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Fantasmi dal passato
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Titolo:
Fantasmi dal passato |
Autore:
Diamanda |
Contatto:
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Racconto
n° 4672 |
Altri
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Era da quando lui se n'era andato che non avevo più fatto sesso con qualcuno. Sparito dalla mia vita senza un motivo, lasciandomi dentro mille domande irrisolte. All'inizio avevo pianto, torturandomi col pensiero che fosse stato un mio gesto o una mia parola sbagliata ad allontanarlo. Alla fine, avevo ceduto e gli avevo mandato un messaggio. Il tarlo del non sapere era stato più forte dell'orgoglio. Ma lui, sempre educato e composto, mi aveva risposto con un paio di righe eleganti e affettuose, dove mi diceva che non c'era stato niente da parte mia, semplicemente lui non se l'era sentita di andare oltre. Ma io non gli credevo. Ed era chiaro che, qualsiasi cosa avessi detto o fatto, lui, signore fino in fondo, non me l'avrebbe mai detto.
Non era mia intenzione lasciarmi andare alle recriminazioni e alle scene patetiche che spesso accompagnano la fine di una storia, o di mostrargli quanto il suo rifiuto mi avesse ferita, così archiviai il suo messaggio nello Scantinato delle Storie Morte e non lo cercai più.
Ma il suo pensiero venne a cercarmi ogni notte. All'inizio mi rigiravo nel letto e piangevo, rifiutandomi di accettare la semplice verità dell'abbandono. Col passare del tempo, il dolore iniziale della perdita si trasformò in una sorta di struggente nostalgia, che mi teneva sveglia tra le lenzuola a immaginare che lui fosse ancora accanto a me. Chiudevo gli occhi e riuscivo a intravedere la sua sagoma nel letto, l'ombra dei suoi capelli scuri sul cuscino. E se mi concentravo molto, riuscivo anche a sentire il suo respiro irregolare quando dormiva e a percepire il suo odore e l'innaturale calore del suo corpo accanto al mio.
Le mie amiche mi dicevano che la vita andava avanti e già parlavano dei prossimi ragazzi che avrei avuto, ma per me una storia finita non è mai stata né il preludio né tanto meno il pretesto per l'inizio di una nuova e ho sempre fatto molta fatica a riuscire a chiudere con il passato.
In questo caso era ancora più difficile, considerando quanto era stato carino e gentile con me nel breve tempo in cui ci eravamo visti e, per contro, come era scomparso così vigliaccamente, senza nessun preavviso. E senza nemmeno aver avuto il coraggio di dirmelo in faccia. Appena qualche giorno prima avevamo dormito insieme e avevamo riso felici e complici mentre facevamo l'amore. E il giorno dopo era fuori dalla mia vita. Senza che il perché trapelasse dalle ultime righe che mi aveva scritto.
Le giornate si trascinavano uguali e senza senso. Facevo fatica a concentrarmi su quello che mi diceva la gente e non vedevo l'ora che arrivasse il momento di andare a dormire, per poter finalmente spegnere la luce e riportare in vita il suo ricordo tra le lenzuola in cui avevamo fatto l'amore per l'ultima volta, in quei due letti singoli uniti a formarne uno solo, nella cameretta che era stata la mia casa negli ultimi 3 anni.
Finché una sera mi ritrovai a sfiorare le lenzuola e ad accarezzare il cuscino, immaginando che fosse il suo corpo. E mi accorsi che oltre allo struggimento e alla nostalgia e all'affetto che ancora provavo per lui, percepivo chiaramente nel mio corpo il desiderio di lui, desiderio che il dolore aveva tenuto sopito per tutte quelle settimane. Una parte di me si rifiutava di ammetterlo e non voleva sporcare il suo ricordo con pensieri meno che puri. Ma il brivido che iniziavo a sentire sulla pelle era inequivocabile e i ricordi dei nostri ultimi momenti intimi, oltre alle lacrime, facevano nascere in me una crescente inquietudine ed eccitazione.
Per un po' mi rifiutai di mettere in parole i pensieri che mi stavano venendo in mente, pensieri che la parte emozionale di me trovò osceni e inappropriati. Ma quello che sentivo sempre più chiaramente, mentre le mie gambe strisciavano inquiete tra le lenzuola, era che avevo una incredibile voglia di risentire il suo cazzo mentre entrava dentro di me. Ecco, l'avevo detto, ero riuscita ad ammettere con me stessa quella verità, ma l'esserci riuscita non mi portò sollievo, mi fece solo sentire sporca e abbietta. Io che non lui non avevo nemmeno mai pensato di poter pronunciare quella parola. Nonostante la sua giovane età, lui era un signore. E da tale si comportava anche a letto. Nei gesti con cui si toglieva la camicia, nel modo che aveva di toccarmi, di baciarmi. E diceva che voleva fare l'amore con me. Non c'era niente di scomposto o di volgare in quello che faceva e non usava mai termini sconci. Ci mancava poco che ci dessimo del Lei, o del Voi, come le coppie nei romanzi dell'800.
E anche quando veniva, si lasciava andare in maniera quieta, composta, il suo viso nascosto sulla mia spalla, come se non volesse mostrarsi ai miei occhi nudo nel momento dell'estasi. E io lo adoravo per questo suo non perdere mai la testa.
Il ricordo di lui che godeva dentro di me mandò scariche elettriche dal mio cervello, giù lungo la schiena, che poi si irradiarono lungo i fianchi e raggiunsero un punto caldo in mezzo alle gambe. Con la faccia premuta sul cuscino morsi la stoffa per allontanare il dolore del suo ricordo e gli occhi si bagnarono di lacrime di rimpianto. Riuscii a soffocare i singhiozzi sul cuscino, ma non ad impedire che la mia mano scivolasse piano lungo il corpo, per andare a sfiorare quel punto caldo in mezzo alle gambe. Le dita toccarono la stoffa tesa e bagnata delle mutandine, già scivolosa per l'eccitazione. Immaginai che quelle dita fossero le sue e le mossi come faceva lui, percorrendo gentilmente l'intera area della stoffa bagnata, lentamente, per poi scostare piano un lembo laterale dello slip e sfiorare piano le labbra bagnate. Rabbrividii al contatto del suo indice che risaliva piano l'apertura della fessura per arrivare a toccare il clitoride, dove trovava sempre le mie mani ad allontanarlo, per la paura di venire troppo in fretta. Allora le sue dita affondavano piano verso il centro, fino a penetrarmi nelle pareti di carne, bagnate e pronte a ricevere qualcosa di molto più grosso delle sue dita. Il suo cazzo sì, l'avevo detto. Ero riuscita a dirlo. Presi ad ansimare mentre con tutto il corpo mi strusciavo contro le dita infilate in mezzo alle gambe, completamente bagnate di umori che scivolavano lungo le cosce, gocciolando sulle lenzuola.
Avevo ancora le lacrime che mi colavano sulle guance, che adesso si mischiavano al sudore che e mi inumidiva i capelli sulla fronte. Premevo il viso sul cuscino e il corpo sulla mano che si muoveva in mezzo alle cosce. Ero completamente aperta e piena di voglia. Sentii una voce che non riconobbi come la mia mormorare nel buio –voglio il tuo cazzo...– prima esitante, poi decisa ed imperiosa –voglio il tuo CAZZO!- Avevo gli occhi chiusi ma adesso nel buio riuscivo a vederlo, il suo cazzo, liscio e grosso che si protendeva verso di me. Stesi la mano per toccarlo, lo strinsi forte nel palmo della mia mano, risalii lungo l'asta esplorando ogni centimetro di carne e riprovando il leggero stupore della prima volta in cui lo presi in mano, nell'accorgermi che era circonciso. Poi le mie dita risalirono sulla punta del membro e presero a scorrere lungo la fessura bagnata, dalla quale uscivano piccole gocce di eccitazione.
Il ricordo del suo cazzo era così reale, così vivo, che mentre mi agitavo nel letto fui tentata di aprire gli occhi per guardarlo. Ma una parte di me sapeva che se l'avessi fatto, avrei visto soltanto un letto vuoto e il mio corpo intrecciato alle lenzuola bagnate. Scacciai quel pensiero dalla mente e mi concentrai ancora di più.
Adesso vedevo il suo viso serio, segnato appena da una smorfia di eccitazione. Lui non mi avrebbe mai chiesto di succhiarglielo, né tanto meno avrebbe spinto la mia faccia verso il basso, indirizzando le mie labbra sulla sua erezione. E questo suo pudico riguardo nei miei confronti non faceva che aumentare la mia voglia di prenderglielo in bocca. Quando le mie labbra sfiorarono la punta grossa e bagnata del suo cazzo, lui abbandonò la testa sul cuscino, chiuse gli occhi e strinse le labbra, come un paziente rassegnato a provare dolore durante un intervento.
Non era avido di guardare la mia lingua che scorreva sulla fessura del suo cazzo, leccando piano le gocce della sua eccitazione o le mie labbra che circondavano piano il suo membro, inghiottendolo lentamente. Non sognava di venirmi in bocca o di schizzare il suo sperma sul mio viso. Restava semplicemente abbandonato sul letto ad occhi chiusi, come se quello che gli stessi facendo fosse già abbastanza grave da sentire, figuriamoci da vedere. Poi, quando l'eccitazione si faceva più difficile da gestire, mi prendeva tra le braccia e mi portava sopra di lui, aprendo finalmente gli occhi per guardarmi in faccia. E poi allungava un braccio sul comodino per cercare un preservativo. Non era mai troppo eccitato da dimenticarsene o da volerlo fare senza. Ricordo che con una mano mi abbracciava e con l'altra si portava la confezione alle labbra, strappando l'involucro con i denti. Ero sempre io che lo fermavo all'ultimo momento e gli dicevo –aspetta, non metterlo ancora.– E iniziavo piano a strusciare il mio corpo contro il suo, sfregando il mio sesso bagnato sul suo cazzo duro e grosso. Mi piaceva stringerlo in mano e guidarlo avanti e indietro sulla mia apertura, farlo scorrere su e giù lentamente, godermi quel contatto intimo prima della penetrazione, che l'idea del condom di gomma tra di noi mi rendeva meno piacevole.
Adesso le dita non bastavano più a soddisfare la mia carne. Sentivo il bisogno di essere penetrata, riempita, di avere un cazzo dentro di me. Piangevo di frustrazione e rabbia, una mano che accarezzava l'esterno del mio sesso mentre l'altra spingeva le dita dentro, il più in fondo possibile. La mia mente sconvolta continuava a proiettare nel buio fotogrammi del nostro ultimo incontro.
Erano le 06.30 di un lunedì, la sveglia aveva appena suonato e già i nostri corpi si cercavano. Non mi era mai piaciuto fare sesso di mattina e le rare in volte in cui lo facevo non riuscivo mai a venire, il corpo intontito dal sonno e la mente depressa all'idea di dover andare a lavoro. Ma con lui era diverso. Ero felice di essermi svegliata con lui in quel mattino di Maggio e sapevo che sarei andata a lavoro sorridente e raggiante come non lo ero mai stata. Lui mi sorrise, mi abbracciò e mentre mi stringeva sentì la sua erezione che premeva contro di me e bastò solo quel contatto a farmi bagnare tra le gambe. Lui mi baciò, le sue mani mi accarezzarono il corpo e scesero piano a sfilarmi gli slip. Sorrise quando sentì con il dito che ero già bagnata e si spogliò anche lui. Non avevamo molto tempo, ma eccitati com'eravamo sarebbe bastato. Ancora non sapevo che quelli erano i nostri ultimi momenti insieme.
Mi lasciò prendere il suo cazzo in mano e, seduta a gambe aperte sopra di lui, lasciò che lo sfregassi a lungo sulla mia apertura bagnata, fino a quando quel contatto mi fece impazzire e, con la mente annebbiata dalla voglia e sconvolta dall'eccitazione, desiderai sentire il suo cazzo dentro di me, senza la barriera del preservativo. I miei movimenti diventarono più spasmodici, strinsi forte il cazzo con la mano, avvolgendolo tutto con le dita e lo puntai contro le piccole labbra. Lo spinsi e sentii finalmente la grossa punta che penetrava lentamente la mia carne e poi tutto il membro che entrava piano dentro di me. Lui non si oppose, lasciò che il suo cazzo mi riempisse tutta, mentre io immobile lasciavo che scivolasse dentro. Nemmeno lui si mosse. Quando il membro fu entrato tutto mi abbracciò e rimase fermo sotto di me per un po', mentre io tremavo, sconvolta dal piacere di sentire finalmente il suo cazzo che mi riempiva completamente. Stavo per iniziare a muovermi sopra il suo corpo, ma lui col suo solito autocontrollo si ritrasse, si infilò il condom e solo dopo riprese a penetrarmi, con le spinte del suo cazzo che assecondavano il mio ritmo e non il suo, fino a quando non gli sussurrai in un orecchio che stavo per venire, nascondendo il mio viso tra i suoi capelli. Venne anche lui insieme a me e io immaginai con rammarico i getti di sperma caldo che dalla punta del cazzo colavano sulla asettica gomma del preservativo e che invece avrei voluto sentire sulla lingua. Al ricordo di quell'ultimo orgasmo venni anche io, la mia carne che stringeva le mie dita nelle contrazioni dell'estasi. Ancora trasognata, portai le dita alle labbra e leccai quel liquido, immaginando che fosse il suo sperma che non avevo mai assaggiato e di cui non avrei mai conosciuto il sapore.
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