddisfatta, disincantata, accennò alla finestra con lo sguardo. Il suo tono di voce era aggraziato e carezzevole. Le accarezzi il viso e ti volgi per guardare la clessidra sul davanzale. Tutta la sabbia si era raccolta in un mucchietto compatto sul fondo. Ti tese le mani con le palme all'insù, in un gesto di pace. Hai preso le sue palme sudate nelle tue, gentilmente, e vi siete accomodati sulla coperta. A te la mossa. Tre; re, due; cinque, quattro: vince. Vi alzate in piedi e ruotate la clessidra. Ti si avvicina e ti getta le braccia al collo. Avverti immediatamente il profumo del suo respiro, più forte dell'erica durante la sua fioritura. Benché rispettassi la necessità pressante di mantenere un certo distacco mentale, tra la fantasia che sfuggiva al galoppo e la realtà del momento, quando ti baciava tendevi a dimenticare particolari così insignificanti. Posò di nuovo le labbra sulle tue, con delicatezza, e sciolse l'abbraccio per intrufolare le mani fra i vostri corpi. Sentivi un battito martellante nelle orecchie. Ti spinse una mano sul cuore. Lo sentivi battere all'impazzata. Ma non era l'unico petto frenetico che martellava. Se n'era accorta anche lei? Sicuramente. Ascolta il tuo cuore, sta volando, avresti voluto sussurrare. Sbatteva le ali veloce come un colibrì, lo percepivi benissimo attraverso l'umido bollore della palma della sua mano. Irrigidisti le labbra, serrando i denti e contraendo la mandibola e le guance, e cercasti di strattonare il più possibile le redini dell'autocontrollo, ma non potesti opporti e resistere. Le sue labbra aprirono con gentilezza le tue, morbosamente, rabbiosamente, sinché non sentisti il suo respiro caldo in bocca. D'istinto, abbandoni le braccia a penzoloni lungo i fianchi e resti passivo. Recuperato un pizzico di controllo, riapri gli occhi senza provare a opporre resistenza... nella speranza di farcela, in attesa che smettesse di baciarti. Funzionò. La tua rabbia sembrò svanire e dissolversi. Premette le labbra dolcemente sulle tue un'altra volta, due... tre. Continuasti a fingerti una statua, impassibile come la pietra, e rimanesti immobile. Alla fine ti sfiorò il mento e si allontanò. - Hai finito? - . Domandi inespressivo. - Sì - . Sospira sognante. Sorride e chiude gli occhi, in apparenza spassionata e sincera. Intanto, la parte superiore della clessidra si è svuotata di ciascun granello di sabbia. Vi riaccomodate con le carte in mano. A lei la mossa. Re, quattro, asso; due; fante, fante: vinci. Trito e ritrito. I vostri volti a un niente di distanza. Ancora una volta la sua espressione si tramutò e i suoi tratti si fecero dolci, caldi e disponibili. Anziché opporsi, avvicinò il viso al tuo, inclinandolo leggermente, e prendesti a sfiorarla lento con le labbra, dall'orecchio al mento, avanti e indietro. La sentivi tremare. Ma non era sufficiente. Non bastava per giustificare uno sbaglio, quel suo piccolo gesto spontaneo risultava del tutto insufficiente per dimostrare un qualsivoglia tipo di cedimento. Avvicinasti di nuovo la sua bocca alla tua, cautamente, vividamente, sentivi che ti desiderava quanto tu desideravi lei. Con una mano le tenevi ancora il viso, con l'altro braccio le cingevi la vita per stringerla a te. Non fu facile raggiungere la tumidezza della sua vulva, ma ci provasti. E ci riuscisti. Segretamente, giudiziosamente, con la punta delle dita, arrivasti sino a titillare voluttuoso con le creste sporgenti delle sue piccole labbra. Si irrigidì e fece uno sforzo per resistere. Si contrasse e chiuse gli occhi. Eppure, non riuscì a trattenersi dal reagire esattamente come la prima volta. Anziché restare tranquilla e immobile, si allacciò stretta alle tue spalle e si ritrovò avvinghiata al tuo petto. Con un gemito sommesso dischiuse le labbra. Sapevi che mancavano circa tre secondi prima che i nervi cedessero e ti ritrovassi costretto ad allontanarla da te con destrezza, tentando forse inutilmente di convincerla con una perifrasi soddisfacente che per quel pomeriggio avevate messo già abbastanza a repentaglio la salute del vostro battito cardiaco. Per approfittare dei tuoi ultimi istanti la stringesti ancora più forte, adeguandoti alla sua posizione inarcata contro di te. Con la punta della lingua tracciasti il contorno del suo labbro inferiore, liscio e perfetto come fosse stato appena lucidato, e con un sapore... Allontanasti il suo viso sciogliendoti dalla presa con estrema facilità. Si aggrappò con la forza di una piuma, e non incontrasti alcuna difficoltà, nessuna resistenza percettibile, nello slegare e slacciarti le sue braccia di dosso. Fece una risata breve e musicale, molto rasserenante. Il suo sguardo era acceso dallo stimolo del falò di quell'eccitazione travolgente, che non aveva ancora imparato a gestire così bene. - Cosa? - . - Eh, però, ma così non vale - . - Tutto vale! - . Ci pensò un attimo. Ti ritrovi a vagliare le emozioni che si snodano sul suo volto, come gli scritti in grossetto dei titoli di testo sulla prima pagina di un quotidiano. Meraviglia, sorpresa, dubbio, stupore, comprensione. E poi la voce le si è fatta più morbida della seta. - Beh, sì, insomma, allora sono tre a zero...? - . - No, dai che questa te la faccio fare franca. - . Ti rivolge un sorriso luminoso come il sole, ti appariva adesso appassionata ed entusiasta. La clessidra scandisce l'ultimo granello e prendete posto sulla coperta. A te la mossa. Quattro, fante, sei, sette, sette, cavallo, sei, asso; cinque: vince. Ma stavate giocando a Rimpiattino o a Cava in Camicia? Di nuovo, cercasti di affrontare la situazione con distaccata passività. Quando avvicinò il volto al tuo con un gesto lento e indeciso, le tue membra si irrigidirono di rimando, irriflessivamente. Ti prese il viso tra le mani e pensasti che stesse per baciarti di nuovo. Ti sbagliavi. O perlomeno non lo fece subito. Ti fissò intensamente. Voleva renderti la pariglia, glielo si leggeva negli occhi. Si era ostinata di ottenere una tua reazione, e pertanto avrebbe tentato di farti cedere a tutti i costi, perché desiderava ardentemente di spezzare le difese del tuo precario autocontrollo. Ruotò la clessidra di colpo e si girò di scatto per baciarti. Il cuore inizia a scoppiettare, iperattivo. Ti si avviluppa addosso in un baleno, e al tatto con la plasticità della sua pelle surriscaldata, con la pongosità dei suoi tondelli sul petto, con i semini delle sue puntine che pungolavano, il tuo corpo sembra diventare freddo e duro come il ghiaccio. Tremavi, ma non per colpa del ghiaccio. Sentivi l'elettricità nelle vene raccogliersi, nuovamente, l'adrenalina già pronta a dilagare nel sangue, il panico preda della furia e della rabbia. Ogni volta che ti toccava, anche nel modo più distratto, la reazione del tuo cuore era udibile; e, d'altronde, altrettanto si sarebbe potuto dire del rintocco dell'eco frettolosa della sua. Con una mano lisciò piano sul tuo collo. Il tuo cuore reagì accelerando, ma eri deciso a insistere. Non smetteva di baciarti. Fu costretta a staccarsi solamente per riprendere fiato. Le sue labbra non abbandonarono la tua pelle e si spostarono sul collo. Al che dovesti ricorrere alla tua arma più segreta. Richiudesti gli occhi. Gradualmente, la scacchiera si materializzò da una vaga foschia. I pezzi di ebano e avorio, dalla superficie levigata dall'uso, attendevano l'inizio della partita. Uno alla volta, svanirono il gelo del tuo corpo, il calore della sua pelle, la stretta delle braccia che ti cingevano, la tenerezza urticante delle mani che carezzavano, la morbida delicatezza delle sue labbra, la dolorosa frenesia del panico nel petto e l'ansia derivante dalla sua caldissima e nuda vicinanza. Rimase solo un'avvolgente oscurità, al centro della quale si apriva un cerchio di luce gialla sopra la scacchiera. Ma tergiversasti, respirando profondamente, rallentando ulteriormente i battiti cardiaci del tuo cuore. Finalmente tendesti in avanti una mano e avvertisti l'indifferente contatto di una pedina sui polpastrelli. Il pedone di re avanzò di due caselle. Il nero rispose. Il gioco ebbe inizio, dapprima con lentezza, poi più veloce, sempre più veloce, finché i pezzi volarono rapidi sulla scacchiera. Stallo. Un'altra partita, poi un'altra ancora, con lo stesso risultato. Poi, d'improvviso, calarono le tenebre. In tutto non erano passate che un paio di doppie dozzine di secondi; però, quando ti sentisti pronto, riapristi gli occhi. Le sue labbra sono tornate a muoversi lente sul tuo collo, ma il senso dell'urgenza è sparito. Si arresta con la bocca e ti fissa negli occhi, chiaramente in cerca di risposte, e, la sua espressione mutevole, diviene curiosa e speranzosa. Irresistibile, dolcissima! Comunque sia, non ti andava di dirle che eri a stomaco pieno... di farfalle. - Puoi fare di meglio. - . Sussurri tenebroso. Apre la bocca per ribattere, e in un lampo l'espressione le si fa smarrita e vulnerabile. Le sorridi e le mostri la lingua. Ti scruta torva, come un gattino arrabbiato che crede di essere una tigre. Uno sguardo alla clessidra e, dopodiché, vi accoccolate sulla coperta. A lei la mossa. Tre; cavallo, cinque, cavallo: vince. Riprendete da dove avete interrotto. Solleva il mento e strizza le palpebre. Innanzi a tutto ti strinse le braccia attorno al collo. Sospirò sonoramente, squisitamente, nel prenderti il mento con la mano sinistra per avvicinare il tuo viso al suo. All'inizio pareva un bacio come gli altri: Sabrina si manifestava alquanto passionale mentre il vostro cuore perdeva il controllo come accadeva ogni volta. Poi qualcosa cambiò. Improvvisamente le sue labbra divennero molto più decise, la mano libera s'infilò tra i tuoi capelli e trattenne la tua testa ben salda contro la sua. E malgrado le tue mani ardessero dalla voglia di consumarsi sul suo corpo, e gli snodi delle articolazioni smaniassero di perdersi nell'arricciolamento spiraleggiante dei suoi capelli, e che tu fossi sul punto di oltrepassare il confine immaginario (della prudenza e dell'immobilità che le vostre stesse regole imponevano), per una volta non ti sentisti in procinto di cedere e spezzarti in due. Potevi sentire ugualmente l'ardore del suo corpo contro il tuo, con una piccola parte frammentaria e lontana della mente, frattanto che, senza demordere, lei persisteva nello stringersi impetuosa a te. Interruppe il bacio e ti allontanò bruscamente, afferrandoti con risoluta dolcezza e decisione. Si accorse del tuo battito zoppicante, e tornò a sorridere. Sfoderi la tua migliore espressione da martire e chiudi gli occhi, mentre lei ritorna a cingerti con le labbra e con le braccia. Le sue dita accarezzano lievi il profilo della tua schiena e capisci che si era accorta che non tutti i tuoi sensi erano ben svegli. Restasti con gli occhi chiusi, ansiosamente immobile, faticosamente passivo, lasciandoti abbracciare con voluta ricercatezza. Ti devi sforzare per non contraccambiare il suo bacio; le sue dita si muovevano su e giù lungo la tua schiena, quasi senza toccarla, e tracciavano disegni leggeri sulla pelle. Rabbrividisci dalle radici dei capelli alla punta dei piedi, nervosamente, e cerchi di non andare in iperventilazione. Tentasti di pensarci su per un po', provando a concentrarti mentre le sue labbra si muovevano piano lungo la tua guancia, giù per il collo, e di nuovo su. Lo fece tre volte, prima di doverti costringere a correre ai ripari. Gli occhi erano già chiusi. Immagini la scacchiera su un tavolo di legno, in un cerchio di luce gialla. Respiri a fondo, trattenendo il fiato. Poi creasti i due giocatori. Il primo fece la mossa d'apertura; il secondo rispose, dando inizio a un rapido scambio di mosse. I due giocatori cambiavano strategie, adattando ogni volta i loro contrattacchi: Hanham invertito, Difesa a tre cavalli, Gambitto viennese. Tutti i passaggi più eclatanti di quelle partite memorizzate allo scopo. Uno dopo l'altro, gli stimoli pressanti svanirono. Quando l'ultima partita si concluse in parità, dissolvesti nel nulla la scacchiera. La sua bocca non era più delicata; i suoi movimenti erano tormentati, disperati come mai prima di allora. Si era accorta della tua ritrovata padronanza? Apri gli occhi mentre si distoglie da te. L'eccitazione di quella personale vittoria era una strana sensazione che ti faceva sentire potente. Invincibile e coraggioso. Le tue mani non erano più insicure; slacciasti i bottoni delle giunture delle nocche e rilassasti gli artigli delle tue dita smaniose e grottesche. Con lo sguardo segui il profilo impeccabile del suo corpo nudo. Un corpo bellissimo... Qual era la parola giusta? La vocina magniloquente nella tua testa ti risponde. Insopportabile, ecco cos'era. Bellissimo e insopportabile. Non ti riusciva affatto di sopportare a cuor leggero tanta bellezza. Tuttavia, ti sorprendi per l'ennesima volta di riscoprirti molto più forte di quanto pensassi. Più forte di quanto avresti sospettato nel migliore dei casi. La pallida ombra di un'espressione contrita e mortificata, triste e sconsolata, attraversa i confini di spazio aperto sul suo viso come una cometa. Se ne era accorta. Appariva avvilita e scoraggiata, corrucciata, piacevolmente imbronciata. Non dici e non dice nulla. La cascatella di sabbia nella clessidra sembrerebbe morta nel tempo, quindi, carambolando platealmente sulla coperta raccogliete le carte. A lei la mossa. Tre; due; tre; cinque, cavallo, sei: vince. Cavoli, il suo mazzetto è già grossissimo, al contrario, le tue carte si potrebbero contare sulle dita delle mani. Fai per alzarti in piedi meccanico ma ti blocca con una mano. - Che cosa? - . - Aspetta - . Si erge e raddrizza sulle ginocchia per abbrancare la clessidra. Strizzò le palpebre, affilò lo sguardo e si riprese. Di colpo si fece seria. Ti prese il mento tra le mani, lo tenne fermo e non riuscisti a distogliere gli occhi dal suo sguardo intenso. Non avrebbe smesso di lottare tanto facilmente e lo sapevi. Sapeva essere così testarda quando si impuntava... E adesso quali intenzioni aveva? Ti teneva ancora per il mento (le sue dita stringevano troppo forte, molto più del solito, più di quanto la credessi capace) e d'un tratto scorgesti nei suoi occhi il riflesso di ciò che stava per accadere. Ciò che era già accaduto. Ciò che bramava che accadesse. Provasti a concentrarti per rilassare i tendini, i muscoli e le membra, ma era troppo tardi. Le sue labbra premettero sulle tue e soffocarono qualsiasi tentativo di concentrazione. Ti baciò con rabbia, con impeto, in modo brusco, mentre con una mano ti teneva stretta la nuca, rendendo inutile ogni tuo pensiero logico. Cercasti di opporti con tutte le tue forze, ma quasi non ne ricavasti alcun sollievo. Le sue labbra erano calde e morbide e nonostante l'inflessibile rabbia di entrambi si adattarono subito alla forma delle tue, rigide e ruvide. Si interrompe per spostare l'attenzione sull'incavo del tuo collo. A Sabrina brillarono gli occhi e, nell'accertarsi della sincronia frenetica dei battiti furiosi del vostro cuore con le palme delle mani, un sorriso le illuminò per un momento la faccia. Ne hai approfittato per ragionare nel giro di un istante. - Non ce la farai. - . Le sussurri all'orecchio. - Beh... lo vedremo - . Il morione liquido dei suoi occhi si accese di entusiasmo. All'improvviso senti lo stomaco ricolmo di schegge di ghiaccio acuminate. Ti baciò di nuovo sul collo e sulle labbra, singolarmente, insistendo sin quando il tuo battito (il suo battito) non oltrepassò ogni limite e la sua pelle s'imporporò nella fragranza profumata del calore rabbioso del suo sangue. Resti immobile sul posto, in guerra con te stesso. Volgi lo sguardo in direzione della clessidra, la cui sabbia continuava a cascare dall'alto allegramente, con gli occhi girati, il busto diritto e le ginocchia ben piantate dove stavano. Senza guardarti, fece un mezzo indeciso-passetto all'indietro, e poi un altro. Inclinò il viso per osservarti, dubbiosa, inarrestabile e indomabile. Restituisci lo sguardo. Non avevi idea di che espressione avessi. Hai chiuso gli occhi e richiamato la scacchiera. La tua cuginetta si dondolò sulla coperta, come un cobra indiano al suono del flauto, poi si trascinò in avanti e coprì la distanza tra di voi con un singolo e fluido movimento. Riesci tuttora a visualizzarlo. Rimani immobile (gli occhi chiusi, i pugni stretti ai tuoi fianchi) mentre con le mani cercava il tuo viso e le sue labbra trovavano le tue, con un'avidità che non era lontana dalla violenza. Assaporasti la sua furia, tutta quanta la rabbia di cui poteva disporre, quando con la bocca si accorse della tua resistenza passiva. Una mano si avvicinò alla tua nuca, l'altra ti afferrò brusca la spalla, tentò di scuoterti e ti avvinghiò a sé. Poi proseguì sul tuo braccio destro, ti cercò il polso e lo sollevò a circondarsi le spalle. Lo lasciasti dov'era, il pugno ancora stretto, senza sapere dove ti avrebbe condotto il desiderio disperato di contenerti. Nel frattempo le sue labbra, di una morbidezza e di un calore straordinari, cercavano di scatenare la reazione delle tue. Quando fu certa che non avresti lasciato cadere il braccio, ti liberò il polso e la sua mano si fece strada fino ai tuoi fianchi. La mano infuocata trovò appiglio nello strato di pelle all'altezza delle reni e ti costrinse ad avvicinarti per inarcare il corpo contro il tuo. Le labbra si fermarono per un istante, ma sapevi che la fine era ancora lontana. Con la bocca seguì il contorno del tuo mento, poi esplorò il profilo del collo. Ti lasciò i capelli, in cerca dell'altro braccio, quello sinistro, che voleva stringersi al collo come il primo. Poi ti ritrovasti le sue braccia intorno ai fianchi e le sue mani sulle chiappe, le tue labbra accanto alla conchiglia di un orecchio. - Puoi fare meglio di così, sul serio, ci stai pensando troppo. - . Il tempo perse significato. Lasciati trasportare da ciò che senti, il bisbiglio mormorante di un fantasma nella testa, troppo scontato, troppo banale. Ebbe un fremito quando con i denti le toccasti il lobo. - Esatto, concediti di capire quel che vuoi in cambio. - . Scosse la testa ritmicamente, finché con una mano non tornò a stringerti i capelli per tenersi ferma. In quell'attimo preciso voleva farti male. Non un male profondo e duraturo, si capisce, ma solamente un dolore passeggero, fisico e fuggevole, giusto il minimo indispensabile per dar sfogo alla sua collera frustrata. Ti sentisti scrollare la testa come da un colpo violento di frusta. Più o meno l'equivalente di un pizzicotto giunto a tradimento. Avevi le braccia sulle sue spalle, perciò, cercando di non badare al dolore pungente alla cute, impetuosamente te la sei tirata contro nell'atto di irrigidirti. Automaticamente, istintivamente, hai riaperto la bocca, per balbettare una qualche forma di protesta. E la Cocca fraintese. Scambiò il tutto per passione. Pensava che stessi reagendo. Con un sospiro strozzato riavvicinò la bocca alla tua, le dita di una mano affondate nella pelle dei tuoi glutei. Non c'era più nulla da fare. Tutte le partite di scacchi del mondo non sarebbero valse a distrarti. La vampata di fiamme del suo respiro ti arse e bruciò in gola, facendo sbilanciare il tuo precario autocontrollo e rendendoti debole e malneabile come creta nelle sue mani urticanti, e in più con l'aggiunta della sua reazione appassionata e inaspettata, estasiata ed entusiasta, ti sconvolse totalmente, incondizionatamente. Se si fosse sentita soltanto trionfante, forse avresti resistito. Ma la spontaneità assoluta e indifesa della sua gioia improvvisa sbriciolò la tua determinazione... la mise fuori uso. Il cervello si scollegò dal corpo e ti ritrovasti a baciare Sabrina (la tua cuginetta). Contro ogni logica, le tue labbra si muovevano assieme alle sue in una maniera strana e incomprensibile, mai sperimentata prima (perché con Sabrina non dovevi stare attento, e di certo lei non doveva esserlo con te). Privo di controllo, stringesti le dita tra i suoi capelli, stavolta per avvicinarla a te. Era ovunque. Il sole abbagliante inondò di arancio-rosso i tuoi occhi ed era il colore giusto, con tutto quel caldo. Il caldo era ovunque. Non vedevi, non sentivi, non provavi nient'altro che non fosse Sabrina. Nell'intimità di quel momento irripetibile, era come se foste veramente un'unica persona. Il suo dispiacere era sempre stato e sarebbe sempre stato anche il tuo ma, ora, la sua gioia era la tua. Insolitamente, le labbra della tua cuginetta si fermarono prima delle tue. Apristi gli occhi e la trovasti che ti fissava meravigliata e festosa. Il classico punto interrogativo, che istoriava sul suo bel visetto da micio adorante (gli occhioni spalancati, l'espressione svagata, la bocca dischiusa, le sopracciglia arcuate all'insù con innocenza e curiosità), sembrava chiedere e farle sperare: allora sono Due a Uno? - Beh, in effetti, diciamo pure che questa vale doppio... e facciamo che siamo Due a pari merito! - . Il suo sorriso era accecante. La clessidra si è esaurita da secoli e secoli. Ancora a lei la mossa. Re, asso; due; sei, re: vince. Adesso, le tue carte si contano sulle dita di una mano soltanto. Deponete le carte, e vi drizzate sulle ginocchia. Ti sfiora il viso e le spalle con amore, poi garbatamente discende coi polpastrelli sul busto e sul petto, sulle braccia e sul ventre. Ipereccitata, ti accarezza la punta dell'asta e si avvicina per baciarti. Ti bacia nella maniera meno platonica possibile. Ormai che senso aveva contenersi più del necessario? A malincuore ti sforzi di corrispondere al bacio solamente con l'uso della bocca. Ti baciò sulle labbra, ti baciò sensualmente, voluttuosamente, ti baciò nello strato più interno di passione del fuoco e dell'anima, entusiasta e famelica, con la lingua che misurava la profondità della tua bocca come uno scandaglio. Le sue mani erano sprofondate nei tuoi capelli. Il suo corpo si spalmava contro il tuo, come la marmellata sul pane disteso a fette, il tuo membro si schiacciava sul pelo morbido della sua gattina. Ti resta tuttora l'impressione di sentirla ricercare il contatto della carne, con piccoli e scattanti movimenti del bacino, rammenti di esserti spostato un po' di lato per offrirle il fianco di una coscia. Hai a malapena incuneato il ginocchio tra le sue gambe semidischiuse. Le sporgenze della vulva lisciavano e strofinavano sul lato della coscia, la crema del suo visco si allargava per tutta la lunghezza della tua muscolatura, e la colla del succo si spa
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