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Lo stage
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Titolo: Lo stage
Autore: Gala
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Racconto n° 4713
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Distesa sul letto cercavo di ricordare le sensazioni di quella mattina, volevo riviverle con la stessa intensità, e non volevo consumarle in fretta. C'era qualcosa di adolescenziale in quel gioco di attese, e adoravo l'idea un po' morbosa di raggiungere il piacere solo attraverso lo sfiorarsi dei nostri corpi, o una carezza delle nostre mani. Mi piaceva il nostro segreto, il sesso vietato e, allo stesso tempo, offerto senza pudori, con una chiarezza che non aveva bisogno di parole. Nessun progetto davanti noi, soltanto sensazioni inebrianti, a volte esaltanti e le nostre vite, al di fuori di quelle brevi parentesi mattutine, erano buchi neri dove nessuno dei due teneva a entrare.
Di solito mi poggiavo con la schiena alla parete, nell'angolo del primo vagone, e quando lo vedevo arrivare mi scostavo per farlo passare dietro di me. Una sensazione di calore esplosivo mi rimaneva addosso per tutta la giornata, mi faceva compagnia durante le ore di lavoro, e soltanto la sera davo sfogo al desiderio represso, mi masturbavo con lentezza voluttuosa, come se anche nel mio letto, i gesti proibiti dovessero essere discreti, invisibili agli occhi di potenziali spettatori, la mia mano era la sua mano che s'insinuava saggia e prepotente, distillando dal mio corpo silenziose gocce di piacere.
La prima volta che mi accorsi di lui mi apprestavo a scendere dalla metropolitana e gli ero passata davanti sfiorandolo. Mentre aspettavo che le porte si aprissero lo sentii per un attimo addossato a me, mi sembrò strano perché non c'era una folla eccessiva, non mi voltai, si era trattato giusto di qualche istante e forse non se ne era neppure reso conto. Scesi e non ci pensai più.
Si trattava di uno dei tanti viaggiatori della mattina, un pendolare che dalla periferia si spostava in centro, il suo aspetto non era di quelli che colpiscono alla prima occhiata. A quanto ricordo indossava quasi sempre una giacca sportiva aperta sulla camicia, senza cravatta. Con una mano reggeva il quotidiano e, stando in piedi, dava una scorsa alla prima pagina, poi lo riponeva nella borsa da lavoro. Aveva gli occhi chiari e i capelli, quelli che gli restavano, erano biondi e lisci, magro, molto magro e con i lineamenti regolari. Tutto questo lo notai nei giorni seguenti mentre compivo il solito tragitto che mi portava al lavoro. Dopo circa una settimana ebbi la conferma che non si era trattato di un caso, era di nuovo dietro di me, ci stavamo reggendo allo stesso sostegno, le nostre mani erano vicine, intravedevo le vene azzurre sul suo dorso, aveva le dita pallide e delicate, le fedi ai nostri anulari luccicavano insieme. Approfittando della calca di quella mattina, mi aveva sfiorato il sedere, una carezza appena all'inizio, poi, a più riprese, un palpeggiare inequivocabile e deciso. Avrebbe dovuto darmi fastidio, come mi succedeva quand'ero molto giovane; in quelle occasioni, non tanto rare, mi allontanavo imbarazzata e disgustata, con lo sguardo basso e le guance in fiamme, invece non feci nulla, aspettai. Aspettai anche la mattina successiva e finii per aspettarlo tutti i giorni. Quando capitava di non vederlo ci restavo male. Scoprii l'angolo più comodo e riparato nel primo vagone della metropolitana e prendevo posto là, sperando ogni giorno che non fosse già occupato, ormai era diventato il nostro tacito luogo di appuntamento.
Il lavoro procedeva senza ostacoli, mi piaceva, mi ero ambientata nel nuovo ufficio con inaspettata facilità, i colleghi erano affabili e simpatici, la città caotica e tutta da scoprire, c'erano posti da visitare in quantità e non mi annoiavo mai. Alla fine dello stage, molto probabilmente mi aspettava una promozione. Si era in tempo di crisi economica, trovare un impiego era un problema un po' per tutti, dovevo, senza ombra di dubbio, ritenermi soddisfatta e fortunata, almeno sul lavoro.
Una sera, dopo la doccia, mi misi davanti alla specchio e osservai il mio corpo, probabilmente in cerca della conferma che lo scorrere inesorabile del tempo non avesse apportato ancora danni seri alla mia figura esile, ma fu quasi una scoperta, non mi guardavo con attenzione da anni, mi sembrò di non essermi mai guardata davvero. Mi girai di spalle e ruotando la testa osservai la curva della schiena e del sedere, nella stessa posizione mi chinai in avanti, scrutai il mio sesso da vicino come quando, ragazza, ne studiavo l'anatomia, in cerca di risposte a inconfessabili domande. Le grandi labbra erano aperte, rosse e un po' gonfie, le carezzai scoprendo la mia lubrificazione, feci ruotare le dita sul clitoride fino a sentirlo teso, allargai le gambe offrendomi allo specchio in quella posa poco elegante, continuai ad accarezzarmi ritrovando un piacere che credevo dimenticato, l'orgasmo arrivò così, quasi inaspettato, intenso e fugace. Mi stesi sul letto e presi sonno per risvegliarmi appena una mezz'ora dopo. Mi alzai e mi immersi nella lettura di documenti di lavoro. Quella notte lo sognai: era uno di quei sogni vaghi e tristi, privi di contorni che permettano di ricostruirne il luogo o il tempo. Ricordo solo che era ingessato, tutto il suo corpo, compresi gli arti, era avvolto in bende bianche e soltanto il suo capo era libero. Lo guardavo mentre camminava e si muoveva normalmente, ma la corazza rigida nascondeva le sue fattezze. Mi svegliai di malumore, pensai che quel sogno si leggeva come un libro aperto, non era difficile avanzare interpretazioni, ma non valeva la pena di indagare più di tanto, d'altra parte avevo smesso da tempo di cercare spiegazioni a molte cose...
Mi sorprendeva e mi intrigava, invece, il contrasto tra l'apparente, fredda indifferenza del suo sguardo e il calore dei suoi gesti, avevo la sensazione, o forse mi piaceva vederla così, che la sensualità traboccasse dal suo corpo, quasi a dispetto di se stesso, mi piaceva pensarci come animali in calore, prede di istinti naturali e forti. Più volte fui tentata di parlargli, avrei potuto trovare mille modi per iniziare una conversazione, e poi magari avremmo potuto chiacchierare ogni mattina come buoni compagni di viaggio, ma decisi che forse le parole avrebbero distrutto l'incanto o addirittura lo avrebbero allontanato. Evidentemente la pensava allo stesso modo, non sapemmo mai nulla l'uno dell'altra.
Anche quella mattina era salito come sempre alla fermata successiva alla mia e mi aveva cercato con gli occhi, non mi aveva scorto subito in mezzo alla folla, ma poi i nostri sguardi si erano incrociati. Impiegò del tempo per farsi spazio nella calca di pendolari che affollava il treno, eravamo tutti stipati l'uno contro l'altro, nessuno poteva muoversi agevolmente, e d'altra parte non c'era nessun motivo plausibile per farlo. Ci trovavamo a poca distanza ma senza possibilità di contatto, per la prima volta ci fissammo a lungo, il suo sguardo era intenso, mi colpiva, temetti di non sostenerlo, ma volevo alimentarlo, volevo che conoscesse il mio desiderio e avrei anche voluto penetrare nei suoi pensieri attraverso i nostri occhi. Soltanto dopo due fermate mi raggiunse. Lessi un sorriso di vittoria sul suo volto sempre così impassibile e credo di averlo ricambiato in maniera più che eloquente. A compensare il tempo che aveva impiegato per conquistare la sua posizione strategica, godette poi della possibilità di starsene schiacciato contro il mio corpo senza destare alcun sospetto, avevo le spalle aderenti al suo torace, la sua testa mi sovrastava appena, la sua mano libera, quella che non reggeva la borsa, poté tranquillamente posarsi sul mio sedere, poi mi resi conto che le sue dita stavano scivolando in mezzo alle gambe e premevano, spinsi leggermente in fuori il sedere e sentii chiaramente il suo membro indurirsi. Potei portare una mano dietro la schiena e toccarlo, sentirlo attraverso la stoffa, accompagnare il suo movimento.
Uscendo all'aperto scoprii che pioveva, una pioggia primaverile improvvisa, sottile e insistente. Non avevo l'ombrello ma, incurante, camminai sotto l'acqua lasciando che mi bagnasse il viso e i capelli, feci l'ultimo tratto di strada di corsa sentendomi leggera e forte come non mai.
Quella notte lo immaginai nel mio letto, lo vedevo proprio lì al mio fianco mentre accarezzavo tutto il suo corpo, ne esploravo ogni piega partendo dalla fronte e scendevo piano sul torace, sulla pancia, sul pube, indugiavo prima di stringere il membro eretto fra le mie dita. Osservavo estasiata il suo godimento, la sua bocca mi cercava, mi stendevo su di lui con gambe tra le sue. Mi strofinavo sul suo corpo, mi passavo il membro turgido in mezzo alle grandi labbra e lo inondavo di umori. Intanto mi massaggiavo febbrilmente spostandomi ritmicamente dalla vulva al clitoride, sudavo e gemevo in preda ad una eccitazione febbrile e insostenibile. Mi penetrai con un dito, poi con due, spingevo in profondità con le gambe larghe e i muscoli tesi. Mi girai a pancia in giù e, carezzando appena il clitoride gonfio, cominciai a muovere il sedere, ad ogni spinta un'ondata di piacere emergeva dalla profondità del mio ventre, ero sempre più bagnata, andai avanti a lungo così fino a quando sentii le contrazioni violente dell'orgasmo. Mi addormentai nuda e grondante di umori, ma mi svegliai durante la notte ancora tormentata dal desiderio. Avevo bisogno di sentire le sue mani su di me, su tutto il mio corpo, incrociai le braccia e mi accarezzai le spalle e le braccia, ruotai intorno ai capezzoli turgidi, scesi sulla pancia e sulle cosce, la pelle liscia e morbida vibrava al contatto delle mie dita. Mi cullavo in quella dolcezza, mi nutrivo, ero la miglior amante di me stessa. Mi strinsi al cuscino e di nuovo presi a muovere il sedere avanti e indietro, di nuovo immaginai di sedermi su di lui e cavalcarlo, volevo sentire il suo cazzo dentro di me ancora e ancora, volevo alleviare il suo desiderio, ma volevo anche alimentarlo all'infinito con il mio. Per la prima volta urlai tutto il mio piacere. Quando mi riaddormentai, completamente spossata, era l'alba.
Lasciai la città alla fine dello stage e tornai alla mia vita di sempre, all'apparenza nulla era cambiato, eppure mi sembrava di possedere una consapevolezza nuova, sapevo cosa cercare, o almeno cosa desiderare. Dopo qualche tempo seppi che non ci sarebbe stata per me alcuna promozione. Accolsi la notizia come se la cosa non mi riguardasse, come se si fosse trattato di un'altra persona e forse, a ben pensarci, era proprio così.
Gala