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Frammenti del meglio della migliore vacanza dell'a
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Titolo:
Frammenti del meglio della migliore vacanza dell'a |
Autore:
Ruferidian |
Contatto:
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Racconto
n° 4700 |
Altri
racconti dello stesso Autore:  |
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Serie di racconti concatenati tra loro, dalla biografia del protagonista della storia, che altro non vuole essere se non la vita immaginaria del lettore stesso della storia; dall'erotismo più puro e semplice a quello più spinto. L'insieme di questi racconti semindipendenti dal resto è stato estratto dal contesto del Libro: - Un fine settimana incredibile! - di Ruferidian.
1.
Vi si presentavano tre possibilità. I tuoi genitori avrebbero passato le ferie d'estate al mare, quelli di Sabrina sarebbero andati in montagna, o forse il contrario... ma non importa. Potevate decidere se andare al mare, in montagna, oppure, ovvio, eventualmente la terza possibilità era di separarsi per seguire ognuno i rispettivi genitori. Avete optato per la quarta soluzione. Avete scelto di trascorrere il periodo della vacanza insieme, come sempre, in campagna, nella casa dei nonni. Il cielo era di un azzurro soffocante con vari gruppi di nuvole che navigavano oziose nel bagnato rovente della volta oceanica. Alcune nuvole temperavano il caldo della giornata, e d'altronde sulla vasta distesa afosa della campagna spirava sì qualche soffio d'aria fresca, ma, verso l'una e mezza del pomeriggio, il sole opprimente vi avvolgeva come una sgargiante plastica gialla. In lontananza, il tetto della casa dei nonni scomparve tra le correnti termiche tremolanti come tende ondeggianti di perline di vetro. A dispetto del torrido di quell'agosto arroventato, l'erba bisbigliava dolcemente intorno alle gambe. La luce filtrava dal verde del groviglio dei rami dei frutteti, creando un effetto stroboscopico. Al vostro passaggio, il disco spesso del sole riverberava sugli specchi d'acqua dei canaletti. Ciack, il vostro fedele cagnolone da caccia scorrazzava libero nei dintorni e nei pressi (con le orecchie sbatacchianti nel vento), correva e saltellava entusiasta di qua e di là, annusando e indagando ovunque con l'interesse ossessivo di uno studioso, trattenendosi sempre e comunque a portata di vista. La tua cuginetta, cappello di paglia in testa, zainetto sulle spalle, ti trotterellava accanto allegramente. Che bel quadretto agreste! Vi siete addentrati sempre più nella campagna rigogliosa e verdeggiante, circondati dal frinire delle cicale. Non avevate una meta precisa, tuttavia i piedi vi portavano in una certa direzione. Il sudore ti colava a rivoli sulla schiena; ti sei tolto la maglietta, restando a torso nudo. Avete seguito una pista tracciata soltanto da voi, raggiungendo così lo spiazzo in colto di un terreno su cui sorgeva un'altra casa in rovina. Probabilmente erano anni e anni e anni che non ci abitava nessuno. I muri erano diroccati e il tetto sembrava sul punto di crollare. - Uf, che caldo! - . Ti tergesti la fronte con il dorso di una mano. Dalla parte opposta della casa fatiscente c'era un pozzo e lei, nel vederlo, era corsa in quella direzione. - Oh, sono così assetata - . Si è piegata in avanti per guardarci dentro, ma, anche da fuori, era evidente che il pozzo non era più in uso. Anche tu sei corso verso il pozzo, ma non per guardarci dentro, bensì per scorgerle il gonfiore del piccolo seno dalla scollatura a V della maglia mentre si piegava in avanti. Hai posato le mani sull'orlo del pozzo e rammenti l'aria fresca e umida che saliva dal fondo buio ad accarezzarti il viso, senza riuscire a placare l'ardore febbrile che ti divorava. Ancora non riuscivi a comprendere, non sapevi da dove venisse quell'ondata di desiderio irresistibile, insopportabile. Eravate nell'età in cui i nervi tesi dentro il corpo bruciano come una torcia tutto il giorno e anche quasi tutta la notte... quattordici-quindici anni. E la Cocca (la tua adorabile cuginetta) era troppo buona, troppo delicata, troppo preziosa. Sfilasti dal tuo zaino una bottiglia d'acqua. - Tieni. - . - Grazie - . Le ciglia sono frangiate, bordate, orlate da un filo di trucco. Ti restituisce la bottiglia, intrecciate le dita delle mani, e vi scambiate silenziosi messaggi di dedizione. Il morione liquido degli occhi le si accese di entusiasmo. Eravate uniti da un legame formidabile, incomparabile. - Andiamo? - . La esortasti con lo sguardo, accennando ad allontanarsi dal pozzo. - Sì. - . - Ciack, vieni. - . Banchi sparsi di nuvole di panna veleggiavano nel cielo. Quel giorno la campagna era un luogo pacifico e felice. Fazzoletti di margherite estive coloravano di macchie bianche e gialle, un po' tutta quanta la distesa sconfinata del paesaggio spennellato di tempera. Avresti voluto sdraiarti sull'erba senza badare all'arsura per cercare di leggere le sagome delle nuvole. Erano troppo regolari, troppo lisce. Niente immagini, soltanto isolate flottiglie di galeoni di bambagia. Tutto sembrava brillare di luce propria. Tutto sembrava diffondersi di una luce candida. Ti concentrasti sulle nuvole inseguite dal sole, per distrarti da Sabrina. Il visetto un dipinto, gli occhioni uno specchio, i pensieri e lo spirito come la scrittura arzigogolata di un diario. Lasciandoti cullare da questi pensieri gradevoli e vagamente elegiaci, vi ritrovaste in piedi sulla cima di un argine. Quattro argini delimitavano il rettangolo di un grande pioppeto. Un canaletto scintillante costeggiava due lati dell'esteso rettangolo. Sotto di voi, una casupola si ergeva al di qua del canaletto. Una casupola nera, di legno, priva di finestre, con la porta sbarrata da catenaccio e lucchetto: il suo scopo ignoto. Dei tubi fuoriescono dalla casupola e si tuffano nell'acqua. - Perfetto. - . Cercò la tua mano per imprigionarla fra le sue. Esitasti. Il cuore ti martellava nel petto, forte, ritmico, tam-tam, e non solo per l'ascesa ripida dell'argine. Eri pervaso da quella leggerezza esilarante, simile a una stretta allo stomaco, che si prova avvicinandosi all'estremità di un trampolino alto. L'hai afferrata saldamente, per aiutarla a discendere. Una marea di rovi di more selvatiche cresceva dappertutto. Le alte felci erano penetrate nel giardino attorno alla casupola, si erano addensate ai piedi delle rugginose attrezzature agricole, perfino laddove avrebbe dovuto esserci il portico. Il lussureggiante principio di un neonato canneto si sviluppava protetto dai tubi, il prato pareva allagato di onde sottili, alte e verdi. Legate Ciack alle tubazioni che si propendono sull'acqua dal retro della casupola, con diversi metri di corda per lasciargli ampio spazio di manovra. Subito dopo essersi abbeverato al canaletto, subito dopo la perlustrazione del dominio del territorio a sua disposizione, ne approfitta per stendersi all'ombra con il grosso testone tra le zampe. Circumnavigate i marosi del cortile della casupola per sistemarvi dalla parte opposta di quei tubi. Timidezza, riservatezza. Quelle Fitte di timidezza paralizzante, che l'avevano caratterizzata, avanti nella fanciullezza, si stavano sfarinando sempre più in occasionali ritorni di semplice ingenua-riservatezza. Una sorta di calda, tremula pressione nell'aria già ti faceva presentire benissimo... presagire qualcosa di ciò che sarebbe potuto succedere tranquillamente. Arrossisce sulle guance. Toglie la coperta dal suo zainetto e la srotola sui cavalloni marini dell'erba alta, al riparo delle tubazioni e della casupola. Osservandola, hai estratto una canna da pesca dallo zaino, ti sei levato le scarpe. Sebbene non restassero che pochi effimeri passaggi tuttora inaccessibili del suo animo, pochi ma sufficienti lo stesso per farti ammattire, ciò che restava le si traduceva in parole sul ritratto del viso con facilità sempre maggiore. Un angelo, bellissimo, incantevole, insopportabile! Il potere di sfuggire, di rifuggire dalle banalità della vita di tutti i giorni: il mito del vostro potere, la leggenda di un legame quasi medianico. Una vocina ormai onnipresente (magniloquente e chiassosa) ti albergava con dimora fissa nei recessi della testa, parlandoti con gli argomenti dei suoi pensieri. Ti guardò con un volto luminoso di candore e si spogliò. Si tolse il cappello di paglia, la maglia scollata, la pudica minigonna (non troppo corta), senza dimenticarsi delle scarpe da tennis sdrucite. Come impalata, immobile, se ne restò lì ferma nel giallo del suo bikini. Sei rimasto impietrito, basito, privo di qualunque forza, pietrificato a fissarla. Nel frattempo il tuo pene indocile si rizzava nella consistenza di un manganello. Puoi leggerle in faccia quel che pensa. ‘Mmh', voleva dire qualcosa ma non sapeva cosa. Facesti una smorfia quando le membra protestarono e Sabrina notò il turgore nei boxer del tuo costume prima che ti voltassi. L'ho fatto io, pensò e si sorprese delle sensazioni che accompagnarono quella considerazione: piacere, meraviglia, divertimento, persino una punta di compiacimento. Fece una risatina imbarazzata... adoravi quella risatina. Musicale, rasserenante, una melodia che apparteneva ad archi echeggianti di una cattedrale illuminata da candele, una vera benedizione. Stringendo meccanicamente l'impugnatura della canna nella destra, ti girasti verso l'acqua del canaletto per svolgerla a dovere. Il desiderio dentro di te era così intenso che i brividi si irradiavano dall'inguine, dal ventre, dalla spina dorsale, affiorandoti nelle mani, e anche nelle gambe, che in certi momenti ti sembravano intorpidite dall'eccitazione. Voglia... furia e rabbia... no, di più, molto di più. L'acqua era lucida, brillante, oleosa, densa come catrame. La gramigna invadeva il canaletto in lungo e in largo, le ranocchie sollevavano al cielo i loro richiami gracidanti. L'aria era umida e calda, pesante e soffocante come al chiuso di una sauna. A ridosso del canaletto avvertisti un insolito odore minerale, fortemente metallico ma stranamente piacevole. Erano i vapori di una malinconia lieve e passeggera, somigliava ai fumi di una fragranza nostalgica; il profumo dei ricordi, dei frammenti di ricordi di un passato tuttora presente. Il pensiero pulsava soffice. Hai sprofondato il picchetto nella terra, hai prolungato i numerosi segmenti della canna da pesca, hai lanciato in acqua il galleggiante, senza preoccuparti di infilzare nessun tipo di esca all'amo, poi, assicurando la canna sul suo picchetto, girandolando ti sei rialzato. La tua cuginetta se ne stava appoggiata con le spalle alle assi della casupola, sicuramente con i polsi intrecciati e stretti, con le mani incrociate dietro la schiena, posizione che assumeva quando rifletteva, quando voleva mostrarsi meditabonda. Aveva accavallato le gambe, si era agganciata il piede destro al polpaccio sinistro e ti aveva osservato con distaccata curiosità. Forse, è chiaro che rimuginava nel profondo innocente della sua anima. Le forme longiformi, le curve lunghe e snelle, gli occhioni grandi e liquidi, un pezzetto rosa della lingua fra le labbra, il colorito rosa-oro della pelle abbronzata... Meravigliosa! Le hai sorriso per fornire sostegno e darle coraggio. Goccioline pesanti di lacrime le si accumularono sulle frange delle ciglia, limpide come cristallo nell'oscurità, le guance le si infiammarono in modo sensuale e seducente. Il membro duro come un macigno nei calzoncini da bagno, ti sei avvicinato a lei pressoché telepaticamente. Accantonò ogni dubbio, e reagì con slancio. Lei ti pose le dita, dita sottili, calde, sulle labbra. Segnò il profilo della tua bocca. Perché piangeva? Il tempo rallentò e girò su se stesso. Sabrina ti mise le mani intorno al viso e ti attirò dolcemente a sé. Poi ti baciò, un bacio lungo e languido. Inizialmente rimanesti un po' scioccato per la tenerezza delle labbra e il fuoco umido della lingua, quindi ti lasciasti andare. Il mondo si oscurò, rabbuiandosi, e un sordo ruggito ti riempì la testa, simile al folle ringhiare di migliaia di bestie rabbiose. ‘Sì, bellissimo', si compiacque lei, poi con l'atteggiamento serio di chi svolge un compito, le baciasti le guance umide e fresche in alto, vicino al naso, prima sotto l'occhio destro e poi sotto quello sinistro. I suoi baci erano delicati come un battere di ciglia. Sabrina non aveva mai provato niente di simile e all'improvviso ti passò le braccia intorno al collo e ti strinse con ardore, schiacciandoti la faccia contro una spalla e serrando gli occhi, che ancora non avevano smesso di luccicare di passione. L'abbracciasti e questa volta staccasti una mano dalla sua schiena per accarezzarle le spirali seriche dei capelli. L'argine e le attrezzature semisepolte dalle felci, i rovi e le ondulazioni dell'erba pronta da tagliare, la casupola nera alle sue spalle, il pioppeto di la del canaletto alle tue spalle, e le tubazioni alla vostra sinistra, tutto giocava a vostro favore e vi avrebbe offerto una valida copertura da sguardi indiscreti. Ma soprattutto Ciack vi avrebbe segnalato la presenza di chiunque nel raggio di parecchio. Ti prese la mano e il suo calore risalì per tutto il braccio. Si staccò da te e si scoprì una tettina. Chiudendo gli occhi, si portò la mano sul cuore. Il cuore le correva nel petto come un purosangue in dirittura d'arrivo. Il respiro si fece affannoso. I muscoli delle gambe sembravano sul punto di cedere. Era come essere tirato giù a capofitto da un gigante, sentivi l'ira invaderti come il calore di un liquore molto forte. Abbassasti gli occhi per guardarle i semi. Attonito, hai contemplato quel piccolo gonfiore che le spuntava dal reggiseno del bikini, trepidante, hai massaggiato quell'elastico gonfiore che sbucava dalla tua mano. Il paio di piccoli, stupefacenti, pongosi tondelli rigonfi che le traboccava dal giallo del petto ti sconvolse i sensi: da un giallo sempre più giallo-arancio, da un giallo sempre più intenso e pericoloso, dal giallo di un ossessione letteralmente sempre più morbosa. Strabuzzando lo sguardo, glieli rimirasti per qualche secondo, respirando a fondo, cercasti di calmare il cuore imbizzarrito che sgroppava. Il velo di sudore che ti copriva il viso era gelato come ghiaccio fuso. Il randello che picchiava e scalpitava nei boxer del costume, si divincolava come una grande bestia ostile. Riaprì gli occhi e ti sorrise. Sorridendo, bellissima, amorevole, disincantata scacciò le lacrime e ti spinse nell'erba di quella giornata infuocata. La Cocca rotolò con grazia e ti schiacciò contro l'erba tiepida. Vi avvinghiaste e vi rotolaste nell'erba sin sulla coperta e tu sentivi addosso il corpo di Sabrina, e la scopristi più morbida e leggera di quanto ricordassi, e ti accorgesti del calore ribollente che si espandeva, e avesti una gran voglia di toccarla, e con la scusa di quella lotta le mettesti una mano sul pongo rosa-oro del seno scoperto per spingerla via. Eri più forte. Eri infinitamente più forte di lei. Potevi controllare bene le sue mosse ma era divertente fingere di subire e ti sei trovato steso di schiena sulla coperta, con lei a cavalcioni su di te che ti teneva giù la testa. Il tuo cuore premeva contro il petto così potente da spezzare il ritmo dei polmoni e impedirti di respirare. Sabrina era bloccata, combattuta, prigioniera nell'abisso del baratro di se stessa, smarrita, sconclusionata, incapace di pensieri coerenti. Con le mani le prendesti le gambe e risalisti fino alle cosce... quei grandi occhioni liquidi di lei minacciavano di riprendere a lacrimare e tu non avevi la minima intenzione di finirla lì, risalisti ancora sin quando dovesti giustificare quello che stavi facendo, allora passandole le mani sulla sfera di gommapiuma dei glutei, le conficcasti le dita nei fianchi per farle il solletico. Gridò e si ritrasse. - Ridi! - . Ti si accasciò di schianto con i pugni serrati sul petto. - No, dai-basta, ti prego - . Schegge ghiacciate ti inchiodarono. Non riuscivi a muoverti né a respirare. Poi il musetto di scoiattolo della tua cuginetta rientrò nel tuo campo visivo, dapprima confuso come la superficie lunare vista attraverso un telescopio non messo a fuoco. Si rimise a posto ambedue le coppettine del bikini. Lentamente le sei scivolato sul plastico delle chiappettine, sfiorandola con le palme e con le dita, mantenendo il prurito delle mani pronto per un successivo attacco di solletico. E mentre questo succedeva sentisti salire una vampata irosa di calore dal ventre e immaginasti di essere rosso in viso e ti vergognasti per i segni di eccitazione evidente che proprio non potevi nasconderle. Non disse più niente e tu ti sentisti autorizzato a tenere lì le mani, nonché a carezzarla per proseguire col tuo massaggio. La fronte aggrottata, le spalle abbassate, l'espressione svagata, le guance imporporatissime, voluttuose, la bocca semiaperta, una punta di lingua trattenuta tra i denti con delicatezza. Il suo volto a un palmo di distanza. Le sue dita ti sfiorarono la pelle del viso. Pizzicava soltanto perché era lei a toccarti. Poi la vocina tornò all'opera. ‘Coraggio, questa è la volta buona!' Istintivamente, con una mano le sei sceso sulla giuntura di una caviglia, le hai risalito tutto il corso della gamba, dal polpaccio all'interno del ginocchio, sul davanti e sull'interno della coscia, fino all'attaccatura della mutandina del bikini per sfiorarla, per minacciarla. E sentisti qualche cosa di caldo... e scendesti un attimo per risalire ancora, e la toccasti con più decisione per sentirla ancora più umida, e non capivi nulla di ciò che stava succedendo, frattanto un calore enorme aveva invaso ogni parte di te, e deglutivi e lei non diceva niente (teneva gli occhi semichiusi e non c'era più una sola ragione per stare lì a toccarla). E togliesti la mano minacciando di affondargliela nel fianco. Persa, Sabrina assistette alle sfumature della succitata conversazione espressiva in silenzio. Ora, anche la vocina della mente taceva, ma eri certo che non si fosse affatto addormentata. La tua cuginetta neppure: la sua manina fatata disegnava intrecci casuali sulla tua guancia. Intrecci luminosi, ardenti, urticanti. Tentasti invano di sondarle nel vortice dell'anima stratificata. Goccioloni lacrimosi le solcavano il profilo delle guance dagli angoli degli occhi. - Sorridi, o te lo faccio fare con la forza. - . Sorrise. - Spaccone - . La sua voce era lieve come il respiro. La fissasti negli occhi. - A che cosa stavi pensando? - . ‘Mmh', si mordicchia il labbro, arrossendo ancor di più se possibile, e poi rispose in un farfugliamento inintelligibile. - Come... Cosa? - . - Beh, sì, in effetti, dicevo... Pensavo a una cosa che vorrei provare - . Le scosti dal viso una nuvola di capelli dorati dal sole. Di nuovo prese il tuo viso tra le mani. Fai scorrere tra le dita l'oro dei capelli. Concludendo ti tolse il fiato. Accarezzando l'infinita morbidezza dei suoi capelli arricciolati le hai risposto di sì, con un gesto affermativo del capo. Ti riempisti le mani con ogni parte del suo corpo; ti baciò appassionatamente, sinceramente, e con la leggerezza di una farfalla ti ruotò sul grembo. Come un puledro impazzito il cuore sfuriava nel petto, infuriava nella prigione ovattata della vostra gabbia toracica. Spingendosi all'indietro, si chinò come una marionetta i cui fili fossero stati recisi, si allacciò a te con la stessa rapidità con cui due parti di una porcellana spaccata si saldano per opera di un supercollante. La sua testa all'altezza del tuo inguine, la tua testa fra le sue cosce. Non puoi esimerti dal demone scarlatto dell'impressione di sentirla armeggiare con la cintura dei boxer. Una vitalità animale ti pervase, un furore da far scoppiare le arterie ti smosse dalle fondamenta dello spirito. La magnificenza del panorama visto così da sotto aveva del surreale. Le hai carezzato il globo del sederino con entrambe le mani, le hai agganciato l'elastico della mutandina con le dita della mano sinistra, hai spostato sul lato sinistro del suo culetto la stoffa del pezzo inferiore dell'arancio-rosso del bikini per rivelarle il fiore del sesso. L'incarnato del suo fondoschiena si mostrò arancio-rosa, arancio-rosa, non rosa-arancio, e nemmeno rosa-oro... il seno del suo petto era rosa-oro... perché? Come era successo chissà quanto tempo prima, la tua ira degenerò in una rabbia furibonda con la fulmineità di un'eruzione vulcanica. I muscoli delle mascelle si serrarono come sassi, tanto forte da farti dolere i denti. La realtà cominciò a tremare e vacillare perché le tue mani erano scosse dal furore del rosso vivo di un Demone. La vista ti si annebbiò, come se stessi guardando il panorama circostante attraverso ondate di calore e dovesti sbattere le palpebre e strizzare gli occhi perché le parole sfuocate sulla pagina di pergamena di raso di quel ricordo dell'adolescenza tornassero a essere composte da lettere nitide. Le ginocchia incastrate sotto alle ascelle, i polpacci ai lati della testa, i gomiti a cingerle le cosce, le mani posate sul tondo delle natiche. Hai vogato coi pollici per schiuderle il rossore della vulva, il bocciolo della carne, il fiore dell'intimità, la ricotta della Calla, la polpa del Loto, le grandi labbra della fessura, le sporgenze delle piccole labbra, le creste della spaccatura, i petali del pistillo, le lingue del clitoride, le ali rosa e rugiadose... la collosità del cicciolo, la viscosità del pesciolino, la cremosità della protuberanza, la succosità di quella falange, il falò del bottone, il rogo del beccuccio, le fiamme del frutto, il fuoco magico del pulsantino, l'incendio del tunnel, la guisa del fodero, la cinta dell'inguine, il ricettacolo dell'amore, il talamo della passione... il Sancta Sanctorum della sua verginità, l'imboccatura della vagina. L'afrore della femminilità più privata della tua cuginetta ti riempì le narici. In senso metaforico, la brama di sangue del vampiro ti possiede. Avesti improvvisamente sete, una sete irresistibile, sentisti la gola riarsa come la pietra di un focolare. Un colpo di maglio alla gola ti aveva lasciato la sensazione di avere un esofago fatto di vetro rotto. Il buco nero del fantastico ti travolse, la regione desolata dello spettro di terrore dell'immaginazione scoppiò e si elevò in fuoco e fiamme. Un dolore palpitante ti riscosse appena in tempo dal mondo della fantasia, e per un soffio non hai perduto le redini del controllo di te stesso. Ti senti avvolgere con la lingua. Caldamente, la Cugina per eccellenza giunse al dunque di lavorarti la bestia del manganello, mettendosi a baciarti sulla turgidissima cappella del randello, iniziando a trastullarti i genitali con le mani, e, profondendosi con l'uso della bocca, incominciò a forbire la lunghezza del tuo monolito con le labbra. Ti sei sentito confondere in un bollore di gola e di lingua. Solerte, le passi la lingua sull'oro grezzo della pelliccia, risucchi parte del morbido della cunetta in bocca, morbosamente, sposti le labbra della tua bocca per mordicchiarle sulla giuntura della coscia destra, risali con la lingua e le discendi con la punta sulla pista esterna delle piccole labbra per titillarle il glande del clitoride, senza mai stufarti di pastrugnare con le mani (con le dita e con i pollici), specie con la plasticità delle sue chiappettine... tanto rassodate e rotonde... tanto inaspettatamente arancio-rosa. La sua gattina era profumata, tenerissima, saporita e liscia come un frutto acerbo. Lo shock di un epicendio sensoriale ti sconvolse nuovamente. Udisti la risata sguaiata di un ringhio folle, percepisti odore di legno e di acciaio, sentisti piume di schegge di ghiaccio che ti si conficcavano nella pianta dei piedi scalzi. Caracollasti verso il bianco rossore oltre la libido di quell'apertura liquida, disponibile. Distinguesti a malapena il peso della tua cuginetta sulla coscia. Barcollasti su per gli scalini celesti e fosti sul punto di cadere, ma una mano invisibile ti sorresse (una vocina pressante ti incitava), ti strinse il cervello, ti fece correre lungo i nervi spilli e fuoco. Scalzo, spoglio, insensibile al freddo, quasi completamente disarmato, ti dirigesti verso il bagliore mistico in attesa sullo spiazzo di fango coperto di neve ghiacciata dalla lussuria più cruda. La furia cieca che ti eruppe nell'apice del vertice delle cervella era qualcosa di mai provato, di mai immaginato. Ben al di là di qualsiasi livello a cui fosse mai giunta la tua ira peggiore. Anzi, era qualcosa che non avresti mai potuto generare dentro di te per la stessa ragione per cui non si può fabbricare acido solforico in un bicchierino di carta: il contenitore verrebbe dissolto dalla sostanza che dovrebbe contenere. Un flusso lavico di rabbia ad alta pressione ti sgorgò dentro, così bollente che avresti voluto urlare, così incandescente che non avesti tempo di urlare. La coscienza fu cauterizzata via, lasciandoti in un luminoso buio senza sogni, dove non c'era più né rabbia né dolore (né panico né terrore). Sbrogliare la matassa dell'intrico di quella situazione per raccogliere il filo del discorso in un gomitolo coerente divenne assai di più che complicato, la faccenda si fece difficile da dipanare. Ti parve di camminare per circa un'ora e mezza in mezzo alla massa degli alberi, scavalcando tronchi caduti e scendendo in qualche canale poco profondo, guadando ruscelli ed evitando i rovi, senza mai perdere di vista l'obiettivo, sempre prestando attenzione alle sue risposte. Tentacoli di nebbia scivolavano tra gli alberi come incorporei serpenti. La luce delle stelle che filtrava tra le foglie rendeva tutto vago. Le ombre coprivano il terreno, si arrampicavano sui tronchi, strisciavano sui rami e sparivano nell'etere. Destato dall'avvicinarsi dell'alba, il canto degli uccelli ti seguiva e ti precedeva, si allargava attorno a te in un melodioso benvenuto. Eccitandoti, ti venne da sorridere qualunque fosse la ragione, qualsivoglia fosse il grado di libidine del godimento che ti aveva portato lì. In che altro luogo avresti voluto trovarti? ‘In nessun altro luogo' rispose la vocina a te stesso. Arrivare alla radura ti colse di sorpresa: tenendo sempre i sensi puntati su di lei per seguirla, non avevi fatto troppo caso a dove ti trovassi. Ma tutt'a un tratto eri arrivato in uno spazio aperto, sul fianco della vetta di un monticello incolto, ai piedi del quale, per miglia e miglia, si estendeva l'arricciolamento di una foresta sbrodolante di passione e di caos. Il giorno e la notte si susseguivano senza sosta; una calda oscurità vi avvolse non appena il sole fu scomparso per l'ennesima volta dietro un orizzonte tracciato con la rigidità di una linea retta. L'infinito si stendeva ai vostri piedi, una città stellata priva del limite dei chilometri quadrati, una galassia di luci dopo il nero assoluto del cielo sopra la mareggiata del golfo di un oceano di piacere e di follia. Invece delle consuete geometrie di luci elettriche, la battaglia del regno delle stelle a mezzanotte splendeva di innumerevoli lanterne e fuochi all'aperto e di uno strano bagliore tenue, quasi una fosforescenza fungina, che emanava da un migliaio di sorgenti invisibili: la miriade di fuochi sembrava dispersa e caotica, una costellazione mescolata alla rinfusa, interrotta solo dalla curva rossastra del rogo della nebulosa profumata del sangue di tutte le nebulose. Immaginasti che così dovevano essere apparse le città in fiamme agli equipaggi intimoriti nel falò del corso dei secoli, durante il saccheggio e la guerra. Il selciato della foresta adesso era diluviante, sdrucciolevole, e nel cielo le prime stelle luccicavano, simili a diamanti intrappolati nel velluto. Sovreccitati, struggiti vi siete irrigiditi ansiosamente, pericolosamente. E foste nel nulla. Il fungo silente si espande, un silenzio sepolcrale vi avvolge, l'universo mondo si spalanca, e un bozzolo protettivo vi circonda. La mutua, mostruosa, oculata prudenza proruppe da voi, si dilatò nello scudo di stella di una supernova accecante, mentre un pirotecnico big bang di galassie di fiori lucenti, implodeva e conflagrava in un diurama di costellazioni personali e splendenti. Soli nella trasparenza stellata della notte vi siete abbandonati nel dipinto di questo panorama stellare. Un fiotto di nettare ti schizzò nella bocca, e le hai vomitato ruscelli di linfa fra le labbra. Un solo sguardo era stato più che sufficiente per sapere che la cosa sarebbe rimasta tra di voi. Stazzonati, un po' stropicciati, vi siete rinfrescati con chili di salviette. Poi vi metteste a guardare il cielo immenso, azzurrissimo, trapuntato di sporadiche nubi candide.
2.
L'indomani si presentava come il giorno prima. Sparsi nuvoloni candidi veleggiavano in alto. Lo scudo del cielo era una sconfinata volta azzurrissima, la campagna si rendeva il vostro porto sicuro nella tormenta dell'età. Garrendo, cinguettanti, le rondini facevano la spola tra il nido (dove le ombre tenevano silenzioso raduno), il verde e l'azzurro. Ciack, saltellante, si passava in rassegna qualsiasi cosa in movimento da un fosso all'altro. Sabrina, la tua meravigliosa cuginetta, trotterellante, ovvero a passo di danza, libera e leggiadra come una farfalla, si muoveva a te vicino con la mano nella tua; sembrava rimuginare. - Che cos'è che c'è? - . - Beh, sì, no, niente, pensavo solamente... È soltanto che stavo pensando a Ciack - . - A Ciack? - . - Sì, insomma, ti ricordi di quella volta che ci siamo fatto coraggio per affrontarlo? - . - Sì. - . - Quanti anni dici che credi che possiamo avere avuto? - . - Non so, undici o dodici, forse - . Le sue guance si tinsero di sangue. - Io mi sentivo una principessa sul castello, e tu eri il mio cavaliere con la spada bianca - . - E Ciack era il drago? - . - Beh, in effetti, i denti ce li aveva lunghi... e sembrava davvero spaventoso - . - Già, però, quando ci siamo avvicinati con il bastone alzato, ha piegato subito la coda e la testa. - . - Sì, poverino - . Lo avete rassicurato immediatamente (a suo tempo). E più o meno da allora, e con non poco scontento di qualcuno, all'incirca, Ciack, è diventato il vostro cane da caccia, si è fatto il vostro cagnolone da guardia. Tu e Sabrina esauriste gli argomenti di discussione, ma solo per il lasso di qualche minuto. Facevate scorrere apatici i vostri ricordi comuni, come foste davanti alla TV senza voglia di guardare niente di preciso. Ozioso, pigro, le trotterellasti al fianco ma non sprofondasti nel massiccio torpore della sonnolenza, grazie in specie al caldo afoso e torrido. L'incandescenza pomeridiana risultava opprimente, bollente e soffocante. Il cielo era una volta luminosissima, immensa, e disorientanti pecorelle di fagotti di lana vi pascolavano bianchissime e sparse. Il sole era una palla infuocata di luce metallica, lo spettro cromatico dei suoi raggi ardenti di schegge di scintille fluttuanti nell'umidità dell'aria, inzuppava e bruciava su tutta la distesa della campagna. La maglia della tua cuginetta era appiccicata alle curve e controcurve del suo corpo di angelo, morbosamente, sensualmente, la seduzione di stoffa di quella sua magia mistica (aderente, molto provocante) le si spalmava sul corpicino da dea greca come l'immagine di un pensiero erotico. E questo ti richiama qualcosa alla memoria. - Ho notato ieri che avevi le tette abbronzate - . - Mmh - . - Come mai? - . - Cosa? - . - Come fai ad avercele abbronzate? - . La vedi raccapezzarsi prima di rispondere. - Beh, quando non ci sei, a volte vado con la Nella a prendermi un po' di tintarella al campo tre - . La Nella, la Zietta, il campo tre, lo spiazzo che si apre a ventaglio tra le canne sulla sponda del macero. E questo dovrebbe spiegare tutto? - E allora? - . - Sì, insomma, lo sai com'è la Nella - . - Cioè, dimmi, come sarebbe? - . - Dice sempre che i segni sulla pelle sono antistetici - . - E perciò prendete il sole integrale? - . - Che cosa? - . - Tutte nude? - . - Nooo - . - Ma allora come... perché le tette sono abbronzate? - . - È che quando prendiamo la tintarella... sì, insomma, ci mettiamo senza il pezzo di sopra del reggipetto - . - Però, giusto ieri, anche sul sedere mi sembravi scottata come quando ti capita di prendere i primi colpi di sole sulla pelle ancora chiara. - . - Beh, in effetti... quando la Nella si gira di pancia, si tira gli elastici nel sedere, e allora me lo faccio anch'io! Deve essere successo l'altro giorno che tu non c'eri, e un po' appena-appena ieri mentre ti aspettavo - . Sonoro, sonnacchioso, il ronzio delle cicale riecheggia costante dappertutto, distensivo, piacevole. L'arsura dell'afa nell'aria, galleggia nella brezza liquida come lo scarico di una vasca da bagno. Vi siete fermati nel precario ristoro dell'ombra di un frutteto. - Hai sete? - . - Sì, moltissima - . Hai estratto una bottiglia dallo zaino e vi siete dissetati dal suo collo di plastica. - Ciack, qui. - . Avete ripreso il cammino. Un momento di introspezione e via. Il cuore le batteva forte e le tremavano le mani: o perlomeno tremolava la mano che serrava nella tua. Ti sforzasti di non cambiare passo, procedesti con la testa abbassata come una musulmana che va al mercato; ti sforzasti di non dar segno in alcun modo di essertene accorto. Altrimenti avrebbe potuto decidere di ritirare la mano. Non volevi raggiungere quell'angolo della tua mente. Non lo potevi fissare, così come non avresti potuto afferrare una goccia di mercurio, e ti concentrasti di nuovo sul panorama circostante. Il paesaggio della fantasia tremolava al ritmo febbrile della palma della sua mano. Paradossalmente, avevi anche le vertigini. Pareva che la macchia di colore del dipinto verdeggiante roteasse, ondeggiando come un aquilone spinto dalle correnti calde del cielo di quell'estate torrida e caldissima. Ti sei sforzato di trattenere il filo dell'autocontrollo, scivoloso e tagliente. Da tempo immemore un legame formidabile vi unisce, un legame ormai incomparabile. Un legame fortissimo, un legame unico, un legame indistruttibile, indissolubile. Come il fuoco con le fiamme, come il pane col burro, come il grissino con la ricotta, come la passione con l'ardore. E allora perché ti sentivi come se qualcuno ti premesse un cubetto di ghiaccio sulla nuca? Occorreva un pretesto. Ci voleva una scusa, una scusa semplice. Mentre trotterellavi al suo fianco, stringendo i denti per un centinaio di fitte separate che ti torturavano nel petto a ogni passo, ti sforzasti di ideare una qualche forma di strategia che potesse aiutarvi a sopravvivere per il resto del pomeriggio. Ma, come Alice, eravate passati attraverso lo specchio, nel regno della Regina di Cuori, e nessun piano, nessuna logica poteva funzionare nella terra del Cappellaio Matto e del Gatto del Cheshire, dove la ragione veniva irrisa e il caos considerato l'unica legge. Difatti, dopo meno di un minuto, lo sguardo cominciò a vagare, via dal foglio dell'immaginazione, sempre più su, finché ti trovasti a fissare una finestra. Nessuna scena interessante c'era stavolta a distrarti, niente cime di alberi che oscillavano con grazia alla brezza, e neppure una chiazza di cielo. La notte al di là del vetro non aveva lineamenti. Lo sfondo nero trasformava la lastra della finestra in uno specchio in cui vedevi il riflesso del fantasma di te stesso che spuntava dalla sommità della tavoletta da disegno. Non essendo un vero e proprio specchio, il riflesso era trasparente, spettrale, come se l'anima dello spirito della prima adolescenza, morta, fosse tornata a infestare l'ultimo luogo che aveva abitato sulla terra. Questi pensieri ti turbarono e riportarono la tua attenzione sul foglio bianco di quella giornata immacolata e promettente, trasognata, sognante, sul velo candido di quella vergine sposa che avevi davanti. Iniziò a fare caldo... e poi più caldo, e più caldo ancora. Il sudore impregnava le spirali bionde-castane dei suoi capelli arricciolati, e la maglia giallo chiaro se ne stava appiccicata al tessuto della sua pelle. Nel pomeriggio si alzarono folate di vento urticante, che ti soffiava sabbia in faccia. L'aria secca asciugava il sudore, incrostava i capelli, e le faceva sventolare la tesa del cappello di paglia, che sbatacchiava rigida come un foglio di cartone. Intanto, con l'altra mano si teneva schiacciato il cappello sulla testolina. Dire che eri particolarmente supereccitatissimo sarebbe senz'altro corretto, ma non darebbe il quadro completo della situazione. Sarebbe come affermare che il pianeta Giove è più grande di una papera. Indubbiamente vero, ma un pochino limitativo. Sceglieste una direzione, e proseguiste il cammino. Vi siete lasciati alle spalle la casupola nera del giorno precedente. Avete percorso il dorso dell'argine fino in fondo, avete raggiunto la congiunzione a T con il secondo dei quattro argini che delimitano l'estensione del pioppeto al di là del canaletto, avete svoltato sulla destra. Alla vostra sinistra c'era un ampio canale, alla destra si scorgeva il canaletto scintillante che costeggiava un paio di lati del rettangolo degli alberi del vasto pioppeto. Nulla di fronte e nulla di dietro. Quasi rimpiangesti di aver preso sulla destra. Se aveste svoltato sulla sinistra, avreste potuto scendere nel discreto conforto delle ombre dei campi. Dopo non molto, vi siete fermati per considerare le possibilità. Due muretti di cemento si erigono di qua e di là dall'argine, ergendosi dall'erba della terra come le spalliere di un ponticello. Sotto di voi, sotto lo strato erboso del suolo, la costruzione di una piccola diga separava lo scorrere del canale dal ristagno del canaletto. Ti appoggi di sedere al basso parapetto del muretto più vicino e ti sporgi in avanti, pericolosamente, per azzardare un'occhiatina sfuggevole nel baratro abissale... giù, giù... nella voragine senza fondo degli occhioni di Sabrina. Frattanto, Ciack ribattezzava il sostegno di sicurezza del muretto opposto. - Non so te, ma per quel che mi riguarda c'è un po' troppo caldo. - . - Sì, è vero - . Si toglie il cappello di paglia dalla testolina, si sfila lo zainetto dalle spalle lisce ed eleganti, si leva il giallo della maglia inzuppata di sudore, ingenuamente, innocentemente, ripiegandola come si deve nello zainetto, rimanendo con la pudica minigonna, seminuda nell'acceso arancio-giallo del pezzo superiore del bikini senza problemi. Senza nessuna remora, ne emulasti il comportamento. Stavi rifilando la maglietta nel tuo zaino, quando Sabrina ti investì con il potere irresistibile del suo sguardo taumaturgico. A quel punto la tua cuginetta, che era intenta a esaminare il contenuto del suo zainetto, si voltò verso di te, che all'improvviso ti rendesti conto di avere una gran paura, paura di sprofondare nel panico, come un cagnolino che avesse scoperto che quello che pensava fosse un normale postino era in realtà un enorme alieno mangiatore di cani proveniente da uno di quei film per cui Jessica non aveva mai tempo. Il tempo perse di significato. Poteva essere l'alba come il tramonto... non avevi riferimenti, smarrito nel nucleo della terra, sepolto nel cuore dei puri sentimenti della sua anima. Ti devi concentrare per rallentare il ritmo della respirazione. - Io dovrei cambiare l'acqua, e invece tu come sei messa? - . Sul suo viso apparve un arcobaleno di emozioni. Moltissime erano riconoscibili: turbamento... tormento... ma alla fine si ricompose e la sua espressione si fece allegra, gaia, gioiosa, giuliva, spensierata, svagata, sorpresa, sconclusionata, nonché lievemente imbarazzata, tuttavia sempre divertita. - Altrochè - . Un dubbio volatile ti si conficca nel cervello, esplodendoti sulle labbra come un colpo di cannone. - Cocca! - . Ti sfuggì dalla bocca e il sorriso che aspettavi le si distese sul viso come il sole quando si libera dalle nuvole. I denti bianchi e lucidi risaltavano sul velluto rosa-oro della sua pelle abbronzata. - Ma tu da dove la fai la pipì? - . - Da lì - . - Sì, certo, ma da dove? - . - Dal cicciolino di sopra - . - Ne sei sicura? - . - Mmh... Beh, in effetti, non lo so, forse dall'apertura più grande, perché dici? - . - Così per curiosità, dicevo solo tanto per sapere, ma tu non te lo sei mai chiesto? - . - No, in effetti no... è una cosa che non mi sono mai chiesto - . Le allungasti un sorriso incoraggiante. Avvampò di rosso nel mordicchiarsi il labbro; sollevò il mento e strizzò le palpebre (per studiare le sfumature espressive del tuo volto), rialzò le spalle e riprese. - Però, lo scopriamo se lo vuoi - . - Ti va? - . - Sì. - . - Allora vieni con me che andiamo in un altro posto. - . - E perché? - . - Dici sul serio? - . Ti sei scrutato attorno. Be', in effetti, eravate giusto nel pieno del pomeriggio, proprio nel bel mezzo dell'estate, e, sul fare della campagna, non si era vista nemmeno la presenza silenziosa di una sola anima viva. Inoltre, Ciack vi avrebbe avvisati dell'avvicinarsi di chicchessia, prima ancora che la fantomatica ombra di questi apparisse alla vista. - Beh, sì, insomma... qui c'è una bella luce - . - OK. - . Indietreggi e impietrisci sul posto. Con leggerezza di farfalla, si è calata la mutandina del bikini di sotto la minigonna, poi si è chinata per cavarsela di dosso, ha sospinto la mutandina nello zainetto, e dandoti la schiena si è girata. Quindi, appoggiandosi comodamente, si è piegata di petto sul cemento del parapetto, ha divaricato le gambe e si è tirata l'elastico della minigonna sulla schiena. Da infarto! Ti sei appostato al suolo come un atleta sulla linea del traguardo, come nel buio per sbirciare di nascosto, come da una porta per spiare molto attentamente, come un corridore pronto a scattare al via. Nervoso, tesissimo. Ti sei quasi accasciato sull'erba. La vetta di venere si mostra, una boscaglia di peli si scorge a malapena, allungandosi sullo stelo del gambo visibilmente, il fiore della felicità tenta di sbocciare, mentre la sfera morbida e fresca di gommapiuma del suo fondoschiena si scopre per te. Polvere di gioielli scintilla sulle piccole labbra sporgenti, le divampa sulla tenerezza della falange protuberante, gonfiandosi di sangue vistosamente, il clitoride e le creste esterne si infiammano. Incantevole, sublime! La sua fessura della vulva si sarebbe detta già umettata di desiderio. Metaforicamente, hai strabuzzato all'infuori i ricettori visivi degli occhi. Letteralmente, il tuo bengala si dimenava e dibatteva, per uscire dalla cattività dei boxer del costume da bagno, pericoloso e minaccioso come un serpente a sonagli. Fu come visionare l'effetto cinematografico di una pellicola riservatissima, inedita e fantastica. Dita delicate, dita sottili, audaci, si posarono sul vivo arancio-rosa delle chiappettine. Polpastrelli morbidi, polpastrelli teneri, leggeri, corrompenti, si abbassarono, si allungarono sul fiore della vulva. Mani vellutate, seducenti, congelanti, si allontanarono e contrassero. Il punto interrogativo del suo sesso (la cui forma ricorda vagamente il foro di una serratura) si schiuse a rivelare il segreto più intimo del rossore più profondo della femminilità maggiormente custodita della tua cuginetta. Il vampiro dentro di te sobbalza, si svegliò di schianto, e la sete di rosso ti aggredisce in gola all'istante. Insopportabile, terribile! Una passione delirante ti travolse, rabbiosamente, sfuriando come nel centro di controllo dell'abitacolo della mente. Puntini bianchi erano disseminati sul bordo del tuo campo visivo e sentivi il sangue ruggirti nelle orecchie. Ecco cosa si prova quando si viene strangolati, pensasti mentre lo spirito del Vampiro lottava per liberarsi, scalciava contro il cruscotto della coscienza e cercava di muovere le ginocchia per premere l'anello di metallo del volante per suonare il clacson, per cercare di dar sfogo a quell'ira nuovamente intensa e frustrata. Intravvedesti nello specchietto retrovisore del delirio due occhi iniettati di sangue vicini al tuo collo, una porzione di guancia, poi ti rendesti conto che la sua pelle era rossa, la luce era rossa, rossi erano i puntini che danzavano davanti ai tuoi occhi. L'afrore del sangue della sua giovane carne ti raggiunse alle narici, immaginasti di strofinarle un bacio sulla guancia, l'elisir del suo alito era caldo sul tuo viso, e fumigando nel bollore delle tue cervella, una vocina roca ti sussurrò in un orecchio: ‘Vogliamo trovare la pace? Prendimi adesso'. Un nastro di ambra dorata zampillò dalla fonte della vulva, si inarcò nell'aria, sfavillò al sole, brillò in stille lucenti nell'esplosione di un miraggio, e ricadde a poche spanne da te. Davvero spettacolare, stupefacente! - Eh, ma pensa un po'... c'è un altro buchino lì! - . - Dove? - . - Proprio lì sopra il cicciolino, cioè, voglio dire... proprio giusto lì tra il cicciolino e l'apertura. - . Fece per drizzarsi e voltarsi a guardare ma rinunciò, esitante, la fontanella d'oro ambrato della sua femminilità più riservata s'interruppe e riprese. Infine, quel fiotto squisito di riflessi dorati si esaurisce, la tua Cocca si raddrizza e si volta. - E tu non mi fai vedere? - . Hai estratto il bengala dalla prigionia dei boxer, mentre ti sei rialzato. Ciononostante, farla scaturire dal pendaglio in erezione non fu facile. Ti ritrovasti con il razzo del bengala in mano, in procinto di innescarsi, esasperante, disperante, una sensazione tremenda. Il demone del vampiro rinchiuso nell'abitacolo della tua mente non si era arreso per niente. La furia scarlatta cresceva, l'orina c'era ma non ne voleva affatto sentire di venir fuori. Ne avevi abbastanza. Spingesti. Malgrado la lotta nella tua testa, malgrado l'erezione furibonda, spingesti. L'impatto fu così forte da far piegare il Demone del sangue sul volante per qualche secondo, poi gli permettesti di drizzare il busto per riuscire a concentrarti sulla strada. E il flusso giallo dell'orina venne alla luce. Con spontanea eleganza, lentamente, meccanicamente, la Cugina per eccellenza si appoggiò col sederino sul muretto di cemento della fittizia spalliera che aveva alle spalle. La minigonna se ne stava ancora sollevata sulle reni e sulla pancia, le sue cosce si divaricarono ulteriormente. Curaro nelle vene. L'adrenalina ti faceva battere il cuore all'impazzata ma ti dava anche forza, velocità, prontezza. E follia in quantità massiccia, disorientante e struggente, infatti, assai prestissimo, le capacità di deduzione (di trarre una conclusione coerente da un ragionamento) ti si confusero del tutto. Manine da fata le si mossero sul corpo. Dapprima la magia di una manina salì al reggipetto del bikini per massaggiarsi, per stropicciarsi la puntina di un capezzolo; e in seguito quell'altra discese per torturarsi il clitoride, per allargarsi, per dilatarsi le grandi labbra verticali. Ti sei spostato in diagonale leggermente. Da lì potesti vedere quello che le ombre del tetto della veranda avevano nascosto: l'imboccatura rossa della porta dei cieli era socchiusa. In mano avevi il calcio di una pistola vera. Togliesti la sicura come ti avevano insegnato a fare centinaia di episodi alla TV. Avresti sparato solo per difenderti, ma avresti sparato. Stavi respirando affannosamente, in debito d'ossigeno. Traesti tre lunghi respiri e trattenesti il terzo, per non boccheggiare come un grosso cetaceo spiaggiato, ma il respiro e il battito cardiaco non si normalizzarono. Indice e anulare della seconda manina di fata si chiusero, si allargarono di più, il medio del dito scucchiaiò nella polpa della Calla, spingendo un poco sul battente del pistillo, la porta dell'intimità si aprì, ruotando sui cardini del bocciolo senza far rumore, e lisciando sul carrello, incominciasti a caricare e scaricare la canna dalla potenza di fuoco abnorme della semiautomatica di un calibro gigante che spianavi a due mani. Adesso potevi vedere il rossore dell'ingresso dei primi gradini di quella scalinata celeste che conduce in paradiso. Pensasti di sfuggita alle macchie di sangue della verginità rubata di una ragazzina. Se solo avessi voluto salire i gradini di quelle scale... Le sue dita schettinavano in cerchio, danzavano appassionatamente, macchinosamente, piroettavano con slancio sulle piccole lingue della sua vulva rorida. Un pezzetto rosa della lingua le affiorava fra i denti nella sua bocca semiaperta. Avevi quasi l'impressione di viaggiare sopra una tavola che scivolava su migliaia di cuscinetti a sfera. Stelle e costellazioni roteavano, tutti i segni e simboli dello zodiaco e dell'astrologia, si raggruppavano nel morione dei suoi occhi colmi di universo. Ti sei proteso verso di lei, verso la distruzione. Silenziosamente, prudentemente, la tua cuginetta rimpicciolisce e si ritira in se stessa (raccogliendosi), implodendo in una conflagrazione di spasmi sussultori, allorché tu deflagrasti in una serie a ripetizione di filamenti di linfa sull'erba. Qualche salviettina saponata è stata più che sufficiente per ripulirvi, parecchie altre ce ne sono volute per rinfrescarvi.
3.
Accaldati, sudatissimi, verso sera siete rincasati dalla vostra quotidiana passeggiata in campagna. Avete fatto chi il bagno e chi la doccia, a turni programmati, vi siete abbigliati comodamente, quindi avete occupato il posto a tavola per cenare. Sabrina ti sedeva di fronte. Le pale del ventilatore del soffitto remavano l'aria. Fuori delle finestre, il cielo era di un colore porpora intenso, con nubi rosa che vi si dipanavano come zucchero filato srotolato da bambini golosi e lasciato lì a sciogliersi. Come un pennello di fiamma, il sole a occidente dipingeva sul soffitto righe di rame e d'oro (insinuandosi tra le stecche socchiuse delle imposte delle finestre al di là del tavolo da cucina al centro della stanza). La Cocca della tua cuginetta smarrì l'attenzione degli occhioni nel magnifico spettacolo del soffitto e lo facesti anche tu. Un chiarore immenso si sviluppava ad ovest. In latitudini più settentrionali, si sarebbe potuto credere a un'aurora boreale. Il cielo sembrava infatti in fiamme, contro un cielo che si faceva violaceo e rosso per il tramonto. Quando le tende abbassate disegnarono macchie di colore come gioielli nell'oscurità, foste testimoni di una squisita fantasia. Un fascio di raggi lunari, insinuandosi fra alcuni interstizi delle nuvole, e scivolando fra i rivoli d'acqua delle sorgenti, cadde sulla catena dei monti distanti che si perdevano nel crepuscolo. Nulla di più bizzarro di quelle creste d'apparenza basaltica: si profilavano in forme fantastiche sul cielo cupo; si sarebbero dette leggendarie rovine di un'immensa città del Medioevo, tali come appaiono, nelle notti buie, le banchise dei mari glaciali agli occhi stupiti di chi li guarda. Qualcosa non andava. Inutile cercar di tergiversare. Un pensiero fisso ti brillava come un fuoco fatuo nella testa. Sabrina, la Cocca, la tua stupefacente cuginetta. Il solo fatto di vederla camminare in una stanza ti procurava piacere. Come mai? Incomprensibile, inesprimibile, ineffabile armonia si propagò nell'aria per il resto della durata della cena. Al calare del buio ti ritrovasti annidato tra i cuscini di una comoda poltrona, giusto nell'angolo vicino alla porta da cui si accedeva nella stanza della cucina. Dal grosso divano vicino alla vostra poltrona, qualcuno conversava animatamente (con qualcuno che ancora si intratteneva seduto a tavola), frattanto la televisione trasmetteva qualcosa che a nessuno interessava. Dalla parte opposta, la Zia Nilla stava finendo di sgombrare i resti della cena. Sabrina, appollaiata a gambe incrociate su un cuscino ai tuoi piedi, ti stava facendo la manicure. Ormai, da qualche anno era diventata un'abitudine. Chissà perché? Calasti lo sguardo su di lei. D'un tratto avvertisti vivamente il suo profumo più forte dell'erica, l'elisir dell'alito di un sospiro irresistibile, insopportabile, la nudità delle sue braccia rosa-oro (vellutate come la pelle di una pesca), che spuntavano abbronzate dai polsini arrotolati della felpa leggera della tuta da ginnastica, la curva dei piccoli seni, gli occhi marroni e profondi, il nasetto da scoiattolo, le labbra umide e semiaperte, i lunghi capelli biondi-castani raccolti sulla testa... dello stesso identico colore di una distesa di grano maturo... cogliesti di sfuggita il barlume del riflesso dorato di alcune di quelle spirali arricciolate che le molleggiavano fin sulle spalle. La sua mano fresca e morbida lasciò la tua. - Grazie mille. - . Mormorasti e le porgesti l'altra mano immediatamente, confuso, consapevole che adesso davi l'impressione di fissarle imbambolato i vestiti. La lunga felpa era troppo grande per lei, poco lusinghiera. Mascherava la sua figura allungata, rendendo le sue tenere curve e le aggraziate linee senza forma. La apprezzasti quasi quanto avresti sperato che indossasse qualcosa come la maglia gialla che aveva indossato nel pomeriggio... il tessuto aderiva alla sua pelle in modo così attraente, tagliato abbastanza in basso da rivelare le affascinanti curve del suo collo, dall'incavo fino alla sua gola. Il giallo scivolava come la luce del sole lungo la levigata forma del suo corpo... Era meglio, fondamentale, che tenessi i tuoi pensieri lontani, lontani da quell'immagine, così fosti grato che stesse indossando una felpa che non le donava. Non potevi permetterti di fare errori, e sarebbe stato uno sbaglio colossale indugiare sugli strani desideri che il pensiero delle sue labbra... della sua pelle... del suo corpo... si stavano agitando liberi dentro te. Eppure non l'avresti trovata più attraente nemmeno se fosse stata avviluppata in un abito aderente tutto paillette con un décolleté tipo gran canyon. Adorabile... terribile! Distogliesti subito la vista, per via della sua espressione gioiosa e giuliva. Così fresca, così giovane, talmente seducente (‘corrompente'), e così provocante da far perdere la testa. No. Non provocante né seducente, ma accattivante, molto, molto accattivante. Cerchi di impedirti di fare involontarie speculazioni su di lei. Ma la vocina magniloquente che affondava sempre più le radici nella tua mente fantasiosa e contorta, la stessa personalità del Vampiro che dimorava dentro di te, quell'alter ego che ti parlava con la voce dei suoi pensieri non aiutava per niente. Se non rimarrò costantemente sul chi vive lo scoprirà senza neanche sforzarsi troppo, pensò la Cocca mentre terminava di limarti le unghie. E lo scoprirà non per una mia banale distrazione, ma leggendomi nel pensiero (leggendomi come un libro, un libro scritto con frammenti di comportamento, sfumature passeggere di espressione, atti mancati di cui io non mi renderò nemmeno conto). ‘Ah, devo stare attenta, d'ora in poi devo stare molto attenta'. Questo pensava Sabrina. Ma per mettere a punto una politica di dissimulazione aveva ancora un po' di tempo, perché Graziella (la Zietta) entrò in cucina e, senza neppure aspettare di riprendere fiato, fece una giravolta su se stessa. - Come mi sta? - . Cogliesti soltanto uno svolazzo della Nella con la coda dell'occhio, il riflesso dell'immagine di Graziella (il perfetto duplicato del suo viso perfetto), una bellezza dai capelli bruni. La sua pelle era come panna e rose di bronzo, gli occhi sgranati dall'esuberanza e coronati da foltissime ciglia. La guaina stretta del vestito rutilante di scintille le scendeva sino alle caviglie quasi fosse un tulipano capovolto e il taglio dell'abito era così perfetto da rendere il suo corpo elegante e slanciato, almeno finché restava immobile. Altrimenti, se solo tentava di muoversi, si apriva uno spacco laterale che metteva in evidenza l'abbronzatura perfetta di una gamba fin quasi all'inguine. Sensualissima! Equazione quadratica. Zia Grazia era una bellissima signora sulla soglia dei quarant'anni: aveva uno spirito paziente (materno) che vi aveva stretto tutti in una ragnatela fatta di tolleranza e simpatia reciproca. In stridente contrasto con il suo tipico comportamento, Grazia non fece commenti ma strinse le palpebre con aria di severa disapprovazione. Per onor di firma, hai bofonchiato qualcosa di positivo. Però, sul serio non prestavi un interesse concreto alle circonvoluzioni della Nella, c'erano ben altre cose che frullavano libere nella tua mente alterata e distorta. Sabrina, la tua venerabile cuginetta, finisce di occuparsi delle tue mani e si rialza. Automaticamente, meccanicamente, spontaneamente e d'istinto, ti sei spostato di lato per farle posto in poltrona. I vostri occhi parlanti s'intrecciarono per un attimo. Tu e la Cocca vi scambiaste uno sguardo sfuggevole, carico d'involontaria timidezza, con la sua gola che pulsava come se il sangue cercasse di erompere attraverso la pelle, e la tua che doleva, mentre l'angoscia ti opprimeva il petto. Singhiozzando e frustando, martellando senza tregua, torturandoti nel torace furiosamente, morbosamente. Un angelo, no, un arcangelo... Alquanto disorientante. Coazione di eventi. Era solo un'eco profonda, una ridondanza del subcosciente, stranissimo, forse un riverbero della follia di quei giorni di vacanza, il ricordo di un passato ostico, irrequieto, riottoso (capriccioso nello stomaco), ovattato come il frusciare di ali di pipistrello in una grotta. ‘Non adesso, non ancora', disse e gemette la vocina dell'alter ego nella tua testa, lungimirante, che vede lontano... frustrata, frustrante. E il ricordo della Nella e della Nilla ti scivolò via dalla testa come mercurio liquido che sgocciola tra le dita. Un ricordo sbiadito come l'inferno inzuppato di alcool. Anziché consumarsi e bruciarsi, logorandosi, la torcia dei nervi che ardeva nella tormenta dei vostri quattordici-quindici anni divampava con intensità sempre maggiore. Insopportabile! Di quando in quando volgevi lo sguardo in direzione del suo faccino squisito, svagato, sognante, per scontrarti con quello di lei senza scampo. La sua espressione era truculenta, le sue guance lievemente accaldate, e i suoi occhi erano profondi e sinceri. Sembrava che tra di voi potesse e ci fosse qualcosa di molto pericoloso. Ma troppi anni di confidenza assai di più che estrema avevano adombrato, forgiato, sviato e ridotto ogni singola macchia di cosa nei termini più minimi. Quei vostri sguardi carichi di mille parole represse si scontrarono per l'ennesima volta. Sorridesti come uno sciocco, quando ti accorgesti che la sua postura era identica alla tua, il busto contratto di lato, i pugni stretti sulle ginocchia ripiegate e serrate (irrigidite e pesanti come bastoncini di piombo, delicate e sensibili come ramificazioni fragili e gelate), gli occhioni che sbirciavano te di sottecchi. Senza soluzione di continuità, senza una sola possibilità di farla franca, torti e ritorti nell'impossibilità di perdurare a lungo nella giusta carreggiata. La tua mente fece l'ennesimo sobbalzo, come un sasso che rimbalza sulla superficie piatta di un oceano oleoso di passione e di follia. Comodamente annidati negli angoli opposti della vostra poltrona eravate rimasti lì a sedere, come impalati sul posto con una vecchia rivista fra le mani. Avevi sentito il battito del suo polso, che morente scoppiettava vicino al tuo: dapprima era lento e debole e rallentava come un fonografo senza carica, e poi accelerava improvvisamente, come se vittima dell'emergenza di una defibrillazione cardiaca. Mentre vi sentivate cadere in avanti, perdendovi l'uno nello sguardo dell'altra, immancabilmente, di tanto in tanto lei dischiudeva la bocca e si mordicchiava il labbro, le guance le s'imporporavano di sangue, un pezzetto rosa della sua lingua di zucchero le faceva capolino tra i dentini regolari e bianchissimi, e un fiotto caldo e dolce di desiderio aveva finito con l'inzuppare la rivista della vostra precaria concentrazione (scavando nelle viscere), minando le fondamenta della mansarda del tuo debole, sempre più frusto e sottile, intorpidito autocontrollo. Un turbine vorticoso di foglie di sentimento fece irruzione nell'anticamera fantastica del fiore effervescente delle tue emozioni scombussolate, spinte e portate all'apice del parossismo. Questo era ovviamente impossibile. Folle. Impensabile. Ma reale per voi. Il turbine ululava, sibilava, gettava in giro altre foglie, fiori e gambi spezzati, scuoteva via altra terra, boccioli e petali variopinti. Nel suo manto di vegetazione turbinante, la creatura di vento di passione si fermò davanti alla porta (ma il suo fiato si poteva udire in ogni angolo della stanza) e rimase lì, come osservandovi, come decidendo che cosa fare e poi semplicemente si dileguò. Il vento non morì lentamente; cessò di botto. I fiori rimanenti, quelli che non erano stati sparsi in giro, si ammucchiarono all'improvviso sul pavimento del cuore della cucina, con un fruscio simile a un sospiro gorgogliante. Poi, il nulla e il silenzio. Lo svolgersi della serata vi aveva teso la torcia dei nervi, tanto che ti sentisti sul punto di andare in pezzi come un meccanismo a orologeria autodistruttivo. ‘Baciami, baciami adesso', pareva ribadire la sfumatura espressiva del suo faccino innocente e bellissimo. Ma siamo matti? Pareva corrispondere la sfumatura del tuo volto esangue, sull'orlo del panico, pallido e smorto. Ti guardasti attorno, con circospezione, perso e sorpreso: aveva ragione da vendere, la stanza era deserta. In sua compagnia, il tempo e lo spazio erano talmente sfocati da sfuggire a qualsiasi percezione. Ma, come ghiaccio dall'oltretomba, la voce della Zia vi giunse alle orecchie dall'antibagno. - Quando venite a letto, spegnete tutto e lavatevi i denti. - . - Sì, va bene - . - OK! - . E il sangue ti si gela nelle vene. A tempo debito avete spento la televisione e la luce. Siete andati in bagno per prepararvi per la notte. Sabrina, la tua meravigliosa cuginetta (stupefacente), si è messa una vestaglietta di cotone che le arrivava a metà coscia. Incantevole, irresistibile! Il lettino della Zietta era vuoto, la Nella non c'era e non sarebbe tornata se non durante la tarda mattinata dell'indomani. Sabrina dormiva vicino alla porta, il tuo lettino se ne stava nel mezzo e quello vuoto di Graziella in fondo alla camera da letto. Fuori della finestra della camerata che vi ospitava, la marea della notte stava montando pigramente, tremendamente, rabbiosamente. In quel momento, al buio, fosti sconvolto dalla consapevolezza che la tua cuginetta era coricata a pochissime decine di centimetri da te. Eri stupito dall'elettricità imprevista che ti sentivi scorrere dentro, meravigliato di poter avvertire la sua presenza ancora più del solito. Un muro di nuvole nero violacee giungeva rapido da occidente, gettando un'ombra sulla foresta incorporea della tua smodata fantasia. Sopra la neve della foresta fluiva una strana foschia limpida, quasi invisibile sullo sfondo bianco. Ti ricordava un miraggio: una lieve distorsione della vista, un barlume dell'immaginazione. Prudentemente, oculatamente, allargasti lo scudo silente oltre di lei, per preservarla dai suoni stellati di quel firmamento che si estendeva, che si formava, per proteggerla dal tocco di quella foschia furtiva nel qual caso vi avesse colpiti. Cosa stava succedendo? Le lucciole ammiccavano lanciando i loro messaggi in codice sullo sfondo della fila scura di alberi. I grilli, le rane arboricole e alcuni uccelli notturni intessevano un arazzo di rumori di fondo notturni. La notte fu calda: non vi fu un vero miglioramento apprezzabile rispetto alla temperatura torrida del giorno appena trascorso e, sopraggiunte le tenebre, s'era levato il notturno concerto degli animali cacciati dalle tane dalla fame e dalla sete; le rane fecero risuonare la loro voce di soprano, cui si accompagnava l'ululato degli sciacalli, mentre il maestoso ruggito dei leoni, in tono di basso, sosteneva gli accordi di quell'orchestra vivente. L'assolo di una civetta intonava in distanza, come lo spettro di un fantasma solitario, isolato, smarrito nella foschia. Progressivamente tutte le circonlocuzioni della fantasia si sono appesantite. Il sonno ti ha colto impreparato, disorientato, spaesato, eccitatissimo, e con numerose rotelle non poco giù di squadro. Tutti gli ingranaggi della mente si sono sballati. Le strade erano deserte. I lampioni al vapore di mercurio diffondevano una luce azzurrina. Quando una brezza fluttuante scuoteva le fronde, il marciapiede era animato dalle ombre frementi delle foglie della tua immaginazione. Non puoi assolutamente dimenticarti del simbolismo nascosto, mascherato, obnubilato e racchiuso nel contesto di quel sogno. Apristi la prima porta ed entrasti in un locale piuttosto anonimo, bizzarro, lo rammenti benissimo. Nel sogno stavi parlando con una bionda parecchio bella ma dall'aria incredibilmente gelida. La sua pelle impeccabile era bianca come la porcellana, i suoi occhi erano come lucido ghiaccio su cui si riflette un limpido cielo invernale. Eravate in piedi accanto al bancone di uno strano locale che tu non avevi mai visto. Lei ti guardava da sopra il collo di una bottiglia di birra che teneva in mano, che si portava alla bocca come fosse stata un fallo. Ma il modo allusivo con cui beveva da quella bottiglia e passava la lingua sul bordo di vetro sembrava non meno una minaccia che un invito erotico. Non riuscivi a percepire nulla di quello che diceva lei, e solo poche parole di quei bassi sussurri che pronunciava l'alter ego onirico di te stesso: ‘... voglia... furia, rabbia... buio, ira furibonda...'. La bionda ti guardava, ed eri certamente tu a parlarle, ma la voce che pronunciava quelle parole non era la tua. A un tratto ti trovavi a studiare più attentamente quegli occhi glaciali, e prima ancora di capire che cosa stessi facendo, estraevi un coltello a serramanico e lo aprivi di scatto. Come se non sentisse alcun dolore
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